Guerre persiane

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Guerre Persiane
Invasione persiana
Invasione persiana
Data 499 a.C. - 479 a.C.
Luogo Grecia, Asia minore, Cipro, Egitto
Casus belli Espansione persiana
Esito Ritirata persiana
Schieramenti
Poleis greche guidate da Atene e Sparta Impero persiano e alleati
Comandanti
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Con il termine guerre persiane o mediche si definisce la sequenza di conflitti combattuti tra le pòlis greche e l'Impero Persiano, iniziati intorno al 499 a.C. e continuati a più riprese fino al 479 a.C.

Alla fine del VI secolo a.C., Dario I, "Gran Re" dei Persiani, regnava su un impero immenso che si estendeva dall'India alle sponde orientali dell'Europa (nello specifico le zone orientali della Tracia). Nel 546 a.C. infatti, il suo predecessore Ciro il Grande, fondatore dell'impero, aveva sconfitto il re della Lidia, Creso, e i suoi territori, comprendenti le colonie greche della Ionia, che furono incorporate all'Impero Achemenide.

Le città-stato ancora governate da sistemi tirannici condussero ognuna per proprio conto l'annessione all'impero persiano, la sola Mileto riuscì a imporre le proprie pretese. Questa situazione di frammentazione aveva comportato la perdita definitiva da parte delle colonie di ogni indipendenza (prima godevano comunque di ampie autonomie) e una drastica riduzione della loro importanza commerciale, a causa del controllo totale che i Persiani esercitavano sugli stretti di accesso al Mar Nero.

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Erodoto, la principale fonte storica per questo conflitto.
Tucidide ha continuato la narrazione di Erodoto.

Quasi tutte le fonti primarie riguardanti le guerre persiane sono greche, visto che non si è conservata alcuna testimonianza storica persiana.

La fonte principale per le guerre greco-persiane è lo storico greco Erodoto, che è stato chiamato "il Padre della Storia"[1]: nacque nel 484 a.C. ad Alicarnasso, in Asia Minore (allora parte dell'impero persiano), e fra il 440 e il 430 a.C. scrisse le sue Indagini (in greco antico Ἱστορίαι; in italiano Storie), cercando di rintracciare le origini delle guerre persiane, che all'epoca erano storia recente. L'approccio di Erodoto fu innovativo e, almeno nella società occidentale, inventò la "storia" come disciplina: secondo lo storico Tom Holland "per la prima volta un cronista spiegò le origini di un conflitto non con un passato così remoto così da essere assolutamente favoloso, né con capricci o con desideri di qualche dio, né con capricci di un popolo di voler sapere il destino, ma piuttosto con delle spiegazioni che potesse verificare personalmente".

Alcuni storici antichi successivi, a partire da Tucidide, criticarono Erodoto.[2][3] Nonostante questo, Tucidide scelse di iniziare la sua storia, dove Erodoto la interruppe (durante l'assedio di Sestos) e pensò che la storia di Erodoto fosse abbastanza precisa da non avere bisogno di una ri-scrittura o di correzioni. Plutarco criticò Erodoto nel suo saggio "Sulla malignità di Erodoto ", che descrive Erodoto come "Philobarbaros" (letteralmente 'che ama i barbari') per non essere abbastanza a favore dei greci, fatto che suggerisce che Erodoto potrebbe essere stato effettivamente sufficientemente imparziale.[3] .Una visione negativa di Erodoto è stato trasferita al Rinascimento europeo, anche se si continuò a leggere i suoi scritti suoi scritti. Tuttavia, dal IXX (19') secolo, la sua reputazione è stata notevolmente riabilitata da reperti archeologici che hanno ripetutamente confermato la sua versione dei fatti.[4] La visione moderna prevalente è che Erodoto abbia fatto un lavoro eccezionale nella sua Historia, ma che alcuni dei dettagli specifici (soprattutto numeri delle truppe e date) dovrebbero essere visti con scetticismo [4] [5] . Tuttavia , ci sono ancora alcuni storici che credono che Erodoto abbia inventato gran parte della sua storia.

