Rivolta di Los Angeles

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Rivolta di Los Angeles
Soldati della Guardia Nazionale in pattugliamento a Los Angeles durante i disordini
Soldati della Guardia Nazionale in pattugliamento a Los Angeles durante i disordini
Data 29 aprile - 4 maggio 1992
Luogo Los Angeles
Causa Assoluzione dei responsabili del pestaggio di Rodney King
54 vittime, più di 2000 feriti[1]
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La rivolta di Los Angeles, citata nelle fonti in lingua inglese come 1992 Los Angeles Riots o anche Rodney King Uprising (sommossa di Rodney King), è il nome dato ad una sommossa a sfondo razziale scoppiata nella città di Los Angeles il 29 aprile 1992 e cessata il 4 maggio dello stesso anno.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il 3 marzo 1991 Rodney King, un tassista afroamericano che non si era fermato all'ordine di una pattuglia della polizia di Los Angeles, venne raggiunto e poi pestato da alcuni agenti. Il pestaggio venne ripreso da un videoamatore, George Holliday, che lo filmò dalla sua casa. Il video venne ceduto ai maggiori network televisivi e mostrato all'opinione pubblica statunitense. Quattro poliziotti coinvolti vennero incriminati: si trattava di Stacey Koon, Laurence Powell, Timothy Wind e Theodore Briseno. Il processo di primo grado arrivò a sentenza il 29 aprile 1992. La giuria, dopo aver esaminato il video, prosciolse tutti e quattro dall'accusa di aggressione, e tre su quattro anche dall'accusa di uso eccessivo della forza.

Subito dopo la sentenza si scatenò la rivolta della comunità afroamericana di Los Angeles[3], che raggiunse l'apice nei due giorni successivi, fino a quando lo spiegamento delle forze armate contribuì a migliorare la situazione. Per diversi giorni, la metropoli fu oggetto di saccheggi, omicidi a sfondo razziale, missioni punitive e atti vandalici, principalmente nella zona del South Los Angeles a maggioranza afroamericana e ispanica.[senza fonte]

Cronache[modifica | modifica wikitesto]

L'incrocio fra Normandie e Florence, centro della sommossa

Per ammissione dello stesso capo della polizia di Los Angeles, Daryl Gates, i tumulti non vennero subito contrastati per la precisa volontà di non provocare gli animi e di non peggiorare la situazione[3]. La situazione di conseguenza sfuggì di mano alle forze dell'ordine. Secondo delle voci, la decisione di non intervenire fu il risultato dello scontro del capo della polizia con il sindaco Tom Bradley, che aveva ripetutamente manifestato antipatia nei suoi confronti e aveva velatamente avallato le accuse di brutalità nei confronti della polizia di Los Angeles, lasciando quindi liberi i dimostranti di mettere a ferro e fuoco la città per due ore.[senza fonte]

L'epicentro della rivolta si trovava all'incrocio fra Normandie e Florence[3]. Il 30 aprile il sindaco di Los Angeles dichiarò il coprifuoco nelle ore diurne.

Lo stesso giorno vennero mobilitati circa 1820 riservisti della Guardia Nazionale[3], che poterono arrivare solo il giorno dopo con l'equipaggiamento necessario. Il 1º maggio il governatore della California Pete Wilson richiese l'intervento del governo federale[3]. Il dispiegamento della Guardia Nazionale raddoppiò fino a 4000 unità, a cui si aggiunsero 1700 agenti di varie agenzie federali. La sera del 1º maggio l'allora Presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush si rivolse alla nazione condannando duramente gli scontri in atto, affermando che l'"anarchia" non sarebbe stata tollerata e che era sua intenzione "impiegare tutta la forza necessaria" per restaurare l'ordine il prima possibile[3]. Il Presidente parlò poi del caso di Rodney King affermando che Dipartimento di Giustizia era già al lavoro per fare giustizia.

Il 2 maggio unità dell'esercito, una compagnia della Polizia Militare e 1500 Marines arrivarono a supporto della Guardia Nazionale, portando il totale delle forze dispiegate a 13.500 unità. Il 3 maggio il sindaco Bradley rassicurò la cittadinanza che la crisi era sotto controllo. Il 4 maggio il sindaco decise di togliere il coprifuoco, segnando così la fine ufficiale della sommossa. Scuole, banche ed esercizi commerciali riaprirono. Tuttavia, nonostante la retorica e le rivendicazioni politiche, le forze di polizia e l'esercito, nel reprimere la rivolta, avevano lasciato 54 cadaveri per le strade della città.

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Le vittime dei sei giorni di violenze furono 54, inclusi 10 uccisi dalla polizia e dalle forze armate, con circa 2000 feriti; alcune stime parlarono di 1 miliardo di dollari di danni[1]. Circa 3600 incendi vennero appiccati, che richiesero l'intervento di 70 compagnie di vigili del fuoco[3]; tuttavia 1100 edifici rimasero distrutti. La zona del South Los Angeles venne fuori ulteriormente impoverita dopo le violenze.

