Guerra civile greca

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Guerra civile greca
Mappa della Grecia
Mappa della Grecia
Data giugno 1946 - 16 ottobre 1949
Luogo Grecia
Casus belli Mancato riconoscimento della monarchia (restaurata a seguito di un plebiscito) da parte dei comunisti.
Esito Vittoria dell'Esercito ellenico
Schieramenti
Grecia Grecia

Con l'appoggio militare di:

Regno Unito Regno Unito (fino al 1947)
Stati Uniti Stati Uniti (dal 1947)
DSE badge.svg Esercito Democratico Greco[1]

Flag of the SR Macedonia.svg Fronte di Liberazione Nazionale macedone


Con l'appoggio militare di:
URSS URSS
Jugoslavia Jugoslavia
Albania Albania
Comandanti
Effettivi
150.000 uomini 51.000 uomini
Perdite
16.753 morti
40.398 feriti
6.986 dispersi
865 disertori
Circa 25.000 morti, ma la cifra non si può stimare con precisione[2]
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La Guerra civile greca (in greco ο Eμφύλιος [Πόλεμος] Emfýlios [Pólemos], "la Guerra Civile") fu combattuta dal 1946 al 1949 in Grecia fra la guerriglia comunista (appoggiata dai partigiani jugoslavi del NOF) e il governo monarchico greco sostenuto dapprima dalla Gran Bretagna e poi soprattutto dagli Stati Uniti d'America. La guerra fu un momento estremamente delicato della contrapposizione USA-URSS (guerra fredda) perché si temette un allargamento dell'egemonia sovietica all'area dell'Egeo.

Grazie agli appoggi internazionali e alla netta superiorità numerica (le forze governative erano il triplo di quelle marxiste), l'Esercito ellenico riuscì a vincere il conflitto.

Durante la guerra da entrambe le parti in lotta vennero deportati decine di migliaia di bambini, figli dei rispettivi avversari politici. Circa 30.000 bambini vennero infatti deportati dalle forze comuniste del DSE in "campi di rieducazione socialista" situati nei vicini paesi comunisti del blocco sovietico, mentre altri 25.000 vennero forzatamente trasferiti dai monarchici nel sud del paese in 30 villaggi (chiamati "Città dei bambini") sotto il diretto controllo della regina Federica di Hannover e gestiti da organizzazioni religiose.

La guerra civile volse in favore delle forze anglo-greche per il venir meno dell'appoggio delle forze jugoslave in seguito alla rottura dei rapporti con Mosca. Nel 1949 le ultime bande armate comuniste si scioglievano e prevaleva così lo schieramento occidentale.

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Come negli altri paesi che hanno conosciuto la dominazione turca, la società greca si presentava chiusa e autoritaria, con un potere concentrato nelle mani dei latifondisti e dei militari, oltre che degli uomini di Chiesa. Corruzione, brigantaggio e lotta politica violenta furono elementi costanti della storia greca. Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale si ebbe la dura Guerra greco-turca che si concluse con la catastrofe dell'Asia Minore, e la conseguente ondata di un gran numero di profughi provenienti dalle regioni anatoliche che mise fine alla millenaria presenza greca in Anatolia.

Dopo gli anni del governo liberale di Eleftherios Venizelos che aveva tentato una politica di pacificazione con i paesi vicini, si ebbe nel periodo successivo alla crisi del 1929 la dittatura nazionalista di Ioannis Metaxas. La nuova dittatura, instauratasi nel 1936, si ispirava per certi versi al regime fascista di Benito Mussolini e, come questi, dava luogo a una sorta di paternalismo popolare che si concretizzava in alcune iniziative di legislazione sociale. Nel 1940, il paese fu attaccato dall'Italia, e da essa successivamente invaso grazie all'aiuto dell'esercito tedesco e bulgaro che imposero poi il consueto brutale regime di occupazione conosciuto dagli altri paesi soggetti al nazismo. La Grecia fu uno dei paesi che conobbe le maggiori sofferenze durante la guerra e, fra il 1941 e il 1942, vi imperversò una grave carestia che contribuì a un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita.

