Anschluss

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Parata di gerarchi nazisti pro-Anschluss a Vienna
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Storia dell'Austria
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Il termine tedesco Anschluss ˈʔanʃlʊs[1] (letteralmente connessione, annessione, collegamento, inclusione) si riferisce, in senso strettamente politico, all'annessione dell'Austria alla Germania per formare la "Grande Germania" nel 1938. Questo termine si contrappone all'Ausschluss, l'esclusione dell'Austria dalla Germania, all'epoca sotto l'implicita dominazione del Regno di Prussia.

L'Anschluss fu il soggetto di un dibattito inconcludente precedente alla Guerra Austro-Prussiana del 1866, in cui la sconfitta dell'Austria permise a Otto von Bismarck di costruire nel 1871 l'Impero tedesco. Dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, l'articolo 80 del Trattato di Versailles del 1919 vietò esplicitamente l'inclusione dell'Austria nella Germania; stesso divieto fu ribadito dall'articolo 88 del trattato di Saint-Germain-en-Laye. Secondo il quotidiano francese Le Figaro «l'Anschluss fu il fatto più grave e carico di conseguenze dalla fine del primo conflitto mondiale»[2].

L'Anschluss del 1938[modifica | modifica sorgente]

Per mettere in scacco il potere dei nazisti austriaci, che pretendevano l'unione con la Germania Nazista, il Cancelliere Engelbert Dollfuß nel 1933 passò al governo per decreto, istituendo quindi un regime autoritario e mettendo fine al parlamentarismo, e si orientò verso l'Italia fascista.

L'assassinio di Dollfuß e di molti suoi sostenitori da parte dei nazisti (25 luglio 1934), facilitò il dominio politico e culturale dei nazisti austriaci.

Il nuovo cancelliere Austriaco Alois von Schuschnigg sperò di preservare l'indipendenza dell'Austria.

Dopo una lunga campagna politica, che comprese le minacce di guerra di Hitler, un avvocato nazista, Arthur Seyss-Inquart, venne nominato Ministro degli Interni e in seguito Cancelliere d'Austria.

Il 12 marzo del 1938, la Germania annunciò l'annessione (Anschluss) dell'Austria, che divenne una provincia tedesca. Questa fusione della nazione tedesca durò fino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945.

Il plebiscito successivo all'Anschluss[modifica | modifica sorgente]

La scheda elettorale, con le sue due caselle di diseguali dimensioni e diversamente centrate rispetto al corpo della scheda.

Hitler fece suggellare a posteriori l'unione dell'Austria con la Germania con un plebiscito indetto per il 10 aprile 1938.

Nei giorni precedenti al voto in molte città austriache fecero la loro apparizione numerosi alti funzionari del Partito Nazionalsocialista (Hitler stesso, Joseph Goebbels, Hermann Göring, Rudolf Heß ed altri) e la propaganda si fece sentire in ogni momento della vita quotidiana. Bandiere, striscioni e manifesti con slogan e con la svastica comparvero in tutte le città sui tram, sui muri e sui pali; soltanto a Vienna furono affissi circa 200.000 ritratti del Führer in luoghi pubblici. Anche sulla corrispondenza comparve l'annullo postale "Il 10 aprile il tuo sì al Führer". Il "sì" rimbombò continuamente dalle pagine della stampa e dalle emissioni radiofoniche, che erano fermamente in mano nazista, e in questo modo non vi fu spazio ufficiale per il "no".

Non furono legittimati al voto circa 200.000 ebrei, circa 177.000 persone "di sangue misto" e tutti quelli che erano già stati incarcerati per motivi politici o razziali: ne derivò l'esclusione dal voto di circa 8% dell'intero corpo elettorale. Nel corso della votazione stessa molti rinunciarono alla segretezza della cabina barrando il circoletto del "sì" pubblicamente di fronte agli scrutatori, per evitare di essere sospettati di aver votato contro l'Anschluss e quindi di rimanere esposti a possibili rappresaglie come "nemici del sistema".