La storia militare della Grecia tra la fine della seconda invasione persiana della Grecia e la guerra del Peloponneso (479-431 a.C.) non è ben supportato da fonti antiche ancora esistenti. Questo periodo , a volte indicato come il pentekontaetia dagli studiosi antichi, fu un periodo di relativa pace e prosperità all'interno della Grecia.[6][7] La fonte più ricca per il periodo, e anche la più contemporanea, è la Storia della Guerra del Peloponneso di Tucidide, che è generalmente considerata una fonte primaria attendibile dagli storici moderni.[8][9][10] Tucidide menziona questo periodo solo in una digressione sulla crescita della potenza ateniese nella corsa alla guerra del Peloponneso, e il racconto è breve, probabilmente selettivo e manca qualsiasi data.[11][12] Tuttavia, il racconto di Tucidide può essere, ed è, utilizzato dagli storici per elaborare una cronologia scheletro per il periodo, in cui i dettagli possono essere sovrapposti a partire dai documenti archeologici e da altri scrittori.[11]

Più dettagli a proposito dell'intero periodo sono forniti da Plutarco, nelle sue biografie di Temistocle, Aristide e soprattutto Cimone. Plutarco scriveva circa 600 anni dopo gli eventi in questione, ed è quindi una fonte secondaria, ma cita spesso i nomi delle sue fonti, cosa che permette un certo grado di verifica delle sue dichiarazioni. Nelle sue biografie, attinge direttamente da molte fonti antiche che non sono sopravvissute, e quindi spesso conserva dettagli del periodo che sono omessi nei racconti di Erodoto e di Tucidide. La principale fonte esistente per il periodo è la storia universale (Bibliotheca historica), del 1° secolo a.C. siciliana, di Diodoro Siculo. Gran parte di ciò che Diodoro scrive a proposito di questo periodo è tratto dagli scritti di Eforo, uno storico greco molto antecedente, che ha anche scritto una storia universale. Anche Diodoro è una fonte secondaria e spesso è deriso dagli storici moderni per il suo stile e per le sue imprecisioni, ma conserva molti dettagli del periodo antico che non sono trovati in nessun altro luogo.

Ulteriori dettagli possono essere trovati sparsi nella Descrizione della Grecia di Pausania, mentre il dizionario Suda bizantino del 10 ° secolo d.C., conserva alcuni aneddoti che non si possono trovare in nessun altro luogo. Fonti minori per il periodo comprendono le opere di Gneo Pompeo Trogo (sintetizzate da Giustiniano), Cornelio Nepote e Ctesia di Cnido (sintetizzati da Fozio), che non sono nella loro forma testuale originale. Queste opere non sono considerate affidabili (soprattutto Ctesias), e non sono particolarmente utili per ricostruire la storia di questo periodo.

Le prime tensioni[modifica | modifica sorgente]

Quando Dario I decise di invadere l'Occidente nel 515 a.C. impiegò le navi della flotta ionica per costruire un ponte di barche sul Bosforo utilizzando le qualità di un ingegnere greco, e conquistò così la Tracia; fatto poi edificare un ponte sul Danubio, si avventurò in Scizia. Qui gli esiti degli scontri non furono molto propizi e giunte le prime indiscrezioni sul fallimento dell'invasione, Milziade, tiranno del Chersoneso (presso Gallipoli), cercò di convincere i Greci messi a protezione del ponte di distruggerlo, lasciando il Re dei Re al suo destino. Quando le notizie divennero tragiche il ponte fu distrutto per impedire una controffensiva. A costo di grandi sacrifici, Dario rientrò nei suoi territori e come primo provvedimento scalzò Milziade dal suo incarico, lasciandovi il suo luogotenente Megabazo con il compito di controllare la nuova regione dell'impero e di preparare il terreno per l'espansione in Grecia.

Origini del conflitto[modifica | modifica sorgente]

Alla base dello scontro tra la Grecia e la Persia c'erano forti interessi economici e commerciali, relativi soprattutto al controllo dei traffici che passavano per il Mar Nero, ma non solo. I due contendenti avevano due diverse concezioni di dominio politico, che inevitabilmente si scontravano tra loro.

I Persiani avevano una concezione territoriale dello stato e ammettevano la possibilità di dominare un territorio indipendentemente dai popoli che lo abitavano. Perciò ritenevano che i Greci non avessero avuto alcun diritto a intervenire in un conflitto che non era avvenuto sul loro territorio.

