Lyndon B. Johnson

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Lyndon B. Johnson
Ritratto presidenziale ufficiale di Lyndon B. Johnson (particolare)

Ritratto presidenziale ufficiale di Lyndon B. Johnson (particolare)


36° Presidente degli Stati Uniti
Durata mandato 22 novembre 1963 - 20 gennaio 1969
Predecessore John F. Kennedy
Successore Richard M. Nixon

37° Vicepresidente degli Stati Uniti
Durata mandato 20 gennaio 1961 - 22 novembre 1963
Presidente John F. Kennedy
Predecessore Richard M. Nixon
Successore Hubert Humphrey

Dati generali
Partito politico Democratico
Tendenza politica Centrista
Liberal moderato
Professione Imprenditore agricolo
Firma Firma di Lyndon B. Johnson

Lyndon Baines Johnson, noto anche come LBJ, (Stonewall, 27 agosto 1908Stonewall, 22 gennaio 1973), è stato un politico statunitense, 36º presidente degli Stati Uniti d'America. Divenne presidente degli Stati Uniti d'America dopo l'improvvisa morte di John Fitzgerald Kennedy, ucciso in un attentato a Dallas il 22 novembre 1963.

Johnson è noto principalmente come "il presidente dei diritti civili", della "guerra alla povertà" e della cosiddetta "Great Society" ("Grande Società"), ma anche per aver incrementato l'impegno del paese nella disastrosa guerra del Vietnam, in funzione anticomunista, guerra comunque non imputabile a Johnson, che fu ostacolato nelle trattative di pace ed ereditò il conflitto dalle amministrazioni precedenti.

Nascita e primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Il piccolo Johnson

Nacque il 27 agosto 1908, a Stonewall (Texas), nei pressi di Johnson City, piccola cittadina che portava il nome di suo nonno, cowboy che aveva guidato le mandrie attraverso lo stato. Il padre era un contadino. Prima di darsi alla politica, lavorò in un cantiere, lavò i pavimenti e fece il custode.[1]

Università e ingresso in politica[modifica | modifica wikitesto]

La sua carriera politica iniziò quando un deputato texano, Richard M. Kleberg, gli offrì un posto come segretario. Johnson approfittò dell'occasione per studiare legge alla Georgetown University. Era un seguace di Roosevelt, e collaborò al suo programma del New Deal.[1] Più tardi ripudiò la matrice progressista liberal rooseveltiana, assumendo posizioni schiettamente conservatrici, in stretta correlazione coi profondi cambiamenti che avvenivano nel corpo elettorale texano, e si espresse in modo decisamente ostile nei confronti dei diritti civili delle minoranze nere. Questa fu una manovra eminentemente politica, tanto che non si può certamente stabilire quanto fosse in sintonia con gli intimi convincimenti di Johnson, che successivamente avrebbe fatto dei diritti civili uno dei suoi "cavalli di battaglia" della sua Presidenza. Il 17 novembre 1934 Johnson sposò Claudia Alta Taylor detta Lady Bird.[1]

Servizio militare ed elezione al Congresso[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1937 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti. Il 30 ottobre dello stesso anno Johnson entrò nella Massoneria nella loggia n. 561, a Johnson City. Molti, compresi la maggioranza degli affiliati e delle logge, non lo annoverano tra i presidenti massoni poiché si allontanò quasi subito dall'ordine, e completò solo l'iniziazione come "Apprendista", non divenendo quindi mai né "Muratore" né "Maestro".[2] Partecipò come ufficiale di marina alla seconda guerra mondiale, e nel 1949, al suo secondo tentativo, fu eletto al Senato.

Johnson e Kennedy nel 1961.