La scheda elettorale stessa fu un caso paradigmatico di aperta violazione dei più basilari concetti di democrazia e legalità del voto. Il quesito referendario, formulato dando del "tu" all'elettore e cumulando due quesiti in uno, recitava:

« Sei d'accordo con la riunificazione dell'Austria con il Reich tedesco avvenuta il 13 marzo 1938 e voti per la lista del nostro Führer Adolf Hitler? »

Seguivano infine le due caselle in cui esprimere il proprio voto: il circoletto del "sì" perfettamente centrato e di dimensioni maggiori, e il circoletto del "no" relegato in un angolo e grande la metà (un'eguale sproporzione valeva per le scritte "sì" e "no").

La sera del 10 aprile il Gauleiter Bürckel rese noto l'esito della votazione a Berlino. Secondo i dati ufficiali il "sì" vinse con il 99,73% dei voti. Anche in Germania venne approvata l'annessione con il 99,08% dei voti. L'affluenza al voto fu altissima: del 99,71% in Austria e del 99,60% in Germania.

A partire da questo momento, l'Austria ufficialmente non esisteva più, per prendere il nome non ufficiale di Ostmark.

L'Anschluss nella politica estera italiana[modifica | modifica sorgente]

L'Italia liberale e la sicurezza del confine nord-orientale[modifica | modifica sorgente]

Uscita vincitrice dalla Prima guerra mondiale, l'Italia aveva ottenuto la sicurezza della frontiera nord-orientale con il Trattato di St. Germain-en-Laye, che definiva il destino dell'Impero austro-ungarico. L'annessione del Trentino-Alto Adige, fino al Passo del Brennero garantiva la sicurezza della Pianura Padana, fino ad allora messa in serio pericolo dal cuneo austro-ungarico, che permetteva alle truppe austriache di calare fino alle Fortezze del Quadrilatero, coperte dal Lago di Garda. La “chiusura delle porte di casa”, obiettivo primario ricercato dall'Italia nella partecipazione alla guerra nelle file dell'Intesa, si completava con l'acquisizione della Carniola occidentale con Gorizia, Trieste, l'Istria fino alle Alpi Giulie.

Il Trattato di St. Germain en Laye, all'articolo 88, sanciva il divieto per la nuova Repubblica d'Austria di procedere all'Anschluss. L'Italia, in questo frangente, agiva di concerto con la Francia, la quale, nel tentativo di neutralizzare il potenziale economico-militare tedesco, oltre a richiedere ingenti somme di riparazioni, faceva imporre dalla Conferenza di Pace di Parigi nel Trattato di Versailles, il divieto di Anschluss per la Germania.

Va da sé che in Austria il sentimento popolare era nettamente orientato verso l'unione della Nazione tedesca, così come sembravano indicare ragioni di ordine economico, essendo la nuova repubblica austriaca ridotta a una piccola entità di 84 000 km² e di 6 500 000 abitanti. Indicativo di tale opinione era il fatto che già il 12 novembre 1918 la Repubblica d'Austria appena proclamata, si definisse come “facente parte del Reich tedesco”.

Il divieto di Anschluss imposto da Francia e Italia costituiva uno dei molti controsensi del principio di nazionalità, che dominava la sistemazione territoriale voluta dal Presidente americano Woodrow Wilson; l'opposizione franco-italiana si manifestò nuovamente nel 1922, allorquando nel maggio il nuovo Cancelliere Mons. Ignaz Seipel, nell'intento di rendere più vitale l'economia austriaca, si indirizzò verso i Governi europei per ottenere prestiti e impegni finanziari. La Francia, la cui situazione economica in quel momento era la migliore tra le potenze europee, acconsentì a tale prestito, ma impose a Seipel di firmare i Protocolli di Ginevra del settembre 1922, con i quali si riaffermava la volontà di indipendenza dell'Austria.