La nascita dei movimenti di resistenza[modifica | modifica sorgente]

Mentre la Grecia venne occupata da tedeschi ed italiani e ad Atene si instaurò un governo fantoccio filo-nazista, re Giorgio II, abbandonata la Grecia, si rifugiò al Cairo dove in esilio formò un governo monarchico che ricevette subito il riconoscimento della Gran Bretagna.
Di questo governo in esilio fecero inizialmente parte anche diversi ex-collaboratori del dittatore Ioannis Metaxas che furono però in un secondo tempo estromessi; intanto nel paese si organizzava la resistenza.
Il gruppo armato più consistente era rappresentato dai comunisti dell'ELAS (Esercito Popolare Greco di Liberazione), l'organizzazione militare del Fronte nazionale di liberazione greco (EAM); in precedenza il Partito comunista greco (KKE) non era risultato particolarmente forte nel paese, aveva tentato senza successo una insurrezione popolare, ma nelle consultazioni elettorali non aveva superato il 10% dei voti.

La radicalità e la brutalità dello scontro in atto aveva comunque favorito i gruppi più estremistici. Come nella vicina Jugoslavia i gruppi minori, l'EKKA (Liberazione Nazionale e Sociale) di tendenze repubblicane e l'EDES (Unione Nazionale Greca Democratica) di tendenze liberali/monarchiche furono coinvolti in scontri con il gruppo comunista che si era caratterizzato per una forma di lotta particolarmente attiva. Per porre fine agli scontri all'interno del fronte antifascista intervennero la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l'URSS ma la tensione nel paese rimase alta.

La liberazione e la ripresa delle attività politiche[modifica | modifica sorgente]

Nei primi mesi del 1944 l'EAM-ELAS costituì un governo provvisorio sulle montagne. Nell'ottobre del 1944 le truppe tedesche si ritirarono e i britannici insediarono ad Atene un governo di unità nazionale comprendente anche i comunisti, presieduto dal socialdemocratico Georgios Papandreou.
Winston Churchill, tuttavia, fu subito per l'intervento militare in appoggio al governo monarchico di Papandreu, contro i repubblicani comunisti dell'EAM:

« A mio giudizio, avendo pagato alla Russia il prezzo che abbiamo pagato per avere libertà d'azione in Grecia, non dovremmo esitare a impiegare truppe britanniche per aiutare il Regio Governo ellenico presieduto da Papandreu. Truppe britanniche dovrebbero perciò intervenire senz'altro per impedire azioni illegali. Papandreu può certo sospendere i giornali dell'EAM se questo proclamasse lo sciopero dei giornali. Spero che la brigata greca arriverà presto e non esiterà a sparare, se necessario. Perché mai si invia solo una delle brigate della divisione indiana? Abbiamo bisogno di altri 8.000 o 10.000 fanti per assicurare all'attuale Governo la capitale e Salonicco. Più tardi potremo considerare l'opportunità di estenderne l'autorità ad altre zone. Prevedo che ci sarà senz'altro uno scontro con l'EAM; noi non dovremmo sottrarci, purché il terreno sia ben scelto. »
(Lettera di Churchill al Ministro degli Esteri britannico, 7 novembre 1944[3])

Il governo di unità nazionale ebbe vita brevissima: Papandreu accolse solo in parte le richieste dei comunisti (che pretendevano diversi importanti dicasteri), quindi per protesta i ministri comunisti in carica si dimisero e fu indetta per il 3 dicembre una manifestazione per chiedere le dimissioni di Papandreu.
La manifestazione fu prima autorizzata, poi vietata quando ormai era troppo tardi. Dopo alcune scaramucce tra manifestanti e polizia, le truppe britanniche aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo decine di persone e ferendone qualche centinaio. L'ufficiale inglese W. Bydford-Jones descrisse così l'accaduto:

« Uomini, donne, bambini marciavano in file di otto o dieci; ogni terza o quarta di esse portava una bandiera alleata, una bandiera greca o uno striscione sul quale in belle lettere rosse stavano parole d'ordine simili a quelle che uomini e donne gridavano da entrambi i lati del corteo [...]. L'età dei partecipanti alla dimostrazione variava dai 10-12 anni fino ai 60 e oltre [...]. Mi colpì soprattutto un gran numero di ragazzi tra i 18 e i 30 anni. Non vi era nulla di ostile o di minaccioso nella manifestazione. [...] Quel che successe dopo fu fantasticamente irreale come gli avvenimenti in un film. Il gruppo di polizia al di sopra di me svuotò i caricatori direttamente sulla moltitudine: uomini, donne, bambini, che ancora alcuni momenti prima ci avevano lanciato richiami, erano sfilati pieni di vita e di sfida, avevano riso, avevano sventolato le loro e le nostre bandiere, caddero a terra. Sangue colò dalle ferite alla testa e dai corpi sul selciato e sulle bandiere che essi portavano »
(G. Vaccarino. La Grecia tra resistenza e guerra civile. 1940-1949, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Franco Angeli, Milano, 1988 p. 205)

Churchill si recò personalmente ad Atene il 25 dicembre offrendo una mediazione. Furono respinte le richieste dei comunisti dell'EAM e la reggenza della Corona fu assunta dall'arcivescovo Damaskinos Papandreou, che nominò capo del governo il generale Nikolaos Plastiras, ex repubblicano e già presidente onorario dell'EDES (ex gruppo partigiano di ispirazione democratico-liberale), che nutriva forti antipatie per l'ELAS.[4] Nel febbraio del 1945 il governo greco raggiunse un nuovo accordo con l'ELAS. In base agli accordi stipulati a Varkiza le formazioni partigiane avrebbero dovuto consegnare le armi (41.500 fucili, 2.015 mitragliatrici, 163 mortai e 32 pezzi di artiglieria[5]) e sarebbero state escluse dalla partecipazione al governo (mentre potevano partecipare individualmente gli ex-membri); in cambio sarebbe stata concessa un'amnistia per i reati politici (con l'esplicita esclusione dei "reati comuni"), una maggiore epurazione dei collaborazionisti all'interno della polizia, ed infine si sarebbe tenuto un referendum sulla questione istituzionale ed elezioni politiche sotto controllo internazionale.
Nonostante le vive proteste dei partigiani comunisti, presto iniziarono processi per "reati comuni" anche nei loro confronti e ciò contribuì ad agitare gli animi. In un anno, fino alla data delle elezioni si verificarono numerosi scontri in cui, secondo una stima, ci furono 1.289 persone uccise, 6.671 ferite gravemente, 31.632 torturate e 84.931 arrestate.[4] In seguito una parte dei partigiani comunisti decise di tornare a nascondersi sulle montagne.

Nel marzo 1946 si tennero le elezioni, ma l'Unione Sovietica fece mancare la sua partecipazione alla commissione di controllo delle elezioni, mentre i comunisti del KKE decidevano di non presentarsi alle elezioni e boicottarle. Le elezioni videro la vittoria della destra e dei liberali, mentre l'astensionismo fu del 40%[4] (è però difficile scremare da esso l'astensionismo "fisiologico"). Il successivo referendum istituzionale, tenutosi senza controllo internazionale, vide la vittoria della monarchia, anche se sull'evento non mancarono le denunce di brogli anche gravi.

La guerra civile[modifica | modifica sorgente]

È difficile stabilire l'inizio esatto della nuova e lunga guerra civile. Nei primi mesi del 1946 i comunisti si arroccarono nelle regioni montuose del nord dove rifiutandosi di riconoscere la monarchia (appena restaurata a seguito di un referendum), riorganizzarono l'ELAS come Esercito Democratico Greco (DSE), proclamarono la Repubblica ed ottennero il sostegno dei partigiani del NOF (combattenti provenienti soprattutto dalla Jugoslavia in quanto macedoni, ma anche da Bulgaria e Albania che vennero denunciati come paesi aggressori). La guerra civile ebbe anche una componente etnica: circa un terzo dei combattenti comunisti erano macedoni di lingua slava, e tale situazione complicava ulteriormente lo scontro in atto.