Il suo primo tentativo, nel 1941, era stato accompagnato da insistenti voci circa gli illeciti perpetrati dal senatore uscente, W. Lee "Pappy" O'Daniel, e da Johnson stesso, che non contestò il risultato che lo vedeva uscire sconfitto. Non mancarono d'altronde, per tutto il corso della sua vita, allusioni anche sulla maniera poco limpida in cui si sarebbe affermato - di strettissima misura - sull'ex-Governatore del Texas, il popolarissimo e razzista Coke Stevenson, ben noto per i suoi atteggiamenti filo-segregazionisti della minoranza di colore.[1]

Candidatura alla Casa Bianca e nomina alla Vicepresidenza[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1953 divenne il leader del partito democratico. Si candidò alle primarie venendo sconfitto da John Kennedy. Mantenne l'incarico di leader dei "Democrats" finché fu scelto come candidato alla vicepresidenza quando Kennedy si presentò alle elezioni presidenziali del 1960. Secondo molti la sua presenza fu determinante per attirare su John Kennedy molti voti del sud. Nonostante l'avversione di Robert Kennedy, e in generale i rapporti non ottimali con l'intera famiglia Kennedy, nei suoi confronti, JFK decise comunque di portare Johnson nel governo per poter avere i suoi cospicui voti, soprattutto quelli del Texas.[1]

Presidenza[modifica | modifica wikitesto]

Lyndon B. Johnson presta giuramento nell'ufficio dell'aereo presidenziale. Accanto Jacqueline, vedova di Kennedy, con gli abiti macchiati di sangue. Nella foto sono visibili anche alcuni senatori e deputati, membri dell'entourage presidenziale, il giudice Hughes e la moglie del Presidente
« Questo è un momento triste per ogni persona. Abbiamo sofferto una perdita che non può essere quantificata. Per me, si tratta di una profonda tragedia personale. So che il mondo condivide il dolore che la signora Kennedy e della sua famiglia. Farò del mio meglio. Questo è tutto quello che posso fare. Chiedo il vostro aiuto - e quello di Dio »
(Lyndon Johnson, discorso televisivo del 22 novembre 1963)

Lyndon B. Johnson salì inaspettatamente e improvvisamente alla massima carica in quel drammatico 22 novembre 1963, subito dopo l'assassinio di John F. Kennedy. Avendo una notevole abilità nelle grandi manovre parlamentari e conoscendo i meccanismi della democrazia, ci si aspettava riuscisse a superare molti problemi economici e legislativi che avevano frenato il predecessore, e fu così. Johnson giurò fedeltà alla Costituzione degli Stati Uniti, secondo la cerimonia prevista, cioè con la mano sinistra sulla Bibbia e la mano destra alzata, ma in maniera dimessa, sullo stesso aereo presidenziale che riportava a Washington il corpo di Kennedy, alla presenza della vedova Jackie Kennedy e del giudice distrettuale Sarah H. Hughes.

In realtà, si scoprì poi, Johnson non utilizzò la Bibbia, ma un messale cattolico, unico libro disponibile ritenuto adatto alla circostanza, trovato nella scrivania di Kennedy.[1] La cerimonia avvenne all'interno dell'ufficio di bordo dell'aereo, presso il Love Field Airport a Dallas il 22 novembre 1963, due ore e otto minuti dopo la morte del presidente Kennedy. Il giudice federale Sarah T. Hughes fu scelta come ufficiale civile, in quanto vicina a Dallas e come amica di famiglia di LBJ, facendo di lui il primo presidente che giurò nelle mani di una donna. Egli è anche l'unico presidente ad aver giurato sul suolo del Texas, il suo stato natale.[1]

Johnson davanti alla scrivania nello Studio Ovale, ritratto poco prima di lasciare la carica (1969)

Lyndon B. Johnson tenne il suo discorso al Congresso, in cui ricordava il Presidente scomparso: "Nessuna orazione commemorativa o più eloquente elogio potrebbe onorare la memoria del presidente Kennedy che il passaggio, prima possibile, della proposta di legge per i diritti civili per i quali ha combattuto così a lungo". L'ondata di lutto nazionale dopo l'assassinio dette un enorme impulso alla promessa di Johnson di portare a compimento i programmi di Kennedy.[1]

Volendo approfondire i risultati dell'inchiesta dell'FBI sull'assassinio Kennedy, e, a causa dell'impossibilità di celebrare un processo contro il presunto omicida, ucciso due giorni dopo da Jack Ruby, nella settimana successiva l'assassinio del Presidente, Lyndon Johnson creò un gruppo guidato dal presidente della Corte Suprema Earl Warren, conosciuto come la Commissione Warren, per indagare sul delitto. La Commissione concluse che l'unico sospettato, l'ex Marine Lee Harvey Oswald, attivista filocastrista e squilibrato, assassinò Kennedy da solo.