Il problema austriaco dopo l'avvento del fascismo[modifica | modifica sorgente]

Anche dopo l'avvento del fascismo nell'ottobre del 1922, la politica estera italiana non si discosta dall'impostazione cui essa si ispira in età liberale. In particolare, per quel che concerne l'Austria e la Germania, Benito Mussolini appare come il più strenuo difensore dell'antirevisionismo, così consigliato dalla macchina diplomatica italiana, rimasta dopo il 1922 immutata nel suo organico nonostante la svolta fascista. Ne derivarono dei rapporti pessimi con il Cancelliere tedesco Gustav Stresemann: questi, nazionalista moderato, era sì convinto che il risollevamento tedesco dovesse avvenire attraverso metodi democratici, cercando appoggi a Londra e negoziando con Parigi; tuttavia uno dei punti fermi della sua politica era riunire in un unico grande Stato la Nazione tedesca. Un'unificazione austro-tedesca avrebbe infatti posto l'Italia di fronte ad una situazione pericolosamente simile a quella presente con la Duplice Alleanza austro-tedesca del 1879.

Con specifico riferimento all'Austria, il 20 maggio 1925 Benito Mussolini aveva esposto la linea politica italiana in un discorso tenuto presso il Senato:

« L'Italia non potrebbe mai tollerare quella patente violazione dei trattati che consisterebbe nell'annessione dell'Austria alla Germania. La quale annessione, a mio avviso, frustrerebbe la vittoria italiana, aumenterebbe la potenza demografica e territoriale della Germania e darebbe questa situazione di paradosso: che l'unica nazione che aumenterebbe i suoi territori, che aumenterebbe la sua popolazione, facendo di sé il blocco più potente nell'Europa centrale, sarebbe precisamente la Germania »

Allorché nell'estate del 1925 si iniziarono le consultazioni per i futuri Patti di Locarno, Mussolini inviò istruzioni ai propri Ambasciatori a Londra e a Parigi per chiarire i rapporti tra l'Italia e gli alleati dell'Intesa; nella spiegazione inviata a della Torretta, Ambasciatore a Londra, affermava:

« Qualora la realizzazione del Patto Renano dovesse avvenire nei termini precisi che ora si prospettano dal Governo britannico, dando luogo ad una supergaranzia esclusiva […] limitata alla frontiera occidentale, […] ciò porterebbe come conseguenza che l'Italia non avrebbe alcun interesse specifico a intervenire in questo patto, mentre sarebbe messa in condizione da dover pensare ad ottenere nuove specifiche garanzie per l'unica questione che direttamente la interessa [l'Austria] »

Nel telespresso del 13 settembre 1925 all'Ambasciatore a Parigi Avezzana, Benito Mussolini aggiungeva:

« La questione [l'Anschluss] riveste per la sicurezza della Francia un carattere assolutamente essenziale a causa dell'aumento di potenzialità che l'annessione determinerebbe da parte del Reich e della preponderanza che gli assicurerebbe nel conflitto storico fondamentale con la Francia »

Da questi due passi si deduce come il sostegno del regime e di Mussolini all'indipendenza austriaca non fosse incondizionato: qualora fosse mancato l'appoggio franco-britannico, l'Italia avrebbe potuto (rectius, dovuto) cercare altrove le garanzie alla propria sicurezza.

L'Austria nel progetto danubiano italiano[modifica | modifica sorgente]

Nel 1931 la questione dell'Anschluss si ripropose nuovamente con il progetto avanzato dal Ministro degli Esteri tedesco Julius Curtius e dal suo collega austriaco Johann Schober. Il 14 marzo 1931, essi conclusero un accordo per l'assimilazione delle condizioni doganali e politico-commerciali tra i due Paesi: Germania e Austria avrebbero mantenuto le rispettive amministrazioni doganali, ma le tariffe e le legislazioni doganali sarebbero state unificate. Era, questo, un tentativo di contrastare l'attuazione del cosiddetto “blocco dei Paesi agricoli” da parte della Piccola Intesa a cui era associata anche la Polonia.

Presso i francesi e gli Italiani, tuttavia, tale progetto non poteva che ricordare che la premessa dell'unificazione tedesca nel 1871 era stata proprio la realizzazione dello Zollverein a partire dal 1834. Di conseguenza, la questione venne sottoposta nel maggio al Consiglio di Sicurezza della Società delle Nazioni; Francia e Italia, il 18 maggio, esposero la loro contrarietà al progetto e decisero di rinviare la questione alla Corte Permanente di Giustizia Internazionale dell'Aja, che avrebbe dovuto stabilire se esso fosse contrario ai Protocolli di Ginevra del 1922.