I Greci invece avevano una concezione etnica dello stato: a prescindere dalla collocazione geografica, qualsiasi territorio, se era abitato da Greci, era considerato greco. Ἑλληνικόν.

Lo sbarco in Grecia voluto da Dario I rappresentò una svolta nella sua politica trentennale, basata sul consolidamento dei confini del vasto Impero Achemenide. Può infatti a ragione essere indicato come il suo primo vero tentativo di espansione territoriale, ritenendo la conquista della Tracia più utile a rendere sicure entrambe le sponde dell'Ellesponto. La campagna intrapresa contro la Grecia ebbe ragioni più profonde che non delineavano apertamente l'obiettivo finale. Si voleva punire Atene ed Eretria, ritenute colpevoli di aver aiutato le città ioniche ribelli nella rivolta ionia, o conquistare tutta la Grecia? In ogni modo, Erodoto sostiene che il sovrano chiese a tutte le poleis greche di fare atto di sottomissione, per poi intervenire contro quelle a lui ostiche. Infatti Atene giustiziò gli ambasciatori quando seppe che ad Egina, la quale aveva ceduto alle pressioni persiane, era stata restaurata la tirannide di Ippia. Sicuramente era intenzione di Dario vendicarsi contro coloro che avevano aiutato i rivoltosi ionii: molte città vennero attaccate, benché le sue mire andassero più in là, oltre l'episodio di Sardi. Dopo la cacciata di Ippia da Atene, egli trovò rifugio alla corte Achemenide chiedendovi aiuto per un suo ritorno come tiranno in patria e fornendo in cambio una base di appoggio dalla quale conquistare l'intera Ellade. Forse questo motivò l'ambizione di Dario, che avrebbe potuto con una guerra di espansione competere con le figure dei suoi predecessori: Ciro il Grande e Cambise II. Da non sottovalutare che dopo la rivolta ionia, si era aperta una ferita nel mondo greco: tenere una popolazione metà nelle strutture dell'Impero e metà fuori non poteva che far esplodere nuove tensioni.

Rivolta ionia (499-493)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivolta ionia.

Nel 499 a.C., istigati da Aristagora, tiranno di Mileto, le colonie ioniche si unirono in una lega chiamata "simmachia panellenica", più conosciuta come lega ionia, ribellandosi ai satrapi locali. Le colonie chiesero rinforzi alle poleis greche, ma alla fine solo Atene ed Eretria inviarono 25 trireme (20 Atene e 5 Eretria) in aiuto. Aristagora, l'anno seguente, guidò una vittoriosa spedizione contro la città di Sardi e la fece incendiare.

Galvanizzati dal successo, ai ribelli si unirono allora le città dell'Ellesponto, della Caria e di Cipro. La reazione dei Persiani fu a questo punto durissima: a una a una costrinsero alla resa le città greche, finché nel 494 a.C. soffocarono definitivamente la rivolta (nella Battaglia di Lade), alla quale seguì la distruzione di Mileto e la deportazione dei suoi abitanti.

Prima guerra persiana (492-490)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra persiana.

Nel 492 a.C. Mardonio tentò l'impresa della conquista greca, dopo aver eliminato tutti i tiranni nelle poleis asiatiche e aver soggiogato il regno di Alessandro I di Macedonia; il tentativo tuttavia fallì a causa di una terribile tempesta scatenatasi presso il monte Athos, nella penisola calcidica, che distrusse la flotta.

Nonostante l'insuccesso, nel 490 a.C. la spedizione fu ritentata sotto il comando dei generali Dati e Artaferne. La flotta persiana passò per Samo, espugnò Nasso, sottomise il resto delle isole Cicladi, proseguì verso Eretria e la distrusse.
Atene a quel punto si ritrovò da sola a fronteggiare l'esercito persiano: l'unico aiuto che ricevette fu quello della città beotica di Platea, che inviò un contingente di mille opliti. Grazie alle capacità militari di Milziade riuscì a resistere alle truppe guidate da Dati e i Persiani furono sconfitti nella battaglia di Maratona (settembre 490 a.C.) e respinti sulle navi. Secondo il mito, l'esito positivo di questo scontro fu riportato direttamente dal campo di battaglia ad Atene da Filippide: la sua impresa, che consistette nel ricoprire tale distanza correndo, è ricordata ancora oggi con l'omonima gara atletica, la maratona. A quel punto, il resto delle truppe persiane capitanato da Artaferne è pronto per un attacco via mare, pensò di sfruttare l'occasione: la flotta mosse verso Atene, doppiando Capo Sunio, con la sicurezza di poter sbarcare incontrastata al Pireo e trovare Atene indifesa, visto che tutto l'esercito si trovava a Maratona. Milziade, però, intuito il piano nemico, ricondusse i suoi uomini a marce forzate verso la costa occidentale, cosicché, quando i Persiani arrivarono in vista del Pireo, trovarono l'esercito ateniese già schierato e rinunciarono all'impresa, tornando in Persia.

