Seconda guerra romano-punica

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Seconda guerra romano-punica
Rome carthage 218.svg
Le zone di influenza di Roma e Cartagine prima della guerra.
Data 218 - 202 a.C.
Luogo Italia, Sicilia, Iberia, Gallia Cisalpina, Gallia Transalpina, Africa, Grecia
Esito Vittoria di Roma. Roma ottiene il dominio assoluto del Mediterraneo occidentale.
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Nel 216 a.C. 80.000 fanti
e 9.600 cavalieri;[1][2][3]
nel 211 a.C. 115.000 fanti,
13.000 cavalieri
e 2 flotte di 150 navi.[2][3][4]
90.000 fanti,[5] 12.000 cavalieri[5] e 37 elefanti agli inizi del 218 a.C.;[6]
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La seconda guerra romano-punica (chiamata anche fin dall'antichità, guerra annibalica[7]) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni[8]) e successivamente in Africa.

La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l'influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra romano-punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell'antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell'intero mondo mediterraneo.[9]

Contrariamente alla prima guerra romano-punica, che fu combattuta e vinta essenzialmente sul mare, la seconda fu caratterizzata soprattutto da grandi battaglie terrestri con movimenti di masse enormi di fanterie, elefanti e cavalieri; le due parti misero in campo anche grandi flotte che tuttavia svolsero principalmente missioni di trasporto di truppe e rifornimenti.

Il condottiero cartaginese Annibale Barca fu indubbiamente la personalità più importante della guerra; egli riuscì ad invadere l'Italia e a infliggere una serie di grandi sconfitte alle legioni romane, rimanendo in campo nella penisola per oltre quindici anni senza essere sconfitto;[10]

« Di tutto quello che capitò ai due stati, Roma e Cartagine, il responsabile fu un solo uomo ed una sola mente: Annibale »
(Polibio, IX, 22.1.)

Tuttavia, anche se la narrazione tradizionale della guerra si concentra soprattutto sulla campagna di Annibale dalla Spagna al sud Italia, in realtà tutto il Mediterraneo fu direttamente e indirettamente coinvolto nel conflitto fra Roma e Cartagine.

Teatro di scontri terrestri furono Spagna, Sicilia, Sardegna, Gallia cisalpina, Italia, Illiria, la Grecia, l'Africa. Il conflitto venne deciso alla fine a favore di Roma proprio dalle brillanti vittorie in Spagna e Africa di Publio Cornelio Scipione Africano.

Scenario geopolitico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra romano-punica.

Cartagine[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine della prima guerra romano-punica Cartagine, sconfitta dopo una lotta lunga e accanita, si trovava in una situazione finanziaria disastrosa. Enormi somme (3.200 talenti euboici in 10 anni[11]) dovevano essere versate ai vincitori quale risarcimento, con la restituzione totale di tutti i prigionieri di guerra senza riscatto.[12] La ricca Sicilia era persa ed era ormai passata sotto il controllo di Roma (con il divieto per Cartagine di portare la guerra a Gerone II di Siracusa)[13]; Cartagine, nell'impossibilità di pagare i mercenari libici e numidi che impiegava nell'esercito, dovette subire anche una estesa e sanguinosa rivolta che venne domata da Amilcare Barca dopo tre anni di guerra particolarmente crudele e spietata.[14] Approfittando di questa rivolta inoltre Roma occupò la Sardegna e la Corsica,[15][16] costringendo Cartagine a dover pagare un ulteriore indennizzo di altri 1.200 talenti per evitare il riaccendersi della guerra che la città non poteva assolutamente permettersi.[17][18] Ciò venne visto come una ferita umiliante dai cartaginesi, che però non poterono far altro che accettare la nuova sconfitta senza reagire.

Scenario geopolitico dell'intero bacino del Mediterraneo alla vigilia della seconda guerra romano-punica

Una buona parte del commercio, dal quale traeva la maggiore quantità dei suoi introiti, era stata dirottata verso lidi più tranquilli e controllata dai nuovi padroni. Le fazioni, sempre presenti in città e causa quasi unica del suo tragico destino, si dividevano fra un'aristocrazia ormai volta alla gestione di vaste proprietà fondiarie basate su un'agricoltura specializzata, e una "borghesia" commerciale e artigianale, maggiormente orientata all'espansionismo sulle coste europee, che vedeva di giorno in giorno scendere il proprio potere e la propria capacità economica e imprenditoriale.

Roma[modifica | modifica wikitesto]

Roma stava raccogliendo i frutti di una secolare serie di guerre espansionistiche; gli anni delle guerre puniche furono decisivi per il predominio della repubblica nel Mediterraneo e infatti Polibio dichiara esplicitamente nella sua opera storiografica di voler studiare questa fase storica per spiegare come avesse potuto Roma, in soli 53 anni, diventare padrona del mondo;[19]. Al tempo della prima guerra romano-punica, i Romani non avevano ancora terminato di unificare l'Italia sotto la loro dominazione. Le colonie greche erano ancora libere nel meridione e in Sicilia ed erano determinate a mantenere la loro indipendenza; le popolazioni sannitiche erano apparentemente sottomesse ma permaneva un forte sentimento autonomistico; nel settentrione le popolazioni celtiche manifestavano forte ostilità ad una ulteriore penetrazione romana.

Dopo la guerra Roma ebbe mano libera nella penisola al di sotto dell'Appennino tosco-emiliano e si era procurata una provincia, la Sicilia, ricca, produttiva, culturalmente molto evoluta. Il Senato dibatteva non sul "come" o sul "se" allargare la dominazione, ma sul "dove" indirizzare le capacità belliche e le notevoli risorse economiche che stavano arrivando all'erario: decise alla fine di indirizzarle in tutte le direzioni. Iniziò la penetrazione nella pianura padana, per sbarrare la strada ai Liguri che cercavano la via del sud e per fermare definitivamente il pericolo dei Galli.[20] Contestualmente cercava di dare sfogo alle necessità di fornire la terra ai reduci con la creazione di varie colonie; iniziò una politica di attenzione all'attività della regina Teuta che, alla testa dei pirati dell'Illiria, disturbava la navigazione nell'Adriatico.[21] Questo diede la possibilità a Roma di inserirsi nella politica delle città-stato della Grecia, della Macedonia, della lega etolica, sottoposte in varia misura agli attacchi dei pirati e in lotta fra di loro.[21] Roma, inoltre, approfittando della debolezza di Cartagine che era logorata e impegnata dalla rivolta dei mercenari, occupò Sardegna e Corsica, che erano ancora sottoposte al dominio punico.[15][16]

Rinascita di Cartagine[modifica | modifica wikitesto]

Rovine dell'antica città fenicia di Cartagine (collina della Birsa)

Risolto in qualche modo il problema generato dai mercenari,[14] Cartagine cercò una via per riprendere il suo cammino storico. Il governo della città era diviso principalmente fra il partito dell'aristocrazia terriera, capeggiato dalla famiglia degli Annone da una parte, e il ceto imprenditoriale e commerciale che faceva riferimento ad Amilcare Barca e in genere ai Barcidi.

Annone propugnava l'accordo con Roma e l'allargamento del potere cartaginese verso l'interno dell'Africa, in direzione opposta alla città rivale. Amilcare vedeva nella Spagna, dove Cartagine già da secoli manteneva larghi interessi commerciali, il fulcro economico per la ripresa delle finanze puniche.[22]

Politicamente sconfitto Amilcare, che aveva avuto un ruolo di primo piano nella repressione della rivolta dei mercenari, non ottenendo dal Senato cartaginese le navi per andare in Spagna, prese il comando dei reparti mercenari rimasti e con una marcia incredibile attraversò tutto il nordafrica percorrendo la costa fino allo stretto di Gibilterra. Amilcare, che era accompagnato dal figlio Annibale e dal genero Asdrubale, attraversò lo stretto e, seguendo la costa spagnola, si diresse verso oriente alla ricerca di nuove ricchezze per la sua città.[23]

Amilcare Barca e il figlio Annibale. Cammeo in agata calcedonio di età romana. Conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli.

La spedizione cartaginese assunse l'aspetto di una conquista, a partire dalla città di Gades (oggi Cadice), sebbene fosse stata inizialmente condotta senza l'autorità del senato cartaginese.[24] Dal 237 a.C., anno della partenza dall'Africa al 229 a.C., anno della sua morte in combattimento,[24] Amilcare riuscì a rendere la spedizione autosufficiente dal punto di vista economico e militare e perfino a inviare a Cartagine grandi quantità di merci e metalli requisiti alle tribù ispaniche come tributo.[23][25] Morto Amilcare il genero ne prese il posto per otto anni e iniziò una politica di consolidamento delle conquiste.[26] Con patti e trattati si accordò con i vari popoli locali[27] e fondò una nuova città. La chiamò Karth Hadasht, cioè Città Nuova, cioè Cartagine, oggi Cartagena.[28]

Impegnati con i Galli, i Romani preferirono accordarsi con Asdrubale e nel 226 a.C., spinti anche dall'alleata Marsalia che vedeva avvicinarsi il pericolo, stipularono un trattato che poneva l'Ebro come limite all'espansione di Cartagine.[24][29][30] Si riconosceva così, in modo implicito, anche il nuovo territorio soggetto al controllo cartaginese.[31] D'altra parte un esercito di circa 50.000 fanti, 6.000 cavalieri per lo più numidi e oltre 200 elefanti da guerra costituiva una notevole potenza militare ma soprattutto un problema economico per il suo mantenimento che dava sicuramente da pensare ai possibili bersagli. La svolta si ebbe nel 221 a.C.: Asdrubale, pare a causa di una donna (o forse, come sostiene Tito Livio, fu uno schiavo per vendicare la morte del suo padrone[32]), fu ucciso da un mercenario gallo[24][33] e l'esercito cartaginese scelse all'unanimità Annibale,[34], il figlio maggiore di Amilcare che aveva solo 26 anni, come suo terzo comandante in Spagna.[35][36] Cartagine, una volta radunato il popolo, decise di ratificare la designazione dell'esercito[37][38].

In questo modo quindi il giovane Annibale assunse il comando supremo in Spagna; egli si era già distinto nell'esercito per resistenza fisica, coraggio e abilità alla testa della cavalleria, accattivandosi rapidamente la simpatia delle truppe[39]; ben presto avrebbe dimostrato di essere uno dei più grandi generali della storia; secondo lo storico tedesco Theodor Mommsen "nessuno come lui seppe accoppiare il senno con l'entusiasmo, la prudenza con la forza".

Casus belli[modifica | modifica wikitesto]

Principali battaglie della seconda guerra romano-punica
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Sagunto.

Lo storico greco Polibio affermava che tre furono i motivi principali della seconda guerra tra Romani e Cartaginesi:

  1. la prima causa scatenante della guerra tra Romani e Cartaginesi fu lo spirito di rivalsa del padre di Annibale, Amilcare Barca.[40] Costui, se non ci fosse stata la rivolta dei mercenari contro i Cartaginesi, avrebbe ricominciato a preparare un nuovo conflitto.[41][42] Si racconta, inoltre, che Annibale prima di partire era stato condotto al cospetto degli dei della città dal padre che gli aveva fatto giurare odio eterno a Roma.[43] Annibale, poco più che bambino, aveva compreso il significato intimo del giuramento. A 26 anni, capo dell'esercito, idolatrato dai suoi uomini con cui aveva vissuto per anni condividendo pericoli e disagi, impresse una svolta decisiva alla politica cartaginese in Spagna, ampliandone le conquiste.[44]
  2. Seconda causa della guerra, sempre secondo Polibio, fu l'aver dovuto sopportare, da parte dei Cartaginesi, la perdita del dominio sulla Sardegna e sulla Corsica con la frode, come ricorda Tito Livio, e il pagamento di ulteriori 1.200 talenti in aggiunta alla somma pattuita in precedenza al termine della prima guerra romano-punica.[17][45][46]
  3. Terza ed ultima causa fu l'aver conseguito numerosi successi in Iberia da parte delle armate cartaginesi, tanto da destare negli stessi un rinnovato spirito di rivalsa nei confronti dei Romani.[47]

In effetti Polibio contestava le cause della guerra che lo storico latino Fabio Pittore avrebbe individuato nell'assedio di Sagunto e nel passaggio delle armate cartaginesi del fiume Ebro. Egli riteneva si trattasse soltanto di due avvenimenti che sancivano l'inizio cronologico della guerra, ma non le cause profonde della stessa.[48] Il trattato del 226 a.C. fissava nell'Ebro il limite dell'espansione punica, ma alcune città, anche se comprese nel territorio controllato dai cartaginesi erano alleate di Roma: Emporion, Rhode e la più famosa di tutte, Sagunto.Questa città era situata in posizione munitissima in cima a un'altura; la sua conquista avrebbe permesso ad Annibale di addestrare e temprare il suo esercito migliorandone l'esperienza, la coesione e le capacità belliche. E Sagunto verosimilmente fu scelta dal condottiero cartaginese deliberatamente come casus belli.[35][49]

Adducendo la motivazione che Sagunto si trovava a sud dell'Ebro e quindi rientrava nei territori di competenza dei Cartaginesi e non dei Romani, Annibale dichiarò guerra alla città.[35] Sagunto chiese aiuto a Roma che però si limitò a inviare degli ambasciatori che Annibale non ricevette.[50] Sagunto venne attaccata nel marzo del 219 a.C. e sottoposta a un drammatico assedio[49][51] che si protrasse per otto mesi senza che Roma decidesse di intervenire; tristemente famosa la disperata richiesta dei delegati:

(LA)
« Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur »
(IT)
« Mentre a Roma si discute, Sagunto cade »

Alla fine, la sfortunata città, stremata dopo otto mesi di fame, battaglie, lutti e disperazione si arrese e venne rasa al suolo.[35][49][52][53] Roma, a questo punto, intervenne e inviò una delegazione a Cartagine chiedendo la consegna di Annibale. Le ricchezze che per anni erano giunte, però, dalla Spagna, fecero sì che a prevalere fosse il partito della guerra, sebbene Annone si fosse opposto tenacemente alla ripresa delle ostilità, avendo capito che avrebbero portato alla definitiva rovina della potenza cartaginese.[54] La conseguenza ineluttabile fu che Roma inviò a Cartagine un'ambasciata per lamentare queste violazioni[55] e in cui furono presentate due proposte:

  • o consegnavano ai Romani il generale Annibale e tutti i suoi luogotenenti,
  • oppure avrebbero dichiarato guerra a Cartagine.[56]

I Cartaginesi provarono a difendere il loro operato e quello di Annibale, adducendo come scusa che nel trattato precedente dopo la prima guerra romano-punica non si faceva alcun cenno all'Iberia e quindi all'Ebro,[57] ma Sagunto era considerata alleata ed amica del popolo romano.[58] La guerra fu inevitabile,[49][59] solo che come scrive Polibio, la guerra non si svolse in Iberia [come auspicavano i Romani] ma proprio alle porte di Roma e lungo tutta l'Italia.[60] Era la fine del 219 a.C. e iniziava la seconda guerra romano-punica.[61][62]

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Preparativi di Annibale[modifica | modifica wikitesto]

Claudio Francesco Beaumont, Annibale giura odio ai Romani (olio su tela, 330 × 630 cm del XVIII secolo)
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito cartaginese.

