Scandalo Watergate

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Il Watergate Complex (foto esibita come prova - Exhibit #1 - al processo del gennaio 1973).

Lo scandalo Watergate, o semplicemente il Watergate, fu uno scandalo politico scoppiato negli Stati Uniti nel 1972, che portò alla richiesta di impeachment e alle dimissioni dell'allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon; fu causato da alcune intercettazioni abusive effettuate nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, ad opera di uomini legati al Partito Repubblicano (del quale Nixon faceva parte).

Lo scandalo prese il nome dal Watergate Complex, il complesso edilizio di Washington che ospita il Watergate Hotel, l'albergo in cui furono effettuate le intercettazioni che diedero il via allo scandalo. L'edificio "Watergate Complex" è stato realizzato nel 1962 dall'architetto italiano Luigi Moretti.

Il contesto politico[modifica | modifica sorgente]

Lo scandalo si sviluppò nel contesto politico del proseguimento della guerra del Vietnam, che sin dalla presidenza di Lyndon Johnson era sempre più impopolare fra il pubblico americano e le élite economiche. Il "Watergate" fu una serie di eventi che durò circa due anni (1972-1974) e che era iniziato con l'abuso di potere da parte dell'amministrazione Nixon allo scopo di indebolire l'opposizione politica dei movimenti pacifisti e del Partito democratico.

Importanti atti d'accusa furono le "carte del Pentagono" (Pentagon papers), uno studio top-secret del Dipartimento della Difesa sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam e su precedenti conflitti politici o militari nel Sud-Est asiatico, alla vigilia della fine dell'occupazione coloniale francese in Indocina.

Nixon resse a due anni di montanti difficoltà politiche, ma la pubblicazione del nastro noto come "la pistola fumante" (smoking gun) nell'agosto 1974 portò con sé la prospettiva di un sicuro impeachment per il presidente, che diede le dimissioni quattro giorni dopo, l'8 agosto.

I fatti[modifica | modifica sorgente]

La notte del 17 giugno 1972 Frank Wills, una guardia di sicurezza che lavorava nel complesso di uffici del Watergate Hotel a Washington, notò un pezzo di nastro adesivo sulla porta fra il pozzo delle scale e il parcheggio sotterraneo. Stava mantenendo la porta socchiusa, così Wills lo rimosse, presumendo che l'avesse messo lì l'impresa di pulizia. Più tardi ritornò e scoprì che il nastro era di nuovo al suo posto. Così Wills contattò la polizia di Washington.

Dopo che la polizia arrivò, cinque uomini - Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis - furono scoperti ed arrestati per essere entrati nel quartier generale del Comitato nazionale democratico, la principale organizzazione per la campagna e la raccolta fondi del Partito democratico. Gli uomini erano entrati nello stesso ufficio anche tre settimane prima, ed erano tornati per riparare alcune microspie telefoniche che non funzionavano e, secondo alcuni, per fare delle fotografie.

Il bisogno di tornare nell'ufficio fu solo il più evidente di una serie di errori commessi dagli scassinatori. Un altro, il numero telefonico di E. Howard Hunt sul blocco note di McCord, si rivelò costoso per loro - e per la Casa Bianca - quando la polizia lo trovò. Hunt aveva precedentemente lavorato per la Casa Bianca, e McCord era ufficialmente impiegato come capo della sicurezza al Comitato per rieleggere il presidente (CRP), al quale ci si riferirà comunemente come CREEP (avanzare strisciando). Questo suggerì che ci fosse una connessione fra gli scassinatori e qualcuno vicino al presidente.

