Attacco di Pearl Harbor

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Coordinate: 21°22′N 157°57′W / 21.367, -157.95

Attacco di Pearl Harbor
Parte della Seconda guerra mondiale

L'incendio e il naufragio della corazzata USS Arizona (BB-39)[1]
Data: 7 dicembre 1941
Luogo: Pearl Harbor (Hawaii, USA)
Esito: Vittoria giapponese. L'evento determina l'intervento degli Stati Uniti d'America nella seconda guerra mondiale, a fianco di Inghilterra e Francia libera contro le Potenze dell'Asse.
Schieramenti
Giappone Stati Uniti d'America
Comandanti
viceamm. Chuichi Nagumo amm. Husband Kimmel
gen. Walter Short
Effettivi
6 portaerei
2 corazzate
2 incrociatori pesanti
1 incrociatore leggero
9 cacciatorpediniere
8 navi-cisterna
23 sommergibili
5 sommergibili tascabili
414 aerei
8 corazzate
8 incrociatori
30 cacciatorpediniere
4 sommergibili
49 navi di altro genere[2]
~390 aerei
Perdite
4 sommergibili tascabili affondati
un sommergibile tascabile arenato
29 aerei distrutti
55 avieri e 9 sommergibilisti morti ed uno catturato[3]
5 corazzate affondate e 3 danneggiate
2 cacciatorpediniere affondate, una danneggiata
una nave di altro genere affondata e 3 danneggiate
3 incrociatori danneggiati[4]
188 aerei distrutti e 155 danneggiati
2.345 militari e 57 civili morti
1.247 militari e 35 civili feriti[5] [6]
Campagna Pacifico 1941-42
Pearl HarborThailandMalesiaHong KongFilippineForza ZIsole WakeBorneoTarakanRabaulBalikpapanAmbonSingaporeStretto di MakassarPalembangDarwinStretto di BadungTimorMare di JavaJavaOceano IndianoRaid di DoolittleMar dei CoralliMidway

L' attacco di Pearl Harbor fu un'operazione aeronavale che ebbe luogo il 7 dicembre 1941, quando forze navali ed aeree giapponesi attaccarono la base navale statunitense di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. L'attacco, portato senza una preventiva dichiarazione di guerra da parte giapponese, che fu formalizzata soltanto ad attacco iniziato, causò l'intervento statunitense nella seconda guerra mondiale.

L'attacco fu concepito e guidato dall'ammiraglio Isoroku Yamamoto (il quale al momento dell'attacco si trovava nella baia di Hiroshima a bordo della corazzata Nagato), [7] che sperava di distruggere la flotta americana nel Pacifico. In effetti l'operazione fu un grande successo poiché in poco più di un'ora i 360 aerei partiti dalle portaerei giapponesi affondarono 4 delle 8 corazzate americane, mentre le altre furono fatte arenare o subirono gravi danni; solo le portaerei si salvarono trovandosi in navigazione lontano dalla loro base. Questa vittoria permise al Giappone di ottenere momentaneamente il controllo del Pacifico e spianò la strada ai successivi trionfi nipponici prima che gli USA riuscissero ad armare una flotta in grado di tenere testa a quella giapponese.

Indice

[modifica] Ideazione, motivazioni e preparativi

L'attacco fu ideato fin dal novembre del 1940, allorché il vice-ammiraglio Yamamoto era stato promosso ammiraglio e nominato comandante in capo della Marina giapponese dal Ministro, ammiraglio Koshiro Oikawa. [8]

I giapponesi, dopo aver occupato la Manciuria nel 1931 ed averla trasformata in uno stato satellite, avevano iniziato fin dal 1932 l'invasione della Cina. Le difficoltà incontrate nel sottomettere questo vasto e popoloso paese li portarono a cercare altre strade per espandersi ed allo stesso tempo bloccare le risorse che la Cina repubblicana riceveva dall'esterno.

La Marina giapponese rimase fortemente impressionata dal bombardamento inglese di Taranto, avvenuto nella notte fra l'11 ed il 12 novembre 1940, nel corso del quale la flotta della Marina italiana subì gravi perdite ad opera degli aerosiluranti inglesi decollati dalla portaerei Illustrious. Da tale azione, ideata dal comandante della flotta inglese del Mediterraneo, ammiraglio Andrew Cunningham, l'ammiraglio Yamamoto trasse spunto ed ispirazione per l'attacco al Pearl Harbour. [9]

[modifica] L'embargo e le sue conseguenze

Con la sconfitta della Francia ad opera delle truppe tedesche nell'estate del 1940 e la costituzione della Repubblica di Vichy il Giappone, dopo la firma del Patto tripartito con Germania ed Italia (27 settembre 1940), aveva approfittato della debolezza francese per invadere l'Indocina (4 ottobre 1940). Gli Stati Uniti attuarono perciò una sorta di embargo verso il Giappone, relativamente alla esportazione verso quel paese di prodotti petroliferi (il Giappone dipendeva quasi al 100%, per quanto riguardava il suo fabbisogno di prodotti petroliferi, dalle importazioni provenienti dagli USA) e dei rottami ferrosi.