Nella primavera del 218 a.C., pochi mesi dopo l'espugnazione di Sagunto, Annibale completò la seconda selezione del suo esercito: fece arrivare da Cartagine 15.000 uomini di cui 2.000 cavalieri numidi.[6][61] Secondo quanto racconta Polibio, attuò una politica accorta e saggia, facendo passare i soldati della Libia in Iberia e viceversa, cementando così i vincoli di reciproca fedeltà tra le due province.[63] Lasciò, quindi, in Spagna, sotto il comando del fratello Asdrubale, per tenere a bada le popolazioni locali, una forza navale formata da 50 quinqueremi, 2 quadriremi e 5 triremi; 450 cavalieri tra Libi-Fenici e Libici, 300 Lergeti e 1.800 tra Numidi, Massili, Mesesuli, Maccei e Marusi; 11.850 fanti libici, 300 Liguri, 500 Balearici e 21 elefanti.[64]

A Cartagine vennero mandati di rinforzo 13.800 fanti e 1.200 cavalieri iberici, oltre a 870 balearici, assieme a 4.000 nobili spagnoli che, apparentemente inviati come "forze scelte", erano in realtà ostaggi presi per assicurarsi la lealtà della Spagna.[65] Contemporaneamente rimase ad aspettare l'arrivo dei messaggeri inviati ai Celti della Gallia Cisalpina, contando sul loro odio nei confronti dei Romani ed avendo promesso di tutto ai loro capi.[66]

Annibale ottenne così di bilanciare il controllo delle varie posizioni militarmente o politicamente pericolose con truppe non legate al territorio, che controllavano ostaggi legati a un territorio differente. Alle forze lasciate in Iberia e inviate a Cartagine, andavano, infine, sommate quelle della spedizione vera e propria in Italia, vale a dire: 80.000[61]-90.000 fanti[6][5] e 10.000[61]-12.000 cavalieri,[6][5] oltre a 37 elefanti.[6][61]

Preparativi di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano e Dimensione dell'esercito romano.

Memore delle battaglie navali della prima guerra romano-punica, Roma allestì una flotta di oltre 200 quinqueremi; la città stessa fornì 24.000 fanti e 1.800 cavalieri (pari a 6 legioni) scelti tra i cittadini romani, oltre a 45.000 fanti[2] e 4.000 cavalieri scelti tra gli auxilia (che secondo Polibio rappresentavano ulteriori 9-10 legioni).[3] I due consoli si suddivisero, come d'uso, i compiti: Publio Cornelio fu posto a capo di 60 navi e inviato in Iberia; Tiberio Sempronio Longo venne mandato in Sicilia[61] (a Lilibeo[67]) con due legioni e un cospicuo contingente di alleati, in tutto 24.000 fanti e 2.000 cavalieri, con l'incarico di sbarcare in Africa, a bordo di 160 quinqueremi e di naviglio leggero,[68] per attaccare direttamente Cartagine.

Negli anni successivi della guerra, i Romani furono costretti a mettere in campo un esercito crescente di uomini. Nel 216 a.C. furono schierati ben 80.000 fanti e 9.600 cavalieri,[1][2][3] pari a 16 legioni romane. Nel 211 a.C. il numero delle legioni raggiunse per quell'epoca la cifra record di 23 legioni (o forse anche 25[69]), pari a 115.000 fanti e 13.000 cavalieri, oltre a 2 flotte di 150 navi.[2][3][4]

Schieramento in battaglia dell'esercito consolare polibiano nel III secolo a.C., con al centro le due legioni e sui fianchi le Alae Sociorum (gli alleati italici) e la cavalleria legionaria e alleata.[70]

Le fasi della guerra (218-202 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cronologia della seconda guerra romano-punica.

Prime azioni romane[modifica | modifica wikitesto]

La prima azione militare consistette nell'espugnare la piazzaforte punica di Melita, che s'arrese subito senza combattere. A Publio Cornelio Scipione, padre dell'Africano, e al fratello Gneo Cornelio Scipione venne assegnata la Spagna[61] con due legioni e le forze degli alleati: 22.000 fanti, 2.000 cavalieri e una sessantina di navi. Il piano prevedeva di colpire Cartagine, ritenuta non del tutto pronta, con un esercito e attaccare Annibale in Spagna cercando l'aiuto delle popolazioni locali.

Vennero inviati ambasciatori in Spagna per cercare l'alleanza delle tribù Celtibere, da anni in lotta contro i cartaginesi. Ma mentre qualche tribù accettò, altre, ricordando il mancato aiuto a Sagunto, rifiutarono di aiutare Roma innescando una reazione negativa che investì anche la Gallia in entrambi i versanti delle Alpi. Roma poté contare solo sulle proprie forze e quelle dell'Italia appena conquistata, ma ancora percorsa da fremiti di libertà.

Si dedicarono, quindi, alla fortificazione delle città della Gallia Cisalpina e ordinarono ai coloni, 6.000 per ciascuna nuova città da fondare, di trovarsi nel luogo stabilito entro trenta giorni. La prima delle colonie venne fondata sul fiume Po e venne chiamata Placentia, l'altra venne posta a nord del fiume e chiamata Cremona. La loro funzione era quella di sorvegliare il comportamento delle popolazioni celtiche di Boii e Insubri.[71]

La marcia di Annibale verso l'Italia (218 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Invasione di Annibale dalle Alpi

Nel maggio del 218 a.C. Annibale lasciò la penisola iberica, con 90.000[61][5] fanti e 12.000 cavalieri,[5][6] oltre a 37 elefanti.[6][61] Il condottiero cartaginese doveva muoversi in fretta se voleva sorprendere le forze di Roma ed evitare l'attacco diretto a Cartagine; Annibale intendeva combattere la guerra sul territorio nemico e sperava di suscitare con la sua presenza in Italia alla testa di un grande esercito e con una serie di vittorie una rivolta generale dei popoli italici recentemente sottomessi al domino della Repubblica romana[72].

Passato l'Ebro,[73] in circa due mesi sconfisse, perdendo però ben 22.000 uomini fra decessi e defezioni, le popolazioni che si frapponevano fra il territorio cartaginese e i Pirenei[61] (tra cui i Volci[74]), dove lasciò a loro protezione un contingente di oltre 10.000 fanti e 1.000 cavalieri sotto il comando di Annone.[75] Quando varcò questa catena montuosa, posta tra Iberia e Gallia in direzione del Rodano, erano rimasti con lui 50.000 fanti e 9.000 cavalieri.[76]

« Le truppe di cui disponeva non erano tanto numerose, ma efficienti e ben addestrate, grazie alle continue battaglie condotti in Iberia [in precedenza] »
(Polibio, III, 35, 7.)

Cercò l'alleanza delle popolazioni galliche e liguri[61] sulle cui terre doveva forzatamente passare rassicurandole di non volere la loro conquista e cercando invece di fomentarle contro Roma. Il passaggio, però, non fu facile e dovette farsi strada con le armi perdendo ancora 13.000 uomini di cui 1.000 cavalieri. Dopo la diserzione di 3.000 Carpetani permise ad altri 7.000 uomini, poco desiderosi di seguirlo, di ritornare a casa.[77] Verso la metà di agosto arrivarono al Rodano 38.000 fanti e 8.000 cavalieri, truppe sicuramente fedeli e già rodate da dure battaglie.[78]

Nel frattempo la diplomazia di Annibale nella Gallia Cisalpina spinse i Galli Boi e Insubri alla rivolta. Questi scacciarono i coloni da Piacenza e li spinsero fino a Modena che venne assediata, e poco ci mancò che non fosse occupata. Questa situazione obbligò Publio Scipione a dirottare verso la Pianura Padana le sue forze che si trovavano a Pisa in attesa dell'imbarco verso la Gallia. Scipione fu forzato a tornare a Roma per arruolare una sesta legione.[79] A causa della malaccorta condotta della guerra ai Galli, Scipione si vide costretto a mandare contro di loro anche questa legione. Tornato ancora a Roma, levò altre forze e finalmente riuscì ad arrivare a Marsiglia per fronteggiare Annibale, ma era passato troppo tempo prezioso.[80]

Le Alpi (218 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Le possibili vie seguite da Annibale per raggiungere l'Italia romana
Uno dei possibili "passi annibalici" da dove potrebbe essere transitato il condottiero cartaginese con il suo esercito e i suoi elefanti: il Colle dell'Autaret nelle Valli di Lanzo

Annibale doveva far passare il suo esercito sulla riva sinistra del Rodano. Lo aspettavano la forte tribù dei Volcari e Scipione con le sue legioni, che erano partiti per la Spagna e che, per gli anzidetti ritardi e per la veloce marcia di Annibale, avevano deviato su Marsiglia.[80] Una volta sconfitti i Volcari con un trucco, a seguito di uno scontro fra le cavallerie, il cartaginese si rese conto di non poter passare in Italia per la strada costiera e si inoltrò fra le montagne seguendo le vallate del Rodano e dell'Isère.[81]

Non vi è alcuna certezza su quale sia stato il valico percorso da Annibale per attraversare le Alpi. Diverse sono le ipotesi sulle quali gli storici dibattono da sempre, anche se mancano prove conclusive che possano far decidere definitivamente per l'una o l'altra. Secondo la versione di Polibio, Annibale seguì il corso dell'Isère, e decise di attraversare le Alpi dal Moncenisio.[81] Secondo altri storici invece valicò il Piccolo S. Bernardo (Cremonis iugum) che viene citato anche da Cornelio Nepote con il nome di Saltus Graius.[82] Altri ancora hanno avanzato l'ipotesi, meno accreditata, che il valico fosse invece quello del Monginevro. Una più recente ricostruzione, sempre sugli scritti di Polibio,[81] colloca il passaggio per il Colle dell'Autaret nelle Valli di Lanzo e la discesa verso quello che è l'attuale comune di Usseglio.[83]

In ogni caso, se pensiamo che eravamo verso la fine di settembre, l'epica della traversata, raccontata da tanti autori come di una spedizione trascinata alla meta solo dalla sovrumana volontà del condottiero, assume un aspetto meno eroico. Il freddo e la fatica si fecero certo sentire per uomini e animali acclimatati al sole della costa spagnola e probabilmente non sufficientemente attrezzati per una traversata a tali altezze, però l'esercito punico raggiunse la Pianura Padana prima che le nevi avessero bloccato i passi.

Annibale riuscì ad arrivare in Italia dopo una ventina di giorni di aspri combattimenti con le popolazioni montanare che, anche se terrorizzate dall'avanzata di un esercito di dimensioni, per loro, incredibili, dettero filo da torcere alle pur agguerrite truppe cartaginesi.[81][74]

Ai piedi dei monti rimasero al condottiero 20.000 fanti, 6.000 cavalieri,[84], temprati dai combattimenti e dalla lunga marcia, e 21 elefanti. In Gallia Cisalpina Annibale dovette passare inizialmente, prima di raggiungere le tribù alleate degli Insubri e dei Boi, attraverso il territorio dei Taurini che opposero resistenze e furono facilmente sconfitti. Nel frattempo Publio Scipione, inviato il fratello Gneo in Spagna con la flotta e parte delle truppe, era ritornato in Italia attestandosi a Piacenza.[85] Tiberio Sempronio Longo, richiamato dal Senato romano, dovette rinunciare al progetto di sbarco in Africa.[86] Il piano di Annibale era riuscito; la sua audace e inattesa offensiva terrestre costrinse Roma ad abbandonare precipitosamente i suoi piani di attacco diretto a Cartagine che quindi per il momento non dovette temere minacce da parte del nemico.

In Gallia Cisalpina (218 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Ticino[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Ticino.

Arrivato a Piacenza, Scipione aggiunse i suoi limitati rinforzi alle truppe di stanza in Gallia Cisalpina, provate dalle battaglie contro i Galli, e andò incontro ad Annibale, «impaziente di venire a battaglia»,[87] oltrepassando il Ticino. La battaglia del Ticino fu solo un primo scontro ma diede la misura delle capacità belliche di Annibale. Questi, utilizzando la cavalleria numidica in modo aggressivo, attaccò i fianchi del nemico e i romani rischiarono di essere accerchiati; Scipione venne duramente sconfitto[88], restò ferito,[89][90]e rischiò la morte in battaglia, venendo fortunosamente salvato, a quanto riportano gli storici antichi, dal figlio diciassettenne Publio Cornelio Scipione che poi diventerà "Africano".[91]

Scipione fu quindi costretto a ripiegare su Piacenza, mentre i suoi contingenti di Galli disertarono passando dalla parte di Annibale.[92] Il console romano, temendo la cavalleria punica, decise di evitare una battaglia campale e all'avvicinarsi di Annibale si spostò verso Stradella sulla riva destra della Trebbia, ai piedi dell'Appennino. L'esercito cartaginese poté occupare anche Clastidium grazie al tradimento del comandante, e Annibale quindi si impadronì delle grandi riserve di viveri ammassate nel villaggio.[93]

Trebbia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia della Trebbia.
Mappa della Battaglia della Trebbia: 1. campo cartaginese; 2. cavalleria cartaginese; 3. fanteria cartaginese; 4. distaccamenti di Magone, il Barcide; 5. fiume Trebbia; 6. cavalleria romana; 7. fanteria romana; 8. campo romano; 9. fiume Po; 0. città di Piacenza

L'esercito romano che era stato inviato a sud per attaccare Cartagine aveva nel frattempo contrastato con successo le navi puniche e conquistato Malta. Quando il Senato, allarmato dall'avanzata di Annibale, aveva ordinato a Sempronio Longo di portare aiuto al collega, questi era partito da Lilibeo e aveva risalito l'Adriatico ed era sbarcato a Rimini.[94][95] La notizia dell'avvicinarsi di questo esercito spinse Annibale ad accelerare le operazioni per favorire nuove defezioni delle popolazioni celtiche e rafforzare la sua posizione strategica. Il cartaginese aveva attraversato con facilità il Po, mentre Scipione, in attesa dell'arrivo dei rinforzi di Sempronio Longo, era schierato dietro il fiume Trebbia[96]. Il console era in difficoltà per le nuove insurrezioni dei galli, ma era schierato in una solida posizione oltre il fiume con le due ali coperte dagli Appennini e dalla fortezza di Piacenza.