Non tutti erano d'accordo con la Commissione Warren, e numerose indagini, pubbliche e private, hanno continuato a indagare per decenni sulla vicenda. Il fratello del presidente defunto, il procuratore generale Robert F. Kennedy, con il quale Johnson aveva un rapporto notoriamente difficile, rimase in carica per pochi mesi fino a lasciare nel 1964, andando a correre per il Senato. Johnson era ritenuto dagli analisti e dai giornalisti politici un semplice funzionario di transizione, anche se avrebbe presto smentito queste voci.

La politica interna: i diritti civili e la Great Society[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Civil Rights Act of 1964, Grande Società e Sistema sanitario degli Stati Uniti d'America.
« Non c'è alcun problema sui diritti degli Stati membri o sui diritti federali. C'è solo la lotta per i diritti umani. »
(Johnson al congresso, prima del voto finale sui diritti civili)

Johnson compì il resto del mandato presidenziale di Kennedy muovendosi con cautela. Nel 1964, scaduto il mandato, si ricandidò battendo nettamente il candidato repubblicano Barry Goldwater alle Elezioni presidenziali di quell'anno. Vinse col 61,1% dei voti, conquistando 44 stati su 50, una delle vittorie più schiaccianti della storia americana. La campagna elettorale ad effetto - raffigurante una bambina che sfoglia una margherita per decidere, contrapposta al pericolo di una guerra nucleare nel caso di vittoria repubblicana - fu curata dall'agenzia pubblicitaria DDB di Bill Bernbach.[3][4] Legittimato dall'ampia vittoria personale, Johnson cominciò la sua politica, varando criticate spese sociali, completamento e superamento di quello che Kennedy aveva cominciato.

Johnson firma il Civil Rights Act. Alle sue spalle è visibile Martin Luther King

Da presidente varò una serie di riforme (la cosiddetta "Great Society", che divenne l'erede della "Nuova Frontiera" di Kennedy e la "guerra alla povertà"): si impegnò per completare la legge sui diritti civili (Civil Rights Act of 1964), che fece segnare un passo avanti sull'integrazione degli afroamericani e delle minoranze nella società statunitense, e migliorò il sistema scolastico, introducendo le borse di studio e un sistema sanitario pubblico, il cosiddetto Medicare (riservato agli anziani) e Medicaid, le prime e uniche leggi sulla copertura sanitaria ufficiale, caratterizzate dalla volontà di introdurre una copertura universale[5], degli Stati Uniti, fino alla recente Obamacare. Entrambi erano integrazioni del Social Security Act di Roosevelt.[1].

Inoltre, nel 1965, egli diede vita, a partire da un'idea già espressa da Kennedy, ad una struttura denominata VISTA, acronimo di 'Volunteers In Service To America', con finalità di assistenza sociale ed operante sulle questioni della povertà e della emarginazione sociale, basata essenzialmente sul volontariato. Sotto la sua amministrazione gli USA attraversarono un periodo di prosperità economica, soprattutto dovuta al forte aumento della spesa pubblica causato dalle riforme e dalla guerra del Vietnam. Sul piano sociale fu un periodo molto turbolento, a causa dell'estremizzazione del movimento per i diritti civili e delle proteste studentesche contro la guerra del Vietnam.

Johnson (sinistra) con l'ex Presidente Truman, al momento della firma della legge sull'assistenza sanitaria

Cruciali per il passaggio del Civil Rights Act non erano solo le manovre congressuali, ma anche la pressione dell'opinione pubblica, che era stata alimentata da una campagna guidata da Dr. Robert Hayling[6] e da Martin Luther King a St. Augustine (Florida) - "la più antica città della nazione"[7] - nella primavera ed estate del 1964. I gravi incidenti a St. Augustine, tra cui l'arresto di Martin Luther King in un ristorante segregazionista, l'arresto di massa più grande della storia americana di rabbini, l'arresto della madre di 72 anni del governatore del Massachusetts,[8] gli interventi energici a St. Augustine Beach, molti pestaggi brutali e il versamento di acido nella piscina di un motel quando un gruppo di bianchi e neri stava nuotando, dimostrava al popolo americano la necessità di approvare la legge.[9]

