Erodoto

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« Poiché, se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta fra le varie tradizioni e li si invitasse a scegliersi le più belle, ciascuno, dopo opportuna riflessione, preferirebbe quelle del suo paese: tanto a ciascuno sembrano di gran lunga migliori le proprie costumanze. »
(Erodoto, Storie - libro III, 38)
Statua raffigurante Erodoto.

Erodoto (in greco antico Ἡρόδοτος, traslitterato in Heròdotos; Alicarnasso, 484 a.C.Thurii, 425 a.C.) è stato uno storico greco antico, famoso per aver descritto paesi e persone da lui conosciute in numerosi viaggi, considerato da Cicerone come il «padre della storia»[1]. In particolare ha scritto a riguardo dell'invasione persiana in Grecia nell'opera Storie (ἱστορίαι).

Nella sua opera, ispirata a quella dei logografi (in particolare Ecateo di Mileto), egli cerca di individuare le cause che hanno portato alla guerra fra le polis unite della Grecia e l'Impero persiano ponendosi in una prospettiva storica, utilizzando l'inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori.

È molto considerato anche per le sue descrizioni dei popoli cosiddetti barbari (Persiani, Egiziani, Medi e Sciti) che, seppur con molte inesattezze, mostrano un pensiero aperto e una grande capacità d'osservazione. Questa apertura mentale e curiosità verso culture non greche può essere spiegata pensando al luogo di nascita dello storico. Alicarnasso era, infatti, una città greca dalle varie tradizioni e in forte contatto con il mondo barbaro. La stessa biografia dello storico porta il segno di questo intreccio di culture.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Bassorilievo ritraente Erodoto (Museo del Louvre)

Erodoto nacque, presumibilmente, nel 484 a.C. da una famiglia aristocratica di Alicarnasso (Asia minore), città della Caria (colonizzata fin dall'XI secolo a.C. dai Dori), da madre greca: Dryò, e padre asiatico: Lyxes. Politicamente fu sempre avverso, assieme al cugino Paniassi, a Ligdami II, tiranno di Alicarnasso, che governava la città grazie all'appoggio del "Gran Re" di Persia Dario I. Paniassi, accusato da Ligdami di aver preso parte a una congiura di aristocratici per eliminarlo, fu messo a morte. Erodoto riuscì, invece, a fuggire a Samo, città aderente alla Lega delio-attica, d'orientamento antipersiano (457 a.C. circa), dove ebbe la possibilità di perfezionare la sua conoscenza del dialetto ionico. Ritornò in patria intorno al 455 a.C. vedendo così la cacciata di Ligdami. Nel 454 a.C. Alicarnasso entrò nella sfera di influenza ateniese, divenendo tributaria della città attica.

Erodoto viaggiò e visitò gran parte del Mediterraneo orientale, in particolar modo l'Egitto dove, affascinato da quella civiltà, rimase per quattro mesi. Scopo dei viaggi fu probabilmente la raccolta dei materiali utili destinati alla stesura della sua opera (le Storie). Dal 447 a.C. soggiornò ad Atene, dove conobbe Pericle, il poeta tragico Sofocle, l'architetto Ippodamo di Mileto, i sofisti Eutidemo e Protagora; nel 445 a.C. partecipò alle Panatenee, durante le quali lesse pubblicamente brani della sua opera, ricevendone in premio la notevole somma di 10 talenti.

Lo scrittore si stabilì infine nella colonia panellenica di Thurii (in Magna Grecia, nel luogo ove sorgeva l'antica Sibari), alla cui fondazione collaborò intorno al 444 a.C.
La tradizione vuole che vi morisse negli anni successivi allo scoppio della Guerra del Peloponneso (convenzionalmente nel 425 a.C. circa), alla quale accenna nella sua opera. In realtà luogo, data e circostanze della sua morte sono ignote.

Il pensiero di Erodoto[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Erodoto

Per capire bene la grande rivoluzione operata da Erodoto, considerato secondo il luogo comune come padre della storiografia, bisogna fare alcune premesse. Innanzitutto il concetto di storia in antica Grecia era leggermente diverso da quello che noi intendiamo oggi: ossia una sequenza cronologica di avvenimenti descritta in modo obiettivo e con metodo scientifico, tanto che per molto tempo Tucidide fu considerato il più vero e antico storiografo greco, per quanto riguarda la scientificità della narrazione.

