Embargo contro Cuba

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Fidel Castro ad un incontro delle Nazioni Unite

L'Embargo contro Cuba, conosciuto anche come el bloqueo è un embargo commerciale, economico e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba all'indomani della Rivoluzione castrista e tuttora in vigore.

Premesse[modifica | modifica sorgente]

Prima del 1959 a Cuba gli statunitensi controllavano il petrolio, le miniere, le centrali elettriche, la telefonia e un terzo della produzione di zucchero di canna. Quell'anno gli USA erano il primo partner commerciale cubano, comprando il 74% delle esportazioni e fornendo il 65% delle importazioni dell'isola[1].

La riforma agraria[modifica | modifica sorgente]

Dopo la presa del potere da parte dei rivoluzionari di Fidel Castro il 17 maggio 1959 viene varata la prima riforma agraria cubana, affidata all'INRA, Istituto Nazionale per la Riforma Agraria, che aveva il compito di espropriare e ridistribuire la terra.

La legge di riforma prevedeva la nazionalizzazione delle proprietà al di sopra dei 405 ettari e l'affidamento delle terre espropriate a cooperative agricole o a singoli coltivatori. Contemporaneamente, per impedire il minifondo, fissava dimensioni minime di 27 ettari e proibiva la vendita dei fondi ricevuti, il loro affitto e il frazionamento. Era inoltre previsto un sistema di indennizzo per gli espropriati basato sul valore dei terreni dichiarato a fini fiscali e il pagamento di questi compensi era liquidato in buoni del tesoro ventennali con un interesse massimo del 4%[2].

Gli espropri colpirono cittadini e compagnie statunitensi e spinsero il governo degli Stati Uniti a richiedere, inutilmente, una modifica degli indennizzi improntata a criteri di prontezza (compensi immediati e non dilazionati nel tempo), equità (stime basate sul valore reale e non su quello dichiarato al fisco) ed effettività (pagamenti in denaro liquido e non in titoli)[3].

Nell'ottobre 1959 il Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower reagì approvando un piano, proposto dal Dipartimento di Stato e dalla CIA, che prevedeva il supporto agli oppositori interni e includeva raid degli esuli contro l'isola a partire dal territorio statunitense. Questa prima strategia venne modificata il 17 marzo 1960 dopo una riunione nello Studio Ovale che approvò un documento, elaborato dal gruppo 5412, denominato "A Program of Covert Actions Against the Castro Regime", basato su quattro punti: creare un'opposizione unitaria al regime all'estero; mettere in pratica un'offensiva basata sulla propaganda anticastrista; mantenere agenti sull'isola; addestrare una forza paramilitare all'estero preparata per future azioni sull'isola[4][5]. Queste azioni erano conosciute dal Presidente e da una ristretta cerchia di persone ma ignorate dalla grande maggioranza dei membri del Congresso statunitense[6].

Le nazionalizzazioni[modifica | modifica sorgente]

I rapporti con gli Stati Uniti andarono sempre più deteriorandosi e all'inizio del 1960 si ripeterono le incursioni degli esuli che a bordo di aerei da turismo partivano dalla Florida per bombardare le piantagioni cubane[7]. Nel febbraio 1960 il vicepresidente sovietico Anastas Mikojan arrivò all'Avana e dichiarò che l'URSS sarebbe stata disposta ad aiutare Cuba. Tra i due Stati si stabilirono feconde relazioni diplomatiche e in breve la giovane rivoluzione poté contare su un prestito di cento milioni di dollari e un accordo per scambiare imponenti quantitativi di zucchero cubano con un'importante fornitura di petrolio sovietico.
La prima conseguenza fu che, dopo essersi rifiutate di raffinare 300.000 tonnellate di petrolio acquistate dai sovietici, le compagnie statunitensi Standard Oil, Esso e Texaco e la britannica Shell furono espropriate. Il decreto di nazionalizzazione, che porta la firma del ministro dell'industria Ernesto Che Guevara è del 29 giugno 1960[8].

Il 6 luglio 1960 il Congresso degli Stati Uniti votò una prima misura economica contro Cuba autorizzando il Presidente a ridurre o sopprimere le importazioni di zucchero da Cuba. Il giorno dopo Eisenhower emanò un provvedimento che ridusse drasticamente tali importazioni per l'anno in corso[9]. Va considerato che dall'inizio del secolo una serie di accordi commerciali avevano favorito la penetrazione della produzione di zucchero cubana negli Stati Uniti ma aveva legato l'economia cubana a questa esportazione, tanto che circa l'80% della moneta straniera che arrivava a Cuba proveniva dal commercio di zucchero con gli USA[10].
Sempre il 7 luglio, il Parlamento cubano rispose con una legge di nazionalizzazione di tutte società statunitensi operanti a Cuba. Come nel caso della riforma agraria furono previsti indennizzi attraverso buoni governativi ma si aumentava la dilazione temporale, che diventava trentennale, e si fissava un interesse annuo inferiore al 2%.

