Attentato di Sarajevo

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Attentato di Sarajevo
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L'attentato di Sarajevo in una illustrazione di Achille Beltrame per la Domenica del Corriere
Stato Austria-Ungheria Austria-Ungheria
Luogo Sarajevo
Obiettivo Francesco Ferdinando d'Asburgo
Data 28 giugno 1914
10.45 circa
Tipo agguato con armi da fuoco
Morti Francesco Ferdinando e la moglie Sophie Chotek von Chotkowa
Responsabili giovani serbo-bosniaci della Crna ruka
Sospetti Servizi Segreti del Regno di Serbia
Motivazione Terrorismo
Questa voce è parte della serie
Storia dell'Austria
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L'attentato di Sarajevo fu il gesto omicida che colpì l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia durante una visita ufficiale nella città bosniaca nel 1914. L'autore dell'attentato era lo studente Gavrilo Princip, membro della Mlada Bosna (Giovane Bosnia), un gruppo politico che mirava all'unificazione di tutti gli jugoslavi (slavi del sud)[1].

Il 28 giugno 1914, nel giorno di San Vito noto anche come Vidovdan, giorno di solenni celebrazioni e festa nazionale serba[2], Francesco Ferdinando e Sofia furono colpiti a morte da alcuni colpi di pistola esplosi dal diciannovenne serbo.

Il gesto fu assunto dal governo di Vienna come il casus belli che diede formalmente inizio alla prima guerra mondiale. Dopo appena un mese dall'uccisione della coppia, il 28 luglio l'Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia[2].

Il conflitto che era alle porte sarebbe stato senza precedenti nella storia e avrebbe richiesto la mobilitazione di oltre 70 milioni di uomini e la morte di oltre 9 milioni di soldati e almeno 5 milioni di civili[3]; la prima guerra mondiale era formalmente iniziata.

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

In base a Trattato di Berlino del 1878, l'Austria-Ungheria ricevette il mandato di amministrare le province ottomane della Bosnia ed Erzegovina, mentre l'Impero Ottomano ne manteneva la sovranità ufficiale. Questo accordo portò a una serie di dispute territoriali e politiche che nel corso di diversi decenni coinvolsero Russia, Austria, Bosnia e Serbia, finché, nel 1908, l'Impero Austro-Ungarico procedette alla definitiva annessione della Bosnia Erzegovina. Le rivendicazioni panserbe spinsero un gruppo politico estremista, la Mano Nera, a progettare ed eseguire l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Asburgo.

Alla fine di giugno del 1914, Ferdinando visitò la Bosnia per poter osservare delle manovre militari e partecipare all'inaugurazione di un museo a Sarajevo. Il 28 giugno era il quattordicesimo anniversario del giuramento morganatico con cui Francesco Ferdinando ottenne dall'imperatore Francesco Giuseppe il permesso di sposare la sua amata, Sofia Chotek (slava di nascita e di rango molto inferiore all'arciduca), in cambio del giuramento che i figli nati da questa unione non sarebbero mai saliti al trono. Sofia Chotek era lieta di accompagnare il marito in Bosnia e di celebrare l'anniversario lontano dalla corte di Vienna, dove veniva trattata con sufficienza.

Francesco Ferdinando era considerato un sostenitore del trialismo, in base al quale l'Austria-Ungheria sarebbe stata riorganizzata riunendo le terre slave dell'Impero Austro-Ungarico sotto una terza corona. Un regno slavo avrebbe potuto fungere da baluardo contro l'irredentismo serbo e Francesco Ferdinando venne quindi percepito come una minaccia da questi stessi irredentisti. Princip dichiarò alla corte che impedire le progettate riforme di Francesco Ferdinando fu una delle sue motivazioni.

Il 28 giugno, giorno dell'uccisione, corrisponde al 15 giugno del calendario giuliano, festa di San Vito. In Serbia, viene chiamato Vidovdan e vi si commemora la battaglia della Piana dei merli del 1389 contro gli ottomani, durante la quale il sultano Murad venne assassinato nella sua tenda da un serbo; è un'occasione per le cerimonie patriottiche serbe.

L'assassinio[modifica | modifica sorgente]

Nota: Lo svolgimento esatto degli eventi non venne mai stabilito con precisione, principalmente a causa delle incongruenze nei racconti dei testimoni.