Nell'antica Grecia infatti la storia era considerata anzitutto come magistra vitae e aveva quindi un fine pedagogico e solo secondariamente scientifico. Il fine della narrazione erodotea, come è possibile desumere dalla dichiarazione proemiale, era quello di raccontare «gesta degli eroi», anche se poi tale premessa sarà solo parzialmente mantenuta. L'ottica con la quale Erodoto considera gli avvenimenti, i valori della storia e le azioni umane è analoga e paragonabile a quella dominante nel mondo dell'epos (epica), in cui gli uomini agiscono spinti dal desiderio di gloria nell'intento di lasciare un ricordo imperituro di sé. Sebbene la ricerca storiografica tenda alla razionalizzazione del presente nella ricerca di una dinamica cause-conseguenze, la composizione erodotea non può fare a meno di ammettere l'esistenza di un'entità divina, terribile e sconvolgente cui, in ultima istanza, andavano ricondotti i rovesci del destino.

L'opera era destinata a una lettura pubblica e questa fu certo una delle prime forme di trasmissione del testo; per questa ragione lo stile adottava espressioni formulari di carattere epico e procede secondo una dinamica circolare, sempre cercando di rimanere a suo modo impersonale e oggettivo Nonostante attinga a piene mani dal materiale epico e dalla logografia (termine che indicava originariamente la "scrittura in prosa", i cui autori raccolsero in opere organicamente strutturate descrizioni di paesi stranieri, leggende locali eroiche, ecc.), Erodoto sarà il primo a ricercare un filo logico nella successione degli eventi, che si traduce nel rapporto causa-effetto. La storia non è considerata da Erodoto come una semplice serie di avvenimenti che si susseguono nel tempo, ma come un insieme di fatti collegati fra loro da una complessa rete di rapporti logici, ben intelligibile.

I principi chiave su cui si fonda la metodologia erodotea sono:

  • ὄψις: vista
  • ἀκοή: ascolto
  • γνώμη: criterio (con il quale seleziona i dati raccolti da vista e ascolto nel caso in cui essi siano in contraddizione, o li divide fra quelli visti da lui e quelli che ha sentito raccontare)

Erodoto dichiara quindi espressamente che lui ha un metodo e che i suoi racconti sono veridici. In realtà Erodoto accosta in maniera asistematica dati autentici a fatti palesemente fabulosi: il fine era quello di far divertire gli spettatori. È quindi ancora a una via di mezzo fra il logografo e lo storico, un narratore di storie più che uno storico in senso moderno. Si può tuttavia ritenerlo il padre della storiografia perché comunque vi sono degli assunti metodici corretti (anche se di base occorre tenere presente gli errori del greco, come le preponderanti finalità epico-narrative, la scarsa criticità e la quasi totale assenza di ricerca scientifica delle fonti).

Erodoto introduce nel suo pensiero anche quella che noi oggi potremmo chiamare filosofia della storia. Secondo Erodoto, infatti, protagonista della storia è la divinità, che è garante dell'ordine universale ed è quindi una divinità conservatrice. Nell'attimo stesso in cui l'ordine viene compromesso la divinità interviene, in base a quel principio che l'autore definisce come φθόνος τῶν θεῶν ("invidia degli dèi"). Tale principio filosofico si basa su una concezione arcaica della divinità: nell'antica Grecia, gli dei possedevano attributi piuttosto "umani", ed erano gelosi della propria gloria e del proprio potere. L'uomo che ottiene troppa fortuna, dunque, incorre nella loro φθόνος, invidia, e viene conseguentemente ucciso o privato della propria gloria. Egli deve quindi adeguarsi alla loro volontà, cercando di capirla con le divinazioni, gli oracoli e l'oneiromanzia (interpretazione dei sogni). Quella di Erodoto non è degradazione cabalistica, ma è uno schema mentale di asservimento alla divinità, tipico dell'età arcaica. Una visione della Storia pericolosamente mescolata dunque alla religione, ma di cui Erodoto supera i tranelli grazie alla sua limpida onestà e logica intellettuale.

Relativismo erodoteo[modifica | modifica wikitesto]

L'ambiente con cui viene a contatto lo storico è l'Atene di Pericle, nella quale i valori tradizionali dell'aristocrazia naturale vengono contestati veementemente dai sofisti, intellettuali polemici che fondano la propria critica nella condanna dei nomoi, convenzionali ovvero artificiali quindi non degni di rispetto, importanza, interesse.