La polis decise allora di intraprendere nel 489 a.C. una spedizione per liberare le isole Cicladi dai Persiani, ma con esito negativo, poiché l'isola di Paros, alleata dei Persiani, resistette all'attacco. La sconfitta costò a Milziade la carriera; fu anche accusato di complicità con il nemico e di aspirare alla tirannide, e subito dopo morì, a causa di una ferita alla gamba riportata durante la battaglia, non curata e degenerata in gangrena.

Seconda guerra persiana (480-479)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra persiana.

Nel 485 a.C. succedette al trono di Persia, su consiglio di Mardonio, dei Pisistratidi superstiti e del satrapo Artabano, Serse I, figlio di Dario, intenzionato tra l'altro a vendicare la sconfitta subita da suo padre nella prima guerra persiana, organizzò subito una nuova spedizione contro la Grecia. Se la guerra condotta da Dario doveva configurarsi solamente come una spedizione punitiva nei confronti delle città che avevano aiutato i rivoltosi ionii, l'impresa di Serse si poneva, invece, intenti di espansione e di conquista territoriale del continente greco, al fine di ridurlo a satrapia dell'Impero.

Lo scontro assunse anche una valenza ideologica, in quanto si espresse come contrapposizione propagandistica di idee fra persiani e ateniesi: Serse rappresentava il difensore di una religione monoteistica, contro il politeismo greco; i Greci, viceversa, si identificavano come i paladini della libertà contro il dispotismo orientale. Serse affidò al generale Mardonio la costruzione di ponti di barche sull'Ellesponto[13] per traghettare l'esercito e l'apertura di un canale a nord del monte Athos per la flotta (il cosiddetto Canale di Serse); curò inoltre l'organizzazione del vettovagliamento dell'esercito. Si trattava di una spedizione più vasta e organizzata della precedente. Inoltre, il re persiano fece predisporre per la campagna un possente esercito, che secondo le antiche stime annoverava oltre due milioni di uomini[14], cifra certamente esagerata, dal momento che si ritiene più probabilmente che l'esercito persiano potesse contare su una forza di circa 200.000 soldati[15], un numero imponente per l'epoca, e tra questi i famosi 10.000 "Immortali"; inoltre poteva fare affidamento sull'appoggio di una flotta di circa 750 triremi.

Di fronte al pericolo, i rappresentanti delle poleis greche si riunirono presso l'istmo di Corinto (481 a.C.) e decisero di costituire un'alleanza difensiva, conosciuta come lega panellenica, sotto il comando del re Leonida di Sparta, ritenendo che fosse opportuno coordinare le operazioni militari e qualunque decisione di carattere politico e strategico. All'accordo tuttavia non aderirono Argo, dichiarandosi neutrale per non dover combattere al fianco dell'odiata Sparta, Corcira, Siracusa (a causa degli scontri che la vedevano impegnata con i Cartaginesi, alleati dei Persiani[16]) e neanche le città della Tessaglia, della Beozia, fuorché Platea e Tespi, della Doride e della Locride Ozolia. Le città che non si opposero ai Persiani, preferendo arrendersi e lasciare terra all'esercito di Serse, vennero accusate di "medizzare", ossia di mescolarsi con i Medi o comunque favorire i Persiani a danno dei Greci.