Mappa del luogo dove venne ucciso l'arciduca.
Il Ponte Latino di Sarajevo, vicino al luogo dell'attentato.

I sette giovani cospiratori erano inesperti con le armi, e fu solo grazie a una straordinaria sequenza di eventi che ebbero successo. Attorno alle 10:00 Francesco Ferdinando, sua moglie e i loro accompagnatori, partirono dal campo militare di Filipovic, dove avevano effettuato una rapida rivista delle truppe. La colonna era composta da sette automobili:

  1. Nella prima: l'ispettore capo di Sarajevo e tre altri agenti di polizia.
  2. Nella seconda: Il sindaco di Sarajevo, Fehim Efendi Curcic; il commissario di polizia di Sarajevo, dottor Edmund Gerde.
  3. Nella terza: Francesco Ferdinando; sua moglie Sofia; il governatore generale di Bosnia Oskar Potiorek; la guardia del corpo di Francesco Ferdinando, il tenente colonnello conte Franz von Harrach.
  4. Nella quarta: il capo della cancelleria militare di Francesco Ferdinando, barone Carl von Rumerskirch; la damigella di Sofia, contessa Wilma Lanyus von Wellenberg; l'aiutante capo di Potiorek, tenente colonnello Erich Edler von Merizzi; il tenente colonnello conte Alexander Boos-Waldeck.
  5. Nella quinta: Adolf Egger, direttore dello stabilimento Fiat di Vienna; il maggiore Paul Höger; il colonnello Karl Bardolff; e il dottor Ferdinand Fischer.
  6. Nella sesta: il barone Andreas von Morsey; il capitano Pilz; altri membri dello staff di Francesco Ferdinando e ufficiali bosniaci.
  7. Nella settima: il maggiore Erich Ritter von Hüttenbrenner; il conte Josef zu Erbach-Fürstenau; il tenente Robert Grein.

Alle 10:15 il corteo passò davanti al primo membro del gruppo, Mehmed Mehmedbašić. Costui si era piazzato a una finestra di un piano alto, ma in seguito sostenne che non riuscì ad avere il bersaglio libero e decise di non sparare per non mandare all'aria la missione allertando le autorità. Il secondo membro, Nedeljko Čabrinović, lanciò una bomba (o un candelotto di dinamite, secondo alcuni resoconti) contro l'auto di Francesco Ferdinando, ma la mancò.

L'esplosione distrusse l'auto che stava immediatamente dietro, ferendo gravemente i suoi occupanti, un poliziotto e diverse persone che stavano nella folla. Čabrinović inghiottì la sua pillola di cianuro e si gettò nelle basse acque del fiume Miljacka. Il corteo accelerò in direzione del municipio, e sulla scena scoppiò il caos.

La polizia trascinò Čabrinović fuori dal fiume, ed egli venne picchiato duramente dalla folla prima di venire preso in custodia. La sua pillola di cianuro era vecchia o con un dosaggio troppo debole e non funzionò. Il fiume era profondo solo 10 centimetri e non riuscì ad affogarvisi. Alcuni degli altri assassini, o perché presunsero che Francesco Ferdinando era stato ucciso, o perché persero i nervi, abbandonarono la scena.

Arrivando al municipio per un ricevimento programmato, Francesco Ferdinando mostrò comprensibili segni di stress, interrompendo un discorso di benvenuto preparato dal sindaco Curcic per protestare: "Veniamo qui e la gente ci tira addosso delle bombe". L'arciduca si calmò e il resto del ricevimento fu teso ma senza incidenti. Funzionari e membri del seguito dell'arciduca discussero su come guardarsi da un altro tentativo di uccisione senza giungere a una conclusione coerente.

Un suggerimento perché le truppe di stanza fuori dalla città venissero schierate lungo le strade, sembra venne respinto perché i soldati non si erano portati le loro uniformi da parata alle manovre. La sicurezza venne quindi lasciata alla piccola forza di polizia di Sarajevo. L'unica ovvia misura presa fu che uno degli aiutanti militari di Francesco Ferdinando prendesse una posizione protettiva sulla predella sinistra della sua autovettura. Ciò è confermato dalle fotografie della scena fuori dal municipio.

I cospiratori restanti erano stati ostruiti dalla folla densa, e sembrò che il piano per l'assassinio fosse fallito. Comunque, dopo il ricevimento al municipio, Francesco Ferdinando decise di recarsi all'ospedale per visitare i feriti dalla bomba di Čabrinović.