Si tratta quindi di elementi critici anche dell'impianto periegetico di Erodoto che analizza e studia proprio i nomoi delle popolazioni barbare, che, se da una parte venivano, come abbiamo visto, criticate dai sofisti per la loro non corrispondenza alla fusis, venivano anche osteggiati dagli esponenti del cosiddetto tradizionalismo etico, che vedevano nel nomos propriamente greco l'unica fonte di verità, giustizia e sicurezza.

Erodoto risponde unendo e facendo propri alcuni aspetti contrari delle due visioni, riuscendo a sfuggire alle critiche e dando significato proprio alla sua ricerca. Egli, attraverso il relativismo di Protagora rifiuta di riconoscere come unica degna di attenzione la tradizione greca, affermando che a ogni uomo i propri costumi appariranno sempre i migliori, e contesta ai sofisti l'inutilità o la dannosità dei nomoi affermando che essi meritano attenzione e rispetto in quanto espressione per ciascun popolo della propria tradizione e cultura. La modernità di Erodoto è chiara proprio in questo passaggio culturale e storiografico.

La questione erodotea[modifica | modifica wikitesto]

Frammento del Papiro Ossirinco 2099 (datato alla prima parte del II sec. d.C.), contenente un brano delle Storie di Erodoto, Libro VIII.

Poiché l'opera originale di Erodoto fu rivista ed espunta arbitrariamente dai grammatici alessandrini, i filologi e gli studiosi di letteratura greca si sono posti il problema di individuare la struttura e il carattere originali dell'opera.

Le premesse sostanziali su cui si fonda il dibattito riguardano le discrasie prospettiche e il frammentismo storico che coinvolgono l'intera opera erodotea.

Una prima ipotesi sistemerebbe l'opera mettendo prima le guerre persiane e poi i λόγοι (discorsi) introduttivi.

Jacoby, nel 1913, ipotizzò che in origine l'opera fosse stata composta in chiave acroamatica (destinata cioè alla pubblica lettura, in discorsi separati) e che poi Erodoto, venuto a contatto con l'ideologia periclea, abbia fuso assieme tutti i vari discorsi. De Sanctis teorizzò invece che Erodoto avesse raccontato la storia dal punto di vista dei Persiani e che, di conseguenza, abbia presentato i vari popoli da essi incontrati.

Infine, l'ipotesi unitarista afferma che Erodoto raccontò la storia delle colonie greche secondo un'ottica universalistica, rappresentando lo scontro fra Oriente e Occidente. I sostenitori di tale ipotesi mettono in luce l'episodio iniziale dell'opera, l'assoggettamento delle colonie greche da parte di Creso (560 a.C.), e l'episodio finale, la liberazione di Sesto, ultima città greca in mano ai Persiani.

Le Storie[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storie (Erodoto).

L'opera Storie (Ἱστορίαι) è divisa in 9 libri: si tratta di una divisione operata dai grammatici alessandrini (in età ellenistica, III secolo a.C.).

I primi quattro libri sono suddivisi in:

  • introduzione mitologica (archaiologhia)
  • logos lidico (dove si parla del re Creso e si fa quindi riferimento alle colonie greche assoggettate (560 a.C.))
  • logos persiano
  • logos egizio
  • logos scitico
  • logos libico

Trama dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Nel proemio, dopo aver indicato il proprio nome e quello della città natale, Erodoto presenta la sua opera, illustrandone lo scopo generale e il tema:

(GRC)

« Ἠροδότου Ἁλικαρνησσέος ἱστορίης ἀπόδεξις ἥδε, ὡς μήτε τὰ γενόμενα ἐξ ἀνθρώπων τῷ χρόνῳ ἐξίτηλα γένηται, μήτε ἔργα μεγάλα τε καὶ θωυμαστά, τὰ μὲν Ελλησι, τὰ δὲ βαρβάροισι ἀποδεχθέντα, ἀκλεᾶ γένηται, τά τε ἂλλα καὶ δι'ἣν αἰτίην ἐπολέμησαν ἀλλήλοισι »

(IT)

« Questa è l'esposizione della ricerca di Erodoto di Alicarnasso, perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute sia dai Greci sia dai barbari, non diventino prive di gloria; in particolare egli ricerca per quale ragione essi combatterono tra di loro. »

(Erodoto, Storie, I, 1.)
Leonida e l'esercito spartano alle Termopili, dipinto ottocentesco di Jacques-Louis David

In Persia il re Ciro il Grande intende conquistare tutti possedimenti degli altri governatori tra i quali Candaule, Gige e Creso. Nel primo libro Erodoto narra di vari episodi fantastici come quello della moglie di Candaule scoperta nuda da Gige e un aneddoto pieno di coraggio e onore raccontato da Solone a Creso. Sconfitto in una battaglia quest'ultimo da Ciro, egli diventa il sovrano assoluto della Persia e si trasferisce in Babilonia dove muore (529 a.C.).