Questo primo embargo non riguardava di fatto i beni necessari all'industria pesante e a non paralizzare la macchina da guerra giapponese: petrolio e acciaio. Per questi beni il Giappone si approvvigionava da fornitori americani nei porti della California, con permessi rilasciati di volta in volta ma con una certa generosità da parte americana. [10] Nei mesi di luglio e ottobre del 1940, il Call Bullettin di San Francisco fotografò sul molo del porto cittadino alcuni lavoratori che stavano provvedendo allo stoccaggio di numerosi container nelle stive di due navi da trasporto nipponiche, la Tasukawa Maru e della Bordeau Maru. Entrambe furono caricate con ingenti quantità di quel materiale ferroso di cui aveva fortemente bisogno l'industria pesante Giapponese. [11]

Terminate le operazioni militari di occupazione giapponese dell'Indocina, il 26 luglio del 1941 gli Stati Uniti d'America dichiararono l'embargo su tutti prodotti petroliferi, sulle forniture di metalli e di altre merci strategiche al Giappone e, poco dopo, il congelamento (indisponibilità per i proprietari) di tutti i beni giapponesi negli USA, seguiti in questo da Gran Bretagna e dal governo olandese in esilio a Londra, ed intimarono al Giappone di lasciare l'Indocina, escludendo inoltre le imbarcazioni giapponesi dal transito attraverso il canale di Panama. [12] L'embargo petrolifero fu da questo momento rigidamente rispettato. Il provvedimento trovava il Giappone dotato di scorte di prodotti petroliferi sufficienti per tre anni, in caso di consumo normale, ma per non più di uno e mezzo in caso di conflitto bellico [13]

Le zone più vicine dotate di fonti di approvvigionamento petrolifero tale da rendere inefficace l'embargo erano le Indie olandesi, specificatamente le isole di Giava e Sumatra, la cui occupazione militare sarebbe stata abbastanza facile per i giapponesi, data la situazione dell'Olanda, occupata militarmente dall'alleato tedesco e con un governo in esilio, se non fossero intervenuti militarmente gli Stati Uniti. L'unico modo per impedire, o quanto meno ritardare per lungo tempo l'intervento americano, era quello di rendere inoffensiva la flotta americana del Pacifico. Tale provvedimento avrebbe praticamente dato carta bianca al Giappone nell'intero Sud Est asiatico, permettendo alla potenza del Sol Levante di cacciare anche gli inglesi, impegnati con tutte le loro forze in Europa contro la Germania nazista, e di arrivare ad occupare anche la città di Singapore, chiave di accesso per la potenza europea all'Estremo Oriente. Quando gli americani si fossero ripresi dal colpo ed avessero ricostituito la loro flotta del Pacifico, i giapponesi avrebbero già consolidato le loro posizioni nei paesi occupati e la loro macchina bellica sarebbe stata decisamente superiore a quella nemica.

[modifica] Il piano di attacco

Rotta seguita dalla flotta aeronavale giapponese per l'attacco a Pearl Harbor e successivo rientro in patria

Per ridurre fortemente le probabilità di intercettazione da parte di imbarcazioni mercantili e/o ricognitori aerei, l'ammiraglio Yamamoto scelse una rotta più lunga di quella che ci si sarebbe aspettati: anziché la rotta più breve, attraverso le isole Midway, od una più meridionale, che passava a nord dell'arcipelago delle isole Marianne e quindi sopra le isole Marshall, decise di far risalire verso nord la flotta attaccante dal Giappone fino alle isole Curili per poi piegare verso sud-est e giungere sull'obbiettivo da nord, dopo aver aggirato da settentrione le Midway. Per punto di raccolta della flotta di attacco aeronavale, e di partenza per la destinazione, fu scelta la baia di Hitokappu, situata di fronte all'isola di Iturup, nelle Curili del Sud. La scelta era dovuta al fatto che l'isola era poco abitata e le condizioni atmosferiche erano spesso tali da celare alla vista da terra anche un raggruppamento così imponente di navi come la flotta di attacco. Inoltre la zona era poco frequentata da naviglio commerciale. Insieme a questa operazione Yamamoto organizzò la contemporanea conquista della basi americane, poco difese, poste sull' atollo di Wake [14] e sull'isola di Guam, la più grande delle isole Marianne. [15] La conquista di queste basi, oltre all'attacco a Pearl Harbor, aveva lo scopo di tenere lontane le forze americane dal teatro di operazioni di conquista del Giappone nell'Estremo Oriente, ove i giapponesi contavano di occupare, fra l'altro e come di fatto faranno, le Filippine, il Borneo e Singapore.

[modifica] I preparativi

Per poter lanciare le divisioni navali all'attacco degli obiettivi che si era prefissato, Yamamoto iniziò a ritirare fin dai primi di settembre le forze aereo-navali dal teatro di guerra della Cina per raggrupparle opportunamente secondo le esigenze per l'attuazione delle previste nuove operazioni. Alle unità che partecipavano all'attacco, ed a quelle destinate alla conquista di Wake e Guam, l'ammiraglio Yamamoto impose il silenzio radio per tutto il tempo che sarebbe durata l'azione a partire dal 26 novembre, ma la consegna non fu rispettata appieno e alcuni messaggi furono intercettati dai servizi a questo designati della Marina USA [16] La flotta destinata all'attacco di Pearl Harbor era costituita da due divisioni navali: la forza di attacco e quella di scorta. La Forza di attacco consisteva in sei portaerei con a bordo un totale di 423 velivoli (all'attacco ne parteciperanno 360) fra i quali bombardieri d'alta quota, bombardieri in picchiata, aerosiluranti e caccia per la scorta, oltre a vari ricognitori, ed era posta agli ordini del viceammiraglio Nagumo, imbarcato sulla portaerei Akagi. Quella di scorta era composta da due corazzate, due incrociatori pesanti, nove cacciatorpediniere, tre sommergibili e 8 navi cisterna per il rifornimento delle due flotte in mare. Inoltre una flotta di sommergibili (fra i quali 5 tascabili), al comando del viceammiraglio Mitsumi Shimitzu, imbarcato sulla nave da guerra Katatori ed accompagnato da altre navi-appoggio, [17] avrebbe dovuto portare un attacco supplementare destinato ad affondare le navi americane che fossero riuscite a prendere il largo e comunque ad aumentare il disorientamento provocato dall'attacco aereo. [18] La scelta del giorno (alba del 7 dicembre, tempo di Honolulu) fu dettata da una serie di considerazioni di varia natura: il giorno era una Domenica, giorno di libera uscita per moltissimi militari, quindi scarsa efficienza nella reazione all'attacco, la notte precedente era di luna nuova e l'oscurità avrebbe favorito la sorpresa, ed altre considerazioni di carattere meteorologico.