Ad ogni modo, l'addetto stampa di Nixon - Ron Ziegler - rigettò l'affare come un "furto di terz'ordine". Sebbene lo scasso fosse avvenuto in un momento sensibile, con la campagna elettorale che appariva all'orizzonte, molti americani inizialmente credettero che nessun presidente col vantaggio che Nixon aveva nei sondaggi sarebbe stato così sconsiderato e privo di etica da rischiare la sua associazione in un affare del genere. Una volta accusato, lo scassinatore McCord si identificò come un agente della CIA in pensione. L'ufficio del procuratore distrettuale di Washington iniziò un'indagine sui rapporti fra McCord e la CIA e finì per dimostrare che McCord aveva ricevuto pagamenti dal CRP.

I reporter del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, iniziarono un'investigazione sullo scasso. Molto di quello che pubblicavano era noto al Federal Bureau of Investigation e ad altri investigatori governativi - questi erano spesso le fonti di Woodward e Bernstein - ma in tal modo il Watergate si mantenne sotto la luce dei riflettori. Il rapporto di Woodward con una fonte segreta di altissimo livello aggiungeva un livello di mistero in più alla questione. Il nome in codice di questa fonte era "Gola profonda" e la sua identità fu tenuta nascosta al pubblico[1].

Il 23 giugno fu registrata una conversazione (pratica standard, ma segreta all'epoca di Nixon) tra il presidente Nixon e il Capo di Staff della Casa Bianca, H. R. Haldeman, mentre discutevano un piano per ostacolare le indagini, facendo in modo che la CIA facesse credere all'FBI che si trattasse di una questione di sicurezza nazionale. Infatti il crimine e numerosi altri "giochetti sporchi" erano stati intrapresi a vantaggio del CRP, soprattutto sotto la direzione di Hunt e George Gordon Liddy. La coppia aveva anche lavorato alla Casa Bianca nell'unità speciale di investigazione soprannominata "gli idraulici" (plumbers). Questo gruppo investigava sulle fughe di notizie che l'amministrazione non voleva fossero conosciute pubblicamente e portò avanti varie operazioni contro i Democratici e gli oppositori alla guerra in Vietnam. La più famosa delle loro operazioni fu l'irruzione nell'ufficio di Lewis Fielding, lo psichiatra di Daniel Ellsberg. Questi, un ex impiegato del Pentagono e del Dipartimento di stato, aveva fatto trapelare le "carte del Pentagono" al New York Times e come risultato fu perseguito per spionaggio, furto e cospirazione. Hunt e Liddy non trovarono niente di utile comunque, e devastarono l'ufficio per coprire le proprie tracce. L'irruzione fu collegata con la Casa Bianca solo molto dopo, ma al momento causò il collasso del processo di Ellsberg per evidente cattiva amministrazione del governo.

L'8 gennaio 1973 gli scassinatori originali, insieme a Liddy e Hunt, subirono il processo. Tutti eccetto McCord e Liddy si dichiararono colpevoli, e tutti furono condannati per cospirazione, furto con scasso e intercettazioni telefoniche.

I nastri[modifica | modifica sorgente]

Le udienze tenute dal Comitato senatoriale sul Watergate, in cui il consigliere della Casa Bianca John Dean era il principale testimone e in cui molti altri ex impiegati in posti chiave dell'amministrazione diedero una testimonianza drammatica, furono messe in onda dal 17 maggio al 7 agosto, causando un danno politico devastante a Nixon. Fu stimato che l'85% degli americani possessori di tv si sintonizzò almeno per una porzione delle udienze.

Cosa più nota, il senatore repubblicano Howard Baker del Tennessee formulò la memorabile domanda "Cosa sapeva il presidente e quando venne a saperlo?" che per la prima volta focalizzò l'attenzione sul ruolo personale di Nixon nello scandalo.

Foto della lettera di dimissioni presentata dal Presidente Nixon il 9 agosto 1974.