Nel secondo libro vengono esposte tutte le qualità e le curiosità della terra d'Egitto, ove ora governa Cambise II. Facendo riferimenti ai suoi viaggi compiuti in giovinezza, Erodoto fornisce una dettagliata descrizione dei luoghi, dei paesaggi, delle usanze popolari e delle tradizioni dell'Egitto, sottolineando in particolare le funzioni del fiume Nilo.

Nei libri III e IV viene narrato come Cambise conquista con ripetuti assalti l'Egitto, terra dei faraoni, e di come Dario I gli succede alla sua morte. Egli immediatamente nota che la Grecia è un punto strategico dove fondare nuove città e insediamenti perché fornisce l'accesso dei commerci tra l'Oriente e l'Occidente mediante il Mar Mediterraneo. Immediatamente Dario comincia a conquistare le colonne greche ioniche dell'Asia Minore (odierna Turchia) e a dividerle in satrapie ponendo a capo di ciascuna un governatore.

Nel V libro delle città ioniche guidate da Aristagora insorgono contro il dominio di Dario I e di seguito la ribellione viene sostenuta in Ellade dai politici Milziade e Aristide i quali formano un esercito oplita. La battaglia si svolge nel 490 a.C. a Maratona e l'esercito greco, di gran lunga inferiore di numero a quello nemico, riesce a sconfiggere Dario. La vittoria la si deve all'unione delle polis Sparta e Atene e al coraggio degli uomini ellenici.

Non molti anni dopo il figlio di Dario Serse riprende il progetto espansionistico del padre e assalta alcune città ioniche come Mileto (libro VII). Ora veramente l'intera Grecia è minacciata e tutte le polis, dopo il sacrificio dello spartano Leonida alle Termopili, si uniscono politicamente e militarmente per fronteggiare il copioso esercito di Serse.

Nell'ottavo libro Erodoto narra delle battaglia condotte da Temistocle prima a Capo Artemisio nei pressi di Atene, ove i greci si ritirano strategicamente ma permettendo così ai persiani di radere al suolo la capitale, e di seguito la battaglia finale di Salamina svoltasi in una sorta di piccolo golfo. I persiani, recatisi nel piccolo spazio con tutte le navi, rimangono incagliati e quindi sorpresi dalle navi greche che le distruggono una dopo l'altra.

La guerra combattuta per la seconda volta contro i persiani dalla Grecia è vinta nuovamente (IX libro). Nell'ultima parte dell'opera Erodoto dirige un'invocazione a Calliope, dea dei poeti, e di seguito narra la battaglia tra la Grecia e l'usurpatore Mardonio.

Metodo storiografico[modifica | modifica wikitesto]

Le fonti[modifica | modifica wikitesto]

Lo studio delle fonti scritte, usate da Erodoto, è reso difficile dalla perdita delle opere a lui precedenti; sicuramente sarà stato influenzato dai logografi ma la misura di questa influenza è sconosciuta. Secondo Eforo di Cuma, la base delle Storie proviene da Xanto di Lidia. In realtà, l'unico precursore sicuro è Ecateo di Mileto; comunque sulle fonti scritte, da cui ha attinto, Erodoto è decisamente evasivo. L'autore ha indubbiamente usato documenti ufficiali (persiani, ateniesi e delfici), epigrafi e raccolte.

Mezzi e criteri[modifica | modifica wikitesto]

Nel proemio, dopo aver indicato il proprio nome e quello della città natale, Erodoto presenta l'opera, illustrandone lo scopo generale e il tema;

(GRC)

« Ἠροδότου Ἁλικαρνησσέος ἱστορίης ἀπόδεξις ἥδε, ὡς μήτε τὰ γενόμενα ἐξ ἁνθρώπων τῷ χρόνῳ ἑξίτηλα γένηται, μήτε ἔργα μεγάλα τε καὶ θωυμαστά, τὰ μὲν Ἔλλησι, τὰ δὲ βαρβάροισι ἀποδεχθέντα, ἀκλεᾶ γένηται, τά τε ἂλλα καὶ δι'ἥν αἰτίην ἐπολέμησαν ἀλλήλοισι »

(IT)

« Questa è l'esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso, perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute sia dai Greci sia dai barbari, non restino senza fama; in particolare, per quale causa essi si fecero la guerra. »

(Erodoto, Storie, I, 1.)