Questa legge anticipava la nazionalizzazione di tutte le grandi imprese private, che venne attuata con la legge del 13 ottobre 1960, cui Eisenhower rispose il 17 dello stesso mese con il ritiro dell'ambasciatore statunitense e la decisione di ridurre ulteriormente i commerci bilaterali[11].

Il 20 ottobre 1960 venne istituito un ampio embargo sulle esportazioni in base all'Export control Act del 1949. La scelta di fare appello a questa legge piuttosto che al Trading with the Enemy Act in teoria consentiva alle sussidiarie delle multinazionali statunitensi di aggirare il blocco[12] anche se il Consiglio di Sicurezza statunitense aveva manifestato la netta preferenza verso l'utilizzo del Trading with the Enemy Act. Tra l'agosto e il settembre di quell'anno, il Dipartimento di Stato e quello del Tesoro avevano espresso posizioni molto diverse sull'applicazione dell'embargo e mentre il primo proponeva di attenuarne gli effetti, sottolineando ad esempio la necessità di mantenere attivi canali di comunicazione telefonica e di non estendere l'embargo a medicinali e beni alimentari per ragioni propagandistiche, il Tesoro insisteva sulla necessità di un embargo rigoroso[13].

Alla fine le misure economiche contemplavano, oltre al drastico crollo delle importazioni di zucchero, il divieto di ogni tipo di commercio eccetto cibo e medicine. Gli Stati Uniti prevedevano che l'entità degli scambi tra i due Paesi sarebbero crollati dai 1.100 milioni del 1957 a 100 milioni e gli investimenti diretti statunitensi sull'isola, che prima assommavano 900 milioni, sarebbero stati totalmente azzerati[6].

Quando la quota dello zucchero cubano sul mercato statunitense venne definitivamente diminuita, nel dicembre 1960, il Governo cubano firmò accordi per vendere a tutta l'area socialista 4 milioni di tonnellate di zucchero a un prezzo preferenziale di quasi quattro centavos[14] (prezzo molto più alto rispetto alle quotazioni dello zucchero sul mercato occidentale).

La Baia dei Porci[modifica | modifica sorgente]

Il 3 gennaio 1961 Fidel Castro, sicuro che l'ambasciata statunitense fosse un covo di spie e timoroso di un'invasione, chiese alla Casa Bianca di ridurre il personale diplomatico all'Avana per raggiungere gli stessi numeri della piccola delegazione cubana a Washington. In risposta gli Stati Uniti troncarono le relazioni diplomatiche[15]. È opinione di molti analisti che la dura politica estera statunitense accelerò se non determinò l'entrata di Cuba nella sfera d'influenza sovietica[16].

Il nuovo Presidente John Fitzgerald Kennedy, che durante la campagna elettorale aveva accusato Richard Nixon (candidato Repubblicano e vicepresidente con Eisenhower), di aver consegnato Cuba al comunismo[11], autorizzò nel febbraio 1961 la realizzazione pratica di un piano di intervento denominato Operazione Zapata, elaborato sulla scia del Programma per un'azione segreta contro il regime di Castro approvato dall'amministrazione Eisenhower il 17 marzo 1960[17]. L'azione iniziò con alcuni bombardamenti aerei su piccola scala che resero palese l'intento di procedere a un'invasione e ebbero come prima conseguenza il fermo di molti dissidenti cubani. Il 16 aprile 1961 Castro dichiarò Cuba stato socialista e il giorno successivo iniziò lo Sbarco nella Baia dei Porci.

Il tentativo di invasione si risolse in un clamoroso fallimento. Circa 1189 controrivoluzionari furono arrestati, imprigionati e processati. Venti mesi dopo, il 23 dicembre 1962, furono rilasciati, in cambio di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e farmaci[18].

El bloqueo[modifica | modifica sorgente]

Cuba prima dell'embargo

Prima del blocco Cuba importava dagli Stati Uniti i mezzi di trasporto, gli elettrodomestici e quasi 30.000 articoli, utili e inutili per la vita quotidiana. Le prime misure della Rivoluzione avevano aumentato il potere d'acquisto delle classi deboli che avevano scoperto il piacere di consumare. All'inizio del 1961 il mercato nero cominciava a interessare le manifatture ma non c'era ancora la percezione dello stato delle cose perché la mancanza di beni contrastava con la gran quantità di denaro in circolazione. Il 12 marzo 1962 venne imposto un drastico razionamento dei beni alimentari e più tardi vennero a mancare molti articoli di uso domestico. Il Natale del 1962 fu il primo ad essere festeggiato senza carne di maiale e torrone, con i giocattoli razionati. Ma fu il primo nella storia di Cuba in cui tutti i bambini, senza eccezione, ebbero almeno un giocattolo.[19].

