Crisi di Berlino del 1961

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La Crisi di Berlino del 1961 (4 giugno - 9 novembre 1961) fu una grave crisi politico-militare scoppiata durante la Guerra Fredda mentre la città di Berlino era occupata. L'Unione Sovietica provocò la crisi con un ultimatum chiedendo il ritiro delle forze armate occidentali da Berlino Ovest.

L'ultimatum[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 1958 il premier sovietico Nikita Khrushchev lanciò un ultimatum dando alle potenze occidentali sei mesi per ritirarsi da Berlino e rendendo quest'ultima una città demilitarizzata. Al termine di tale periodo, Krusciov dichiarò che l'Unione Sovietica avrebbe fatto un turn over per il controllo completo di tutte le linee di comunicazione con Berlino Ovest, cosicché le potenze occidentali avrebbero potuto accedere a Berlino Ovest solamente con un permesso della Germania Est. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia risposero a questo ultimatum con fermezza, affermando di voler restare a Berlino Ovest e di poter accedere liberamente alla città.

Kruscev e Dwight Eisenhower trascorsero due giorni insieme a Camp David, il ritiro presidenziale per discuterne.

Krusciov partì convinto che un accordo fosse possibile, e decise di proseguire il dialogo in un vertice a Parigi nel maggio 1960. Tuttavia, il vertice di Parigi che doveva risolvere la questione di Berlino fu annullato il 1º maggio 1960.

L'escalation e la crisi[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 giugno 1961, il premier Krusciov provocò una nuova crisi quando ripropose la sua minaccia di firmare un trattato di pace con la Germania Est, e disse che erano pronti quattro accordi per poter garantire agli americani, inglesi e francesi il diritto di accesso a Berlino Ovest. Tuttavia, avendo fissato un altro ultimatum, con scadenza fissata al 31 dicembre 1961 le tre potenze risposero che nessun trattato unilaterale poteva cambiare la propria posizione sul diritto di libero accesso alla città.

La tensione tra i due blocchi crebbe ma il presidente americano John F. Kennedy, in un discorso pronunciato alla televisione nazionale la notte del 25 luglio, ribadì che gli Stati Uniti non erano alla ricerca di un confronto di forza e che lui riconosceva "le preoccupazioni dell'Unione Sovietica circa la loro sicurezza in Europa centrale ed orientale". Perciò manifesto di essere disposto a riprendere i colloqui.

Lo stesso giorno Kennedy chiese un aumento del contingente militare da 875 000 elementi a circa 1 milione, insieme ad un aumento del personale in servizio attivo nella Marina e dell'Aeronautica Militare di rispettivamente 29.000 e 63.000 uomini.

L'edificazione del muro di Berlino[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi del 1961 il governo cercò attivamente un sistema adeguato ad arrestare l'emigrazione della popolazione verso l'Occidente. Nell'estate del 1961, apparve chiaro che il Presidente dell'ex Repubblica democratica tedesca Walter Ulbricht, aveva persuaso i sovietici che una soluzione immediata era necessaria e che l'unico modo per fermare l'esodo sarebbe stato quello di usare la forza.

Durante la primavera e l'inizio dell'estate, il regime tedesco-orientale aveva incominciato ad accumulare scorte di materiali edili per la costruzione del Muro di Berlino.

A mezzanotte la polizia e delle unità dell'esercito tedesco-orientale iniziarono a sigillare le frontiere e dalla mattina del 13 agosto 1961 il confine con Berlino Ovest era chiuso. Le truppe tedesco-orientali avevano incominciato ad installare grovigli di filo spinato e recinzioni lungo i 156 km attorno ai tre settori occidentali. Circa 32 000 truppe da combattimento furono utilizzate nella costruzione del Muro.

Il confronto fra USA e URSS[modifica | modifica wikitesto]

Carri armati statunitensi e sovietici si fronteggiano a Checkpoint Charlie

I quattro stati con potere di governo su Berlino (Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti d'America) avevano concordato nel 1945 che il personale alleato non poteva essere fermato dalla polizia tedesca in qualsiasi settore di Berlino. Ma il 22 ottobre 1961, appena due mesi dopo la costruzione del Muro, il capo della missione USA a Berlino Ovest, E. Allan Lightner, fu soggetto a controllo nella sua auto mentre attraversava il Checkpoint Charlie per andare in un teatro di Berlino est.

Qualche giorno dopo, 33 carri armati sovietici furono fatti avanzare sino alla Porta di Brandeburgo. Curiosamente, il premier sovietico Nikita Khrushchev sostenne che i carri armati americani avevano visto i carri armati sovietici arrivare ed avevano incominciato a indietreggiare. Il colonnello Jim Atwood, allora comandante della Missione Militare USA a Berlino Ovest, concordò con le dichiarazioni di Khrushchev.

Dieci di questi carri armati continuarono ad avanzare fino a Friedrichstraße, e si fermarono solo a 100 metri dal posto di blocco sul lato del confine sovietico. I carri armati americani si voltarono verso il posto di blocco, fermandosi ad ugual distanza. Dal 27 ottobre 1961 al 28 ottobre 1961 le rispettive truppe rimasero schierate una di fronte all'altra. Come da ordine, entrambi i gruppi di carri armati erano caricati con munizioni.

Krusciov e Kennedy concordarono, per ridurre la tensione, il ritiro dei carri armati. Il checkpoint sovietico era in comunicazione diretta con Anatoly Gribkov presso l'alto comando dell'esercito sovietico, che a sua volta era sottoposto gerarchicamente direttamente a Krusciov. Il checkpoint statunitense conteneva un ufficiale della polizia militare collegato con il quartier generale della Missione Militare USA a Berlino, che a sua volta era in comunicazione con la Casa Bianca. Kennedy offrì un rilassamento della posizione americana su Berlino a patto che i carri armati sovietici fossero ritirari per primi. I sovietici concordarono. In realtà Kennedy aveva un atteggiamento pragmatico riguardo al muro: "Non è una soluzione molto elegante, ma è sempre meglio di una guerra".

Un carro armato sovietico si spostò indietro di circa 5 metri, poi un carro armato americano fece uguale. Uno ad uno i carri armati si ritirarono.

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