Erodoto presenta l'opera come "ἱστορίης ἀπόδεξις", "esposizione della ricerca"; questa ha riguardato sia le imprese umane (τὰ γενόμενα ἐξ ἁνθρώπων) che non devono essere dimenticate, sia le geste grandi e maravigliose (ἔργα μεγάλα τε καὶ θωυμαστά), compiute "sia dai Greci sia dai barbari".

Lo storico, in seguito, distingue tra conoscenza diretta, tratta da fonti affidabili, e notizie relative a fatti remoti e incontrollabili, non direttamente controllabili; distingue i risultati delle proprie indagini dalla tradizione, non documentabile. Lesky dice che i suoi occhi diventano i testimoni più attendibili, seguiti dai dati che si possono ricavare, ascoltando testimoni. Nel capitolo riguardante l'Egitto, appare ancora più manifesto il metodo storico erodoteo;

« Fin qui ho esposto ciò che ha visto, le mie riflessioni e le mie ricerche; a partire da qui, esporrò i racconti degli Egiziani, come li ho ascoltati. »

Qualora gli si prospettano due versioni diverse e non abbia elementi per decidere, si basa su un criterio di logica e verosimiglianza; talvolta lascia al lettore le scelta o respinge una determinata notizia, ritenendola incredibile.

(GRC)

« Τοῖσι μέν νυν ὑπ' Αἰγυπτίων λεγομένοισι χράσθω ὅτεῳ τὰ τοιαῦτα πιθανά ἐστι· ἐμοὶ δὲ παρὰ πάντα τὸν λόγον ὑπόκειται ὅτι τὰ λεγόμενα ὑπ' ἑκάστων ἀκοῇ γράφω. »

(IT)

« A queste cose raccontate dagli Egizi prestino pure fede coloro per i quali faccende del genere risultano credibili; ma per me in tutta la narrazione è dato per sottinteso che scrivo, per averle sentite narrare, le cose che mi vengono dette da ciascuno. »

(Erodoto, Storie, II, 123.)

Il problema della conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Molte discussioni sono nate dal fatto che l'opera erodotea si concluda con un evento minore, come è la presa di Sesto, avvenuta nel 478 a.C.; a questo si aggiungono alcune promesse dell'autore, disattese (come un λόγος assiro o la narrazione della morte di Efialte), e imperfezioni e incongruenze. Secondo alcuni critici, l'opera è stata interrotta da circostanze esterne, mentre il lavoro era in corso, come la Guerra del Peloponneso. Tucidide e Aristotele, e più recentemente Wilamowitz e Jacoby, ipotizzarono che Erodoto avesse voluto giungere fino al momento della costituzione della lega delio-attica (477 a.C.).

I sostenitori della completezza dell'opera analizzano soprattutto l'ultimo libro; Luciano Canfora sostiene che il colloquio tra Artembare e Ciro, che si conclude con la frase "prepararsi a non essere più dominatori ma dominati", appare "palesemente conclusivo", adatto al tema della "Storia persiana". Le promesse non rispettate dall'autore sono

« spiegate invece come sviste. Anche Erodoto, come Omero, aveva il diritto di sonnecchiare qualche volta. »
(A.Lesky, Storia della letteratura greca,I)

Inoltre bisogna ricordare che l'opera era destinata a un uso orale-aurale, per cui non vi era la necessaria presenza di un finale.

La fortuna[modifica | modifica wikitesto]

Presso gli antichi[modifica | modifica wikitesto]

Le citazioni di Erodoto in opere successive sono numerosissime, sia per quel che riguarda i contenuti, sia per quel che riguarda il suo stile.[2] Dionigi di Alicarnasso fu un grande sostenitore dello stile di Erodoto[3] Plutarco scrisse un intero trattato contro Erodoto, il De Herodoti Malignitate.[4]

Papiri di Erodoto[modifica | modifica wikitesto]

La tradizione papiracea di Erodoto ne documenta l'ampia fortuna lungo tutta l'antichità, ma soprattutto per quel che riguarda episodi e narrazioni famose.[5] Esistono 45 papiri che contengono frammenti del testo delle Storie e 10 papiri che attestano il nome dello storico in altre opere o documenti. In questo secondo gruppo si trova anche un famoso frammento papiraceo afferente a un commento di Aristarco a Erodoto.[6]

Medioevo e Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Le stesse storie sono attestate nel Medioevo in opere compilative, tra le quali anche opere tarde di Boccaccio (Il De Casibus Virorum Illustrium e De Mulieribus Claris).