All'inizio del 480 a.C. gli ambasciatori di Serse I si recarono presso le città greche (ma non Atene, che non avrebbero comunque risparmiato) e chiesero che offrissero terra e acqua (γῆ καί ὕδωρ) al Gran Re, cioè la loro sottomissione formale. Le città rifiutarono e rimandarono indietro i messaggeri, mentre a Sparta furono uccisi. Incominciarono le operazioni belliche: mentre la flotta persiana navigava verso l'Attica, l'esercito passò l'Ellesponto con un ponte di barche e penetrò prima in Tracia e poi in Tessaglia.
I Greci si trovarono però subito in disaccordo su quale fosse la migliore tattica difensiva: gli Spartani premevano perché si affrontassero i Persiani sulla terraferma e lo si facesse all'imbocco del Peloponneso, presso l'istmo di Corinto, che nel frattempo veniva fortificato; gli Ateniesi ritenevano invece che fosse preferibile opporsi con la flotta. Sui due diversi punti di vista pesava soprattutto la considerazione dei rapporti di forza all'interno della Grecia, dato che la fanteria oplitica spartana era di gran lunga la più forte e un'eventuale vittoria sulla terraferma avrebbe arrecato gloria e potere soprattutto agli Spartani, mentre Atene avrebbe ricavato benefici da una vittoria navale, dato che le sue navi costituivano il grosso della flotta della Lega.

Nonostante i progetti di iniziativa comune, i Greci si presentarono dunque sostanzialmente divisi di fronte all'invasione: prevalse il piano spartano, ma gli Ateniesi spinsero perché si cercasse di fermare il nemico più a nord. A causa di questi contrasti, e giudicando erroneamente che Serse fosse ancora lontano, solo un ristretto contingente si posizionò al passo delle Termopili, che era la strettoia obbligata verso la Grecia centrale, per sbarrare la strada ai nemici. Nell'agosto del 480 a.C. avvenne lo scontro tra i due eserciti. Dopo giorni di combattimento, mentre, poco distante, le forze navali nemiche si fronteggiavano senza che l'una riuscisse a prevalere nettamente sull'altra presso Capo Artemisio, il grosso dell'esercito greco si ritirò; soltanto i trecento Spartani di Leonida e settecento Tespiesi, circondati dai nemici per il tradimento di Efialte, il quale aveva indicato ai Persiani un sentiero montano, l'Anopaia, per aggirarli (i mille Focesi posti a presidiarlo furono colti di sorpresa nella notte e opposero scarsa resistenza), si sacrificarono per ritardare l'avanzata persiana e per dare tempo agli alleati di ripiegare. Superato il passo, i Persiani dilagarono in Grecia.

L'Attica fu devastata, Atene venne saccheggiata e data alle fiamme. Gli abitanti si salvarono solo grazie all'insistenza dello stratega Temistocle, che riuscì a evacuare la città e a mettere la popolazione in salvo sulle isole. La flotta greca, però, era ancora pressoché integra.

A questo punto prevalse la strategia della battaglia per mare dell'ateniese Temistocle, il quale, ancor prima dell'inizio degli scontri, si era servito dell'interpretazione tendenziosa di un oracolo pronunciato dalla Pizia, ove si alludeva enigmaticamente a un muro di legno inespugnabile, per convincere i concittadini della bontà dei suoi disegni. Temistocle era persuaso che il muro dovesse essere interpretato non come l'invito a barricarsi nelle città, ma in riferimento alle navi. A un mese dalla disfatta delle Termopili, in settembre, avvenne la decisiva battaglia navale presso l'isola di Salamina, vinta dai Greci grazie a Temistocle, che indicò la via per avere ragione della flotta persiana, più numerosa, ma che usava navi troppo grandi e difficilmente maneggiabili in quel tratto così stretto di mare.

Un contingente persiano si fermò in Tessaglia da dove, con il contributo dei Tebani, nell'agosto del 479 a.C., fece ripartire l'offensiva. Nella battaglia campale di Platea, in Beozia, fu registrata la sconfitta definitiva, con l'esercito persiano messo in fuga da quello greco, guidato dallo spartano Pausania, mentre in contemporanea sotto il comando di Leotichida avveniva la battaglia navale presso il capo Micàle, che si risolse in un'altra sconfitta per i Persiani.