Ai primi di dicembre Sempronio Longo raggiunse Scipione[97], l'esercito romano contava in totale circa 16.000 legionari e 20.000 alleati, tra cui gruppi di Galli Cenomani, mentre Annibale vide aumentare le sue forze a circa 40.000 uomini con l'arrivo di Galli Boi e Insubri.[98] Secondo la tradizione polibiana, Sempronio Longo era deciso, in contrasto con il prudente Scipione, a rischiare la battaglia campale contro Annibale; un piccolo successo in uno scontro di cavalleria accrebbe ancor più la fiducia del console che, a causa della ferita di Scipione al Ticino, deteneva da solo il comando[99].

Un freddo mattino di dicembre, iniziò la battaglia della Trebbia. Annibale era ansiose di combattere e inviò la cavalleria oltre il fiume per provocare i romani. Contro il parere di Scipione, Sempronio Longo prima mandò all'attacco la cavalleria, poi decise di accettare la battaglia e imprudentemente fece attraversare il fiume a tutte le sue forze ancor prima che i legionari avessero avuto il tempo di mangiare. I romani quindi entrarono in campo digiuni e in precarie condizioni fisiche dopo aver attraversato le fredde acque del fiume mentre Annibale era pronto con il suo esercito ben nutrito e riposato[100]. Il cartaginese mise subito in difficoltà le ali dello schieramento romano con attacchi della sua cavalleria e di gruppi di elefanti; i legionari dovettero combattere con il fiume alle spalle ma nonostante la difficile situazione tattica, in un primo momento si batterono tenacemente. Infine la fanteria romana venne attaccata sui fianchi dalla cavalleria cartaginese e minacciata alle spalle da un reparto che Annibale aveva preventivamente appostato, al comando del fratello Magone, lungo la riva del fiume. L'esercito di Sempronio Longo, attaccato da tre direzioni, venne in gran parte distrutto sul campo; piccoli gruppi fuggirono attraverso il fiume, mentre circa 10.000 legionari riuscirono ad aprirsi un varco e ripararono a Piacenza.[101][102][103][104]

Inverno del 218-217 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Cissa.
Le prime fasi della guerra in Spagna (218-217 a.C.)

Dopo la sconfitta sulla Trebbia Sempronio Longo tornò a Roma dove cercò di minimizzare la gravità della sconfitta, mentre Publio Scipione si trasferì in Spagna come proconsole per collaborare con il fratello Gneo[105]. A Roma si procedette all'elezione dei consoli per il 217 a.C. e all'arruolamento di nuove legioni per fronteggiare la situazione; la minaccia punica appariva davvero preoccupante e venne decisa la costituzione di undici legioni in totale: una venne inviata in Sardegna, due in Sicilia, due vennero poste a difesa di Roma, due vennero mandate in Spagna. Rinforzi arrivarono alle quattro legioni nella Gallia Cisalpina indebolite dalle perdite subite contro Annibale e alle guarnigioni della penisola.[106] Vennero inviate inoltre richieste di aiuto anche a Gerone II, tiranno di Siracusa, il quale mise subito a disposizione dei Romani 500 Cretesi e 1.000 peltasti.[107]

In Spagna, nel frattempo, Gneo Cornelio Scipione aveva riconquistato Emporion, colonia greca di Massalia (Marsiglia), e si era diretto con i suoi 24.000 uomini verso l'Ebro, battendosi vittoriosamente contro alcune tribù locali e contro Annone che era rimasto a presidiare i Pirenei con 11.000 uomini. Annone venne pesantemente sconfitto a Cissa, subì gravissime perdite e fu catturato.[108] Asdrubale, che con 8.000 uomini stava marciando per ricongiungersi a lui, dopo alcune scaramucce vittoriose con la flotta romana, tornò a Nova Carthago (Cartagena) per svernare, mentre Gneo Scipione pose la base presso Emporion.[109] Gneo, raggiunta la flotta, dopo aver punito i responsabili della sconfitta subita contro Asdrubale, andò a svernare a Tarraco (Tarragona), dove distribuì ai soldati il bottino.[110]

Nell'anno 217 a.C. i nuovi consoli, Gneo Servilio Gemino e Gaio Flaminio con le quattro legioni consolari e gli alleati, in tutto circa 50.000 uomini, si spostarono nella via ritenuta più logica per marciare verso Roma. I resti delle due legioni di Sempronio Longo, rafforzate da nuovi elementi e da alleati di Siracusa, si fermarono a presidiare l'Etruria sotto la guida di Flaminio e altre due legioni al comando di Servilio Gemino si attestarono a Rimini, confine nord della penisola.[111] Roma abbandonava la Gallia Cisalpina dove aveva appena iniziato a inserirsi. Restavano fedeli i Galli Cenomani e i Veneti; questi alleati si riveleranno preziosi per rifornire di cibo le guarnigioni delle due colonie di Cremona e Piacenza che Roma era stata costretta ad abbandonare in un mare di nemici. Annibale svernò fra i Galli Boi che, secondo Polibio, mostrarono insofferenza per la necessità di fornire mezzi e provviste all'esercito punico.[112]

Dal Trasimeno a Canne (217-216 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Attraverso gli Appennini[modifica | modifica wikitesto]

Nella primavera del 217 a.C. Annibale decise di scendere verso Roma.[113] L'esercito era riposato e contava circa 50.000 uomini, in massima parte Galli che si erano aggiunti ai superstiti della marcia dell'anno precedente. Per il freddo era rimasto vivo, ma per poco, un solo elefante da guerra.[114]

Sapendo che le legioni romane si erano attestate a Rimini e ad Arezzo, il generale cartaginese decise di attraversare l'Appennino,[102] probabilmente al Passo di Collina, e scendere verso Pistoia. Il territorio, all'epoca, era paludoso e difficilmente transitabile,[113] la marcia dell'esercito cartaginese fu lenta ed estremamente difficoltosa (quattro giorni e tre notti senza tregua); molti uomini, per riposare, dovettero dormire sulle carcasse degli animali morti. Molti morirono e lo stesso Annibale perse un occhio a causa di un'infezione.[115]

Le devastazioni dell'esercito cartaginese costrinsero Flaminio a spostarsi dalle basi di Arezzo e dirigersi verso sud per cercare di intercettare Annibale.[116] Servilio, nel frattempo, essendo partito da posizioni ancora più lontane, stava marciando lungo la nuovissima via Flaminia per ricongiungersi al collega, proprio quello che l'aveva costruita. Annibale non attese il ricongiungimento e alla sera accampò le sue truppe appiedate sulle colline sopra il lago nascondendo in una gola la micidiale cavalleria; sulle rive del lago si accamparono gli ignari romani. Il giorno dopo iniziò la battaglia del Lago Trasimeno.[117]

Trasimeno (217 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Lago Trasimeno.

In una mattinata nebbiosa i 25.000 uomini di Flaminio, non essendo a conoscenza della posizione del nemico, procedevano senza particolari accorgimenti difensivi; la tradizione polibiana ostile alla fazione politica popolare ha fortemente criticato l'operato di Flaminio ritenuto un "agitatore di popolo" imprudente e incapace[118]. In realtà invece il console probabilmente riteneva che i cartaginesi fossero in fuga e cercassero di evitare il combattimento; egli inoltre era fortemente sollecitato a prendere l'iniziativa al più presto; Flaminio era quindi deciso ad affrontare la battaglia per bloccare la marcia devastatrice del nemico che avanzava saccheggiando e depredando il territorio[119]. Nel campo romano c'era grande ottimismo; le legioni romane erano seguite da mercanti italici in attesa di poter accaparrare il ricco bottino di prigionieri atteso dalle spoglie dell'esercito nemico di cui si riteneva sicura la rovina[120].

Annibale aveva deliberatamente condotto con la massima spietatezza la marcia del suo esercito attraverso il territorio proprio per costringere l'avversario a seguirlo da vicino e accelerare la battaglia decisiva; egli individuò un terreno lungo la strada che costeggiava le rive settentrionali del Lago Trasimeno per organizzare un micidiale agguato. Nella nebbia che intralciava fortemente la visibilità, le legioni di Flaminio in marcia lungo il lago, furono bloccate frontalmente dalla fanteria pesante di Annibale quindi dalle colline a nord del lago discesero di sorpresa le truppe leggere, infine la cavalleria cartaginese chiuse la strada alle spalle dei romani[121]. La battaglia del Lago Trasimeno si concluse in poche ore con la schiacciante vittoria di Annibale. Le legioni furono distrutte dopo una mischia confusa nella nebbia; persero la vita lo stesso console Flaminio e 15.000 Romani (o forse 25.000[89]); 6.000 furono i prigionieri.[89][122] Il giorno dopo vennero sconfitti anche alcuni reparti di cavalleria di Servilio, appena arrivati, che si scontrarono con la cavalleria numida di Maarbale.[123] Qualche migliaio di superstiti delle legioni si disperse in Etruria o riuscì a raggiungere Roma.[124]

Questa volta il disastro non venne tenuto nascosto; il Trasimeno era troppo vicino.[125] Servilio assunse il comando delle forze navali, Regolo sostituì il defunto Flaminio al consolato ma, come sempre nelle più dure avversità, Roma nominò un dittatore: Quinto Fabio Massimo Verrucoso che passerà alla storia come Cunctator ("Temporeggiatore").[89][126][127]

Annibale fece trucidare i prigionieri romani, mandò liberi e senza riscatto i prigionieri italici.[128] Con questa mossa egli cercava di assumere il ruolo di liberatore degli italici dalla presunta oppressione romana e quindi favorire la defezione degli alleati da Roma, ma i risultati furono scarsi, le città dell'Umbria e dell'Etruria rifiutarono di aprire le porte ai cartaginesi e nessuna si distaccò dall'alleanza[129].

La mancata riuscita almeno temporaneamente dei suoi progetti politico-strategici, deluse Annibale che ritenne inoltre impossibile marciare direttamente su Roma, anche se la strada per la città appariva teoricamente aperta[130]; egli preferì invece avanzare verso est attraverso l'Umbria per raggiungere il Piceno.[131] Dopo il fallito tentativo di occupare di sorpresa Spoleto che invece, fedele all'alleanza con Roma, si difese energicamente all'interno delle mura, Annibale proseguì nel Piceno, ricco di ville e proprietà di cittadini romani, che venne completamente devastato e saccheggiato dalle sue truppe[132]. Il condottiero quindi si diresse verso l'Adriatico dove egli face riposare e riorganizzò il suo esercito che venne in parte dotato di armi e panoplie sottratte ai caduti romani delle precedenti battaglie[133]. Dopo alcune settimane Annibale riprese a discendere lungo le coste dell'Adriatico e arrivò in Apulia nei territori di Lucera e Arpi che vennero depredati dai soldati cartaginesi; anche queste città per il momento rifiutarono di collaborare con l'invasore[134].

Tirreno e Spagna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del fiume Ebro.

Un altro motivo del mancato attacco cartaginese a Roma fu probabilmente il blocco navale posto dalla flotta romana alle coste del Tirreno. Al comando di Annone, una flotta cartaginese di circa 70 navi si riunì vicino alla Sardegna e cercò di portare rinforzi in Italia tentando di sbarcare sulle coste dell'Etruria (a Pisa). Fu ricacciata verso sud dalla flotta romana, 55 quinquiremi, che pattugliava il Tirreno comandata da Servilio. Nel viaggio di ritorno verso l'Africa, i Cartaginesi si scontrarono con una flotta da carico che Roma stava mandando in Spagna come aiuto a Gneo e Publio Scipione e la distrussero. Ma la flotta da guerra di Servilio li incalzò e, pur senza raggiungere i nemici, arrivò fino al Golfo della Sirte da dove però venne respinta. Tornando verso l'Italia Servilio si accontentò di rioccupare Pantelleria che era caduta in mano cartaginese.[135]

Anche le forze cartaginesi in Spagna non poterono mandare aiuti ad Annibale. Alla ripresa delle ostilità dopo l'inverno, con una campagna diplomatica e militare, con l'uso della forza e degli ambasciatori, Gneo Scipione riuscì a riconquistare il territorio fra l'Ebro e i Pirenei che l'anno precedente era stato preso da Annibale.[136] Le popolazioni degli Ilergeti e degli Ausetani che resistevano a Roma vennero sconfitte e Asdrubale fu fermato al vecchio confine dopo una serie di battaglie terrestri e navali. La flotta cartaginese di stanza in Spagna fu catturata da Scipione e i Romani arrivarono a saccheggiare il territorio vicino a Carthago Nova riuscendo anche a sottomettere le isole Baleari: Roma deteneva ora il controllo totale del Mediterraneo Occidentale.

Verso la fine dell'anno in Spagna arrivò anche il fratello di Gneo Scipione, Publio, guarito dalle ferite del Ticino, con una dote di 30 navi e una legione.[137] In Spagna Roma schierava adesso due legioni,[138] 10.000 alleati, 80 quinquiremi, 25.000 marinai. Le forze cartaginesi erano bloccate in Spagna, non potevano passare per via di terra senza cercare di riaprirsi la strada con la forza e non potevano usare le navi perché Cartagine aveva perso l'antico predominio navale. Con la venuta dell'inverno le operazioni si fermarono nuovamente.

Dittatura di Quinto Fabio Massimo[modifica | modifica wikitesto]

Quinto Fabio Massimo diede una svolta alla strategia di Roma. Prudente e deciso evitò accuratamente tutti gli scontri diretti che non fossero strettamente necessari cercando di fare "terra bruciata" attorno all'esercito di Annibale e infliggendo continue perdite al cartaginese che non poteva rimpiazzarle con facilità.[126][139]

Dall'Apulia, Annibale cambiò ancora direzione e si diresse verso il Sannio e la Campania, probabilmente nel tentativo di raggiungere Roma da sud. Ma, diretto verso Cassino e invece giunto per un errore delle sue guide a Casilino, rischiò di essere isolato da Fabio Massimo che aspettava un'occasione favorevole.[89] Le forze di Annibale si trovarono bloccate dai romani appostati su una serie di alture nell'area del fiume Volturno, ma Annibale ideò un nuovo strategemma e riuscì a superare le difficoltà[140]. Alle corna di duemila buoi furono appese delle torce e Fabio Massimo, vedendole muoversi e credendo che fosse l'esercito punico in movimento, seguì le luci lasciando aperta la strada di uscita ai cartaginesi; Annibale marciò con il suo esercito senza ulteriori ostacoli verso nord-est, devastò il territorio e giunse nella zona di Lucera[140]. I cartaginesi si attestarono, alla fine, nel territorio di Geronio dove venne costruito un campo trincerato.[141]

La tattica di Fabio Massimo non era approvata da molti Romani e soprattutto non era condivisa da Marco Minucio Rufo, magister equitum,[142] che continuamente la criticava ritenendolo troppo passiva e rinunciataria. In assenza di Fabio Massimo, Rufo prese l'iniziativa e attaccò un reparto di Annibale ottenendo qualche limitato successo.[143] A Roma giunse la notizia erronea di una grande vittoria e Minucio Rufo, su proposta del tribuno della plebe Marco Metello, fu innalzato allo stesso grado di Fabio Massimo. Mai prima di allora era accaduto che ci fossero due dittatori.[144] Anziché comandare l'esercito a giorni alterni, com'era d'uso con i consoli, Fabio Massimo preferì dividere le forze.[145] Annibale cercò di approfittare di questa debolezza avversaria e attirò Rufo in una trappola.[146] Le forze di Rufo rischiarono di essere distrutte[147]; l'intervento del Temporeggiatore avrebbe consentito di evitare una nuova sconfitta e salvare l'esercito di Minucio Rufo che, pentito e riconoscente, rinunciò alla carica di dittatore.[126][148] Questo racconto, basato su Polibio e Tito Livio, non è sembrato agli storici moderni del tutto attendibile ed è stato ritenuto un tentativo da parte della fazione senatoriale conservatrice, di esaltare la prudenza tattica di Fabio Massimo[149].