Nel suo parere consultivo, la Corte si espresse in senso sfavorevole al progetto con 8 voti contro 7 (tra questi ultimi spiccava quello del membro britannico, segno dell'evoluzione di Londra circa il problema tedesco). Sia Julius Curtius che Johann Schober erano però stati obbligati dalle ripercussioni della Grande depressione, che aveva provocato un riflusso degli investimenti americani e britannici, a ritrattare circa le loro intenzioni, al fine di ottenere sostegno finanziario dalla Francia, apparentemente ancora immune dal contagio della crisi economica. In relazione al fallimento del progetto Curtius-Schober, il Ministro degli Esteri Dino Grandi inviava una lettera d'istruzioni a diverse Ambasciate italiane in Europa, nella quale sottolineava come:

« La conclusione dell'accordo austro-tedesco ha dimostrato una cosa inaspettata, che cioè la Germania considera la realizzazione dell'Anschluss come il secondo punto del programma nazionalista tedesco, dopo l'evacuazione renana. […] A questo il Governo italiano sarà costretto ad opporsi con tutti i mezzi di cui dispone, pur cercando, come a Ginevra, di mantenere il più possibile una linea indipendente da quella francese »

È il segnale di un più attivo ruolo italiano nella difesa dell'indipendenza dell'Austria, determinato anche dalla pericolosa ascesa del Partito Nazionalsocialista in Germania, a cui avrebbe fatto seguito un'analoga tendenza in Austria. Per far fronte a questo pericolo, Mussolini avviò contatti più intensi col Principe Ernst Rudiger Von Starhemberg, capo delle Heimwehren e col Cancelliere austriaco Engelbert Dollfuß.

L'obiettivo di Mussolini era di inserire l'Austria all'interno del rapporto privilegiato che l'Italia possedeva con l'Ungheria già da parecchi anni e che si erano ulteriormente rafforzati con la conclusione degli Accordi del Semmering del 1931 e con il progetto di unione doganale italo-austro-magiara del 1932, durante la visita in Italia del Generale Gyula Gombos, Primo Ministro ungherese. Perciò, i segnali del “Drang nach Südosten” tedesco minacciavano la situazione privilegiata di cui l'Italia all'epoca godeva nell'area danubiano-balcanica: l'eventuale perdita del mercato austriaco avrebbe causato la fine del progetto di unione doganale italo-austro-magiara e la decadenza dei successi politici italiani in quell'area in funzione anti-tedesca.

La contemporanea attività commerciale e politica tedesca nei confronti dell'Ungheria, culminata con la stipula, nel giugno 1933, di un Trattato di amicizia e di commercio, veniva contrastata con i continui negoziati da parte italiana degli Accordi Brocchi, progetto di costituzione di una unione doganale che risaliva agli anni trenta e che, come detto, era stata riproposta dal Generale Gyula Gombos nel 1932. Ricapitolando, oltre all'appoggio al revisionismo ungherese, l'Italia finanziava abbondantemente le Heimwehren di Ernst Rudiger Von Starhemberg e appoggiava politicamente il Governo di Dollfuß.

Negli incontri del 14-17 marzo 1934, il progetto italiano di unione doganale arrivava a coronamento con la firma dei Protocolli di Roma del 1934, con i quali l'Ungheria e l'Austria si legavano all'influenza economica e politica italiana. Nel periodo precedente alla conclusione di tale accordo, Mussolini era riuscito a convincere Engelbert Dollfuß ad accettare l'idea di smantellare lo Stato democratico e a costituire una dittatura di stampo cattolico che mettesse al bando tutti i partiti, compreso quello nazista, e che ponesse alla guida del Paese il Fronte Patriottico.