Nello stato del Mississippi inizia una campagna per la registrazione dei neri nelle liste elettorali guidata da SNCC, NAACP, CORE e SCLC. Il locale governo, forze dell'ordine, White Citizens' Council e Ku Klux Klan si oppongono in ogni modo ricorrendo a intimidazioni, arresti, pestaggi, torture e omicidi. In definitiva, il 19 giugno, il disegno di legge sostitutivo (di compromesso) fu approvato al Senato con un voto di 73-27, e rapidamente passò attraverso il Congressional conference committee di Camera e Senato, che ne adottò la versione del Senato. La legge, nella versione di compromesso, fu approvata dalle due assemblee del Congresso e venne firmata dal Presidente Johnson il 2 luglio 1964. La leggenda vuole che, quando appoggiò la penna Johnson disse a un aiutante, riferendosi al Partito Democratico, "Abbiamo perso il Sud per una generazione."[10]

Johnson era quindi consapevole che queste leggi, soprattutto quella sui diritti civili avrebbero fatto perdere consensi al sud. Dopo alcuni omicidi politici Johnson attaccò pubblicamente il Ku Klux Klan definendola come "una società di incappucciati fanatici". Nominò poi Thurgood Marshall, avvocato, come primo giudice afroamericano della Corte Suprema.[1] Fece inoltre varare una legge per il controllo delle armi, e incrementò il programma spaziale che avrebbe portato allo sbarco sulla Luna del 1969. Intanto il Mississippi Freedom Democratic Party, nato per riunire gli elettori democratici antisegregazionisti, designa propri delegati alla Convention democratica e sfida il tradizionale Partito formato da soli bianchi. Johnson, però, arresta l'operazione per paura di perdere consensi in campagna elettorale.

Dovette però successivamente affrontare le proteste nelle periferie, sia da parte di estremisti neri che volevano una politica più radicale, soprattutto dopo gli omicidi, ad opera di militanti segregazionisti, di Malcolm X (1965) e Martin Luther King (1968), sia da parte dei razzisti bianchi che non accettavano le nuove leggi e la mescolanza razziale che secondo loro ne sarebbe derivata. Johnson inviò l'esercito per sedare le rivolte ma anche per proteggere la popolazione di colore dalle rappresaglie negli stati del sud. Dal 7 al 16 marzo 1965, in Alabama, alcune marce di attivisti per i diritti civili partiti da Selma e diretti a Montgomery vengono bloccati da un largo spiegamento di forze dell'ordine che attacca i manifestanti provocando diversi feriti e un morto, nella cosiddetta Bloody Sunday).

L'11 agosto a Los Angeles, nel quartiere di Watts, scoppia una sommossa a sfondo razziale che dura per 6 giorni e produce 34 morti e 1032 feriti (Fatti di Watts). Johnson firma sempre la legge sul voto nel 1965, la quale proibisce agli stati pratiche e procedure che inquinino il diritto di voto e specificamente bandisce i test di alfabetizzazione come requisito per le liste elettorali, uno dei metodi principali introdotti negli stati del sud per impedire il voto agli afroamericani. Successivamente si giunge a numerose altre leggi, come il Civil Rights Act del 1968[11]. Vennero quindi completamente proibite le discriminazioni razziali sulla scelta dei candidati ai posti di lavoro, nelle scuole e negli affitti delle case ed in qualunque altro luogo, incrementando anche la presenza dei neri in politica.

Politica estera: la guerra del Vietnam[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dottrina Johnson e Guerra del Vietnam.
« Io spero e prego ogni giorno che il mondo possa imparare. Quegli incendi che noi non causiamo saranno più grandi. Dobbiamo salvare la libertà ora ad ogni costo. Oppure ogni giorno della nostra libertà sarà perduto. »
(Lyndon Johnson comunica alla Nazione la dichiarazione di guerra al Vietnam del Nord.)

In politica estera l'amministrazione Johnson fu considerata artefice del disastro in Vietnam. Il problema era ereditato dalle amministrazioni precedenti, soprattutto da Kennedy, ma fu lui (malgrado la sua attitudine a mantenere una certa prudenza rispetto ad ulteriori coinvolgimenti, influenzato largamente dai suoi consiglieri, in buona parte già membri dello staff di JFK) a dare la spinta decisiva che nel 1964 avrebbe portato all'ostilità aperta contro il Vietnam del Nord.