Il 13 luglio, il vice consigliere del Comitato Watergate Donald G. Sanders chiese ad Alexander Butterfield, vice assistente al presidente, se ci fosse un qualche tipo di sistema di registrazione alla Casa Bianca. Butterfield rispose che sebbene fosse riluttante a dirlo, c'era un sistema che automaticamente registrava ogni cosa nello Studio Ovale. La rivelazione scioccante trasformò radicalmente le indagini sul Watergate. I nastri furono subito citati contemporaneamente dal procuratore speciale (special prosecutor colui che si occupa delle indagini) Archibald Cox e dal senato, perché potevano provare se Nixon o Dean stavano dicendo la verità sugli incontri chiave.

Nixon rifiutò usando il principio del privilegio dell'esecutivo e ordinò a Cox, attraverso il ministro della giustizia Richardson, di lasciar cadere la sua citazione in giudizio. Il rifiuto di Cox portò al cosiddetto "massacro del sabato sera" del 20 ottobre 1973: Nixon obbligò alle dimissioni il procuratore generale Richardson e il suo vice William Ruckelshaus, in cerca di qualcuno al Dipartimento di giustizia intenzionato a licenziare Cox. Questa ricerca finì con l'avvocato generale Robert Bork che fece quanto gli era stato chiesto e licenziò il procuratore speciale Cox. Le asserzioni di malfunzionamento del governo indussero Nixon alla famosa frase, "non sono un imbroglione" (I'm not a crook), il 17 novembre di fronte a 400 editori dell'Associated Press riuniti al Walt Disney World in Florida.

Nixon, comunque, fu forzato a permettere l'insediamento di un nuovo procuratore speciale, Leon Jaworski, che continuò l'indagine. Mentre continuava a rifiutare di mostrare i nastri originali, Nixon acconsentì a rilasciare un gran numero di trascrizioni di essi. Queste confermavano largamente il resoconto di Dean, e causarono ulteriore imbarazzo quando si venne a sapere che era stata cancellata una parte cruciale di 18 minuti e mezzo di un nastro, che non era mai stata fuori dalla custodia della Casa Bianca. La Casa Bianca accusò di ciò la segretaria di Nixon, Rose Mary Woods, che disse di aver accidentalmente cancellato il nastro schiacciando il pedale sbagliato rispondendo al telefono. Ad ogni modo, viste le foto che riempivano le pagine dei giornali, il tentativo di rispondere al telefono e contemporaneamente schiacciare il pedale avrebbe richiesto uno stiramento quantomeno da ginnasta professionista. La donna disse che aveva mantenuto quella posizione per 18 minuti e mezzo. Più tardi le analisi forensi determineranno che il vuoto era stato cancellato ripetutamente - circa nove volte - escludendo l'ipotesi della "cancellazione casuale".

La questione dei nastri alla fine arrivò alla Corte suprema. Il 24 luglio 1974 la corte affermò all'unanimità che la richiesta di Nixon di usare il privilegio dell'esecutivo sui nastri era inammissibile e gli ordinarono di consegnarli a Jaworski. Il 30 luglio Nixon eseguì l'ordine e rilasciò i nastri incriminati.

Articoli di impeachment, dimissioni e condanne[modifica | modifica sorgente]

Il 28 gennaio 1974, uno dei collaboratori reso noto per la campagna di Nixon, Herbert Porter, ammise pubblicamente le proprie colpe per l'accusa di aver dato falsa testimonianza all'FBI durante la prima fase delle indagini sullo scandalo Watergate. Il 25 febbraio 1974 il difensore personale di Nixon, l'avvocato Herbert Kalmbach, ammise a sua volta di essere colpevole di almeno due imputazioni di attività illegali durante la campagna elettorale del Presidente, in seguito allo stesso Kalmbach vennero fatte decadere altre accuse in cambio della sua collaborazione durante il processo.