La fortuna di Erodoto è ampissima nel Rinascimento, momento nel quale cominciano anche a comparire le prime traduzioni.

Alla fine del XV secolo risale anche la prima edizione a stampa di Erodoto (1502), della quale è conservato anche il codice di riferimento utilizzato per la sua produzione, il Norimbergensis V, 10.[10]

Le moderne edizioni critiche cominciano a comparire nel XVII secolo. L'attuale suddivisione in capitoli risale a questo periodo.[11]

XIX e XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

La fortuna letteraria e storiografica di Erodoto continua a essere molto ampia. Filosofi come Hannah Arendt ma non solo gli dedicato molto spazio nelle loro opere, così come linguisti e studiosi di storiografia. Le storie di Erodoto continuano a essere raccontate al cinema, e a vedere riscritture e traduzioni in tutto il mondo. Erodoto è all'origine non solo della storiografia, ma anche dell'antropologia e della letteratura di viaggio. Per esempio, il giornalista polacco Ryszard Kapuściński ha intitolato un libro di racconti di viaggio, In viaggio con Erodoto, nel quale si interroga, come molti prima di lui sul suo metodo di indagine e inchiesta sul campo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cicerone, De legibus, I, I, 5.
  2. ^ Aristotele Retorica 1409a
  3. ^ Ad Pompeium III
  4. ^ Ma nelle sue opere utilizza abbondantemente l'opera di Erodoto.
  5. ^ West 2011
  6. ^ una lista aggiornata si può trovare in questo documento
  7. ^ Pagliaroli 2012
  8. ^ Pagliaroli 2006
  9. ^ Fumagalli 1998
  10. ^ Mondrain 1995
  11. ^ Hemmerdinger 1981

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Pohlenz, Max, Herodot, der erste Geschichtsschreiber des Abendlandes, Berlin-Leipzig 1937.
  • Gigante, Marcello, ΝΟΜΟΣ ΒΑΣΙΛΕΥΣ, Napoli 1956.
  • Momigliano, Arnaldo, "The Place of Herodotus in the History of Historiography", in Id., Secondo contributo alla storia degli studi classici, Roma 1960, pp. 29–44.
  • Immerwahr, Henry, Form and Thought in Herodotus, Cleveland, Case Western Reserve University Press, 1966.
  • Fornara, Charles W., Herodotus: An Interpretative Essay, Oxford, Clarendon Press, 1971.
  • Hartog, François, Le miroir d'Hérodote, Paris, Gallimard, 1980.
  • Corcella, Aldo, Erodoto e l'analogia, Palermo, Sellerio, 1984.
  • Boedeker, Deborah (ed.), Herodotus and the Invention of History, (= « Arethusa » 20), Buffalo 1987.
  • Lateiner, Donald, The historical method of Herodotus, Toronto: Toronto University Press, 1989. ISBN 0-8020-5793-4.
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  • Nenci G., Reverdin O.(eds), Hérodote et les peuples non-grecs, Entretiens Hardt 35, Genève 1990
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  • Edoardo Fumagalli, Il Volgarizzamento di Erodoto in Giuseppe Anceschi, Tina Matarrese (eds.) (a cura di), Il Boiardo e il Mondo Estense nel Quattrocento, Padova, 1998, pp. 399–428.
  • Stefano Pagliaroli, L'Erodoto del Valla, Messina; Roma, Centro interdipartimentale di studi umanistici ; distribuzione : Viella, 2006, ISBN 8887541302 9788887541304 .
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  • Maurizio Grimaldi, Plutarco: La malignità di Erodoto., Corpus Plutarchi moralium, M. D'Auria Editore in Napoli, Napoli, 2004, ISBN 88-7092-242-1. URL consultato il 27 marzo 2012.
  • Bertrand Hemmerdinger, A. M Desrousseaux, Les manuscrits d'Hérodote et la critique verbale, Genova, Istituto di filologia classica e medievale, 1981.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

L'opera di Erodoto è fruibile sul web con traduzioni in varie lingue:

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