Indennità di guerra

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L'indennità di guerra, o riparazione di guerra, è una compensazione monetaria destinata a coprire i danni o le perdite subite durante una guerra.

Guerra austro-prussiana: la città libera di Francoforte sul Meno dovette pagare 25 milioni di fiorini alla Prussia come contributo di guerra entro 24 ore (ultimatum del 20 luglio 1866 firmato dal generale prussiano Edwin von Manteuffel).

Storia[modifica | modifica sorgente]

Roma impose pesanti indennità a Cartagine dopo la prima e seconda guerra punica[1] (la cosiddetta pace cartaginese).

Il trattato di Parigi del 1815 obbligò la Francia a pagare 700 milioni di franchi-oro alla Santa Alleanza come indennizzo per mantenere alcuni eserciti alleati di occupazione, composti da 150.000 uomini alle sue frontiere per almeno cinque anni.

I "trattati ineguali" firmati dalla dinastia Qing in Cina, Giappone, Corea, Siam, Persia, Impero Ottomano, Afghanistan e altri paesi nel diciannovesimo secolo comprendevano pagamenti di indennità alle potenze occidentali vittoriose.

Guerra franco-prussiana del 1870[modifica | modifica sorgente]

Perduta la guerra franco-prussiana, la Francia dovette versare una grossa somma d'argento (5 miliardi di franchi in tre anni, con l'obbligo dell'esborso, nel corso del primo anno, di un 1 milione di franchi) alla Prussia come indennità di guerra e cedere i territori dell'Alsazia (tranne Belfort), la Lorena (attuale dipartimento francese della Mosella) e una parte dei Vosgi in base al trattato di Francoforte firmato il 10 maggio 1871. Truppe di occupazione prussiane permasero nell'est della Francia fino al completo pagamento dei 5 miliardi di franchi. La Francia riuscì a pagare tale importo in poco più di due anni e nel settembre 1873 i soldati tedeschi lasciarono i territori occupati del Nord. La Francia concesse inoltre alla Prussia, per il commercio e la navigazione, la clausola della nazione più favorita. La Francia rispettò tutte le disposizioni del Trattato di Francoforte fino al 1914.

Prima guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

La Russia accettò di pagare riparazioni di guerra agli Imperi centrali dopo la sua uscita dalla guerra con il Trattato di Brest-Litovsk (che fu ripudiato dal governo bolscevico otto mesi più tardi).
La Germania si impegnò a pagare 132 miliardi di marchi oro (6.600.000.000 di sterline) con il Trattato di Versailles (1919). L'ammontare delle riparazioni venne in seguito ridimensionato con l'accordo sui debiti esteri germanici del 27 febbraio 1953. In data 3 ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato[2] con il pagamento dell'ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro[3].
La Bulgaria pagò 2,25 miliardi di franchi oro (90 milioni di sterline) di riparazioni in base al Trattato di Neuilly.

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Germania[modifica | modifica sorgente]

Dopo la seconda guerra mondiale, in base alla conferenza di Potsdam tenutasi tra il 17 luglio e il 2 agosto 1945, la Germania dovette pagare agli Alleati 23 miliardi di dollari statunitensi soprattutto in macchinari e in stabilimenti di produzione. Le riparazioni all'Unione Sovietica finirono nel 1953. Inoltre, in osservanza alla politica di de-industrializzazione e pastoralizzazione della Germania, un gran numero di industrie civili vennero smantellate per essere trasportate in Francia e nel Regno Unito, o semplicemente distrutte. Nel 1950, quando terminarono gli smantellamenti, erano state rimosse le apparecchiature da 706 impianti manufatturieri nell'ovest e la capacità di produzione dell'acciaio era stata ridotta di 6.700.000 tonnellate[4].

Alla fine, in molti Paesi le vittime di guerra vennero compensate con le proprietà dei tedeschi che vennero espulsi dopo la seconda guerra mondiale. A partire anche da prima della resa della Germania e fino a due anni dopo, gli Stati Uniti perseguirono un intenso programma volto a raccogliere tutte le tecnologiche e il know-how scientifico tedesco, nonché tutti i brevetti e molti eminenti scienziati della Germania (noto come Operazione Paperclip). Lo storico John Gimbel, nel suo libro Science Technology and Reparations: Exploitation and Plunder in Postwar Germany, afferma che le "riparazioni intellettuali" (intellectual reparations) prese dagli Stati Uniti e dal Regno Unito ammontarono a circa 10 miliardi di dollari[5]. Parte delle riparazioni tedesche furono sotto forma di lavoro forzato. Fino al 1947, circa 4.000.000 prigionieri di guerra e civili tedeschi vennero utilizzati come forzati in Unione Sovietica, Francia, Regno Unito, Belgio e nella Germania sotto controllo americano.