Il governo monarchico al fine di impedire i rifornimenti al nemico decise il trasferimento di interi villaggi in zone ritenute più sicure, mentre nelle zone controllate dai comunisti (che si estendevano fino al Parnaso e a pochi chilometri da Atene) erano numerosi gli episodi di prevaricazione e violenza. La contrapposizione fra le due parti, però, non poteva essere superiore: da una parte il debole governo monarchico formato da personaggi politici di basso profilo che non riuscivano a dare vita a delle maggioranze stabili, dall'altra un governo clandestino (Governo provvisorio democratico) nascosto fra le montagne guidato da Markos Vafiadis.

Il governo provvisorio, fondato nel 1947, controllava politicamente e militarmente il 70 % del territorio greco, da Evros al Peloponneso, ed aveva anche un parziale controllo delle montagne e della maggior parte delle isole. L'esercito governativo dal 1947 alla primavera del 1948 era per la maggior parte asserragliato ad Atene e nelle maggiori città, anche se aveva sotto controllo le grandi pianure della Tessaglia e di Tessalonica. Il DSE al tempo comprendeva più di 50.000 combattenti e una forte rete di simpatizzanti nelle aree rurali e montuose. Il suo quartier generale era sul monte Vitsi, vicino al confine con la Jugoslavia, appoggiato da altri due quartier generali regionali nella Grecia centrale (monte Pindo) e nel Peloponneso (monte Taigeto).[6][7][8][9]

La guerra civile in Grecia ebbe vaste conseguenze sull'opinione pubblica internazionale e sull'Europa già duramente provata. L'inverno 1946-1947 fu terribile: la situazione alimentare si presentava più grave che negli anni di guerra, le manifestazioni di protesta scuotevano molti paesi, mentre in Francia e in Italia i partiti comunisti estromessi dai governi assumevano un atteggiamento di totale ostilità nei confronti dell'esecutivo. Nell'Europa orientale anche dopo gli accordi di Jalta l'URSS non aveva smobilitato l'esercito e teneva circa 200 divisioni attive, una parte delle quali nelle regioni più vicine ai paesi occidentali. L'intervento, seppur indiretto, della Jugoslavia a favore dei ribelli e dei britannici a fianco dei monarchici poteva far pensare alla degenerazione verso un conflitto internazionale.

Winston Churchill, non più al governo, in un discorso tenuto negli Stati Uniti, denunciò quello che, a suo parere, era "il nuovo tentativo di soffocare la libertà da parte dell'Unione Sovietica". La Grecia infatti costituiva un'importante posta in gioco, insieme alla vicina Turchia, di cui l'URSS rivendicava alcune regioni di confine.[senza fonte]

Il governo greco lanciò diversi attacchi contro le regioni controllate dai comunisti, ma senza grande successo, in quanto i guerriglieri si ritirarono senza subire gravi perdite e durante l'inverno ridiscesero a valle. Nel febbraio del 1947 il governo britannico annunciò che a causa della grave situazione finanziaria del paese non era più in grado di assistere la Grecia.

L'annuncio venne accolto dai filo-monarchici come un disastro perché a loro dire il paese ellenico sarebbe caduto sotto un regime non diverso da quello degli altri paesi dell'Est se non vi fosse stato un nuovo intervento statunitense nel paese. Gli statunitensi iniziarono a inviare gli approvvigionamenti militari nei mesi successivi: in tal modo il governo greco sotto il più giovane Re Paolo ritrovò una maggiore saldezza, mentre al contrario i comunisti iniziarono una nuova strategia che si rivelò infruttuosa.