Nel frattempo, Gavrilo Princip era andato in un vicino negozio di alimentari, o perché aveva rinunciato o perché riteneva che l'attacco con la bomba avesse avuto successo. Uscendo vide l'auto aperta di Francesco Ferdinando tornare indietro dopo aver sbagliato a svoltare, nei pressi del Ponte Latino.

L'arresto dell'attentatore Gavrilo Princip

L'autista, Franz Urban, non era stato avvisato del cambio di programma e aveva proseguito lungo il percorso che avrebbe portato l'arciduca e il suo seguito direttamente fuori dalla città.

Avanzando verso il lato destro della vettura, Princip esplose due colpi della sua pistola semiautomatica, una Browning FN Model 1910 calibro 7,65×17 mm di fabbricazione belga. Il primo proiettile trapassò la fiancata del veicolo e colpì Sofia all'addome, mentre il secondo colpì Francesco Ferdinando al collo, dove non era protetto dal giubbetto antiproiettile che indossava. Princip sostenne in seguito che la sua intenzione era di uccidere il governatore generale Potiorek, e non Sofia.

Entrambe le vittime rimasero sedute dritte sull'auto, ma morirono mentre venivano portate alla residenza del governatore per i soccorsi. Le ultime parole di Francesco Ferdinando dopo essere stato colpito vennero riportate da von Harrach come le seguenti "Sofia cara, non morire! Resta in vita per i nostri figli!" ("Sopherl! Sopherl! Sterbe nicht! Bleibe am Leben für unsere Kinder!")

Princip cercò di togliersi la vita, prima ingerendo cianuro, e quindi con la sua pistola, ma vomitò il veleno apparentemente inefficace, e la pistola gli venne strappata di mano dai passanti prima che avesse la possibilità di esplodere un altro colpo.

Delle rivolte anti-serbe scoppiarono a Sarajevo nelle ore successive all'assassinio, fino a quando non venne ristabilito militarmente l'ordine.

Gli attentatori[modifica | modifica sorgente]

Il processo agli imputati[modifica | modifica sorgente]

I cospiratori, che erano sotto i venti anni di età al momento dell'assassinio, vennero condannati alla prigione, invece che alla pena capitale. Tre di essi (Danilo Ilić, Mihaijlo Jovanović e Veljko Cubrinovic) vennero impiccati. Čabrinović e Princip morirono di tubercolosi in carcere. Vaso Cubrilovic sopravvisse invece alla guerra, e morì a Belgrado nel 1990. Alcune figure minori vennero prosciolte.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

La vecchia targa dell'esatto punto in cui fu eseguito l'assassinio. Il governo cittadino la rimosse dopo la guerra di Bosnia.
Una nuova targa commemorativa indica il luogo esatto dove avvenne l'attentato di Sarajevo.
La Gräf & Stift Bois De Boulogne double phaeton del 1911 sulla quale viaggiava l'arciduca Francesco Ferdinando. Il foro lasciato dal proiettile che uccise Sofia è visibile sopra la ruota posteriore.

L'assassinio dell'erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico e della moglie produsse un grande shock in tutta Europa, e inizialmente ci fu molta simpatia per la posizione austriaca. Il governo di Vienna vide in ciò la possibilità di sistemare una volta e per tutte la percepita minaccia proveniente dalla Serbia.

Dopo aver condotto un'indagine sul crimine, verificato che la Germania avrebbe onorato la sua alleanza militare, e persuaso lo scettico conte ungherese Tisza, l'Austria-Ungheria inviò una lettera formale al governo serbo. La lettera ricordava alla Serbia il suo impegno a rispettare la decisione delle grandi potenze circa la Bosnia-Erzegovina, e a mantenere rapporti di buon vicinato con l'Austria-Ungheria. La lettera conteneva anche richieste specifiche che miravano a distruggere il finanziamento e il funzionamento delle organizzazioni terroristiche che presumibilmente avevano portato all'oltraggio di Sarajevo.