Il blocco economico contro Cuba scatta ufficialmente con il Proclama 3447 nel 1962.

Alcuni analisti evidenziano comunque come il Proclama 3447 segni il culmine dell'escalation di un conflitto che, pur non sfociando in un diretto conflitto armato, ha le caratteristiche di una guerra dal punto di vista diplomatico, economico e legale delle relazioni[20].

Nel frattempo gli Stati Uniti non rinunciarono a colpire Cuba in modo più diretto e a partire dal 1961 tentarono di destabilizzare il Governo castrista con atti di terrorismo e sabotaggi, come previsto dall'Operazione Mangusta.

Il Proclama 3447[modifica | modifica sorgente]

Dal 22 al 31 gennaio 1962 si svolse a Punta del Este, in Uruguay, l'ottavo "Meeting of Consultation of Ministers of Foreign Affairs" (Incontro di Consultazione dei Ministri degli Affari Esteri) dell'OAS. Il Documento finale approvato dai partecipanti parlava esplicitamente di "offensiva comunista in America", paventando un pericolo per le istituzioni democratiche e l'unità del Continente. Per questo istituiva un Comitato Speciale per la Sicurezza contro la sovversione comunista e dichiarava Cuba escluso dal Sistema Interamericano[21].

Il 7 febbraio 1962, con il Proclama 3447 Kennedy ampliò le restrizioni commerciali varate da Eisenhower nell'ottobre 1960 e impose l'embargo su ogni tipo di scambio. Il Proclama 3447, che faceva esplicito riferimento agli esiti del meeting di Punta del Este, richiamò l'autorizzazione emanata dal Congresso il 4 settembre 1961 con il "Foreign Assistance Act"[22]; ma al contrario di questa, che cercava le ragioni dell'embargo anche nel danno economico provocato ai cittadini statunitensi dagli espropri, l'atto presidenziale pose l'accento solo sull'allineamento ideologico del governo di Cuba al comunismo sino-sovietico[23]. Il portavoce di Kennedy, Pierre Salinger, dichiarò che prima di siglare l'embargo il Presidente lo incaricò di procurargli un migliaio di sigari H. Upmann, un particolare tipo di cubani che fumava abitualmente e che presto non avrebbero più potuto essere acquistati negli States[24].

La Crisi di Cuba[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Crisi dei missili di Cuba.

Sentendosi minacciati dalla vicina superpotenza, i cubani chiesero all'Unione Sovietica l'installazione di batterie di missili nucleari sul proprio territorio. Il 14 ottobre 1962 un aereo spia U-2 statunitense evidenziò la costruzione di una postazione missilistica e, dopo successive ricognizioni, il Presidente Kennedy annunciò in un appello televisivo del 22 ottobre la scoperta delle installazioni e dichiarò l'Unione Sovietica direttamente responsabile di eventuali attacchi missilistici provenienti da Cuba. Kennedy ordinò inoltre una "quarantena" navale sull'isola per prevenire ulteriori consegne di materiale militare, evitando di utilizzare il termine blocco navale in quanto interpretabile come atto di guerra in base al diritto internazionale. La crisi terminò il 28 ottobre con il ritiro dei missili sovietici in cambio del ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia e della garanzia che gli USA non avrebbero appoggiato un'invasione a Cuba e la quarantena navale venne rimossa il 20 novembre.

Terminata la Crisi dei Missili, Kennedy intensificò le sanzioni contro Cuba. Il 7 febbraio 1963 venne proibito il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero fatto tappa nei porti cubani.

Il Cuban Asset Control Regulation[modifica | modifica sorgente]

L'8 luglio 1963, utilizzando il Trading with the Enemy Act, venne infine varato i Cuban Assets Control Regulations (CACR). Con questi regolamenti sul controllo dei patrimoni cubani si proibisce l'esportazione di prodotti, tecnologie e servizi statunitensi a Cuba, sia direttamente che attraverso Stati terzi. Viene inoltre proibita l'importazione di prodotti cubani, sia direttamente che indirettamente, fatta eccezione per materiale informativo e opere d'arte con valore inferiore ai 25.000 dollari. Si sancisce il totale congelamento dei patrimoni cubani (sia statali, sia dei cittadini) in possesso statunitense e viene posto l'assoluto divieto di mandare rimesse a Cuba o favorire viaggi verso gli Stati Uniti, prevedendo licenze particolari solo in caso di emergenze umanitarie[25][26].