Quando Hitler giunse al potere, non trovò in Austria una situazione democratica come in Germania, ma una dittatura che non consentì la propaganda del nazismo. Sulla questione austriaca si registrarono i più grandi attriti tra Germania e Italia, tanto che Mussolini a lungo rifiutò di incontrare il Führer. Tuttavia, il ruolo di garante dell'indipendenza austriaca svolto dall'Italia e il sistema politico ivi costruito non erano esenti da problemi di applicazione: l'opinione pubblica non vedeva di buon occhio un eventuale intervento armato italiano, pur in difesa dell'indipendenza nazionale. Simili dubbi venivano espressi anche da Francia, Gran Bretagna e dalle potenze della Piccola Intesa.

Del resto, Adolf Hitler aveva fatto ripetutamente presente a Mussolini, tramite i suoi inviati Hermann Göring e Franz von Papen durante tutto il 1933, della necessità che Dollfuß venisse rimosso per consentire la libertà politica in Austria; tale tesi venne ripetuta dallo stesso Hitler durante l'incontro di Stresa del 14-15 giugno 1934, nel corso del quale il Fuhrer chiese ripetutamente la possibilità di tenere libere elezioni in Austria, certo di una sicura vittoria dei nazisti locali. Benito Mussolini si limitò a prendere atto delle richieste di Hitler, il che equivaleva a un rifiuto, conscio che in tal modo la propaganda nazista avrebbe fatto breccia presso l'opinione pubblica, spianando la strada all'Anschluss e mettendo a rischio la frontiera del Passo del Brennero.

Nel luglio dello stesso anno ebbe luogo il tentato putsch di Vienna; la congiura fallì, anche per il minaccioso intervento di Mussolini che era il protettore di Dollfuß, essendo l'Austria legata all'Italia da numerosi vincoli tra i quali i "Protocolli di Roma", siglati il 17 marzo 1934 fra Italia, Austria e Ungheria.[3] L'obiettivo politico di Hitler era stato tuttavia conseguito, con l'eliminazione del Cancelliere Dollfuß, morto durante l'assalto alla Cancelleria.

L'avvicinamento italiano alla Francia e il fallimento del Fronte di Stresa[modifica | modifica sorgente]

Il putsch di Vienna avveniva in contemporanea col negoziato italo-francese per un'alleanza in funzione anti-hitleriana, all'interno di un grande progetto di contenimento tedesco franco-russo, ispirato dal Ministro degli Esteri francese Louis Barthou. Mussolini si era reso conto, alla luce del fallito colpo di Stato, che era necessario ripensare la strategia anti-tedesca e si era risolto ad avvicinarsi, con molto realismo, alla Francia. Questo riavvicinamento condusse alla conclusione degli Accordi di Roma del 7 gennaio 1935, conclusi da Mussolini e Pierre Laval, succeduto a Louis Barthou dopo il suo assassinio a Marsiglia, probabilmente agevolato dai tedeschi.

In tali accordi i due Stati si misero d'accordo, tra le altre cose, nel garantire l'indipendenza austriaca. Il riavvicinamento alla Francia sarebbe continuato con l'inizio di trattative per un'alleanza militare attraverso i colloqui tra Pietro Badoglio e Maurice Gamelin[4].

Il fronte anti-tedesco si andava rinforzando, ma con la sopravvenuta crisi d'Etiopia e la conseguente guerra, esso si sfaldò, successivamente al fallimento del compromesso Patto_Hoare-Laval, probabilmente facilitato dai sentimenti anti-italiani di Alexis Léger, Segretario Generale del Quai d'Orsay; egli, infatti, rendendo pubblico il testo dell'accordo, rese impossibile il recupero da parte di Francia e Gran Bretagna dell'Italia all'interno del Fronte di Stresa. Stesso effetto sortì la conclusione dell'Accordo Navale Anglo-Tedesco il 18 giugno 1935, visto come un tradimento britannico nei confronti dell'Italia.