La carica di dittatore, a Roma, durava al massimo sei mesi. Quinto Fabio Massimo, alla scadenza, restituì le insegne e il comando ritornò ai consoli Gneo Servilio Gemino e Marco Atilio Regolo nel frattempo eletto al posto di Flaminio. Per tutto il resto dell'anno i consoli continuarono nella tattica di Fabio Massimo; secondo il racconto tendenzioso di Tito Livio, Annibale si sarebbe trovato in difficoltà e avrebbe pensato seriamente di ritornare in Gallia. In realtà invece a Roma continuarono le critiche alla tattica attendista di Fabio Massimo, il cui soprannome di "Temporeggiatore" ebbe almeno inizialmente soprattutto una connotazione negativa[149].

Canne (216 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Disposizione iniziale degli eserciti nella battaglia di Canne
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Canne.

L'anno 216 a.C., scaduti dalla carica i consoli Servilio e Regolo, dopo un breve interregno di Lucio Veturio Filone e Manio Pomponio Matone, vennero eletti consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone,[150][151] mentre i dittatori lasciarono il comando.[152] Paolo, sostenuto dall'aristocrazia, era il vincitore della guerra in Illiria contro Demetrio di Faro e propendeva, secondo Polibio, per continuare temporaneamente la tattica prudente di Quinto Fabio Massimo.

« Ordinò in modo esplicito a Gneo [Servilio] di evitare la battaglia, al contrario di esercitare le nuove leve con decise e frequenti scaramucce, per prepararli ad un possibile scontro decisivo »
(Polibio, III, 106, 4.)

L'altro console, Terenzio Varrone, di parte popolare, è stato descritto dalla tradizione storiografica di Polibio e di Livio, in termini negativi; è stato accusato di demagogia, di scarsa cautela, di impreparazione militare[153]. In realtà in questo caso i giudizi degli storici antichi sembrano viziati da un pregiudizio di fondo; in particolare Polibio può aver cercato di addossare le colpe della disfatta del 216 a.C. a Terenzio Varrone anche per mascherare le responsabilità di Emilio Paolo, che era un avo di Publio Cornelio Scipione Emiliano, il suo protettore a Roma[154].

Le forze armate di Roma erano state aumentate[155] ad otto legioni (quando solitamente era di quattro)[156] e, contando gli alleati, 80.000 fanti e 6.000 cavalieri furono schierati contro Annibale.[157] Polibio riferisce che Emilio Paolo pronunciò queste parole:

« [...] mai prima d'ora i due consoli hanno combattuto con tutte le legioni riunite »
(Polibio, III, 108, 6)

I consoli, a luglio, si misero alla testa dell'esercito contrastando Annibale ancora attestato a Geronio, «dove c'era un'enorme quantità di grano».[158] Annibale si spostò in Apulia in cerca di viveri e qui lo seguì l'esercito romano comandato a giorni alterni da Emilio Paolo e da Varrone. I due eserciti si avvicinarono l'uno all'altro e a Canne, dove Annibale aveva trovato e requisito grandi ammassi di grano raccolti dai Romani,[159] e si ebbe lo scontro che, nelle intenzioni dei consoli, doveva essere decisivo.

Secondo Polibio il 2 agosto 216 a.C. il comando toccava a Terenzio Varrone che avrebbe esercitato pressioni sul collega per affrettare lo scontro campale contro Annibale.[160][161] Le truppe romane erano circa il doppio delle forze di Annibale:[162], la vittoria sembrava sicura. Le legioni vennero disposte in uno schieramento chiuso, insolitamente profondo, in modo, secondo le intenzioni di Varrone, da schiacciare le linee cartaginesi col loro stesso peso.[163]

Annibale sul campo di battaglia di Canne dopo la distruzione delle legioni romane (stampa ottocentesca di Heinrich Leutemann).

Annibale dispose al centro i Galli e gli Iberi; Polibio e Tito Livio hanno descritto la sorprendente formazione a mezzaluna che il condottiero cartaginese fece assumere al suo schieramento, con la convessità rivolta verso l'avversario; egli prevedeva che le sue formazioni di fanteria degli ibero-galli non avrebbero resistere a lungo alla pressione dello schieramento romano[164], ma sulle due ali Annibale aveva concentrato la sua fanteria pesante africana costituita da guerrieri esperti e veterani, equipaggiati in parte con panoplie sottratte ai romani nelle precedenti vittorie[165]. I Galli e gli Iberi lentamente cedettero terreno e le forze romane avanzarono, attirate sempre più verso il centro dello schieramento dal ripiegamento nemico.[166] Annibale rispose facendo avanzare le ali e scatenando la temibile cavalleria pesante di Asdrubale (non il fratello di Annibale, ma l'omonimo ufficiale di cavalleria cartaginese), che già aveva dato prova di essere la sua arma migliore, contro le analoghe formazioni romane che la fronteggiavano.[167]

La cavalleria romana venne sconfitta e si ritirò lasciando aperta la strada ad Asdrubale il quale poté attaccare da dietro i reparti di cavalleria alleata che, sul fianco opposto, resistevano ad Annone e ai suoi cavalieri numidi. Sotto il doppio attacco anche questi reparti cedettero e i cavalieri punici poterono attaccare da dietro le legioni romane. Annibale nel frattempo aveva fatto intervenire anche le due formazioni di fanteria pesante africana che, con un movimento convergente sulle ali, attaccarono i fianchi del compatto schieramento delle legioni in combattimento contro gli Ibero-galli[168]. In questo modo i romani si trovarono praticamente accerchiati; rinserrati in uno spazio ristretto, non riuscirono a resistere e, attaccati da tutte le direzioni, vennero lentamente annientati dai guerrieri di Annibale. L'intero esercito romano fu chiuso in un cerchio di ferro.[169][170]

Distruzione della cavalleria romana e accerchiamento finale delle legioni romane.

Roma perse un console, Emilio Paolo, che secondo la tradizione polibiano, sarebbe stato contrario ad affrontare la battaglia,[160][171]; la storiografia moderna peraltro ha sminuito questa interpretazione classica e ritiene che Emilio Paolo condividesse pienamente le decisioni strategiche e tattiche di Varrone; alcuni ritengono che proprio lui fosse effettivamente al comando supremo delle legioni romane a Canne[172]. Caddero sul campo anche i due consolari Servilio e Minucio che combattevano al centro dello schieramento,[173], novanta ufficiali appartenenti alle grandi famiglie di Roma e delle città alleate tra consolari, pretori e senatori,[150][174]; i morti totali furono di 70.000 uomini e 10.000 furono presi prigionieri;[175] altre fonti parlano di 43.000[150]/45.000 caduti e 19.000 prigionieri[174]. Il console superstite, Varrone, ritenuto da Polibio il responsabile della sconfitta, con 10.000 sbandati si rifugiò a Venusia.[176] Si salvò anche il giovane Publio Cornelio Scipione, tribuno militare, che Annibale si troverà davanti in Africa, nella fase finale della guerra.[177]

Annibale perse tra 3.000[150] e 6.000 uomini,[178] a Canne ma raggiunse finalmente dopo la schiacciante vittoria i primi importanti risultati politico-strategici. Alcuni centri cominciarono a abbandonare i Romani:[179]; Annibale inviò a sud nel Bruzio il fratello Magone con una parte delle sue forze[180], mentre egli con il grosso dell'esercito si diresse in Campania dove riuscì ad ottenere dopo una serie di trattative la defezione di Capua che a quell'epoca era ancora, per importanza, la seconda città della penisola, dopo Roma.[181] Il condottiero cartaginese inoltre decise che Magone, dopo essere giunto nel Bruzio, partisse per Cartagine dove avrebbe dovuto informare il senato dei brillanti successi raggiunti e chiedere rinforzi e sostegno. Magone arrivò in Africa e cercò di impressionare i politici cartaginesi mostrando gli innumerevoli anelli d'oro sottratti ai cavalieri romani uccisi in battaglia; la fazione di Annone tentò di sminuire i successi di Annibale ma alla fine venne deciso di inviare nel 215 a.C. importanti rinforzi in Italia.[182]

Roma venne sconvolta dalla notizia della catastrofe a Canne, sembrava che nulla potesse fermare l'avanzata di Annibale e la città si preparò all'attacco. Furono nominati 177/193 nuovi senatori al posto degli 80 che, arruolatisi volontari, erano caduti a Canne.[183] Abbreviato il periodo del lutto, vennero limitati i lussi e dato fondo alle ricchezze della città; si cercò di consolidare la coesione e la resistenza tra i cittadini. In questa situazione di emergenza nazionale si fece ricorso anche ad antiche pratiche religiose per accondiscendere la supestizione del popolo che, nell'eccitazione del momento, collegava le ripetute catastrofi all'avversione degli dei; oltre a cerimonie di espiazione e propiziazione, vennero effettuati, come era già successo durante l'invasione celtica del 225 a.C., anche primitivi sacrifici umani rituali con il seppellimento nel Foro di una coppia di galli e una di greci, ritenuti rappresentanti, secondo una vecchia usanza etrusca, di stirpi nemiche di Roma[184].

Dal punto di vista militare Roma cercò di ricostituire le sue forze dopo le enormi perdite; si procedette al tumultus, il richiamo in massa di tutti i riservisti, si arruolarono giovanissimi e uomini in età avanzata; si giunse al punto di immettere nell'esercito anche due legioni costituite da 8.000 schiavi a cui fu promesso l'affrancamento,[150][184] e perfino criminali comuni furono annessi nell'esercito. In poche settimane Roma ricostruì sette legioni a difesa della Repubblica.[185] Per dimostrare ferrea risolutezza si decise invece di non riscattare i prigionieri come proposto dagli inviati di Annibale;[186] inoltre il senato non mosse accuse al console Varrone che al contrario fu accolto da una delegazione alle porte di Roma e venne ringraziato ufficialmente "per non aver disperato della patria".[184]

Sosta a Capua[modifica | modifica wikitesto]

Campagna di Annibale in Campania 216 a.C. dopo la battaglia di Canne

Annibale dopo il trionfo a Canne non aveva ritenuto possibile marciare subito su Roma verosimilmente perché considerava difficile un assedio alle munite fortificazioni della città che avrebbe potuto alla lunga indebolire le sue forze[184]; egli invece, dopo aver ottenuto l'alleanza di Capua riprese le operazioni in Campania mentre le residue truppe romane al comando del pretore Marco Claudio Marcello si attestarono sulla linea del fiume Volturno in attesa dell'arrivo dei rinforzi affrettamente reclutati a Roma dal dittatore Marco Giunio Pera.[187] Il condottiero cartaginese conquistò Nocera[188] e incendiò e distrusse Acerra ma il suo primo attacco a Nola, difesa da Marcello, non ebbe successo;[189] Annibale quindi risalì verso l'importante centro di Casilinum che riuscì a occupare dopo un lungo assedio prolungatosi per alcuni mesi.[190]

Arrivato l'inverno Annibale trasferì il suo esercito a Capua dove rimase fino alla primavera; i suoi uomini ebbero finalmente la possibilità, dopo tre anni di continui combattimenti ed estenuanti avanzate, di riposare godendo dalla calorosa accoglienza della popolazione locale[191]. La tradizione storiografica romana, in particolare Tito Livio, ha enfatizzato l'importanza di questi cosiddetti "ozi di Capua" che avrebbero compromesso la solidità e la combattività dell'esercito annibalico, fiaccato dalle libagioni e dai piaceri del soggiorno nella città campana[191]. Questa interpretazione tradizionale peraltro non trova riscontro in Polibio ed è stata fortemente messa in dubbio dalla storiografia moderna che la ritiene tendenziosa e sostanzialmente errata; in particolare si è evidenziato come anche dopo l'inverno di riposo a Capua, Annibale e il suo esercito dimostrarono la loro superiorità e furono in grado per altri dieci anni di rimanere in campo in Italia senza subire reali sconfitte e senza che gli eserciti romani riuscissero a cacciarli dalla penisola[191].

Estensione dei fronti di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia della Selva Litana, Conquista romana della Spagna e Trattato fra Annibale e Filippo V.

L'anno 216 a.C. segnato dalla catastrofe romana a Canne, si concluse con un ennesimo disastro per Roma; in Gallia Cisalpina due legioni romane al comando del console designato Lucio Postumio Albino eletto al posto del defunto Emilio Paolo, vennero distrutte.[192]. Le due legioni caddero in un'imboscata nella Selva Litana posta probabilmente fra Bologna e Ravenna.[193]; i romani dovettero provvisoriamente abbandonare le colonie di Piacenza e Cremona[194].

Mentre fino alla battaglia di Canne l'andamento della guerra era stato dominato la campagna di Annibale in Italia, dal 215 a.C. assunsero sempre maggiore importanza altri teatri di guerra mediterranei; mentre il condottiero cartaginese tentava di disgregare l'alleanza romano-italica, Cartagine si impegnò ad organizzare nuovi attacchi per sfruttare l'indebolimento di Roma. Si organizzarono corpi di spedizione di rinforzo per l'Italia, si progettò un attacco alla Sardegna, soprattutto si cercò di costituire un sistema di alleanze internazionali in funzione anti-romana[195]. Nel frattempo continuava fin dal 218 a.C. con alterne vicende la guerra in Spagna.

Didracma (δίδραχμον) di
Filippo V di Macedonia
Philip V of Macedon.jpg
Dritto: effigie di Filippo V di Macedonia Rovescio: l'iscrizione BAΣIΛEΩΣ ΦIΛIΠΠOY
Didracma risalente al II secolo a.C.