[modifica] La partenza e gli obiettivi

Le due forze si riunirono nella baia di Hittokappu, di fronte all'isola di Iturup, nelle Curili del Sud il 22 novembre 1941 e da lì partirono tre giorni dopo con destinazione Pearl Harbor. Gli obiettivi dell'attacco erano innanzitutto le portaerei americane, considerate dai giapponesi le forze più temibili in probabili interferenze ostili degli Stati Uniti nelle operazioni di conquista giapponese dell'Estremo Oriente (i giapponesi contavano di trovarne da 3 a 6 ancorate a Pearl Harbour [18]), poi le corazzate, quindi i depositi di carburante ed i principali aeroporti dell'arcipelago con i relativi hangar e gli aerei ivi parcheggiati. Nel frattempo i diplomatici giapponesi stavano conducendo un'ultima trattativa con quelli americani per ottenere la cancellazione dell'embargo, il ripristino della disponibilità dei beni giapponesi “congelati” ed altre concessioni. L'attacco non era quindi un evento scontato alla partenza della flotta: due fattori considerati primari avrebbero potuto far rientrare l'armata aeronavale prima della battaglia, il primo “tecnico” ed il secondo “politico”:

  • avvistamento da parte americana della flotta nemica prima del 6 settembre [19]
  • conclusione positiva (per i giapponesi) delle trattative in extremis con il governo americano

Questa seconda condizione aveva un significato particolare. Il Giappone si era creato una dubbia fama nel mondo politico internazionale quando, all'inizio della guerra russo-nipponica (19041905), la marina giapponese l'8 febbraio 1904 silurò a Port Arthur due navi russe senza che fosse ancora stata dichiarata la guerra. [20] Le disposizioni al comando della Forza di attacco erano di attendere il “via libera” che sarebbe stato comunicato nel caso (probabile) in cui le trattative con gli americani non si fossero concluse positivamente. Il tutto era calcolato in modo che, nel caso di attacco, i primi aerei giapponesi sarebbero giunti sull'obiettivo mezz'ora dopo che l'ambasciatore giapponese a Washington avesse consegnato al Segretario di Stato americano Cordell Hull la dichiarazione di guerra. Ciò, se da una parte salvaguardava l'immagine giapponese di fronte al mondo, giacché l'attacco sarebbe iniziato a stato di guerra formalmente dichiarato, dall'altra permetteva ai giapponesi di usufruire largamente del fattore sorpresa, dato che l'esiguo tempo a disposizione degl'ignari americani di Pearl Harbor non sarebbe stato sufficiente a consentire loro di preparare una difesa adeguata. Paradossalmente la via per le Hawaii era libera: nella terza decade di novembre, sulla base di informazioni ricevute dall'ambasciatore americano a Tokio, Joseph Grew, oltre alle segnalazioni di altre fonti che facevano presumere imminente una guerra con il Giappone, la Marina statunitense dichiarò il settore dell'Oceano Pacifico Settentrionale “mare libero” invitando tutte le navi americane e quelle alleate ad evitare le rotte che attraversavano quell'area. [21] Ciò rendeva più agevole il compito al viceammiraglio giapponese Nagumo, per altro ignaro del provvedimento americano, poiché l'assenza di naviglio civile sulla rotta prevista riduceva ulteriormente le possibilità di un indesiderato avvistamento della sua formazione da parte di occhi indiscreti.