Una delle maggiori battaglie nei tre anni di guerra ebbe luogo sui monti Grammos nel 1948. Il 16 giugno, nell'ambito dell'Operazione Koronis, 100.000 soldati governativi attaccarono 12.000 combattenti del DSE asserragliati sulle montagne. Dopo due mesi di duri combattimenti, il 21 agosto, il DSE riuscì a rompere l'accerchiamento e ricongiungersi con altre forze a Vitsi. Questa azione, eseguita subito dopo una disastrosa sconfitta nel Peloponneso, fu di fondamentale importanza nell'evitare una immediata vittoria governativa.

Evacuazione dei bambini (paidomazoma)[modifica | modifica sorgente]

Uno degli aspetti più controversi del conflitto fu l'evacuazione forzata di circa 30.000 bambini (figli di anticomunisti, ma non solo) dai territori del Nord controllati dal DSE in "campi di rieducazione socialista" situati nei paesi comunisti vicini (soprattutto in Bulgaria, Cecoslovacchia, Romania e Ungheria). Una Commissione Speciale istituita all'epoca dalle Nazioni Unite (la guerra civile greca fu una delle prime questioni affrontate dalla neonata organizzazione) dichiarò che "alcuni bambini erano stati forzatamente trasferiti", in contrasto con opinioni del Partito comunista che sosteneva che l'evacuazione dalle zone di guerra era avvenuta esclusivamente su richiesta dei genitori. Numerose risoluzioni dell'Assemblea generale ONU fecero appello affinché i bambini venissero rimpatriati, ma la maggior parte di loro fece ritorno in Grecia solamente tra il 1975 e il 1990, molti anni dopo la fine della guerra, di alcune migliaia se ne persero invece le tracce e non fecero più ritorno in Grecia.[10][11]

Dalla parte opposta, un altro aspetto controverso fu il trasferimento di circa 25.000 bambini (prevalentemente figli di guerriglieri del DSE) in 30 villaggi (chiamati "Città dei bambini") nel Sud del paese gestiti da organizzazioni religiose e controllati direttamente dalla regina di Grecia Federica di Hannover; la maggioranza fu successivamente data in adozione a famiglie americane e solo oggi[Quando?] alcuni di loro iniziano a raccogliere notizie sulla propria famiglia in Grecia.[12][13][14][15][16][17][18]

In entrambi i casi ci sono reciproche accuse di sequestro di persona e di indottrinamento politico.

La fine della guerra[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 1948, una notevole porzione dell'esercito comunista, non più disperso sul territorio, rimase bloccato nel Peloponneso, dove subì la prima pesante sconfitta; la III Divisione, non riuscendo a ricevere munizioni dal quartier generale, né a catturare i depositi dell'esercito monarchico, fu completamente annientata e la maggioranza dei suoi 20.000 componenti uccisa in combattimento. Successivamente a questa sconfitta i governativi mantennero il Sud della Grecia, e il DSE dovette limitare le sue operazioni alle regioni settentrionali e ad alcune isole, perdendo in tal modo il controllo di una porzione di territorio vasta e di notevole importanza politica ed economica. Nei mesi successivi, nonostante l'invio di nuovi rifornimenti e di pezzi d'artiglieria, tentativi di contrattacco non ebbero successo.

La motivazione principale della sconfitta, però, fu politica prima che militare. Infatti la rottura fra Stalin e Tito portò nel gennaio 1949 alla sostituzione dell'eroico comandante Vafiadis (inviato in URSS dove fu posto agli arresti domiciliari) con il più docile Zachariadis, e nello stesso periodo, la cessazione degli aiuti jugoslavi al Partito Comunista Greco, che nella diatriba interna al mondo comunista si era schierato con Mosca, nonostante il governo sovietico non fornisse alcun aiuto di tipo logistico. Privo di armi e di mezzi e della possibilità di usufruire dei confini jugoslavi e sconvolto da una lotta interna per l'eliminazione degli elementi titoisti, che portò a una forte demoralizzazione, il Partito comunista era fortemente indebolito.