Un evento di grande importanza avvenuto nell'estate del 215 a.C. fu l'alleanza conclusa da Cartagine con Filippo V di Macedonia.[196][197]; l'ambizioso e giovane monarca ellenistico considerava con viva preoccupazione l'espansione romana sulle coste dell'Illiria e dell'Epiro dopo le vittorie di Emilio Paolo del 219 a.C. contro Demetrio di Faro che dopo la sconfitta aveva trovato ricovero presso il re macedone[198]. Alla notizia dell'esito inatteso della battaglia del Trasimento, Filippo V decise, dopo colloqui con Demetrio, di chiudere rapidamente la guerra contro le lega Etolica con la pace di Naupatto e verosimilmente credette possibile intervenire con successo contro Roma per conquistare le coste dell'Adriatico orientale o forse riprendere addirittura i piani di Pirro[198]. Dopo la catastrofe romana a Canne, una delegazione guidata da Senofane venne inviata in Italia per concludere precisi accordi con Annibale; gli inviati di Filippo sbarcarono nel Bruzio nell'estate 215 a.C. e incontrarono il condottiero cartaginese[198]. I dettagli dell'accordo tramandato da Polibio evidenziano la vasta portata delle clausole previste; inoltre la presenza alla conclusione formale dell'alleanza di alcuni inviati del senato cartaginese e di tre alti funzionari della città punica testimonia come Annibale agisse sotto il controllo e con la piena approvazione della madrepatria[199]. L'alleanza stabiliva con chiarezza i vantaggi che sarebbero spettati dopo la vittoria a Filippo V che avrebbe assunto il controllo dei territori romani in Illiria e su Corcyra[200]; gli obiettivi di guerra di Annibale non venivano invece indicati con precisione; in ogni caso si prevedeva di arrivare al punto di costringere alla pace Roma di cui tuttavia non si ipotizzava la distruzione come stato sovrano[201].

I Romani appresero notizie dirette dell'alleanza tra Cartagine e la Macedonia grazie alla cattura in alto mare degli inviati di Filippo V in viaggio di ritorno con i documenti dell'accordo[200]; ebbe quindi inizio l'estensione della guerra nell'Adriatico e nel Mediterraneo orientale, la cosiddetta Prima guerra macedonica.[202] Roma, nonostante le enormi difficoltà in Italia, prese subito energiche misure per fronteggiare la nuova minaccia; il pretore stanziato a Taranto Marco Valerio Levino ricevette il comando di una flotta di 50 navi con l'ordine di controllare la situazione e difendere i possedimenti illirici.[200].[203] Nel 214 a.C. Filippo V attaccò le basi romane in Illiria e pose l'assedio ad Apollonia ma non ottenne grandi successi, Valerio Levino accorse sul posto riconquistò Orico e liberò Apollonia costringendo Filippo ad una disastrosa ritirata in Macedonia dopo aver incendiato le sue navi[204].

Nell'autunno del 216 a.C. morì a Siracusa l'anziano re Gerone che fino a quel momento aveva assunto un atteggiamento di prudente appoggio a Roma[205]; questo evento provocò in breve una svolta della politica siracusana ed un estensione della guerra anche in Sicilia. Il nipote appena quindicenne, Geronimo, influenzabile e ambizioso, divenne il nuovo re e decise di prendere contatti con Annibale, una delegazione si incontrò con il condottiero cartaginese e quindi alcuni emissari di Siracusa si recarono a Cartagine dove venne discusso un concreto patto di alleanza[206]. Gli inviati di Geronimo pretesero addirittura che i cartaginesi acconsentissero al dominio assoluto di Siracusa su tutta la Sicilia in cambio della partecipazione diretta alla guerra contro Roma[207]. La flotta siracusana si unì quindi alle navi cartaginesi in azione nelle acque siciliane contro la flotta romana con base a Lilibeo[208].

In Spagna dopo i successi del 217 a.C. i fratelli Scipioni ritornarono a nord dell'Ebro per riorganizzare le loro forze e consolidare le posizioni raggiunte, ma Asdrubale non poté sfruttare la situazione e dopo aver ricevuto rinforzi, dovette impegnarsi nel 216 a.C. a sedare una estesa rivolta della popolazione iberica dei Turdetani[209]. Il senato cartaginese era però deciso a far muovere Asdrubale verso l'Italia e il condottiero ricevette gli ordini di partire al più presto con il suo esercito mentre altre forze e una flotta al comando di Imilcone vennero inviate in Spagna per difendere il dominio punico che era minacciato anche da continue rivolte di popolazioni locali[210].

Nella primavera del 215 a.C. sembrò possibile per Cartagine l'apertura di un nuovo teatro di guerra e la riconquista della Sardegna divenuta provincia di Roma dopo la rivolta dei mercenari seguita alla prima guerra punica. Alcuni inviati delle popolazioni locali avvertirono in segreto il senato di Cartagine che Ampsicora, l'abile e popolare capo indipendentista della Sardegna di origine punica, stava organizzando una vasta sollevazione contro l'oppressione romana, grazie anche alla collaborazione di un senatore cartaginese presente sul posto, Annone[211][212]. La rivolta avrebbe avuto inizio all'arrivo del nuovo pretore di Roma, il malato e inesperto Quinto Muzio Scevola. I dirigenti cartaginesi accolsero con favore queste notizie e decisero di inviare un ingente corpo di spedizione sull'isola per appoggiare i rivoltosi di Ampsicora[211][213].

Guerra di logoramento (215 - 207 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

L'inizio della ripresa di Roma in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda battaglia di Nola e terza battaglia di Nola.

Nel 215 a.C. Quinto Fabio Massimo venne eletto console insieme a Tiberio Sempronio Gracco[214]; egli poté quindi ritornare alle tattiche di logoramento che, di fronte alla impressionate abilità miitare di Annibale, erano ormai concordemente ritenute le sole applicabili per evitare la sconfitta di Roma. Si fece un grande sforzo finanziario per mobilitare nuove forze; vennero mantenute in mare circa 200 navi da guerra, mentre numerosi eserciti legionari furono messi in campo al comando dei due consoli e del pretore Claudio Marcello, schierati in posizioni di copertura a Cales, Nola e Cuma; i nuovi piani di Roma prevedevano di evitare battaglie in campo aperto, di sorvegliare i movimenti di Annibale, di rimanere sulla difensiva di fronte al condottiero cartaginese ma prendere l'iniziativa contro i suoi luogotenenti per riconquistare progressivamente le posizioni perdute nell'Italia meridionale[215][216].

Annibale, giunto a Capua dopo la battaglia di Canne, aveva inviato nel Bruzio il suo luogotenente Annone per occupare quel territorio strategico; i Bruzi si sollevarono a favore dei cartaginesi ma le città greche della Magna Grecia, tradizionali rivali di Cartagine, fecero opposizione; in particolare le fazioni aristocratiche rimasero legate all'alleanza con Roma[217]. Annone nel 215 a.C. riuscì a conquistare Locri e Crotone dove furono concentrati i Bruzi, mentre Locri divenne il porto dove avrebbero dovuti affluire i rinforzi che Annibale si attendeva dalla madrepatria[218][184]. Il condottiero cartaginese non disponeva di forze inesauribili; egli infatti non poteva, secondo le clausole dell'accordo con Capua, effettuare arruolamenti in Campania, mentre anche la pratica di procurarsi rifornimenti e vettovagliamento attraverso saccheggi e depredazioni rischiava di inimicargli le popolazioni italiche inizialmente favorevoli alla sua causa[184].

L'esercito punico era disperso a presidiare i territori conquistati che dovevano essere difesi sia contro le popolazioni locali che non avevano accettato i cartaginesi sia contro le forze romane inviate a riprendere le posizioni. Annibale fu quindi costretto ad inviare delle truppe da Capua contro Cuma dove trovò la valida resistenza di Sempronio Gracco e fu respinto.[219]

Per Annibale fu comunque un periodo difficile subendo rovesci importanti un po' dovunque nelle regioni del sud Italia. Annone che comandava le forze di guarnigione venne ripetutamente sconfitto e perse molti uomini in Lucania; i romani di Fabio Massimo riconquistarono varie città fra cui Compulteria, Trebula, Levino e colpirono i Sanniti. Annibale provò a prendere Nola ma venne respinto da Marcello.[196] Restarono sul terreno 5.000 cartaginesi e 500 vennero fatti prigionieri. Annibale si sganciò e, seguito dall'esercito di Sempronio Gracco, andò a svernare ad Arpi; Sempronio pose il campo a Lucera mentre Fabio Massimo saccheggiava il territorio di Capua.

Gli altri teatri di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Negli altri teatri di operazioni la guerra proseguiva con alterne vicende. In Sicilia la situazione nel 215 a.C. divenne molto confusa; i romani avevano inviato sull'isola due legioni formate con i superstiti dell'esercito distrutto a Canne che furono in grado di mantenere le posizioni nella parte settentrionale e orientale contro l'esercito siracusano appoggiato da contingenti cartaginesi mentre la flotta di cento quinquiremi, posta sotto il comando di Appio Claudio Pulcro controllava i mari[220]. Inoltre una congiura a Siracusa portò all'assassinio dell'inviso e crudele re Geronimo mentre si trovava a Leontini; seguirono violenti contrasti tra fazioni filo-romana e filo-cartaginse all'interno della città e la guerra contro Roma venne temporaneamente sospesa[221].

In Sardegna giunse un esercito punico di 15.000 uomini appena arruolati, ma arrivò dopo che Tito Manlio Torquato,[196] forte di oltre 20.000 uomini aveva sconfitto Amsicora e il figlio Josto.[222] Quando si giunse alla battaglia fra le forze sarde alleate dei romani e quelle puniche, i Nuragici furono sbaragliati (Eutropio parla di 12.000 morti e 1.500 prigionieri[223]): persero 4.000 uomini fra caduti e prigionieri. I Cartaginesi resistettero più a lungo ma perduti 3.500 prigionieri, si reimbarcarono precipitosamente verso l'Africa. La flotta, però, venne intercettata da una flotta romana e sbaragliata. Sconfitti Punici e Nuragici, seguì un periodo di dura repressione che richiese la presenza di due legioni distolte dalla penisola.[223] Fu il solo risultato utile raggiunto da Cartagine con questa azione in Sardegna.

Anche in Spagna i cartaginesi subirono una serie di insuccessi; dopo aver avuto la notizia della vittoria di Canne, Asdrubale aveva ricevuto l'ordine di lasciare di presidio una parte delle truppe al comando di Imilcone, e partire con un corpo di spedizione per rinforzare il fratello in Italia[224]. Nell'autunno 216 a.C. si mosse in direzione dell'Ebro con 25.000 uomini ma i fratelli Scipioni che erano impegnati nell'assedio di Ibera, concentrarono le loro truppe e sbarrarono il passo. La battaglia di Ibera si concluse con una netta vittoria dei romani e Asdrubale dovette ripiegare rinunciando a marciare in aiuto di Annibale in Italia[225]. Questa sconfitta cartaginese influì anche sulla campagna annibalica in Italia, rendendo impossibile l'ulteriore invio di rinforzi nella penisola. Era previsto infatti l'invio ad Annibale attraverso il porto di Locri di un esercito al comando del fratello Magone di 12.000 fanti, 4.000 cavalieri e 20 elefanti[226][227], ma la grave sconfitta di Asdrubale che faceva temere un crollo delle posizioni puniche in Spagna, costrinse il senato cartaginese a dirottare queste forze; Magone quindi venne inviato nella penisola iberica per aiutare il fratello Asdrubale e fermare l'avanzata di Cneo e Publio Scipione[228].

Nell'estate 215 a.C. i fratelli Scipioni ripresero l'iniziativa e accorsero in aiuto della città alleata di Iliturgi, assediata dagli eserciti riuniti cartaginesi di Asdrubale e Magone. Secondo Tito Livio i romani, pur in netta inferiorità numerica, raggiunsero una brillante vittoria, i cartaginesi subirono pesanti perdite e dovettero ritirarsi; poco dopo vennero nuovamente sconfitti a Intibili[229]. Le vicende successive della guerra in Spagna rimangono, sulla base delle fonti antiche, abbastanza confuse; secondo Tito Livio i fratelli Scipioni ottennero nuove vittorie, raggiunsero le regioni meridionali, conquistarono Castulo e fin dal 214 a.C. rientrarono a Sagunto, vendicando la caduta della città alleata che aveva dato inizio alla guerra[230]. Gli storici moderni hanno manifestato molti dubbi sulla cronologia di Livio; alcune operazioni descritte potrebbero essere duplicazioni annalistiche di battaglie precedenti e si è ritenuto improbabile che i romani siano riusciti ad avanzare fino alla Spagna meridionale[231]. Le ricostruzioni moderne ritengono che la guerra in Spagna in pratica si arrestò dal 215 al 213 a.C. e che gli Scipioni ripresero l'offensiva nel 212 a.C. riuscendo a riconquistare Sagunto nonostante la presenza di tre eserciti cartaginesi in Spagna comandanti da Asdrubale, Magone e Asdrubale di Gisgone[232].

Alterne vicende in Italia meridionale e Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi assedio di Capua (211 a.C.), assedio di Siracusa (212 a.C.) e assedio di Taranto (213 a.C.).
Mappa dell'assedio di Taranto da parte di Annibale del 213-212 a.C.

Nel 213 a.C. inattesi e drammatici sviluppi a Siracusa, a Taranto e in altre città della Magna Grecia sembrarono favorire in modo decisivo i cartaginesi e provocarono nuove e pesanti difficoltà ai romani. A Siracusa dopo l'assassinio del re Geronimo, la nuova repubblica fu subito dilaniata da violenti contrasti tra le fazioni che si risolsero a vantaggio dei cartaginesi; i due inviati di Annibale Ippocrate e Epicide assunsero il potere e ben presto la guerra esplose in tutta la Sicilia soprattutto dopo il brutale comportamento di Claudio Marcello che giunto sull'isola con una legione per rinforzare i presidi romani, reagì ad atti di resistenza distruggendo e saccheggiando Leontini[233][234][235]. Siracusa venne ben presto assediata per terra e per mare dalle forze combinate di Claudio Marcello e di Appio Claudio Pulcro ma i primi attacchi furono respinti grazie soprattutto alle straordinarie macchine da guerra progettate da Archimede; l'assedio di prolungò mentre la guerra nell'isola si intensificava con l'arrivo del corpo di spedizione cartaginese di Imilcone che riuscì a conquistare Agrigento[236]. Un attacco navale della flotta cartaginese di Bomilcare non ebbe successo ma i romani persero il controllo di gran parte della Sicilia centrale dopo aver schiacciato con estrema brutalità la rivolta di Enna[237].