[modifica] Il fallimento delle trattative

Le trattative fra Giappone e Stati Uniti per dirimere le controversie e far abolire l'embargo erano iniziate nella primavera del 1941, [22] ma non erano ancora giunte ad un esito fino al tardo autunno. In ottobre, nell'estremo tentativo di giungere ad un accordo, il capo del Governo giapponese, principe Konoye, propose al Presidente degli Stati Uniti un incontro bilaterale ad Honolulu, durante il quale egli sarebbe stato accompagnato dai responsabili dell'esercito e della marina giapponesi, coinvolti così nelle decisioni che ne sarebbero scaturite. Ma Franklin D. Roosvelt respinse la proposta e le critiche con cui l'iniziativa del capo del governo era stata accolta in Giappone costrinsero Konoye, dopo il rifiuto americano, alle dimissioni. Gli successe così come capo del governo il generale Tojo, che mantenne il dicastero della Guerra e assunse anche quello degli Affari Interni. [23] Il 6 novembre 1941 l'ambasciatore giapponese a Washington, ammiraglio Kichisaburō Nomura, aveva presentato al Segretario di Stato americano Cordell Hull una proposta di accordo. Tuttavia gli americani, i cui servizi segreti già da oltre un anno avevano scoperto il modo di decrittare i messaggi scambiati fra il Ministero degli Esteri giapponese e le sue ambasciate all'estero (che venivano criptati con il sistema chiamato PURPLE [24]), sapevano che il Giappone aveva in serbo un'altra proposta di riserva e quindi questa fu respinta. La seconda, giunta alla Segreteria di Stato americana il 20 novembre, fu ritenuta anch'essa inaccettabile. Tuttavia gli americani fecero a loro volta una proposta di accordo, detta Hull note, dal nome del suo estensore, il Segretario di Stato Cordell Hull. Essa fu inoltrata all'ambasciatore giapponese a Washington nel pomeriggio (ora di Washington) del 26 novembre (in quel momento la flotta giapponese di attacco a Pearl Harbor era già partita dal punto di incontro della baia di Hitokappu per seguire la rotta prevista verso le Hawaii). Allorché il Primo Ministro giapponese, generale Hideki Tojo (1884 – 1948), ebbe letto la nota disse ai suoi ministri: «Questo è un ultimatum». Pertanto, non vedendo i giapponesi più alcuno spiraglio per una soluzione pacifica, il 1° dicembre l'imperatore Hirohito, in una riunione con il Governo giapponese, approvò la guerra contro Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi Bassi e di conseguenza l'attacco a sorpresa contro Pearl Harbor fu confermato. A questo punto la cronologia degli avvenimenti salienti, la consegna della dichiarazione di guerra e l'incursione aerea sulla base americana delle Hawaii, diviene molto ravvicinata, causa non trascurabile anche la forte differenza di fuso orario fra il Giappone, da dove pervenivano dettagliate istruzioni all'ambasciatore Nomura, e quello della capitale americana, dove risiedevano sia il mittente ufficiale che il destinatario della dichiarazione. La criticità dei tempi era determinata dalla volontà giapponese di vibrare il colpo poco dopo (mezz'ora) la consegna della dichiarazione di guerra al nuovo, potente nemico per beneficiare al massimo del fattore sorpresa. Il Ministero degli Esteri giapponese inviò l'ultimo giorno utile una serie di messaggi dettagliati all'ambasciatore Nomura, in uno dei quali gli veniva imposto di consegnare la dichiarazione di guerra alla Segreteria di Stato americana alle ore 13 di Washington, corrispondenti alle 7 e 30 delle isole Hawaii. In realtà, per una serie di contrattempi ed a causa delle lungaggini imposte dal sistema di decrittazione della dichiarazione di guerra, redatta direttamente a Tokio e poi trasmessa all'ambasciatore a Washington nella notte fra il 6 ed il 7 novembre, Nomura riuscì a consegnare il documento ufficiale alla Segreteria di Stato solo alle 14 e 20, ora di Washington, quando le bombe degli aerosiluranti e dei bombardieri giapponesi cadevano già da oltre mezz'ora sulle navi americane ancorate a Pearl Harbor[25]

[modifica] L'attacco

[modifica] L'attacco dei sommergibili

Mappa di Pearl Harbor

Posizione della flotta USA nel porto di Pearl Harbour al momento dell'attacco. Contrassegnata dalle lettere è l'ubicazione dei servizi (hangar, depositi di carburante, base sottomarina, ecc.) :

  1. USS California
  2. USS Maryland
  3. USS Oklahoma
  4. USS Tennessee
  5. USS West Virginia
  6. USS Arizona
  7. USS Nevada
  8. USS Pennsylvania
  9. Ford Island NAS
  10. Hickam field

Anche la flotta dei sommergibili era giunta a destinazione, ma non ebbe fortuna alcuna. 5 sommergibili tascabili furono sganciati nei pressi dell'isola, con il compito di penetrare nel porto e contribuire agli affondamenti che avrebbero provocato gli attacchi aerei. Tuttavia due di questi furono intercettati dalla marina ed affondati fra le ore 6 e 45 e le 7 e 00 [19]. Gli altri sommergibili della flotta del viceammiraglio Mitsumi Shimitzu non dettero alcun contributo apprezzabile.

[modifica] Il piano delle incursioni aeree

Gli attacchi aerei furono progettati e coordinati dal capitano di corvetta e pilota lui stesso Mitsuo Fuchida e dal capitano Minoru Genda. Le portaerei giapponesi si sarebbero avvicinate al punto più prossimo all'obiettivo con il favore delle tenebre ma, dopo le operazioni di decollo, esse si sarebbero allontanate lungo un'altra rotta e i velivoli, al ritorno, avrebbero percorso un tratto più lungo. Questo accorgimento consentiva una maggior probabilità di sfuggire ad un eventuale inseguimento da parte di aerei americani, che avrebbero dovuto percorrere tratte più lunghe di andata e ritorno, con ovvi problemi di carburante.[18] Erano previste due ondate di incursioni aeree ed una terza come riserva nel caso in cui la ricognizione sull'obiettivo dopo le prime due ne avesse evidenziata la necessità. Già il 6 dicembre era pervenuta la notizia all'ammiraglio Nagumo (i giapponesi avevano un efficiente agente segreto presso il consolato giapponese di Honolulu, il guardiamarina Takeo Yoshikawa (1914 – 1993), giunto ad Honolulu il 27 marzo 1941 ed accreditato fra il personale diplomatico come cancelliere con il falso nome di Tadashi Morimura [26]) che in rada non era ancorata alcuna delle portaerei previste. Il numero ed il tipo di obiettivi disponibili tuttavia fu ritenuto sufficiente a giustificare la prosecuzione della missione.