Il Cuban Democracy Act[modifica | modifica sorgente]

Tale documento stabilisce che verrà tolto l'embargo quando saranno soddisfatte alcune condizioni:

  1. Svolgimento di elezioni libere e oneste
  2. Ripristino dei partiti di opposizione, dando loro il tempo di riorganizzare la campagna elettorale
  3. Rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani dei cittadini cubani
  4. Instaurazione di un regime economico di libero scambio
  5. Modifiche costituzionali tali da permettere elezioni libere e oneste come al punto 1

La legge Helms-Burton[modifica | modifica sorgente]

Tale legge, del 1996, aggrava l'embargo stabilendo che gli USA ritireranno tutti i finanziamenti verso le organizzazioni internazionali che violeranno l'embargo e annullerà le importazioni verso quei paesi che effettueranno traffici con Cuba nella stessa misura delle importazioni da questi effettuate. Tale legge è stata ritenuta da molti illegittima in quanto, oltre a contribuire al mantenimento dell'economia cubana a uno stadio di povertà, viola il diritto di autodeterminazione, la libertà degli scambi economici, il divieto di non ingerenza nelle questioni di sovranità interna.

La presidenza Bush[modifica | modifica sorgente]

La presidenza Obama[modifica | modifica sorgente]

Il 13 aprile 2009 il presidente statunitense Barack Obama ha ordinato la revoca delle restrizioni ai viaggi e alle rimesse per i cubano-americani con parenti nell’isola. La direttiva allarga tra l'altro la gamma di oggetti che potranno essere spediti a Cuba conservando il divieto di inviare doni ai dirigenti del Partito Comunista Cubano e agli alti funzionari del governo.[27] La decisione mira a rendere il popolo cubano "meno dipendente dal regime castrista"[28]. Il segretario del Partito Comunista Cubano, Fidel Castro, ha commentato le aperture chiedendo la fine dell'embargo e affermando che "Cuba ha resistito e resisterà ancora. Non tenderà la mano per chiedere l'elemosina. Andrà avanti con la testa alta"[29].

El Bloqueo e la Comunità Internazionale[modifica | modifica sorgente]

Il 26 luglio 1964 sanzioni multilaterali furono varate dall'OAS vennero poi ritirate il 29 luglio 1975.

Il Rapporto di Cuba sulla Risoluzione 62/3 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite[30] denuncia che per i suoi obiettivi, per la sua portata e per i mezzi impiegati per ottenerli, il blocco degli Stati Uniti contro Cuba si qualifica come un atto di genocidio in base a ciò che sancisce la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 9 dicembre 1948, e come un atto di guerra economica, in base alla Conferenza Navale di Londra del 1909.

L'espressione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite[modifica | modifica sorgente]

Nell'ottobre 2011 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 187 voti favorevoli, 2 contrari (Israele e Stati Uniti), e 3 astensioni (i piccoli stati di Palau, Isole Marshall e Micronesia) una mozione per chiedere agli Stati Uniti la cessazione dell'embargo[31][32].