La situazione strategica nel 212 a.C. divenne più difficile per Annibale in Italia; mentre egli era accampato a Salapia, sei legioni romane furono concentrate, al comando dei nuovi consoli Appio Claudio Pulcro e Quinto Fulvio Flacco, intorno a Capua che si trovò praticamente assediata e con gravi carenze di approvvigionamento[238]. Dopo la sconfitta del suo luogotenente Annone, Annibale decise di prendere l'iniziativa e marciare in soccorso di Capua. Le truppe di Sempronio Gracco schierate a Benevento per bloccare il passo al cartaginese furono messe in rotta e lo stesso Gracco venne ucciso durante un imboscata della cavalleria; Annibale quindi poté aprirsi la strada ed entrò a Capua nel maggio 212 a.C. mentre le legioni romane di Claudio Pulcro e Quinto Fulvio Flacco si affrettarono a interrompere l'assedio e ripiegarono a Cuma.[239]

Annibale ottenne nel 212 a.C. altri due importanti successi locali disperdendo facilmente sul Silaro le deboli milizie dell'ex-centurione Marco Centenio Penula che fu vinto e ucciso[240], e infliggendo una pesante sconfitta a Erdonia all'inetto pretore Gneo Fulvio Flacco[241][242]. La tregua in Campania tuttavia fu di breve durata; mentre Annibale, preoccupato per la situazione a Taranto, ritornava in Apulia, nella primavera 211 a.C. Claudio Pulcro e Quinto Fulvio Flacco, confermati al comando come proconsoli, ripresero con la massima energia l'assedio di Capua la cui situazione divenne drammatica[243].

Annibale quindi ritornò alla fine di marzo 211 a.C. sul monte Tifata; ritenendo impossibile un attacco frontale alle posizioni trincerate delle legioni, egli ideò un audace diversione per allentare l'assedio romano a Capua[244]. Il condottiero cartaginese decise di marciare con il suo esercito contro Roma e arrivò a poca distanza dalla città (4 miglia il grosso dell'esercito, mentre i suoi cavalieri fin sotto le mura[245]), si accampò in vista della città (nella località ancora oggi detta Campi d'Annibale) ma non prese d'assalto le mura. Il racconto di Tito Livio di questa famosa incursione di Annibale fino alle porte di Roma (Hannibal ad portas) inserisce elementi scarsamente attendibili su eventi climatici soprannaturali che avrebbero scosso la risolutezza del condottiero e riferisce del comportamento impavido del Senato di Roma che, come gesto di sfida, avrebbe messo in vendita i terreni intorno alla città su cui si era accampato l'esercito cartaginese[246]. In realtà Annibale, avendo ritenuto che il suo piano per distrarre le legioni dall'assedio di Capua fosse fallito, decise, dopo aver raccolto un notevole bottino nel territorio intorno a Roma, di ritornare in Campania.[247] Annibale inflisse una sconfitta alle truppe romane che, al comando del console Publio Sulpicio Galba Massimo, lo avevano seguito, ma non poté più impedire la caduta di Capua[248].

Nella città campana, le autorità locali considerarono impossibile prolungare ulteriormente la resistenza; ritenendo che Annibale non potesse più portare aiuto e sperando nella clemenza di Roma, decisero di arrendersi al proconsole Appio Claudio Pulcro che aveva mantenuto l'assedio della città. La repressione di Roma fu inesorabile: i nobili campani vennero in buona parte giustiziati e tutti gli abitanti furono venduti come schiavi; Capua, ridotta in rovina, venne trasformata in borgo agricolo sotto il controllo di un prefetto romano.[249] Annibale nel frattempo era ridisceso nel Bruzio, raggiungendo Regio,[250] per congiungersi con le forze di Magone il sannita.

Roma, impegnata su molti fronti, vide che Annibale non riusciva a sferrare grandi offensive, e, attenendosi ai principi tattici di Fabio Massimo, continuò a contendere territorio e risorse al cartaginese senza farsi coinvolgere in grandi battaglie campali. Un continuo stillicidio di perdite, non rimpiazzabili, costrinse così Annibale a una serie di piccoli scontri non decisivi fra le colline e le montagne della Calabria e della Lucania, anche se il cartaginese nel 210 a.C. riuscì ancora, nella seconda battaglia di Erdonia, a sconfiggere l'esercito del console Gneo Fulvio Centumalo Massimo, forte di ottomila uomini.[245]

Anche Roma, persi buona parte degli alleati nel sud, aveva grandi difficoltà a reperire forze armate e poteva contare quasi solo sull'Etruria, sulle sue colonie e su varie città greche. Nonostante queste difficoltà le legioni romane progressivamente riconquistavano i territori perduti; dopo la caduta di Capua nel 211 a.C, nel 210 a.C. venne rioccupata la Daunia.[251]

La guerra continuava anche sul mare con battaglie navali, in Africa con scorrerie romane e gli attacchi di Siface, con battaglie e reclutamenti in Spagna e, per alleanze contro Filippo V, in Grecia.

Gli specchi ustori di Archimede di Syrakousai (affresco di Giulio Parigi del 1599-1660, Galleria degli Uffizi, Firenze)

La conclusione della guerra in Sicilia avvenne, dopo che i romani ebbero espugnato ventisei città[245], con la presa finale di Siracusa da parte delle forze di Marcello,[245][252]; Archimede venne ucciso durante i combattimenti. Siracusa poi - non più regno alleato - verrà inglobata nella Provincia di Sicilia di cui diventerà capitale.

Altro punto decisivo fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l'aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare.[253] Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine.[254] Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi.[251]

La perdita di Taranto fu un grave colpo per Annibale che fu privato definitivamente della possibilità di usare quell'importante porto; il cartaginese si trovò quindi a dover dipendere da alleati sempre più sfiduciati e da aiuti della madrepatria sempre più scarsi.

Intanto a Roma si decise di inviare degli ambasciatori a Tolomeo IV d'Egitto per ottenere rifornimenti di grano, di cui l'Italia aveva grande scarsità a causa della guerra che ormai durava da quasi un decennio. In effetti secondo quanto ci tramanda Polibio, a Roma la scarsità di grano era talmente elevata che un medimno siciliano costava quindici dracme.[255]

Vittorie di Scipione in Spagna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Baetis superiore, Battaglia di Baecula, Battaglia di Ilipa, Assedio di Cartagena e Conquista romana della Spagna.
L'avanzata in Spagna dei Romani (fino al 206 a.C.)

L'attenzione, quindi, si concentrò sulla Spagna dove Asdrubale e Magone Barca, fratelli di Annibale, Asdrubale di Giscone, Asdrubale di Amilcare, si battevano a fondo contro le forze di Publio Cornelio Scipione[223] e di Gaio Claudio Nerone distogliendo da Annibale importanti risorse di Roma. In quel momento, però, la Spagna era molto più importante per Cartagine che per Roma: era la base economica di tutta la guerra. Era dalla Spagna che venivano truppe mercenarie, truppe alleate e, soprattutto, argento e rame, indispensabili supporti finanziari per sopportare i costi sempre crescenti dello sforzo bellico, esteso ormai a tutto il Mediterraneo, ed era sulla Spagna che Cartagine doveva appoggiarsi per mandare aiuti ad Annibale. Intanto i due Scipioni, Publio e Gneo, erano riusciti ad assicurarsi l'amicizia del re di Numidia, Siface, che fu però sconfitto in Africa da Massinissa, re dei Massili.[256]

Morti il padre e lo zio del futuro "Africano",[257] il possesso di quella provincia sarebbe andato perduto senza l'iniziativa di un cavaliere romano, Lucio Marcio, che riuscì ad ottenere una determinate vittoria sulle forze cartaginese in Spagna.[258] In seguito Publio Scipione riuscì a farsi inviare in Spagna con 11.000 uomini resi disponibili dopo la riconquista di Capua, e con una serie di brillanti operazioni belliche e diplomatiche restrinse sempre più il controllo cartaginese nella penisola iberica. Scipione riuscì anche a rovesciare alcune alleanze fra iberici e cartaginesi rendendo difficile il reclutamento di forze contro Roma e contestualmente sferrò attacchi, in genere coronati da successo, contro colonie cartaginesi e città loro alleate: venne riconquistata Sagunto e presa Cartagena (nel 209 a.C.), quest'ultima ribattezzata Nova Carthago.[259]

I territori iberici sotto controllo cartaginese si ridussero progressivamente e Scipione ottenne una nuova vittoria nella battaglia di Baecula, ma strategicamente l'azione del generale romana fu un parziale fallimento e venne aspramente criticata in senato soprattutto dalla fazione di Fabio Massimo. In effetti nonostante le vittorie, Scipione non riuscì ad impedire che Asdrubale Barca organizzasse un nuovo grande corpo di spedizione con il quale sfuggì al controllo dei romani e intraprese con successo nel 208 a.C. una seconda invasione dell'Italia attraverso i Pirenei e le Alpi per accorrere in aiuto di Annibale[260].

Scipione, rimasto in Spagna, riuscì nel 207 a.C. a imporre definitivamente il predominio romano in Spagna sconfiggendo nella battaglia di Ilipa le forze cartaginesi comandante da Asdrubale di Gisgone e Magone che dovettero evacuare tutti i territori e rifuggiarsi con le truppe superstiti a Cadice.[261]

Fine della guerra in Grecia[modifica | modifica wikitesto]

Pergamo

Filippo V di Macedonia non aveva la possibilità di portare ad Annibale alcun aiuto per tutta la durata della guerra. La diplomazia e le legioni di Roma chiudevano il re e i suoi alleati in un cerchio composto da forze romane a nord e ovest, dalla Lega Etolica e da forze romane (circa 4.000 uomini) a sud e da Attalo I di Pergamo a est.[245] Filippo, pur non riuscendo a portare ad Annibale alcun aiuto, si difese brillantemente e a sua volta scatenò Sparta contro gli Etoli. Le convulsioni della situazione politica e bellica in Grecia, descritte da Polibio, erano complicatissime dato che in modo più o meno diretto entrarono in gioco molte città e isole della Grecia e dell'Asia Minore.[262] Con la pace di Fenice Roma si assicurò la tranquillità sul "fronte orientale".[245] Si liberarono così ingenti forze militari che poterono essere, finalmente, concentrate contro l'avversario principale che da lungo tempo stazionava alle porte dell'Urbe.

Rivolte in Africa[modifica | modifica wikitesto]

Massinissa (o Micipsia)[263]
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Dritto: effigie di Massinissa con diadema Rovescio: cavallo verso sinistra, una palma sullo sfondo
Moneta di bronzo risalente al (203 - 148 a.C.)

Nemmeno vicino casa per Cartagine era vita facile. La Numidia che confinava a ovest con i possedimenti cartaginesi, era divisa in due. La parte orientale, confinante con Cartagine, regno dei Massili, era sotto il dominio di Gala (re) e poi del figlio Massinissa mentre la Numidia Occidentale, più vicina alla Mauritania, regno dei Massesili, era retta da Siface. Dopo una prima fase di alleanza con Cartagine, Siface, si avvicinò ai romani, in occasione di un passaggio di Gaia prima e poi di Massinissa a un'alleanza con Cartagine. All'inizio Siface fu sconfitto da Massinissa ma, con le sconfitte iberiche la situazione si invertì, Siface, perdonato dai cartaginesi e forse forzato, si alleò con loro. Massinissa che aveva conosciuto e apprezzato Scipione in Spagna e forse già meditava di cambiare alleanza si alleò con Roma. L'alleanza con Siface sembrava favorire Cartagine, ma Massinissa aveva per Roma qualcosa di più importante. Con il suo passaggio in campo avverso, Annibale venne privato di una vera e propria "arma strategica": la cavalleria numidica, che Roma aveva sofferto sulla Trebbia e a Canne e il cui uso "moderno" Scipione aveva imparato a conoscere in Spagna. Cartagine perse un'esclusiva determinante.

Guerra navale nel Mare Mediterraneo occidentale[modifica | modifica wikitesto]

La flotta cartaginese, che anni prima era la dominatrice del Mediterraneo, era ridotta all'ombra di sé stessa. Ormai Roma, che solo da pochi anni aveva imparato l'importanza di mantenere una flotta, era regina incontrastata di tutti i mari a ovest di Malta. Sconfitti i pirati Illirici, controllava l'Adriatico; sconfitti i cartaginesi nella Prima guerra romano-punica controllava il Tirreno a est e ovest della Sardegna; dalla Provincia di Sicilia controllava l'omonimo Canale e lo Ionio. L'Egeo era greco ma Rodi e Pergamo erano buoni alleati di Roma mentre a Cartagine restava solo il Mediterraneo della costa africana e della costa spagnola. Con l'arrivo dei romani in Spagna, in pochi anni Cartagine perse anche quella costa, tanto che Nerone, quando portò gli aiuti a Scipione, poté tirare in secca le navi e arruolare i marinai come truppe di terra.

Nondimeno le flotte romana e punica si scontrarono. Nel 208 a.C. Marco Valerio Levino, dopo una razzia ad Aspide (ribattezzata Clupea dai Romani), si dovette difendere da una flotta cartaginese di 87 navi che nello scontro ne perse 21 e si dovette ritirare. Questa fu la più grande battaglia navale della guerra e può dare la misura delle dimensioni degli scontri navali al paragone di quelli della prima guerra romano-punica.

Le coste africane e siciliane furono, però, sempre sotto attacco da parte delle marinerie avversarie; in special modo Cartagine compiva scorrerie in Sicilia e mandava truppe, poche per la verità, in Calabria e Puglia, mentre Roma, per contro, bersagliava la costa della Libia (Leptis in particolare) e della Tunisia.

Successi di Roma (207 - 204 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Sconfitta e morte di Asdrubale[modifica | modifica wikitesto]

Annibale ritrova il capo mozzato del fratello Asdrubale, ucciso dai Romani, affresco di Giovambattista Tiepolo, 1725-1730 ca, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Nel 208 a.C. la guerra in Italia sembrò nuovamente volgere a favore di Annibale: in un agguato di cavalleria nei pressi di Venosa venne sorpreso e ucciso Claudio Marcello, spintosi imprudentemente in esplorazione con le sue avanguardie, e poco dopo cadde anche l'altro console Tito Quinzio Crispino[264]. Il condottiero cartaginese, dopo un fallito tentativo di conquistare Salapia con l'inganno, si diresse quindi verso Locri dove inflisse una pesante sconfitta anche alle truppe romane che stavano assediando la città[265]. Annibale tuttavia non poté sfruttare questi successi e rimase confinato nel Bruzio in attesa dei rinforzi che il fratello Asdrubale aveva promesso di condurre personalmente in Italia.

Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l'Italia; dopo aver attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina nel 207 a.C. dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale mentre l'altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l'Apulia, respinse i romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa dove si fermò attendendo precise notizie sui piani del fratello Asdrubale[266].

I romani tuttavia riuscirono ad intercettare i messaggeri di Asdrubale inviati per informare il fratello, e quindi appresero che il secondo esercito nemico era in marcia verso Fano; Annibale, all'oscuro di questi progetti, rimase a Canosa, mentre il console Nerone con una audace marcia forzata raggiunse con una parte delle sue forze Livio Salinatore a Senigaglia dove poterono affrontare riuniti Asdrubale. La battaglia del Metauro si concluse con la completa vittoria di Roma; l'esercito cartaginese fu distrutto e Asdrubale cadde combattendo sul campo. Annibale apprese del tragico destino del fratello solo quando la testa di Asdrubale venne gettata dai romani nel suo accapamento; egli decise di abbandonare nuovamente l'Apulia e la Lucania e ritornare nel Bruzio[267].