Lyndon Johnson

In seguito ad un presunto attacco ad una nave americana nel Golfo del Tonchino, Johnson convinse il Congresso ad approvare la Risoluzione del Golfo del Tonchino, con la quale si davano pieni poteri al governo per gestire il conflitto. Il pessimo andamento della guerra del Vietnam portò ad una crescente sfiducia dell'opinione pubblica nei suoi confronti, e nel 1968, in seguito all'offensiva del Têt, l'amministrazione fu accusata di aver mentito al popolo americano sull'andamento della guerra. Johnson dichiarò nel 1965:

« Ho chiesto al generale Westmoreland che cosa gli servisse per far fronte a questa crescente aggressione. Me lo ha detto. E noi soddisferemo le sue richieste. Non possiamo essere sconfitti con la forza delle armi. Rimarremo in Vietnam. »
(Lyndon Johnson in un discorso televisivo alla Nazione il 28 luglio 1965[12].)

Le fallite trattative di pace[modifica | modifica wikitesto]

« Mi sento come un autostoppista colto da una grandinata su un'autostrada del Texas. Non posso scappare. Non posso nascondermi. E non posso farla cessare. »
(Johnson sulla guerra in Vietnam[13])

Johnson cercò quindi di tornare sui suoi passi e favorire delle trattative di pace con il Vietnam del Nord. Tali trattative fallirono miseramente in quanto i rappresentanti del Vietnam del Sud non furono convocati e quindi non si presentarono ai colloqui di Parigi. Secondo il giornalista Christopher Hitchens furono le manovre politiche del futuro presidente Nixon e di Henry Kissinger a far fallire le trattative di pace di Johnson, che avrebbero potuto porre fine al conflitto con anni di anticipo.[14]

Johnson fotografato nel suo ranch nel 1972

Declino e ritiro[modifica | modifica wikitesto]

Dopo questi fatti, a sorpresa Johnson, ormai stanco, anche per i problemi di salute che lo affliggevano da parecchi anni, decise di ritirarsi dalla corsa alle elezioni presidenziali di quell'anno:

« Sono giunto alla conclusione che non ammetterò che la presidenza si lasci coinvolgere nelle divisioni di partito che si annunciano in questa annata politica... Di conseguenza non accetterò la candidatura del mio partito per un altro mandato come vostro Presidente »
(Lyndon Johnson in un discorso televisivo alla Nazione il 31 marzo 1968[15].)
La tomba di Johnson

I Democratici candidarono, tra gli altri, alle primarie, il vecchio rivale di Johnson, Robert Kennedy, il quale fu però assassinato lo stesso anno di Martin Luther King, nel difficile 1968. Alle elezioni di novembre il repubblicano Richard Nixon, ex delfino di Eisenhower, sconfitto da Kennedy nel 1960, e strenuo avversario della politica sociale di Johnson divenne nel 1969 il nuovo Presidente; Nixon continuò convintamente la guerra, fino alla sconfitta ed al trattato di Parigi del 1973, che sancì la riunificazione del Vietnam sotto il governo comunista nel 1975, decretando il fallimento bellico della politica estera di Johnson.

Dopo il passaggio delle consegne il 20 gennaio 1969, Lyndon Johnson si ritirò nel ranch che aveva a Stonewall, nel natìo Texas, dove si occupò della conduzione delle sue terre e dell'amministrazione delle sue proprietà, intervenendo però a una convention democratica ed in poche altre occasioni. L'ormai ex Presidente non avrebbe visto, per pochi giorni, nemmeno la stipula del trattato con i vietnamiti, che avrebbe messo fine ufficialmente alla guerra in Vietnam degli Stati Uniti.[1] Dopo la fine della presidenza, Johnson ricominciò a fumare, cosa che aveva smesso di fare nel 1955, dopo il primo infarto. Le sue condizioni cardiache peggioravano sempre di più, e anche un'operazione di bypass coronarico sarebbe stata inutile, se non dannosa e pericolosa.[16]

Morte e sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

A Stonewall, a quattro anni di distanza da quando lasciò la Casa Bianca, Johnson morì il 22 gennaio 1973, all'età di 64 anni, per un attacco cardiaco. Onorato con funerali di stato, la sua tomba è nei pressi dello stesso ranch (donato poi allo stato del Texas), in una zona di sepoltura privata, il Johnson Family Cemetery.[1]