L'avvicinamento italo-tedesco e l'Anschluss[modifica | modifica sorgente]

L'atteggiamento italiano nei confronti dell'Anschluss mutò agli inizi del 1936. Il colloquio del 6 gennaio 1936 tra Mussolini e l'Ambasciatore tedesco Ullrich Von Hassell pose le basi per il riavvicinamento italo-tedesco, dopo il raffreddamento dei rapporti successivamente al putsch del 1934. In esso il Duce aprì a nuove soluzioni per l'Austria, considerando il Fronte di Stresa ormai morto e sepolto. L'Italia comunicò all'Ambasciatore tedesco che si sarebbe posto fine alla protezione austriaca e che si sarebbe accettato la graduale assimilazione dell'Austria e della Germania.

Il disinteresse crescente italiano per l'Austria portò alla conclusione dell'Accordo austro-tedesco dell'11 luglio 1936, con il quale si reintroduceva la possibilità di consentire la propaganda nazista nel Paese. Nonostante questa evoluzione e il riavvicinamento italo-tedesco, Hitler non era ancora sicuro del comportamento italiano in caso di azione in Austria. Il Cancelliere austriaco Kurt Alois von Schuschnigg, dal canto suo, era intenzionato a resistere all'invadenza tedesca, ma non aveva più l'appoggio delle Heimwehren di Ernst Rüdiger Starhemberg, scaricato dall'Italia, e venne consigliato dagli Italiani ad immettere nel Governo esponenti nazisti, cosa che avvenne nel maggio 1936, dichiarando che da allora in poi avrebbe aderito alla formula di Mons. Ignaz Seipel “due Stati, una Nazione”.

A completamento del riavvicinamento italo-tedesco avvenne un cambio alla guida del Ministero degli Esteri, con la nomina di Galeazzo Ciano il 9 giugno 1936 e l'allontanamento di Fulvio Suvich dal Ministero, da sempre contrario alla linea filo-tedesca. In occasione della firma italiana al Patto anticomintern del 6 novembre 1937, Benito Mussolini ebbe un colloquio con Joachim von Ribbentrop, durante il quale il Duce dichiarò di non aver più intenzione di fare la sentinella dell'indipendenza austriaca. In tal modo la Germania, dopo l'assenso britannico, ottenuto con l'Accordo Navale Anglo-Tedesco del 18 giugno 1935, otteneva anche l'assenso italiano. Nel marzo 1938 Adolf Hitler poteva procedere all'Anschluss.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Fino alla riforma ortografica tedesca, nel 1998, Anschluss veniva scritto Anschluß; l'ultimo termine si può trovare nella letteratura più antica.
  2. ^ Vallette/Bouillon, Monaco, Cappelli, Rocca San Casciano 1968.
  3. ^ I "Protocolli di Roma" prevedevano sia facilitazioni doganali fra i paesi contraenti che una collaborazione militare in caso di necessità (vedi: Richard Lamb, Mussolini e gli inglesi, Corbaccio, Milano, 1997, pag. 146). Mussolini inviò a Venezia, ove trascorreva le vacanze il principe Ernst Rüdiger Starhemberg, acceso antinazista e fiero oppositore dell' Anschluss, che comandava le Heimwehren, formazioni paramilitari che appoggiavano Dolfuss, un aereo che consentì al principe di rientrare precipitosamente a Vienna e fronteggiare con la sua milizia, e con l'autorizzazione del presidente Wilhelm Miklas, gli assalitori nazisti (Richard Lamb, op. cit, , pag. 149). Anche alcune divisioni italiane furono inviate urgentemente al Brennero (quattro, secondo William Shirer, Storia del terzo Reich, Giulio Einaudi editore, Torino, 1963, pag. 308; tre, secondo Winston Churchill, The second world war, Volume I The gathering storm, 6º capitolo The darkening scene, 1934, pag. 89)
  4. ^ Giovanni Cecini, L’alleanza mancata tra Francia e Italia: gli accordi Gamelin-Badoglio, in «Nuova Storia Contemporanea», anno XII, n. 6/2008

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Duroselle, Storia diplomatica dal 1919 ai nostri giorni, LED, 1997.
  • Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1919-1999, Laterza, 2000.
  • Lefebvre D'Ovidio, Il problema austro-tedesco e la crisi della politica estera italiana.
  • Vallette/Bouillon, Monaco, Cappelli, Rocca San Casciano 1968.

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