Nel 206 a.C. Roma espulse Cartagine dalla Spagna, chiudendo il fronte occidentale. Nel 205 a.C. Roma sottoscrisse la pace di Fenice, chiudendo anche il fronte orientale. Sulla scia del successo in Spagna Scipione venne eletto console e gli fu affidata la Sicilia.

Contrasti nel senato e piani di Scipione[modifica | modifica wikitesto]

Sopra, la dea Cibele (Magna Mater) seduta tra leoni, con dedica al senatore Virius Marcarianus. Arte romana, III secolo d.C., conservata al Museo archeologico nazionale di Napoli.
Ankara Muzeum B19-36.jpg
A destra, la "Dea Madre" seduta, con accanto due leopardi: originariamente da Çatalhöyük, è un reperto neolitico (6000-5500 a.C. ca.), oggi al Museo della Civilizzazione Anatolica, Ankara.

Fu Scipione a decidere che era tempo di chiudere la partita con Cartagine: il Senato romano, infatti, si oppose decisamente all'idea di Scipione di portare la guerra in Africa. Quinto Fabio Massimo e il figlio capitanavano la fazione attendista. Si può comprendere come l'ex dittatore, ormai ultraottantenne fosse affezionato alla sua concezione della guerra che fino ad allora aveva permesso a Roma di resistere.

Meno comprensibile l'atteggiamento del Senato romano che doveva aver ormai capito di avere di fronte un nemico stanco e demotivato. Le devastazioni del territorio erano impressionanti, oltre dieci anni di guerra continua avevano distrutto in pratica l'economia agricola della regione. La terra non poteva essere lavorata senza che fossero attivate razzie degli eserciti di entrambe le parti. I commerci erano bloccati per carenza di denaro, per il pericolo di rapine, per mancanza di compratori. Gli uomini validi erano arruolati, per volontà o per forza tanto che alcune colonie romane furono esentate dal fornire uomini. Il Senato di Roma riconobbe che erano state drenate fino alla consunzione.

Dalla devastazione diretta si salvavano il Lazio e l'Etruria. Questi però, specialmente l'Etruria, dovevano fronteggiare i Galli che chiudevano buona parte delle vie commerciali verso il nord; anche il centro Italia, d'altra parte, era obbligato a fornire uomini e mezzi alla guerra e cominciava ad avere difficoltà e a dare segni di ribellione, tanto che una legione venne mandata a percorrere l'Etruria a causa di presunti contatti con Magone, accampato nella Pianura Padana.

Il Senato di Roma, sotto la pressione dei Fabii, voleva prima sconfiggere Annibale in Italia e rifiutava di supportare Scipione che in Sicilia aveva a sua disposizione solo le legioni "cannensi" e poche navi.[268] Le legioni "cannensi" erano i resti delle forze sbaragliate a Canne da Annibale. Però mentre Varrone, il maggiore responsabile della disfatta, tornato a Roma era stato perdonato, la bassa forza, come punizione era stata mandata in Sicilia col divieto di tornare a Roma fino a quando Annibale fosse rimasto in Italia.[268]

Preso atto dell'atteggiamento del Senato, Scipione si rivolse agli alleati italici per avere uomini, armi, navi e vettovaglie. La risposta, leggiamo in Tito Livio[269], fu entusiastica. Le città dell'Etruria e del Lazio fornirono ciurme per le navi, tela per le vele, grano e farro e vivande di tutti i tipi, punte di frecce, scudi, spade, lance e uomini. In meno di due mesi Scipione aggiunse alle sue legioni "cannensi" circa 7.000 volontari italici e cominciò a preparare seriamente lo sbarco in Africa.

Convinto da alcuni locresi a riconquistare la città, Scipione accettò e dopo la sua caduta lasciò un luogotenente, Quinto Pleminio, a governare Locri. Le malversazioni di Pleminio vennero portate davanti a Scipione che però non credette ai locresi. Costoro allora si appellarono al Senato che inviò una commissione. Per fortuna di Scipione la commissione di inchiesta prima, a Locri, appurò che il console non aveva avuto parte nel comportamento di Pleminio e poi, a Siracusa vide che l'esercito approntato da Scipione era perfettamente addestrato e rifornito. La commissione tornò a Roma lodando Scipione e le sue capacità di organizzazione e di comando. Con tutte queste difficoltà Scipione perse un anno nella sua guerra contro Annibale. Venne l'anno 204 a.C. e per Scipione terminò il suo periodo di consolato. Ma Scipione riuscì a farsi nominare proconsole e portare avanti, quindi, il suo progetto.

Nello stesso anno 204 a.C. si verificò un importante avvenimento che simboleggiò il crescente interesse di Roma per l'Oriente ellenistico con le sue vestigia della mitologia troiana e la grande importanza assunta dalla famiglia degli Scipioni. Nel quadro delle alleanze organizzate da Roma per contrastare Filippo V di Macedonia, il re di Pergamo, Attalo I, consegnò agli inviati della repubblica la Magna Mater, la pietra scura di forma conica venerata a Pessinunte[270]. Secondo gli oracoli dei Libri Sibillini, l'introduzione del culto della Magna Mater era una condizione indispensabile per raggiungere finalmente la cacciata del nemico cartaginese dall'Italia. Nell'aprile 204 a.C. la pietra nera di Pessinunte giunse a Ostia e venne consegnata a Publio Cornelio Scipione Nasica, cugino di Publio Scipione e figlio di Gneo Scipione morto in Spagna nel 211 a.C.; Scipione Nasica era stato scelto dal Senato per il prestigioso incarico in quanto considerato il "miglior cittadino" di Roma[271].

Annibale nel Bruzio[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Annibale (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), uno dei maggiori strateghi della storia antica

Dopo la disfatta e la morte di Asdrubale, Annibale era ritornato con il suo esercito nel Bruzio che era rimasta la sua ultima roccaforte in Italia; egli ritenne ormai impossibile riprendere operazioni offensive e si limitò durante il 206 a.C. a mantenere le posizioni. Nonostante la sua crescente debolezza peraltro, i Romani a loro volta non presero iniziative aggressive e si limitarono a controllare il nemico senza osare attaccarlo. Il prestigio del condottiero cartaginese era ancora altissimo[272]. Annibale quindi schierò il suo esercito nel territorio compreso tra Catanzaro, Cosenza e Crotone; egli considerava importante mantenere il possesso dei porti di Locri e Crotone per disporre di una via d'uscita via mare, inoltre verosimilmente sperava ancora nell'arrivo di rinforzi e nell'aiuto da parte di Filippo V di Macedonia[273].

Scipione era concentrato sui preparativi per portare le legioni in Africa e il Senato voleva continuare con la guerra di logoramento. Con tutto ciò Annibale non era in grado di compiere azioni di rilevanza e doveva continuare una guerriglia disperata. Persa anche la base di Locri per opera di Scipione, quando questi ritornò in Sicilia cercò di contrattaccare. Scipione, alla notizia, ritornò a Locri via mare e Annibale dovette rinunciare anche a quel porto. L'ultima possibilità di ricevere velocemente rinforzi consistenti gli era preclusa, d'altro canto il generale cartaginese, probabilmente, sentiva che la sua avventura stava per concludersi.

In Africa[modifica | modifica wikitesto]

Cartagine, tuttavia, aveva ancora frecce al suo arco e stava predisponendo la difesa del territorio metropolitano operando reclutamenti di mercenari, acquisti di armi, ammassi di grano e ricercando alleati. La mossa più importante in questo senso fu compiuta da Asdrubale di Gascone che dando in sposa a Siface la bellissima figlia Sofonisba cementò l'alleanza con questo confinante re numida che mise a disposizione di Cartagine altri 50.000 uomini e 10.000 cavalieri. In termini romani, circa 8 legioni. Scipione, una volta sceso a terra dalle navi, avrebbe potuto contare su 35.000 uomini.

Ultima fase della guerra (204-202 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magone in Gallia Cisalpina[modifica | modifica wikitesto]

Cartagine non poteva non sapere quello che si stava preparando in Sicilia. E infatti inviò a Magone, in Liguria, 6.000 fanti, 800 cavalieri e sette elefanti. Inviò anche ingenti somme che dovevano servire per assoldare mercenari Galli della Val Padana. Queste forze dovevano congiungersi con Annibale sempre asserragliato fra Crotone e Locri come un falco in attesa di calare su una preda disattenta. Purtroppo per Magone, per Annibale e per Cartagine, Roma adesso aveva meno problemi di reperimento di forze armate. A Rimini stazionavano la legione di Marco Livio e in Etruria due legioni con Lucrezio mentre i Galli non risposero al richiamo cartaginese, almeno non quanto sarebbe stato necessario.

L'anno successivo, 203 a.C. Magone dovette combattere nei pressi di Milano contro i romani guidati dal proconsole Marco Cornelio Cetego e dal pretore Publio Quintilio Varo. Ferito e sconfitto si dovette ritirare a Savona dove aveva posto la base. Ma ormai la stretta su Cartagine stava diventando irresistibile. Magone venne richiamato in Africa per rinforzare le difese. Buona parte delle forze arrivò a Cartagine con le navi ma Magone, durante le traversata, morì per le ferite. Ancora una volta Cartagine non riuscì ad aiutare Annibale.

Annibale abbandona l'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 204 a.C. il nuovo console, Publio Sempronio Tuditano attaccò Annibale a Crotone e ottenne qualche modesto successo; le perdite romane ammontarono peraltro a oltre 1.000 uomini. Venne inviato anche l'altro esercito consolare sotto la guida del proconsole Crasso che nel frattempo aveva occupato la zona di Cosenza. In realtà Annibale manteneva il controllo della situazione e appariva sempre pericoloso e invitto; l'andamento delle operazione nel Bruzio rinforzò nel Senato la convinzione che la tattica di Fabio Massimo non doveva essere abbandonata.

In realtà la situazione strategica e logistica di Annibale era ormai compromessa; privo di aiuti, informato della disfatta del fratello Magone, egli era ormai consapevole che la sua lunga campagna nella penisola era fallita; fin dal 205 a.C. egli aveva fatto incidere, secondo la tradizione dei condottieri ellenistici, un iscrizione in bronzo al Tempio di Hera a Capo Lacinio dove venivano descritte le sue imprese in Italia[274].

Nel 203 a.C. il senato cartaginese sotto la pressione dell'invasione di Scipione, diede ordine ad Annibale di imbarcarsi e tornare in Africa; il condottiero cartaginese apprese con amarezza queste decisioni ma egli aveva indubbiamente previsto questa possibilità e aveva già approntato con il legname tratto dai boschi del Bruzio, le necessarie navi da trasporto in aggiunta alle imbarcazioni inviate dalla madrepatria. Annibale procedette ad effettuare vaste distruzioni e saccheggi sul territorio per non lasciare bottino nelle mani dei Romani; dovettero essere abbandonati nel Bruzio la maggior parte degli alleati italici reclutati durante i lunghi anni della guerra[275]. Il cartaginese partì dall'Italia nell'autunno del 203 a.C. insieme con circa 15.000-20.000 veterani delle campagna in Italia, senza alcuna opposizione da parte delle forze romane del console Gneo Servilio Cepione.

Scipione in Africa[modifica | modifica wikitesto]

Busto presunto di Scipione l'Africano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), rinvenuto nella Villa dei Papiri di Ercolano. Probabile ritratto di un sacerdote isiaco[276]

Contestualmente alle battaglie di Annibale, Scipione lasciò la Sicilia con 400 navi da carico, una scorta di 40 navi da guerra comandate da Gaio Lelio[277] e da Marco Porcio Catone e 35.000 uomini. L'armata romana era diretta a Emporia, grosso centro commerciale punico e fonte di enormi entrate per Cartagine. Ma la nebbia fece dirottare le navi che presero terra vicino a Utica. Le forze cartaginesi erano appostate quasi tutte a Emporia e uno squadrone di 4.000 cavalieri, al comando di Annone venne mandato per rendere difficili le operazioni ai romani mentre le truppe si ridispiegavano a difesa. Annone si scontrò con la cavalleria romana e venne battuto e ucciso. Caddero 1.000 uomini e 2.000 vennero presi prigionieri. Scipione conquistò Selica e si dedicò al saccheggio del territorio. Per ovvi motivi politici e di immagine si affrettò a mandare a Roma il bottino fra cui 8.000 schiavi. Roma esultava.

Scipione cercò di conquistare Utica ma l'impresa non gli riuscì e decise di svernare nel territorio mentre poneva l'assedio alla città. Nel frattempo portò dalla sua parte Massinissa che, acerrimo nemico di Siface da cui era stato disastrosamente sconfitto, stava attraversando un periodo di sfortuna ma conservava un grande ascendente sulle popolazioni della Numidia.

La campagna riprese l'anno successivo: Siface e Asdrubale erano alla testa di una forza pari a circa 100.000 uomini (probabilmente il dato è eccessivo). Scipione aveva ricevuto pochi rinforzi di cavalleria da Massinissa e le sue forze erano molto inferiori di numero, forse meno della metà.

Col pretesto di intavolare trattative, Scipione mandò agenti al campo cartaginese notandone il disordine e la composizione. Con un attacco notturno, dividendo in due parti il suo esercito, Scipione inviò Gaio Lelio e Massinissa ad attaccare il campo di Siface mentre egli guidava l'attacco a quello di Asdrubale. Fu una strage. Le forze romane, incendiando le tende e le capanne indifese poterono approfittare dello spavento e della disorganizzazione e annientarono i reparti nemici; furono solo poco più di 20.000 superstiti, ma probabilmente anche queste sono cifre esagerate, questa volta per difetto. Asdrubale si ritirò a Cartagine mentre Siface tornò in Numidia dove ebbe la fortuna di trovare 4.000 mercenari celtiberi appena giunti.

Galvanizzati dalla vittoria i romani insistettero nelle operazioni e ai Campi Magni distrussero i resti dell'esercito numidico-cartaginese. Le truppe cartaginesi e numidiche poste alle ali cedettero completamente e solo l'eroica resistenza dei celtiberi che caddero quasi tutti, posti al centro, permise ad Asdrubale e a Siface di salvarsi con pochi uomini al seguito. Asdrubale fu condannato a morte ma riuscì a fuggire e a reclutare altri 10.000 uomini. Siface cercò rifugio nella sua terra inseguito da Massinissa che cercava la rivincita totale. Cartagine era alle corde, fingendo di intavolare trattative, i cartaginesi ottennero un armistizio e approfittarono del tempo concesso per mandare messaggeri in Italia. Uno raggiunse il ferito Magone e gli ordinò di tornare in patria, un altro raggiunse Annibale con lo stesso ordine.