La Germania pagò ad Israele 450 milioni di marchi tedeschi come riparazioni per l'Olocausto, e 3 miliardi di marchi al Congresso ebraico mondiale per compensare i sopravvissuti in altri Paesi. Nessuna riparazione venne pagata invece per i Rom uccisi durante l'Olocausto[6].

Giappone[modifica | modifica sorgente]

In base al trattato di San Francisco e agli accordi bilaterali, il Giappone si impegnò a pagare circa 1 bilione e 30 miliardi di yen. Quattro Paesi rinunciarono a qualsiasi riparazione dal Giappone.

Negli anni ottanta il governo degli Stati Uniti si scusò ufficialmente per l'internamento dei nippo-americani durante la seconda guerra mondiale e pagò delle indennità.

Altri Paesi[modifica | modifica sorgente]

Con i trattati di pace di Parigi del 1947 all'Italia fu imposto di pagare come risarcimento dei danni provocati durante la guerra 360 milioni di dollari americani, di cui 100 milioni all'URSS, 125 alla Jugoslavia, 105 alla Grecia, 25 all'Etiopia e 5 all'Albania[7].
La Finlandia accettò di pagare riparazioni all'URSS per 300 milioni di dollari; la Finlandia fu inoltre l'unico Paese in Europa che pagò completamente tutte le sue indennità di guerra.
L'Ungheria si impegnò a pagare 200 milioni di dollari all'Unione Sovietica e 100 milioni alla Cecoslovacchia e alla Jugoslavia.
La Bulgaria accettò di pagare 50 milioni di dollari alla Grecia e 25 milioni alla Jugoslavia.
In base agli articoli di questi trattati, le cifre sono espresse in dollari americani del 1938 (35 dollari per un'oncia di oro puro).

Riparazioni di guerra recenti[modifica | modifica sorgente]

Dopo la guerra del Golfo, l'Iraq accettò la Risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che aveva decretato la responsabilità finanziaria irachena per i danni causati nella sua invasione del Kuwait. Venne istituita la United Nations Compensation Commission ("UNCC") e vennero presentate da governi, aziende e singoli individui richieste di risarcimento per 350 miliardi di dollari americani. I fondi per questi pagamenti provennero per una quota del 30% delle entrate petrolifere irachene dal programma Oil-for-food. Non era previsto che sarebbero stati disponibili 350 miliardi di dollari per il pagamento totale di tutte le richieste di riparazioni e quindi vennero creati programmi di priorità nel corso degli anni. L'UNCC ha affermato che l'aver dato priorità alle domande da parte di persone fisiche, poste davanti ai crediti da parte dei governi e degli enti o società (persone giuridiche), "ha segnato un passo significativo nell'evoluzione delle pratiche internazionali di crediti".

I pagamenti di questo programma di riparazioni continuano tuttora; al luglio 2010 l'UNCC ha asserito di aver finora distribuito 18,4 miliardi di dollari americani di riparazioni.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Livio. Ab urbe condita libri (The Early History of Rome, books I–V, and The History of Rome from its Foundation, books XXI–XXX: The War with Hannibal), London; Penguin Classics, 2002 and 1976.
  2. ^ 'Germany makes final payment for WWI rep... JPost - International
  3. ^ stern.de vom 3. Oktober 2010. Abgerufen am 15. Februar 2012.
  4. ^ Frederick H. Gareau, Morgenthau's Plan for Industrial Disarmament in Germany, The Western Political Quarterly, Vol. 14, No. 2 (Jun., 1961), pp. 517–534
  5. ^ Norman M. Naimark The Russians in Germany ISBN 0-674-78405-7 pg. 206
  6. ^ Sybil Milton in Samuel Totten, William S. Parsons & Israel W. Charny ed, Routledge, Oxford, 2004 Century of Genocide, pp.174–5
  7. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 297

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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