Diversi eventi sportivi che si sarebbero dovuti tenere a Los Angeles o in altre città in cui ci furono disordini vennero rimandati. Il servizio di trasporto pubblico metropolitano sospese le corse degli autobus in tutta la città. Diverse superstrade furono chiuse. L'aeroporto internazionale subì forti disagi a causa delle colonne di fumo che rendevano atterraggio e decollo difficoltosi[3]. L'Amtrak sospese i collegamenti ferroviari da e per Los Angeles.

I fatti di Los Angeles vanno ad aggiungersi alla sequenza storica di sommosse a sfondo razziale: Watts 1965 (34 morti), Newark 1967 (26 morti), Detroit 1967 (43 morti), varie città dopo l'assassinio di Martin Luther King nel 1968 (46 morti), Miami 1980 (18 morti). I danni furono superiori al più grave di questi episodi, i fatti di Watts, risalenti a 27 anni prima, sebbene si trattasse di una sommossa di natura differente: a Watts morirono neri uccisi dalla polizia, a Los Angeles per la maggior parte furono vittime degli stessi criminali, che non appartenevano solo alla comunità afroamericana, ma anche alla comunità ispanica (a cui apparteneva un terzo delle vittime[4]) e in misura minore a quelle asiatiche. Nel resto della nazione gli incidenti furono più propriamente di protesta, ma non erano paragonabili in intensità a quelli di Los Angeles.

Sebbene le violenze furono dirette all'inizio contro i bianchi, queste si concentrarono man mano contro gli asiatici, e in particolare i coreani[3], in base a un pregiudizio razziale covato per decenni secondo cui gli asiatici sottraevano lavoro e ricchezza alla comunità nera ed erano a loro volta razzisti verso i neri[4]. Tale pregiudizio venne fomentato dall'omicidio della quindicenne afroamericana Latasha Harlins, uccisa dalla coreana Soon Ja Du nel suo negozio perché fu scoperta ad infilare una bottiglia di succo di arancia nello zaino (in realtà Harlins aveva del denaro in mano, per cui si presume non avesse intenzione di rubarla[4]). L'episodio accadde il 16 marzo 1991, pochi giorni dopo il pestaggio di Rodney King, e la condanna di Soon a 5 anni di carcere venne ritenuta anch'essa troppo blanda dalla comunità afroamericana. Perciò molti degli esercizi commerciali messi a saccheggio appartenevano ai coreani, i quali tuttora chiamano i fatti avvenuti in quei giorni Sa-I-Gu (사이구), ovvero 4-2-9 (la data della rivolta). Alcuni di loro si organizzarono armati per difendere la propria comunità.

Due gang criminali storicamente rivali a Los Angeles, i Crips e i Bloods, strinsero una tregua tra di loro nei giorni della rivolta, il che non significò la fine delle rispettive attività criminali dei gruppi. Per esempio, il weekend del 22 agosto 1992 le gang uccisero 20 persone, senza che nessun mezzo d'informazione desse particolare risalto alla notizia.[senza fonte]

Risonanza sui media[modifica | modifica wikitesto]

La rivolta di Los Angeles probabilmente non si sarebbe verificata se il video del pestaggio di Rodney King non fosse stato mostrato in televisione all'opinione pubblica statunitense. Nei giorni della rivolta, le televisioni nazionali diedero una copertura integrale in diretta degli accadimenti in corso[3]. La reazione di alcuni celebri afroamericani fu decisamente morbida nei confronti della rivolta. Il reverendo Jesse Jackson, pur invitando alla calma, affermò che “la sentenza dimostra che in America non c’è giustizia per i neri”. Il cestista Magic Johnson parlò di “collera giustificata”[3][4]. Il comico Bill Cosby apparve in televisione invitando ad abbandonare gli scontri e seguire invece l'episodio conclusivo di The Cosby Show.

Il film Malcolm X di Spike Lee, uscito nelle sale nel novembre del 1992, inizia mostrando le immagini del pestaggio di Rodney King. Il rapper Tupac Shakur dedicò alla memoria di Latasha Harlins il singolo Keep Ya Head Up, pubblicato nel 1993. Il film Indagini sporche - Dark Blue di Ron Shelton è ambientato a Los Angeles nel periodo tra l'aggressione a Rodney King e l'inizio della rivolta.

Il videogioco Grand Theft Auto: San Andreas riprende nei momenti finali della storyline gli eventi della rivolta ambientandoli nella città fittizia di Los Santos, alter ego videoludico della città di Los Angeles.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b (EN) Stan Wilson, Riot anniversary tour surveys progress and economic challenges in Los Angeles in CNN, 25/04/2012. URL consultato il 5 maggio 2012.
  2. ^ La rivolta di Los Angeles, 20 anni fa in Ilpost.it, 29/04/2012, p. 1. URL consultato il 5 maggio 2012.
  3. ^ a b c d e f g h i j k Claudio Costellacci, Rivolta nera, Los Angeles brucia in Corriere della Sera, 01/05/1992, p. 1. URL consultato il 5 maggio 2012.
  4. ^ a b c d La rivolta di Los Angeles, 20 anni fa in Ilpost.it, 29/04/2012, p. 2. URL consultato il 5 maggio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gruppo Surrealista di Chicago, I tre giorni che hanno sconvolto il Nuovo Ordine Mondiale. La sommossa di Los Angeles del 1992, Edizioni La Fiaccola, Ragusa

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]