Il ritorno di Annibale[modifica | modifica wikitesto]

Per la prima volta dopo ben trentaquattro anni Annibale tornava nella patria che aveva lasciato da ragazzo per seguire il padre. Abbandonata l'Italia, Annibale arrivò indisturbato in Africa e sbarcò a Leptis Minor da dove si diresse ad Hadrumetum. Cartagine, galvanizzata dall'arrivo del suo eroe, interruppe le trattative e cominciò a riorganizzarsi. Annibale raccolse tutte le forze disperse cartaginesi: gli uomini del fratello Magone e gli uomini di Asdrubale, per lo più mercenari. Con queste forze si diresse verso la Numidia per cercare forze di cavalleria ma dovette accontentarsi di 3.000 cavalieri forniti dal figlio del deposto Siface, Vermina.

Cartagine, assediata da Scipione gli chiese di tornare in sua difesa e Annibale fu costretto a marciare verso est per tornare mentre Scipione, per evitare che Annibale si rafforzasse troppo velocemente, mosse verso di lui con tutto il suo esercito. Le due armate giunsero a contatto nei pressi del fiume Bagrada, vicino alla città di Naraggara, a Zama. Annibale cercò di evitare lo scontro per mostrare, pare, alla fazione pacifista cartaginese di aver cercato una possibile soluzione incruenta. I due più grandi condottieri del periodo si incontrarono di persona ma la trattativa fallì: la parola passò alle armi.

Battaglia di Zama (202 a.C)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Zama.
Schema dello svolgimento della battaglia di Zama, ultimo atto della guerra. Combattuta tra Annibale e Scipione Africano

I due eserciti avevano più o meno la stessa consistenza numerica. Circa trentacinquemila romani fronteggiavano circa cinquantamila cartaginesi. Ma la differenza qualitativa era importante.

  • Annibale guidava forze di fanteria più numerose ma composite: 12.000 fanti celti e liguri, 15.000 reduci dalle campagne italiche, 18.000 mercenari di varia provenienza, numidi, macedoni, iberici e qualche cartaginese. La cavalleria punica era composta da 4.000 uomini. Aveva a disposizione, inoltre, 80 elefanti da guerra su cui contava molto.
  • Scipione aveva a sua disposizione due legioni addestrate, compatte e disciplinate (circa 23.000 fanti e 2.000 cavalieri). 7.000 fanti e 4.500 cavalieri erano forniti da Massinissa e dal suo alleato Damakas.

Annibale pose gli elefanti davanti alla fanteria per lanciarli in una carica di sfondamento che avrebbe permesso alle altre forze di attaccare linee romane scompaginate. Dietro agli elefanti le linee cartaginesi vedevano in prima fila i mercenari galli, mauritani, liguri e iberici, in seconda linea le forze terrestri cartaginesi e a circa 200 metri dietro i veterani delle campagne d'Italia che dovevano attaccare le truppe nemiche quando fossero state stanche. Le ali di cavalleria cartaginese erano poste a destra e quella numidica a sinistra.

Scipione dispose i suoi uomini sulle classiche tre file. Prima gli hastati, poi i princeps e dietro i triarii ma, innovazione rispetto alla classica manovra delle legioni, evitò di offrire un fronte compatto lasciando spazio di manovra fra un manipolo e l'altro. Le ali di cavalleria vedevano a destra Massinissa e a sinistra la cavalleria italica comandata da Lelio.

Annibale lanciò la carica degli elefanti ma ormai i romani avevano imparato come trattare quelle enormi bestie; con trombe acute e alte grida spaventarono i bestioni che, imbizzarriti, si volsero contro la cavalleria numidica dell'ala sinistra cartaginese. Massinissa che era posto di fronte a questa con i suoi cavalieri, approfittò della disorganizzazione per sbaragliare totalmente gli avversari diretti. Qualche elefante che non si era spaventato si avventò contro la fanteria romana. I manipoli degli hastati romani, utilizzando lo spazio libero, semplicemente si fecero da parte lasciando passare i bestioni lasciandoli alla mercé di princeps e velites che colpendoli di fianco e davanti li costrinsero alla fuga. Questi elefanti si avventarono contro l'altra ala della cavalleria cartaginese. Anche qui, Lelio, al comando della cavalleria italica approfittò dell'occasione per chiudere la partita con i diretti avversari.

La carica dei "carri armati" dell'antichità: gli elefanti schierati nelle prime linee delle forze cartaginesi

Tutta la cavalleria di Annibale fuggì inseguita da Massinissa e Lelio. Premeditazione? in effetti potrebbe essere. La cavalleria di Annibale, che aspettava, invano, rinforzi da Vermina, non era forte come quella romana ed è possibile che il condottiero l'avesse utilizzata come specchietto per allodole, per fare credere a una parziale vittoria e allontanare la cavalleria romana. Sta di fatto che sul campo si arrivò, infine, allo scontro fra le fanterie.

Le prime file di Annibale non ressero, o sembrarono non reggere, a lungo allo sforzo e arretrarono fra le seconde file. Forse una mossa tattica; Annibale potrebbe aver studiato il racconto dei reduci della battaglia ai Campi Magni e aver capito che le legioni di Scipione non manovravano più come quelle vinte alla Trebbia e a Canne.

Comunque sia gli hastati di Scipione erano stanchi e le seconde file cartaginesi rinforzavano la difesa. Scipione tentò di ripetere la manovra dei Campi Magni e mosse le sue file di princeps e triarii sui fianchi per accerchiare le forze di Annibale. La manovra fallì parzialmente perché i veterani che Annibale teneva di riserva nella terza linea, lontana dalle prime, non poterono essere circondati. Scipione fu costretto a far retrocedere le seconde file per reggere l'urto dei cartaginesi e non aveva più massa di manovra.

La situazione stava diventando critica per Scipione ma Annibale aveva davanti a sé le legioni di Canne. Quegli uomini sconfitti dai nemici ed esecrati dai loro stessi concittadini ebbero, alla fine, una seconda possibilità e da quella speranza, da quella rabbia, trassero la forza di resistere alle forze puniche che li sovrastavano.

Definitivamente dispersa la cavalleria avversaria o disperatamente chiamati indietro da Scipione alla fine tornarono Lelio e Massinissa con i loro cavalieri, che si avventarono alle spalle delle forze cartaginesi e le annientarono. Quella che forse stava per diventare un'altra sconfitta per Roma diventa la disfatta finale di Annibale e di Cartagine.

La seconda guerra romano-punica terminò, così, con un ennesimo massacro sulle rive di un fiume africano.

Fine della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Cartagine perse per sempre l'Iberia e fu ridotta a cliente di Roma. Ai punici fu imposta un'indennità di guerra di 10.000 talenti, la loro marina fu ridotta a 10 triremi, appena sufficienti per frenare i pirati e fu loro vietato di prendere le armi senza il permesso dei Romani. Quest'ultimo limite favorì la Numidia di Massinissa che ne approfittò spesso per annettersi larghe parti del territorio cartaginese. Mezzo secolo dopo, quando Cartagine infine si ribellò ai continui attacchi di Massinissa, fu questa ribellione -non autorizzata- a fornire ai romani il casus belli per scatenare la Terza guerra romano-punica. Fu anche imposto ai cartaginesi di aiutare Roma nella sua avventura in Asia Minore e navi puniche servirono nella campagna di Lucio Cornelio Scipione Asiatico contro Antioco III di Siria.

A Roma la fine della guerra non fu accolta bene da tutti per ragioni sia politiche che morali. Quando il Senato decretò sul trattato di pace con Cartagine Quinto Cecilio Metello - già console nel 206 a.C. - affermò che non riteneva la fine della guerra essere un bene per Roma; temeva che il popolo romano non sarebbe ritornato allo stato di quiete dal quale era stato tratto con l'arrivo di Annibale.[278] Altri, come Catone il Censore temevano che se Cartagine non fosse stata del tutto distrutta avrebbe presto riacquistato la propria potenza e ripreso le lotte con Roma. E probabilmente Catone non aveva torto; l'archeologia ha scoperto che il famoso porto militare "Coton" fu costruito dopo la guerra, poteva contenere 200 triremi mentre a Cartagine erano concesse solo 10 navi ed era protetto dall'osservazione esterna. Annibale per molti anni curò i propri affari e riprese un ruolo importante a Cartagine. Per questo la nobiltà locale, spaventata dalla sua deriva democratica e dalla sua battaglia contro la corruzione, convinse i Romani a forzarne l'esilio che lo spinse verso le coste dell'Asia sempre cercando di rinnovare la lotta a Roma. A Libyssa sulle spiagge orientali del Mar di Marmara prese quel veleno che, come diceva, aveva a lungo conservato in un anello.

Roma ebbe le mani libere per intraprendere con decisione la conquista della Gallia Cisalpina, della Gallia Transalpina, dell'Illiria, della Grecia, e di tutti i regni della costa dell'Asia che si affacciavano sul Mediterraneo e sul Mar Nero. Dei 53 anni calcolati da Polibio, per Pidna, ne mancavano solo 34.

Bilancio e conseguenze della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Il mondo romano, al termine della seconda guerra romano-punica (in verde), e poi attorno al 100 a.C. (arancione)

La storiografia moderna ha cercato di spiegare le cause della vittoria finale di Roma e del fallimento di Annibale nonostante la lunga serie di vittorie e la sua invincibilità nel territorio italico. Annibale viene senza dubbio considerato uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi per la sua capacità di comando e la grande abilità strategica e tattica in ogni situazione bellica[279]. Il fallimento di Annibale è stato tuttavia spiegato dagli storici, oltre che per l'insufficiente supporto ricevuto dalla madrepatria, soprattutto per la sua erronea percezione politica della realtà italica. Verosimilmente egli, legato alla cultura greca e ai suoi ideali di libertà, si attendeva una rapida defezione generale degli alleati italici di Roma e una entusiastica adesione ai suoi proclamati programmi di liberazione dei popoli dalla presunta oppressione romana[279]. In questo caso Annibale può non aver compreso la reale solidità della struttura politica dell'alleanza romano-italica e può aver sottovalutato la capacità di resistenza e la concreta concordanza di interessi economico-politici presente nei governanti dei popoli italici alleati[279].

Per più di un osservatore[280] la Seconda guerra romano-punica può essere considerata sostanzialmente il primo conflitto mondiale della storia, almeno per quanto riguarda l'area del Mediterraneo. Oltre a Roma e Cartagine, furono infatti coinvolti nella guerra Celti, Italici, Iberi, Liguri, Numidi, il Regno Macedone e la simmachia greca, la Lega Achea, la Lega Etolica e così via; durante il conflitto restarono attivi contemporaneamente più fronti anche molto distanti fra loro, con un impiego di mezzi e uomini enorme, se rapportato alle popolazioni dell'epoca.

Seppure alla fine vincitrice, Roma pagò comunque a caro prezzo il lungo conflitto contro Annibale. I romani vissero per anni nell'incubo di una guerra interminabile e di un nemico alle porte che sembrava invincibile. Lo sforzo bellico fu estremamente gravoso, sul piano economico e civile: per anni intere regioni italiche furono saccheggiate e devastate dalle continue operazioni militari, con danni enormi per l'agricoltura e per i commerci, che a lungo restarono bloccati, per la pressione dei Galli a nord e la presenza di Annibale a sud. Tutto ciò senza contare il pesante bilancio in termini di vite umane. Nei 17 anni di guerra morirono circa 300.000 italici su una popolazione che, dopo la secessione delle regioni meridionali, era di soli 4 milioni di abitanti circa, mentre il potenziale umano mobilitato da Roma per la guerra raggiungerà in alcuni anni il 10% della popolazione, senza scendere mai sotto al 6-7%, tutte cifre che si avvicinano molto, in termini percentuali, a quelle registrate durante la prima guerra mondiale[281].

Tuttavia, nonostante i gravi sacrifici sopportati, la guerra romano-punica rappresentò una svolta decisiva per le future fortune di Roma. Innanzi tutto in termini di espansione territoriale, poiché al termine della guerra Roma prese il totale controllo dell'intera penisola italica, aggiungendo anche la Corsica, la Sardegna, la Sicilia e la costa meridionale della penisola Iberica, estendendo la sua influenza sulle coste africane cartaginesi e numidi, oltre che sull'area dell'Egeo. Si realizzava, quindi, un controllo di tutto il bacino occidentale del Mediterraneo (e di lì a poco, anche della zona greca, nel bacino orientale) che porrà le basi per il futuro impero.

In termini politici interni la guerra provocò un rafforzamento delle istituzioni romane, in particolare del Senato, fulcro della lunga resistenza ad Annibale. Ma anche sul piano militare le catastrofiche sconfitte, subite ad opera di Annibale, furono un'importante lezione sia sul piano tattico-strategico che organizzativo: da quel momento in poi i romani impararono a strutturare l'esercito in modo molto più efficace, introducendo schemi e soluzioni tattiche che per secoli lo renderanno pressoché imbattibile. I primi cambiamenti si videro già per la battaglia di Zama, infatti, per la quale Scipione rese l'esercito più agile e flessibile, introducendo ad esempio la coorte.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Brizzi 2007, p. 62.
  2. ^ a b c d e Polibio, VI, 20, 8-9.
  3. ^ a b c d e Polibio, VI, 26, 7.
  4. ^ a b Brizzi 2007, p. 97.
  5. ^ a b c d e f Polibio, III, 35, 1.
  6. ^ a b c d e f g AppianoGuerra annibalica, VII, 1, 4.
  7. ^ Polibio, III, 2, 1.
  8. ^ AppianoGuerra annibalica, VII, 1, 1.
  9. ^ Livio, XXI, 1.1-3.
  10. ^ Polibio, IX, 22.2-5.
  11. ^ Polibio, I, 63, 1-3.
  12. ^ Polibio, I, 62, 9.
  13. ^ Polibio, I, 62, 8.
  14. ^ a b Polibio, I, 65-88.
  15. ^ a b Polibio, I, 79, 1-7.
  16. ^ a b Polibio, I, 79, 8-11.
  17. ^ a b Polibio, III, 10, 1-4.
  18. ^ Polibio, I, 79, 12.
  19. ^ Polibio, III, 1, 3-10.
  20. ^ Polibio, II, 21-35.
  21. ^ a b Polibio, II, 2-12.
  22. ^ Livio, XXI, 2.1.
  23. ^ a b Polibio, II, 1, 1-8.
  24. ^ a b c d AppianoGuerra annibalica, VII, 1, 2.
  25. ^ Livio, XXI, 2.1-2.
  26. ^ Polibio, II, 1, 9.
  27. ^ Livio, XXI, 2.3-5.
  28. ^ Polibio, II, 13, 1-2.
  29. ^ Polibio, III, 29, 3.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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