Questa lettera divenne nota come "Ultimatum di luglio", e l'Austria-Ungheria dichiarò che se la Serbia non avesse accettato tutte le richieste entro 48 ore, avrebbe ritirato il suo ambasciatore a Belgrado. Dopo aver ricevuto un telegramma di sostegno dalla Russia, la Serbia mobilitò il suo esercito e rispose alla lettera accettando i punti 8 e 10 nella loro interezza, e accettando parzialmente, rispondendo diplomaticamente o rigettando educatamente parti del preambolo, i punti dall'1 al 7 e il punto 9. I difetti della risposta serba vennero pubblicati dall'Austria-Ungheria[4], che rispose rompendo le relazioni diplomatiche.

Dei riservisti serbi che venivano trasportati lungo il Danubio su dei vaporetti, in modo apparentemente accidentale finirono nella parte Austro-Ungarica del fiume a Temes-Kubin, e i soldati Austro-Ungarici spararono in aria come avvertimento. Questo incidente venne gonfiato a dismisura e l'Austria-Ungheria dichiarò quindi guerra e mobilitò il suo esercito il 28 luglio 1914. In base al Trattato Segreto del 1892, Russia e Francia erano obbligate a mobilitare i propri eserciti se qualsiasi nazione della Triplice Alleanza si fosse mobilizzata e ben presto tutte le grandi potenze, con l'eccezione dell'Italia, avevano scelto la propria parte ed erano entrate in guerra.

È possibile sostenere che questo episodio mise in moto gran parte dei principali eventi del XX secolo, con dei riverberi che si addentrano nel XXI. Il Trattato di Versailles alla fine della prima guerra mondiale, viene generalmente collegato alla salita al potere di Adolf Hitler e alla seconda guerra mondiale. Esso portò anche al successo della Rivoluzione russa che porterà poi alla Guerra Fredda. Questa a sua volta, diede origine a molti importanti sviluppi politici del XX secolo, come la caduta degli imperi coloniali e l'ascesa degli USA e dell'URSS allo status di superpotenze.

A ogni modo, se l'assassinio non fosse avvenuto, è probabile che una guerra generale europea si sarebbe comunque avuta, innescata da un altro evento in un momento diverso. Le alleanze delineate in precedenza e l'esistenza di vasti e complessi piani di mobilitazione che era quasi impossibile fermare una volta avviati, resero la guerra su vasta scala sempre più probabile fin dagli inizi del XX secolo.

Reliquie[modifica | modifica sorgente]

Il proiettile esploso da Gavrilo Princip, talvolta indicato come "la pallottola che diede inizio alla prima guerra mondiale", è conservato come reperto museale nel castello di Konopiště, vicino alla città di Benešov, nella Repubblica Ceca.

L'arma di Princip, assieme alla grossa auto a bordo della quale si trovava l'arciduca, alla sua uniforme azzurra macchiata di sangue e al cappello piumato, e la chaise longue sulla quale venne posto mentre veniva assistito dai medici, sono in mostra permanente nel Museo di storia militare di Vienna.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ M. Gilbert, op. cit., p. 32
  2. ^ a b M. Gilbert, op. cit., p. 31
  3. ^ M. Gilbert, op. cit., p. 3
  4. ^ Possono essere visti a pagina 364 de Origins of the War, Vol. 2, di Albertini, con le lamentele austriache poste a fianco delle risposte serbe.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Luigi Albertini, Origins of the War of 1914, Oxford University Press, London, 1953
  • Vladimir Dedijer, The Road to Sarajevo, Simon and Schuster, New York, 1966
  • Eugene de Schelking, Recollections of a Russian Diplomat, The Suicide of Monarchies, McMillan Co., New York, 1918
  • Sidney Bradshaw Fay, Origins of the Great War. New York 1928
  • Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, 2009ª ed., Milano, Oscar storia, Arnoldo Mondadori Editore, ISBN 978-88-04-48470-7.
  • David MacKenzie, 'Black Hand'On Trial: Salonika 1917, Eastern European Monographs, 1995
  • Luciano Magrini, Il Dramma Di Seraievo. Origini e responsabilità della guerra Europa, Milan, 1929
  • W.A. Dolph Owings, The Sarajevo Trial, Documentary Publications, Chapel Hill N.C., 1984
  • Clive Ponting, Thirteen Days, Chatto & Windus, London, 2002.
  • Wolf Sören Treusch, Erzherzog Franz Ferdinand und seine Gemahlin werden in Sarajevo ermordet, DLF, Berlin, 2004
  • Gilberto Forti, A Sarajevo, il 28 giugno, Adelphi, Milano, 1984

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]