[modifica] La prima ondata

La prima ondata era costituita da 183 velivoli che vennero lanciati a nord di Oahu ed era comandata dal capitano di corvetta Mitsuo Fuchida. Essa comprendeva 3 Gruppi distinti:

  • il primo Gruppo, avente come obiettivi le corazzate, era costituito da:
    • 50 bombardieri Nakajima B5N armati con bombe perforanti da 800 kg ed organizzati in quattro formazioni
    • 40 aerosiluranti B5N armati di siluri Tipo 91, disposti anch'essi in 4 formazioni
  • il terzo Gruppo, avente come obiettivi gli aerei a terra presso Ford Island, Hickam Field, Wheeler Field, Barber's Point, Kaneohe, era costituito da:
    • 45 caccia Zero per la scorta ed il mitragliamento a bassa quota

Non appena la prima ondata entrò nel raggio di azione dei radar americani, fu avvistata da una postazione dell'Esercito da poco operativa in quanto fino ad allora utilizzata come centro di addestramento per i radaristi, sita nella posizione più settentrionale delle Hawaii. Il giovane ufficiale che la presiedeva, privo di solida esperienza, ritenne che dovesse trattarsi di uno stormo di sei bombardieri americani tipo B-17 il cui arrivo era atteso a breve. La rotta di avvicinamento della prima ondata di attacco inoltre si discostava poco da quella lungo la quale i bombardieri americani si sarebbero dovuti avvicinare. [27] Il primo attacco ebbe inizio alle ore 7 e 48 minuti antimeridiane (ora di Honolulu, le ore 3 e 18 antimeridiane dell'8 dicembre, ora di Tokio).

[modifica] La seconda ondata

La seconda ondata, anch'essa suddivisa in tre gruppi, era composta da 171 velivoli e comandata dal capitano di corvetta Shigekazu Shimazaki. Il suo attacco ebbe inizio alle ore antimeridiane 8 e 50.

  • Il primo gruppo era composto da:
    • 27 B5N, armati di bombe da 249 e da 54 Kg, ed aventi come obiettivi gli hangar di Kaneohe, di Ford Island e di Barbers Point
    • 27 B5N, aventi come obiettivo gli hangar e gli aerie di Hickam Field
  • il secondo Gruppo, i cui obiettivi erano gli incrociatori (e le portaerei, se fossero state presenti), era composto da:
    • 81 D3A, armati con bombe da 249 Kg, ripartiti in quattro sezioni
  • il terzo Gruppo, con obiettivo gli aerei stazionanti sulle piste di Ford Island, Hickham Field, Wheeler Field, Barber's Point e Kaneohe, era composto da:
    • 36 A6M con compiti di scorta e mitragliamento a bassa quota

[modifica] La terza ondata

Nonostante le insistenze di numerosi giovani ufficiali, fra i quali i “progettisti” dell'attacco, Mitsuo Fuchida e Minoru Genda, l'ammiraglio Nagumo decise di soprassedere e rinunciò a lanciare una terza ondata per bombardare i serbatoi di carburante ed i depositi di siluri a terra. I motivi per la rinuncia furono, in sintesi, i seguenti:

  • la reazione dell'artiglieria contro aerei americana era divenuta notevolmente più efficace nel corso della seconda ondata: due terzi delle perdite di velivoli giapponesi si erano verificate nel corso di questa ondata ed il rischio di una terza ondata era quello di perdere una percentuale troppo elevata della forza aerea
  • la posizione delle tre porterei americane, di cui originariamente era prevista la presenza in porto od alla rada, era al momento ancora sconosciuta e gli aerei su queste imbarcati avrebbero potuto attaccare da un momento all'altro. Inoltre non era noto il numero totale di aerei da combattimento presenti nelle basi dell'arcipelago e Nagumo temeva di non averli resi tutti o quasi inoffensivi
  • il lancio di una terza ondata avrebbe richiesto tempi di preparazione tali da condurre ad un rientro dei velivoli a bordo delle portaerei nelle ore notturne, grazie anche al sistema adottato dalle portaerei di allontanarsi subito dopo l'attacco, esperienza che fino al momento nessuna marina al mondo aveva fatto
  • le scorte di carburante della flotta di attacco non avrebbero consentito una permanenza troppo lunga nelle acque del Pacifico a nord delle Hawaii, il che comportava il rischio di dover abbandonare in panne alcune navi da battaglia
  • Nagumo era convinto che i risultati raggiunti avessero sostanzialmente soddisfatto le aspettative della missione.

Era inoltre pratica comune nella marina giapponese privilegiare la conservazione della forza di combattimento rispetto al vantaggio di una distruzione totale dell'obiettivo.

[modifica] L'esito dell'attacco

La corazzata bersaglio Utah venne quasi subito sventrata da due siluri, e iniziò a sbandare; dietro di essa l'incrociatore leggero Raleigh venne centrato da un siluro.

Anche l'incrociatore Helena, ormeggiato in coppia con il posamine Oglala, venne colpito da un siluro: l'Oglala, sebbene non incassò esso stesso il siluro, ricevette danni addirittura più gravi di quelli riportati dall'Helena e si rovesciò lentamente su di un fianco, affondando.

Non migliore fu la situazione al Battleship Row, il viale delle corazzate: delle 7 corazzate che vi erano ormeggiate, quattro (Oklahoma, West Virginia, California e Nevada) furono ormeggiate all'esterno oppure totalmente esposte; una quinta, l'Arizona, fu protetta solo in minima parte dalla nave officina Vestal. Solo due corazzate furono protette: Tennessee e Maryland, protette rispettivamente da West Virginia e Oklahoma, e l'ottava corazzata, la Pennsylvania, nave ammiraglia, che però si trovava in un bacino di carenaggio e non nel "Battleship Row".