Immagine pubblica di Johnson[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto presidenziale ufficiale di Lyndon B. Johnson
« Non c'è spazio per le ingiustizie nella dimora degli americani. Ma c'è sempre spazio per la comprensione di chi guarda il crollo delle antiche usanze. E a loro, oggi dico semplicemente questo: deve succedere. E' giusto che debba succedere. E quando accadrà, vi accorgerete che un peso è stato tolto anche dalle vostre spalle »
(Discorso di Johnson sui diritti civili, 6 agosto 1965[17])

Johnson è stato spesso descritto come un uomo sfrenatamente ambizioso, instancabile e imponente (con i suoi 193 cm è stato il Presidente degli Stati Uniti più alto della Storia insieme ad Abramo Lincoln[18]), efficace nel far passare le sue proposte legislative. Lavorava 18-20 ore al giorno senza interruzione e, apparentemente, evitava qualsiasi attività nel tempo libero. "Non c'è stato nessun leader politico più potente nella storia americana" scrisse il suo biografo Robert Dallek. Dallek ha dichiarato che Johnson aveva informazioni biografiche su tutti i senatori, conosceva le loro ambizioni, speranze e inclinazioni, utilizzando ciò a suo vantaggio nel garantire voti.[1] Altri biografi di Johnson scrivono: "Avrebbe potuto alzarsi ogni giorno e imparare quali sono le loro paure, i loro desideri, e poteva quindi manipolare, dominare, convincere e persuaderli".

Johnson ha assunto anche un'immagine da tipico allevatore texano di bestiame nel ranch, dopo aver comprato la proprietà a Stonewall.[19]Anche se personalmente Johnson era contrario alle guerre, si trovò nella situazione di non poter lasciare il Vietnam, e dovette anzi incrementare lo sforzo bellico, sinceramente convinto del pericolo sovietico. In questo modo la sua immagine pubblica fu associata a quella della guerra, danneggiandolo anche sul versante della politica interna. Benché non fosse ritenuto un grande oratore[20], inferiore a Kennedy, dimostrò invece di saper parlare con efficacia e sincerità, usando parole atte a suscitare i giusti sentimenti negli uditori[20]: tale immagine di parlatore mediocre e di leader non abbastanza carismatico, evidentemente falsa, era probabilmente derivata, almeno nel periodo della Vicepresidenza e della Presidenza (come accadde in parte anche a Nixon), dal contrasto tra la sua figura meno appariscente e quella dell'elegante, affascinante e giovane JFK, la cui popolarità fu accresciuta dalla tragica fine.[21]

Johnson, oltre che di abile e spregiudicato politico, ebbe però anche fama di uomo schietto e diretto: quando fu operato per l'asportazione della cistifellea, i giornalisti, credendo avesse invece una grave malattia, gli fecero domande insistenti durante un incontro sul prato della Casa Bianca. Dopo avere dato qualche risposta, Johnson si sbottonò la camicia e mostrò pubblicamente la cicatrice dell'intervento sull'addome, un fatto incredibilmente informale per un Presidente.[22] Nonostante la prosecuzione della precedente guerra nel Vietnam e la fama di politico "senza carisma", per le sue riforme e il suo ruolo in un periodo difficile, il giudizio storico su Johnson tende ad essere sostanzialmente positivo.[23][24]

Galleria di immagini[modifica | modifica wikitesto]

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Presidential Medal of Freedom - nastrino per uniforme ordinaria Presidential Medal of Freedom
Silver Star - nastrino per uniforme ordinaria Silver Star

Riferimenti in opere e mass media[modifica | modifica wikitesto]

David Foster Wallace ha scritto un racconto intitolato Lyndon, che narra le vicende di uno stretto collaboratore di Lyndon B. Johnson. Il racconto è pubblicato all'interno de La ragazza dai capelli strani, edito in Italia da Minimum Fax. È inoltre presente nel videogioco Metal Gear Solid 3: Snake Eater, edito da Konami nel 2004 per Playstation 2.

Film[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Documentari[modifica | modifica wikitesto]

Controversie libresche su Johnson e la morte di Kennedy[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto a olio di Lyndon Johnson

Nel corso degli anni sono emersi molti libri con rivelazioni sensazionali, che vedrebbero Johnson coinvolto in più attività illegali, tutte pubblicate in questi libri a tesi, nessuna di queste provate e passabili della denuncia di diffamazione. Si va da presunti brogli elettorali (nelle elezioni che lo portarono in Senato), a ripetuti casi di corruzione, fino a svariati omicidi nei quali LBJ sarebbe stato coinvolto o addirittura mandante.