Il 1º marzo 1974 i membri dello staff di aiutanti di Nixon per la sua campagna elettorale, noto con il nome di Sette di Watergate, ovvero:

Vennero tutti condannati con l'accusa di aver cercato di ostacolare e inquinare le indagini sullo scandalo Watergate. Nello stesso processo il Gran Giurì indicò, anche se non pubblicamente, lo stesso Nixon per aver cooperato indirettamente alle attività dei suoi collaboratori. Il 7 aprile 1974 il Gran Giurì accusò il governatore repubblicano della California, Ed Reinecke, di spergiuro di fronte alla Commissione del Senato Americano. Il 5 aprile 1974 uno dei segretari personali di Nixon, Dwight Chapin, fu accusato di falsa testimonianza di fronte al Gran Giurì.

A causa di queste accuse a molti dei suoi collaboratori, la posizione di Nixon era sempre più compromessa e fu così che la Camera dei Rappresentanti decise di intraprendere un'inchiesta formale per un possibile impeachment del Presidente. Tra i discorsi di apertura del comitato d'inchiesta restò memorabile quello del rappresentante del Texas, Barbara Jordan, che la catapultò al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica. Il 27 luglio 1974, la Commissione Giudicante per la Camera dei Rappresentanti votò a favore dell'impeachment di Nixon (27 voti favorevoli e 11 contrari) con l'accusa di aver ostacolato il corso delle indagini. Il 29 luglio 1974 e il 30 luglio 1974, la stessa Commissione Giudicante imputò al Presidente Nixon altre due accuse, abuso di potere e ostacolo al Congresso. Nel mese di agosto venne scoperta una cassetta registrata il 23 giugno 1972 nella quale era conservata una conversazione tra Nixon e Haldeman, i quali pianificavano di ostacolare le indagini sullo scandalo facendo trasmettere un falso comunicato da parte della CIA rivolto all'FBI sulla necessità di copertura delle prove per motivi di sicurezza nazionale. La scoperta di questa cassetta venne definita dalla stampa una vera e propria pistola ancora fumante. Con poche eccezioni, le defezioni tra le file dei pochi sostenitori rimasti di Nixon furono complete.

Conclusioni[modifica | modifica sorgente]

Lo scandalo Watergate costituì uno dei più grandi scandali politici della storia americana ed ebbe vasta eco internazionale su tutti i quotidiani. La stessa parola "Watergate" è diventata linguisticamente produttiva nel linguaggio giornalistico americano: il suffisso -gate compare regolarmente (oramai scisso dal suo etimo originario) col significato di "scandalo" in molti neologismi quali Irangate, Whitewatergate, Datagate ecc...

Watergate, COINTELPRO, Cambogia: un'analisi sui media di Noam Chomsky[modifica | modifica sorgente]

Noam Chomsky ha sottolineato l'ambiguità del ruolo dei media americani nell'aver fatto esplodere lo scandalo Watergate. In particolare Chomsky afferma che esso sia una dimostrazione evidente di come gli organi di informazione di modello americano riflettano essenzialmente i punti di vista delle élite economiche, e svolgano la loro funzione non discostandosi da quelle, secondo la teoria delineata nel modello di propaganda.

Esattamente in contemporanea allo scandalo, infatti, uscirono le rivelazioni sul COINTELPRO (il programma di controspionaggio statunitense), "mille volte più significativo dello scandalo Watergate"[2], in cui sono descritte "alcune grosse operazioni dell'FBI per compromettere le libertà politiche negli Stati Uniti durante tutte le amministrazioni a partire da Theodore Roosevelt, con un incremento negli anni di Kennedy"[2], che comprendevano l'assassinio di un leader delle Pantere Nere, Fred Hampton, e l'organizzazione di sommosse razziali per distruggere i movimenti neri; la persecuzione del movimento degli indiani d'America e di quello delle donne; quindici anni di attacchi al Partito Socialista dei lavoratori (un partito legale) da parte dell'FBI, con furti, minacce ai suoi iscritti, ecc.[3]. La stampa però non se ne interessò e quest'enorme scandalo passò sotto silenzio, ricevendo un'attenzione molto blanda pur essendo rivelato in tribunale e altrove nel periodo del Watergate; nemmeno il Congresso mise i fatti all'ordine del giorno.