La California venne colpita da almeno quattro siluri; West Virginia e Oklahoma vennero centrate da un siluro ciascuna quasi contemporaneamente, mentre l'Arizona venne colpita da due siluri, uno a prua e uno a poppa; la Nevada mise le macchine in pressione e tentò di uscire dal porto, ma venne bloccata da un siluro e da tre bombe: in fiamme, devastata e con cinquanta morti, la corazzata rischiò di affondare ostruendo l'ingresso del porto; per evitare ciò, il comandante la fece incagliare.

L'esplosione della corazzata USS Arizona (BB-39)

Nel frattempo, la corazzata California, già gravemente danneggiata, venne colpita da altre due bombe, s'inclinò leggermente e affondò sui bassi fondali: i morti furono novantotto.

La corazzata Arizona venne colpita da altre due bombe e da una terza bomba da 250 kg che perforò il ponte tra la prima e la seconda torre prodiera da 356 mm, sfondando ponti e paratie scendendo nell'interno della nave, arrestando la sua corsa solo nel deposito munizioni, che conteneva i proiettili e la polvere da sparo.

La bomba esplode facendo saltare letteralmente in aria l'Arizona; la prima torre di cannoni andò in pezzi, la seconda collassò, il tripode crollò sulla sovrastruttura prodiera che a sua volta collassò. Tutto prese poi fuoco. I morti furono 1177, tra di essi l'ammiraglio Kidd e il comandante Van Valkenburgh. Dei 2403 morti di Pearl Harbor, i morti sull'Arizona furono quasi la metà.

La West Virginia venne colpita da altri cinque siluri e completamente in fiamme affondò all'ormeggio, con 105 morti. L'Oklahoma venne colpita da almeno altri quattro siluri tutti sulla stessa fiancata e iniziò lentamente ad inclinarsi. Gradualmente lo sbandamento raggiunse i 90 gradi, mentre gli uomini a bordo cercarono di salvarsi aggrappandosi alle balaustre sul ponte oppure rimasero intrappolati in sala macchine.

Sul ponte di coperta, l'equipaggio scivolò lungo il ponte da un lato all'altro cadendo in acqua. Il tripode prodiero si ruppe alla base e si schiantò in acqua; Dopo meno di dieci minuti la corazzata si capovolse completamente (180 gradi) e mentre la carena fuoriuscì dall'acqua, le eliche e i timoni emersero dal mare. Gli uomini dell'equipaggio tentarono di salvarsi arrampicandosi sulla carena ma la maggior parte dei macchinisti rimase intrappolata nello scafo. I morti furono 429.

Gli aerei mitragliarono a bassa quota gli equipaggi dell'Oklahoma e della West Virginia che nuotavano vicino alle loro navi.

La USS Nevada in fiamme

Alle corazzate protette dai siluri non andò comunque meglio: la Tennessee venne centrata da due bombe provocando 5 morti e la Maryland venne anch'essa colpita da due bombe e mitragliata dagli aerei nipponici. Solo la Pennsylvania si salvò. La nave officina Vestal venne colpita da due bombe mentre la nave d'appoggio idrovolanti Curtiss fu dilaniata da almeno una bomba; il rimorchiatore Sotoyomo venne invece colpito e affondato. Nel frattempo la Utah, che era stata gravemente colpita, si capovolse.

La seconda ondata, composta da 173 aerei, completò l'opera.

La Pennsylvania venne colpita da una bomba che fece esplodere i serbatoi di carburante provocando un incendio e 18 morti, venendo poi colpita anche da una seconda bomba, mentre i cacciatorpediniere Cassin e Downes - ormeggiati nello stesso bacino - vennero colpiti e danneggiati in maniera molto più grave: il Cassin venne colpito da una bomba e si rovesciò addosso al Downes; quest'ultimo venne colpito e incendiato da due bombe.

Nel bacino galleggiante il cacciatorpediniere Shaw venne colpito da una bomba nel deposito munizioni. facendo esplodere la nave e spezzandola in due; la prua si rovesciò e la poppa affondò.

La USS Arizona in fiamme

Alla fine dell'attacco, Pearl Harbor fu un mare di fiamme. Ovunque fuoco, fiamme, rottami e navi affondate.

Su 96 navi statunitensi 3 furono distrutte o capovolte in maniera irrimediabile (le corazzate Arizona e Oklahoma, la corazzata bersaglio Utah), 6 affondate, rovesciate o arenate seppur recuperabili (le corazzate California, West Virginia, Nevada, il posamine Oglala, i cacciatorpediniere Cassin e Shaw), 7 gravemente danneggiate (la corazzata Pennsylvania, la nave officina Vestal, la nave d'appoggio idrovolanti Curtiss, gli incrociatori Raleigh, Helena e Honolulu e il cacciatorpediniere Downes), 2 mediamente danneggiate (le corazzate Tennessee e Maryland) e 4 danneggiate lievemente (3 incrociatori e il cacciatorpediniere Helm). Sui campi d'aviazione di Oahu furono distrutti 188 aerei americani e altri 159 danneggiati; le perdite umane ammontarono a 2403 morti americani (2008 della Marina, 109 dei Marines, 218 dell'Esercito, 68 civili) e 1178 feriti. Secondo i calcoli di Tokyo i giapponesi persero 29 aerei, tra cui 9 caccia, 15 bombardieri e 5 aerosiluranti, un grande sommergibile e tutti e cinque i sommergibili tascabili.