Barr McClellan, ex-avvocato di Johnson, nel suo libro Blood, Money, & Power: How LBJ Killed JFK[25] (Sangue, Soldi, e Potere: Come LBJ ha ucciso JFK), descrive i presunti legami di Johnson con Malcolm (Mac) Wallace[26], un assassino texano[27]. Sempre nel libro di Barr McClean Blood, Money, & Power: How LBJ Killed JFK è riportato che il 9 agusto, 1984, Douglas Caddy, avvocato di Billie Sol Estes, miliardario fallito, amico e socio in affari di LBJ, scrisse a Stephen S. Trott al dipartimento di giustizia che Wallace, Billie Sol Estes, Lyndon B. Johnson e Cliff Carter erano coinvolti negli assassini di Henry Marshall, George Krutilek, Harold Orr, Ike Rogers, Coleman Wade, Josefa Johnson, John Kinser and John F. Kennedy.

Caddy aggiunse: "Mr. Estes è disposto a testimoniare che LBJ ha ordinato questi omicidi, e che ha trasmesso i suoi ordini tramite Cliff Carter a Mac Wallace, che ha eseguito gli omicidi"[26]. Queste dichiarazioni furono riprese in un altro libro del giornalista francese William Reymond, JFK, le dernier témoin[28] (JFK, l'ultimo testimone), che descrive i supposti segreti di LBJ. E. Howard Hunt, ex agente della CIA e cospiratore nello Scandalo Watergate, ha detto in punto di morte, che secondo lui, l'LBJ è il mandante politico dell'omicidio Kennedy[29].

I figli di Hunt hanno detto che le rivelazioni del padre sono tratte dal libro di memorie "American Spy: My Secret History in the CIA, Watergate and Beyond"[30]. Il Los Angeles Times ha detto che hanno esaminato i materiali offerti dai figli per sostenere la storia e li hanno trovati "inconcludenti". Convinzione nutrita anche privatamente[senza fonte] da Jim Garrison, il procuratore che accusò l'uomo d'affari di New Orleans Clay Shaw di cospirazione. La confessione dell'amante texana di Johnson Madeleine Duncan Brown[31] è risultata priva di fondamento perché la sera precedente l'assassinio di Kennedy, Johnson non era ad una cena con i petrolieri del Texas ma era in albergo con Kennedy, fino a tarda sera.

Inoltre LBJ aveva perso molto della sua influenza nel Texas, a causa del suo legame con "Camelot"[32], gli uomini della Nuova Frontiera. Jackie Kennedy accusò Johnson e una lobby texana, in un'intervista rilasciata allo storico Arthur Schlesinger Jr.[33] e dei quali il New York Time ha pubblicato degli estratti[34]. Se Jacqueline Kennedy avesse avuto delle prove concrete, quale occasione migliore per portarle quando è stata interrogata dalla Commissione Warren e incastrare gli assassini del proprio marito. Un programma con l'intervista sui nastri andrà in onda dal network statunitense ABC, al posto della miniserie sulla famiglia Kennedy.

Nel libro di Penn Jones, Jr. Forgive My Grief,[35] è riportata una lettera fatta uscire dal carcere, nella quale è scritta l'opinione di Jack Ruby, secondo il quale LBJ sarebbe il principale responsabile dell'assassinio di John Kennedy. Questa non solo è un'opinione, ma per di più è un'opinione di una persona che è stata dichiarata da uno psichiatra, ammalata di mente, non è una prova, né una confessione[36]. Il libro di James Hepburn, Farewell America[37] (America Addio), in italiano "Il complotto: controinchiesta segreta dei Kennedy sull'omicidio di JFK, presentato da Walter Veltroni, in cui viene descritta la dinamica della sparatoria, le lacune nelle indagini, i poteri coinvolti, spinsero i Kennedy a cercare un'altra verità.