Riscossa greca (479-478)[modifica | modifica sorgente]

L'anno dopo (478 a.C.), le città ionie dell'Asia Minore furono liberate da una flotta greca guidata dallo spartano Pausania (che da lì a poco fu richiamato in patria e accusato di dispotismo).
A questo punto Atene rimase la sola potenza ellenica interessata all'Egeo e alla Ionia, contro i Persiani. Gli Spartani, infatti si dedicarono a ristabilire il loro predominio politico nel Peloponneso, minacciato da "venti democratici", mentre Atene spostò il suo interesse nell'Egeo dove non dipendeva strategicamente da Sparta.

Guerre della lega delio-attica (478-449)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre della lega delio-attica e Lega delio-attica.

Nel 477 a.C. gli Ioni fecero pressioni perché fossero gli Ateniesi a guidare la flotta ellenica e per iniziativa di Aristide venne fondata la Lega delio-attica, una coalizione antipersiana con a capo Atene, che divenne ben presto uno strumento di controllo sugli alleati e il contrappeso al potere spartano in Grecia.

Nel trentennio successivo proseguirono gli scontri con i Persiani.

Cimone, il nuovo stratega ateniese a capo della Lega di Delo, distrusse l'armata e la flotta persiane nel 467 a.C. presso il fiume Eurimedonte, in Asia Minore.

Nel 456 a.C. Atene inviò 200 navi a sostenere una rivolta scoppiata in Egitto che era, fin dal 525 a.C., sotto il controllo persiano, ma fallì. Successivamente, nel 451 a.C. tentò di liberare Cipro, ancora con Cimone, ma fallì nuovamente e Cimone trovò la morte nell'isola, anche se la flotta in questo caso non venne distrutta: anzi, seppur priva della guida del suo ammiraglio, riuscì a forzare il blocco messo in atto dalle navi fenicie, al servizio dei Persiani, aprendosi la strada alla ritirata e confermando di avere comunque pieno controllo sul mare Egeo (si veda l'episodio della battaglia di Salamina in Cipro).

Pace di Callia (449)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pace di Callia.

Alla fine nel 449 a.C., con il contributo di Pericle (di fatto capo di Atene) venne stipulata la pace di Callia: si trattava in definitiva di un trattato di non-aggressione, che stabilì l'autonomia delle città greche dell'Asia Minore, benché facenti parte dell'Impero Persiano, il controllo dei Persiani su Cipro e il divieto per le navi da guerra persiane di entrare nel Mar Egeo.

I Persiani[modifica | modifica sorgente]

I sovrani persiani non rinunciarono mai alle loro mire sulla Grecia e si occuparono sempre di seminare discordia fra le varie poleis (divide et impera) finanziandone ora l'una ora l'altra, o addirittura le fazioni politiche all'interno di una stessa città.

Atene e Sparta[modifica | modifica sorgente]

Sparta ed Atene divennero così i poli intorno ai quali si organizzò la vita politica greca: intorno alla prima si aggregarono i regimi oligarchici, intorno all'altra i regimi democratici. In generale la guerra aveva cambiato gli equilibri interni delle poleis: da una parte i proprietari terrieri (filo-Spartani), dall'altra i mercanti e gli artigiani legati al commercio marittimo (filo-Ateniesi).

Trent'anni dopo le guerre persiane scoppierà la guerra del Peloponneso per la supremazia tra le due città.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cicero, On the Laws I, 5
  2. ^ Thucydides, History of the Peloponnesian War, e.g. I, 22
  3. ^ a b Finley, p. 15.
  4. ^ a b Holland, p. 377
  5. ^ Fehling, pp. 1–277.
  6. ^ Finley, p. 16.
  7. ^ Kagan, p. 77.
  8. ^ Sealey, p. 264.
  9. ^ Fine, p. 336.
  10. ^ Finley, pp. 29–30.
  11. ^ a b Sealey, p. 248.
  12. ^ Fine, p. 343
  13. ^ Nell'occasione si rese protagonista, con la sua ira, di un singolare episodio punitivo di cui Erodoto riferisce, noto come la Flagellazione dell'Ellesponto.
  14. ^ Erodoto, Storie VII, 186
  15. ^ Philip de Souza, The Greek and Persian Wars, 499-386 BC. Osprey Publishing, 2003. pp. 41. ISBN 1-84176-358-6.
  16. ^ vedi Battaglia di Imera (480 a.C.)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie
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