I morti da parte nipponica furono 64 di cui 55 aviatori. Non si seppe mai quanti fossero stati i marinai a bordo del grande sommergibile. Alle 5.05 (ora in Giappone), l'ammiraglio Nagumo confermò alle supreme autorità militari il "kishu-seiko", il successo dell'attacco di sorpresa. Sette ore più tardi il Mikado appose il sigillo imperiale al rescritto che proclamò lo stato di guerra con gli Stati Uniti d'America.

[modifica] Reazioni

L'8 dicembre 1941 il Congresso degli Stati Uniti dichiarò guerra al Giappone, con il solo voto contrario di Jeannette Rankin.

[modifica] Dibattito sulla riuscita o meno dell'operazione

L'attacco fu nel contempo per i giapponesi un successo ed un fallimento [28]. È considerato un successo perché i giapponesi riuscirono a ottenere il loro scopo: mettere fuori causa le corazzate americane.

Può invece essere considerato un fallimento per i seguenti motivi:

  • l'attacco non distrusse bersagli chiave facilmente distruggibili, come i grandi depositi di carburante e di siluri. Basti pensare che dal 1943 la campagna sottomarina americana contro i mercantili giapponesi porterà il Paese del Sol Levante sull'orlo della fame;
  • nonostante gli enormi danni, solo 3 navi furono irrimediabilmente perse; le altre, anche se con molte riparazioni, rientrarono in servizio prima della fine della guerra;
  • i giapponesi sopravvalutarono le difese dell'isola e questo portò al terzo fallimento: dopo la seconda ondata, non vollero rischiare un terzo attacco aereo. Una forza da sbarco anche solo delle dimensioni di quella che attaccò la Malesia e Singapore (30.000 uomini per capire) avrebbe inoltre potuto, con la superiorità aerea nipponica, conquistare l'isola privando la U.S. Navy del suo comando nel Pacifico, costringendola ad operare dalla California;
  • le tre portaerei americane, la Hornet, l'Enterprise e la Yorktown, obiettivo primario dell'azione giapponese, non erano in porto al momento dell'attacco. Furono proprio queste portaerei che sconfissero la flotta giapponese alla battaglia delle Midway, segnando l'inversione di tendenza nella guerra del Pacifico.

Nella loro ipervalutazione delle difese i giapponesi si aspettavano - ed erano pronti ad accettare - la perdita di metà della task force.[senza fonte]

[modifica] Sorpresa o atto previsto?

Una corrente di storici[29] ritiene che l'attacco a Pearl Harbor non solo avrebbe potuto essere validamente contrastato ma che addirittura sia stato favorito dalle massime autorità americane, specificatamente per volontà e determinazione dell'allora presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt. Secondo questa teoria il Giappone sarebbe stato deliberatamente provocato alla guerra attraverso misure restrittive quali l'embargo petrolifero e quello di altre materie essenziali all'economia giapponese e successivamente la dislocazione delle navi da guerra americane nelle Hawai sarebbe stata elaborata in modo da costituire un'esca attraente per il bellicoso governo giapponese. Inoltre i segnali evidenti del movimento della flotta del Sol Levante destinata a portare gli aerei che avrebbero attaccato Pearl Harbor sarebbero stati deliberatamente ignorati dalla marina americana per ordini dall'alto.

Tra marzo e luglio 1941 le navi americane si avvicinarono diverse volte in assetto di guerra alle acque territoriali giapponesi. Il 31 luglio 1941 il Ministero della Marina giapponese consegnò all'ambasciatore negli Stati Uniti una lettera formale di protesta.[30]

Tutto questo avrebbe avuto un solo scopo: invitare il Giappone a vibrare un colpo di forte rilevanza militare (e politica) contro gli Stati Uniti in modo tale che l'opinione pubblica americana (e quella dei suoi rappresentanti al Congresso) passasse da una larga maggioranza anti-interventista, rispetto alla guerra che si stava combattendo in Europa, ad una opinione maggioritaria interventista. [31] Franklin Delano Roosevelt infatti aveva capito che il popolo da lui governato non si accontentava dell'indignazione contro Hitler per il proditorio attacco alla Polonia e di quella destata dal comportamento aggressivo dei giapponesi in Cina e negli altri paesi asiatici, per accettare l'ingresso in guerra degli Stati Uniti a fianco d'Inghilterra e Francia contro le potenze dell'Asse, ma che solo lo shock di un attacco diretto al proprio paese avrebbe modificato decisamente l'atteggiamento degli americani verso la guerra. Roosevelt riteneva infatti che un'eventuale vittoria delle Potenze dell'Asse in Europa (Germania ed Italia) ed in Asia (Giappone),[32] che nella situazione di allora pareva tutt'altro che improbabile, avrebbe condotto successivamente ed inevitabilmente ad una guerra fra queste ultime e gli Stati Uniti d'America, i quali in quel momento si sarebbero trovati in forti condizioni d'inferiorità militare.

A Roosevelt non sfuggivano inoltre i pericoli derivanti dall'ambiguo atteggiamento della Spagna di Francisco Franco, la cui neutralità si sarebbe presumibilmente mutata in alleanza con l'Asse in caso di vittoria di quest'ultimo sull'Inghilterra, e le simpatie di cui godeva la Germania di Hitler in ampi strati della popolazione sudamericana.