In precedenza l'ONU si era già espressa svariate volte contro l'embargo, con una maggioranza sempre più ampia: dai 59 voti contro l'embargo del 1992, si è passati a 179 nel 2004, 182 nel 2005, 184 nel 2007 e 185 nel 2008[33]. Nel 2009 i voti favorevoli sono saliti a 187 voti favorevoli, con 3 contrari (Israele, Palau e Stati Uniti) e 2 astenuti (Isole Marshall e Micronesia)[34]. Nel 2010 si è ripetuto l'esito dell'anno precedente, con la significativa eccezione di Palau, che non ha più espresso un voto contrario ma ha preferito l'astensione lasciando così soltanto Israele e Stati Uniti ad opporsi alla cessazione dell'embargo[35][36].Nel 2013, per la ventiduesima volta, l'Assemblea dell'ONU si è espressa contro l'embargo con 188 voti favorevoli, 2 contrari (USA e Israele) e 3 astenuti (Palau, Micronesia e Isole Marshall).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Thomas G. Paterson, Kennedy's quest for victory, pag.127
  2. ^ Angelo Trento, La rivoluzione cubana, pag.26
  3. ^ Angelo Trento, La rivoluzione cubana, pag.27
  4. ^ Stephen G. Rabe, Eisenhower and Latin America, pag. 129
  5. ^ Patrick Jude Haney, Walt Vanderbush, The Cuban embargo, pag.14
  6. ^ a b Patrick Jude Haney, Walt Vanderbush, The Cuban embargo, pag.15
  7. ^ Angelo Trento, La rivoluzione cubana, pag.28
  8. ^ Roberto Occhi, Che Guevara. La più completa biografia
  9. ^ Leo Hubermann & Paul Sweezy, Il socialismo a Cuba, pag.112
  10. ^ Patrick Jude Haney, Walt Vanderbush, The Cuban embargo, pag.13
  11. ^ a b Stephen G. Rabe, Eisenhower and Latin America, pag.169
  12. ^ Morris H. Morley, Imperial state and revolution, pag.121
  13. ^ Morris H. Morley, Imperial state and revolution, pag.120
  14. ^ Ernesto Guevara, America latina. Il risveglio di un continente
  15. ^ Thomas G. Paterson, Kennedy's quest for victory, pag.129
  16. ^ Arthur Schlesinger, I mille giorni
  17. ^ David J. Ulbrich, Temple University, Research Note: "A Program For Covert Action Against The Castro Regime, 16 March 1960" [1]
  18. ^ John F. Kennedy Presidential Library and Museum
  19. ^ Gabriel García Márquez, La Havane au temps du blocs in Revue Autrement collection Monde n°35, gennaio 1989
  20. ^ Brien Hallett, The lost art of declaring war, pagg.133-134
  21. ^ Eight Meeting of Consultation of Ministers of Foreign Affairs Final Act
  22. ^ Foreign Assistance Act of 1961, Section 620: Prohibitions Against Furnishing Assistance. Consultabile in Legislation on Foreign Relations Through 2002, pagg.298-308
  23. ^ Brien Hallett, The lost art of declaring war, pag.134
  24. ^ Pierre Salinger, Kennedy, Cuba and Cigars
  25. ^ Di Matías F. Travieso-Díaz, The laws and legal system of a free-market Cuba, pag.18
  26. ^ Riepilogo sul CACR del Dipertimento del Tesoro USA
  27. ^ Articolo della Repubblica del 13 aprile 2008
  28. ^ Articolo della nazione del 13 aprile 2009
  29. ^ Articolo della Repubblica del 14 aprile 2009
  30. ^ Contenuti del rapporto in italiano
  31. ^ CUBA: PER LA VENTESIMA VOLTA ONU CONDANNA EMBARGO USA
  32. ^ Cuba: Per La Ventesima Volta Onu Condanna Embargo Usa - Yahoo! Notizie Italia
  33. ^ Cuba:Assemblea ONU dice ancora una volta basta a embargo USA, agenzia ASCA, del 28 ottobre 2009
  34. ^ ibidem
  35. ^ Gianni Minà per il Fatto
  36. ^ Assemblea Generale Onu vota contro embargo Usa

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Roberto Occhi, Che Guevara. La più completa biografia, Verdechiaro edizioni, 2007, ISBN 8888285296
  • Ernesto Guevara, America latina. Il risveglio di un continente, Feltrinelli, 2005
  • Patrick Jude Haney & Walt Vanderbush, The Cuban embargo: the domestic politics of an American foreign policy, University of Pittsburgh Press, 2005, ISBN 0822958635
  • Angelo Trento, La rivoluzione cubana, Giunti, 2002, ISBN 8809022629
  • Angelo Trento, Castro e Cuba: dalla rivoluzione a oggi, Giunti, 2000, ISBN 8809212762
  • Brien Hallett, The lost art of declaring war, University of Illinois Press, 1998, ISBN 0252067266
  • Di Matías F. Travieso-Díaz, The laws and legal system of a free-market Cuba: a prospectus for business, Greenwood Publishing Group, 1997, ISBN 1567200516
  • Leo Hubermann & Paul Sweezy, Il socialismo a Cuba, Edizioni Dedalo, 1994, ISBN 8822009010
  • Michael Krinsky, David Golove, United States Economic Measures Against Cuba, Aletheia Press, 1993
  • Pierre Salinger, Kennedy, Cuba and Cigars in Cigar Aficionado, Shanken Communications, Herbst, 1992
  • Maurice Lemoine, Cuba, 30 ans de révolution, Autrement, 1989, ISBN 2746710536
  • Thomas G. Paterson, Kennedy's quest for victory, Oxford University Press US, 1989, ISBN 019504584X
  • Stephen G. Rabe, Eisenhower and Latin America: The Foreign Policy of Anticommunism, UNC Press, 1988, ISBN 0807842044
  • Arthur Schlesinger, I mille giorni, Rizzoli, 1965

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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