In seguito alla nuova controffensiva del generale monarchico Alexander Papagos, l'esercito comunista subì gravi perdite e non fu più in grado di affrontare battaglie di tipo convenzionale; entro la fine del mese di settembre tutte le maggiori unità si erano ritirate in Albania, mentre i 1000 combattenti sparsi nella Grecia meridionale erano fuggiti nei paesi dell'Europa orientale; il comando generale del DSE fu trasferito a Tashkent, in Uzbekistan, dove rimase per i successivi tre anni prima di essere sciolto. Il 16 ottobre dello stesso anno Zachariadis annunciò il cessate il fuoco, segnando definitivamente la fine della guerra.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Nei tre anni di guerra si erano avuti circa 80.000 morti e un gran numero di profughi. Molte migliaia di ex-combattenti vennero avviati al confino nelle isole, ammassati in poveri campi. La guerra, oltre ad affossare l'economia già disastrata, lasciò una profonda divisione ideologica nella popolazione, che impedì la formazione di una stabile situazione politica che portò, anni dopo, alla dittatura dei colonnelli. Solo successivamente alla caduta del regime militare, il governo conservatore di Kostas Karamanlis abolì la monarchia, legalizzò il Partito comunista e promulgò una nuova Costituzione che garantiva diritti e libertà democratiche, nonché elezioni libere.

Nel 1981 il governo di centro-sinistra del PASOK consentì ai veterani del DSE di ritornare in Grecia e istituì una pensione per coloro che avevano combattuto durante la guerra mondiale nella Resistenza contro i nazisti. Nel 1989, un governo di larga coalizione tra destra e sinistra propose una legge, poi approvata all'unanimità dal Parlamento greco, che riconosceva il conflitto avvenuto 40 anni prima non più come una insurrezione comunista, ma come una guerra civile tra l'Esercito nazionale ellenico e l'Esercito democratico greco, dando lo status di legittimi combattenti a entrambe le parti e sostituendo il termine "banditi comunisti", precedentemente in uso, con "combattenti del DSE".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Braccio armato del Partito comunista di Grecia
  2. ^ Γιώργος Μαργαρίτης, Η ιστορία του Ελληνικού εμφυλίου πολέμου ISBN 960-8087-12-0
  3. ^ Winston Churchill. La seconda guerra mondiale, vol.11: L'onda della vittoria. Oscar Mondadori. Milano, 1970, p. 326
  4. ^ a b c Rivoluzione e guerra civile in Grecia
  5. ^ André Kedros. La resistenza greca. Marsilio, Padova, 1968, p. 539
  6. ^ Experiences of Armed Struggles 1940-1949, Papageorgiou 2001
  7. ^ The Civil War in Peloponnese
  8. ^ The dead Division, Papakonstantinou
  9. ^ Charilaos Florakis and People's movement - biography
  10. ^ Dimitris Servou, "The Paidomazoma and who is afraid of Truth", 2001
  11. ^ Thanasi Mitsopoulou "We brought up as Greeks" ,Θανάση Μητσόπουλου "Μείναμε Έλληνες"
  12. ^ "Βήμα" 20.9.1947
  13. ^ "Νέα Αλήθεια" Λάρισας 5.12.1948
  14. ^ "Δημοκρατικός Τύπος" 20.8.1950
  15. ^ Δ. Κηπουργού: "Μια ζωντανή Μαρτυρία".- D. Kipourgou " A live testimony"
  16. ^ "The'Paidomazoma' and the Queen's Camps," in Lars Baerentzen et al.- Λαρς Μπαέρεντζεν: "Το παιδομάζωμα και οι παιδουπόλεις"
  17. ^ Δημ. Σέρβου: "Που λες... στον Πειραιά"- Dimitri Servou "Once upon a time...in Piraeus"
  18. ^ Αφιερωμα Στο Δσε

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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