[modifica] Film

Ispirati a questo famoso attacco sono stati girati vari film:

[modifica] Galleria fotografica

[modifica] Bibliografia

  • B.H. Liddell Hart, Storia militare della Seconda guerra mondiale, 1° volume, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1970;
  • Robert B. Stinnett, Il giorno dell'inganno, Ed. Il Saggiatore, Milano, 2001, ISBN 88-428-0939-X
  • Winston Churchill, The second world war (12 volumi), 6° volume War Comes to America, Cassel & Company LTD, Londra, 1964

[modifica] Note

  1. ^ L'attacco alla USS Arizona provocò oltre 1000 morti
  2. ^ Ships present at Pearl Harbor 0800 December 7, 1941 US Navy Historical Center
  3. ^ Martin Gilbert, The Second World War, 1989, pag. 272
  4. ^ CinCP Rapporto dei danni al naviglio a Pearl Harbor. A meno di diversa indicazione, tutto il naviglio danneggiato fu recuperabile
  5. ^ Stetson Conn, Fairchild, Byron, Engelman, Rose C., Guarding the United States and Its Outposts, Cap. 7: The Attack on Pearl Harbor, Center of Military History United States Army, Washington D.C., 2000, [1]
  6. ^ Report of the Joint Committee on the Investigation of the Pearl Harbor Attack, Cap. Damage to United States Naval Forces and Installations as a Result of the Attack United States, Government Printing Office, Washington D.C., 1946, pag. 64 [2] (accesso 8/12/2008)
  7. ^ Raymond Cartier, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 2006, ISBN 8804434333
  8. ^ Robert B. Stinnett, Il giorno dell'inganno, pag. 49
  9. ^ Winston Churchill, The second world war, vol. 6°, War Comes to America, pag. 188
  10. ^ Robert B. Stinnett, Il giorno dell'inganno, pag. 37
  11. ^ Robert B. Stinnett, op. cit., pag. 36
  12. ^ Allora il canale di Panama era ancora sotto la sovranità degli Stati Uniti. Vedi: Robert B. Stinnett, op. cit., pag. 156
  13. ^ B.H. Liddell Hart, op. cit. , pag. 287
  14. ^ L'isola fu attaccata dai giapponesi l'8 dicembre 1941 e da questi occupata il 23 dello stesso mese. Essa rimase in mani nipponiche fino al 4 settembre 1945, quando fu riconquistata dagli americani. Oggi fa parte dei territori non incorporati degli Stati Uniti d'America ed è amministrata direttamente dal Comando dell'Aviazione Militare USA. Da un punto di vista statistico è compresa nelle isole Minori degli Stati Uniti d'America
  15. ^ Anche Guam fu attaccata e conquistata dai giapponesi l'8 dicembre 1941 e restò nelle loro mani fino all' 8 agosto 1944, quando gli americani la riconquistarono dopo una sanguinosa battaglia iniziata il 21 luglio dello stesso anno. Oggi Guam ha statuto di territorio non incorporato degli Stati Uniti d'America
  16. ^ Robert B. Sinnett, op. cit., pag. 150
  17. ^ Boyd, The Japanese Submarine Force and World War II, pagg. 61-80
  18. ^ a b c B.H. Liddell Hart, op. cit. , pag. 298
  19. ^ a b B.H. Liddell Hart, op. cit. , pag. 299
  20. ^ Ciò avvenne due giorni dopo. In realtà vi erano stati già in precedenza, nella stessa storia europea, fatti analoghi. Le truppe inglesi, agli ordini di Arthur Wellesley, I duca di Wellington, sbarcarono in Danimarca, stato sovrano, ed attaccarono i danesi presso Køge, nei pressi di Copenaghen, mentre la flotta inglese, agli ordini dell'ammiraglio James Gambier attaccava la città dal mare, senza che fosse stata dichiarata la guerra. Lo scopo degli inglesi era quello di impedire che la flotta danese cadesse nelle mani dei francesi di Napoleone Bonaparte.
  21. ^ Robert B. Stinnett, op. cit. , pag. 171
  22. ^ L'iniziativa era del capo del governo giapponese, principe Konoye, appoggiato dall'allora Ministro dell'Esercito imperiale giapponese Hideki Tojo (futuro Primo Ministro) contro il parere del Ministro degli affari Esteri Yōsuke Matsuoka, che sosteneva l'incompatibilità di queste trattative con il Patto Tripartito al quale il Giappone aveva aderito l'autunno precedente. Vedi: Winston Churchill, The second world war, vol. 6°, War Come to America, pag. 188
  23. ^ Winston Churchill, op. cit., pag. 193
  24. ^ B.H. Liddell Hart, op. cit., pag. 91
  25. ^ B.H. Liddell Hart, op. cit. , pag. 301
  26. ^ Robert B. Stinnett, op. cit. , pag. 108
  27. ^ B.H. Liddell Hart, op. cit. , pag. 199
  28. ^ Paul K.Davis,le 100 battaglie che hanno cambiato la storia
  29. ^ Robert B. Sinnett, Il giorno dell'inganno, Il Saggiatore
  30. ^ Robert Sinnett, op. cit., pagg. 26-27
  31. ^ Un sondaggio di opinioni pubblicato a fine gennaio 1941 aveva rivelato che, mentre il 79 % della popolazione statunitense riteneva errato venire a patti con Hitler, ben l'88% era contrario ad un intervento militare del proprio paese nella guerra che dilaniava l'Europa. (Robert B. Stinnett, op. cit., pag. 52)
  32. ^ A settembre del 1940, cioè poco più di un anno prima dell'attacco a Pearl Harbor, il Giappone aveva stipulato con Germania ed Italia un patto di mutua alleanza, dando origine al cosiddetto RoBerTo (asse Roma-Berlino-Tokio)

[modifica] Voci correlate

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