Per questo vollero una loro controinchiesta che, incredibilmente, fu sostenuta dal generale De Gaulle e dai servizi segreti sovietici: ne nacque un dossier in forma di libro, intitolato The Plot, da cui emergeva, con nomi e cognomi, il quadro di una cospirazione ai danni del presidente americano. In questo libro si legge che il 7 ottobre 1963, Bobby Baker, segretario del Senato Democratic Caucus e conosciuto come il 101° senatore, si dimise dal suo incarico in seguito alle accuse di manipolazioni finanziarie irregolari e traffico d'influenza. Baker, un ex del Senato aveva servito come "una sorta di valletto ad alcuni dei più potenti uomini in America," era stato raccomandato per il suo lavoro da Lyndon Johnson. In pochi anni aveva accumulato una piccola fortuna.

L'autore afferma che Kennedy è stato eliminato per aver osato sfidare l'establishmente finanziario-bancario: la Federal Reserve che è una corporazione privata, e le banche della FED, che sono anch'esse private. Nel libro di Mathias Broeckers "Colpo di Stato in America"[38], l'autore accusa l'amministrazione Johnson di avere utilizzato mezzi e opportunità per la copertura, per le indagini non compiute, per avere messo due nemici di Kennedy, John Edgar Hoover e Allen Dulles, nella Commissione Warren di inchiesta sull'assassinio di Kennedy.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m Dallek, 2004.
  2. ^ (EN) Masonic Presidents Of The United States, The Grand Lodge of Free and Accepted Masons of Pennsylvania. URL consultato il 21 aprile 2014.
  3. ^  (EN) «Peace Little Girl (Daisy)». Museum of the Moving Image. URL consultato in data 21 aprile 2014.
  4. ^ (EN) Bob Garfield, Ad Age Advertising Century: The Top 100 Campaigns, Advertising Age, 29 marzo 1999. URL consultato il 21 aprile 2014.
  5. ^ Un parziale intervento era stato messo in atto da Roosevelt.
  6. ^ (EN) Dr. Robert B. Hayling in augustine.com. URL consultato il 21 aprile 2014.
  7. ^ (EN) St. Augustine Town Plan Historic District, National Historic Landmark. URL consultato il 21 aprile 2014.
  8. ^ Si trattava della madre di Endicott Peabody, Mary Parkman Peabody. Vedi: (EN) Irvin Molotsky, Endicott Peabody, 77, Dies; Governor of Massachusetts in 60's in The New York Times, 4 dicembre 1997. URL consultato il 21 aprile 2014.
  9. ^ Branch, Pillar of Fire, p. 354
  10. ^ (EN) Clay Risen, How the South was won in The Boston Globe, 5 marzo 2006. (archiviato dall'url originale il 27 marzo 2006).
  11. ^ American Civil Liberties Union, Humans Rights Violations in the United States. Human Rights Watch. United States Library of Congress, 1993.
  12. ^ (EN) Stanley Karnow, Storia della guerra del Viet Nam, Milano, Rizzoli, 1985, p. 276, ISBN 978-88-17-33463-1.
  13. ^ (EN) Timothy Kast, Veni, Vidi, Vici, I Came, I Saw... in nationalprivateer.com. URL consultato il 21 aprile 2014.
  14. ^ (EN) Christopher Hitchens, Processo a Henry Kissinger, Fazi Editore, 2005, ISBN 978-88-8112-613-2.
  15. ^ (EN) Stanley Karnow, Storia della guerra del Viet Nam, Milano, Rizzoli, 1985, p. 387, ISBN 978-88-17-33463-1.
  16. ^ (EN)  Gerald Rafshoon, Decisions That Shook the World, Camera Planet/Discovery Productions, 2004., vol. 1, 38:18–47.
  17. ^ (EN) President Lyndon B. Johnson's Remarks in the Capitol Rotunda at the Signing of the Voting Rights Act August 6, 1965, LBJ Presidential Library, 6 giugno 2007. URL consultato il 21 aprile 2014.
  18. ^ Joseph Kane, Facts about the Presidents: A Compilation of Biographical and Historical Information, New York: H. W. Wilson, pp. 344–45. ISBN 0-8242-0845-5.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Predecessore Presidente degli Stati Uniti Successore
John Fitzgerald Kennedy 1963-1969 Richard Nixon
Predecessore Vicepresidente degli Stati Uniti Successore
Richard Nixon 1961-1963 Hubert Horatio Humphrey

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