L'unica cosa che interferì con il processo del Watergate, benché marginalmente, fu la discussione riguardo ai bombardamenti segreti della Cambogia durante la guerra del Vietnam allora in corso, "segreti solo perché la stampa non ha scritto quello che sapeva[2][4]. Questi, considerati forse i più pesanti bombardamenti della storia in aree densamente abitate di una nazione contadina, causarono successivamente tra i sei e i settecentomila morti (su 7 milioni di abitanti)[5] negli anni dal 1969 al 1975, con l’unico ed esplicito scopo di “destabilizzare la regione”. Tuttavia il Congresso se ne lamentò solo in quanto fino a quel momento non ne era stato informato ufficialmente, e ciò configurava una grave violazione ai suoi diritti: ma anche questa circostanza non fu considerata dopotutto così grave da essere inserita nel capo d'accusa finale.

Secondo la conclusione di Chomsky, il motivo per cui l’amministrazione Nixon ha potuto spingersi così oltre negli affari di controspionaggio e aggressioni militari è stata la certezza per cui

« i gruppi di potere sono in grado di difendersi e secondo gli standard dei media il fatto che la loro posizione e i loro diritti vengano minacciati costituisce scandalo. Al contrario, finché illegalità e violazione dei principi democratici colpiscono gruppi marginali e le aggressioni dell'esercito americano mietono vittime in regioni remote del mondo [...] l'opposizione dei media è completamente assente.[6] »

Quest'illusorio senso di impunità della sua amministrazione è stato fatale quando ci si rivolse al Partito democratico, che rappresenta potenti interessi, con solide basi nel mondo della finanza e degli affari. Con ogni probabilità lo scandalo che ne seguì è stato invece gonfiato appositamente perché "in quegli anni tanti potenti volevano la testa di Nixon"[2], poiché abrogò il sistema di Bretton Woods, cosa che pur garantì successivamente la liberalizzazione della finanza e un sempre maggior controllo degli investitori sull'economia, ma che non fu gradito alle multinazionali e alle banche internazionali che fino ad allora si basavano su quel sistema. Da qui l'affermazione di Chomsky "Il Watergate è stato solo un pretesto[2]", nel senso che riuscì a far saltare la testa di Nixon, e ci riuscì senza intaccare la struttura profonda del potere economico.

Cinematografia[modifica | modifica sorgente]

Nel film Forrest Gump, con Tom Hanks, il protagonista viene invitato dal presidente Nixon a alloggiare nell'Hotel Watergate: nella notte Forrest chiamerà la sorveglianza dicendo che nella stanza di fronte a lui ci sono delle torce accese e la stanza è completamente buia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ I decenni di speculazioni sulla vera identità di "Gola Profonda" finirono il 31 maggio 2005, quando William Mark Felt, il numero due dell'FBI nei primi anni settanta, rivelò di essere stato egli stesso il misterioso informatore, confessione che fu successivamente confermata da Woodward.
  2. ^ a b c d e Noam Chomsky, Capire il potere, Milano, Il Saggiatore 2002, pag. 166-169
  3. ^ si vedano le note a Chomsky, Capire il potere, consultabili online presso http://www.understandingpower.com cap.4, nota 33
  4. ^ http://www.understandingpower.com/chap4.htm nota 34
  5. ^ C.I.A. Research Paper, Kampuchea: A Demographic Catastrophe, Washington: U.S. Government Printing Office, May 1980 (Doc. G.C. 80-10019U), p. 2
  6. ^ Noam Chomsky, Edward. S. Herman, La fabbrica del consenso, Milano, Il Saggiatore 2008, pag.365

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Paolo Targioni. L’America è triste - Costruzione e distruzione del mito del Watergate, Editrice UNI Service, Trento, 2010 ISBN 978-88-6178-493-2

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