Battaglia di Vittorio Veneto
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| Battaglia di Vittorio Veneto | |||||||
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| Parte della Prima guerra mondiale | |||||||
Mappa dell'offensiva italiana a Vittorio Veneto e successiva avanzata italiana |
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| Schieramenti | |||||||
| Comandanti | |||||||
| Effettivi | |||||||
| 51 divisioni italiane 3 divisioni francesi 4 divisioni britanniche, 7000 cannoni |
52 divisioni, 6030 cannoni | ||||||
| Perdite | |||||||
| 5.800 morti, 26.000 feriti | 35.000 morti 100.000 feriti 300.000 catturati | ||||||
| Fronte italiano (1915-1918) |
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| Adamello – 1a-Isonzo – 2a-Isonzo – 3a-Isonzo – 4a-Isonzo – 5a-Isonzo – Altipiani – 6a-Isonzo – 7a-Isonzo – 8a-Isonzo – 9a-Isonzo – 10a-Isonzo – Ortigara – 11a Isonzo – Caporetto – Solstizio – Piave – Vittorio Veneto |
La così detta battaglia di Vittorio Veneto fu combattuta tra il 24 ottobre ed il 3 novembre 1918, tra Vittorio Veneto e le Alpi Giulie, sul fronte italiano della Prima guerra mondiale, tra Italia e Austria-Ungheria, nel momento in cui quest'ultima si disintegrò. La storiografia ufficiale la celebra come una grande battaglia e l'unica grande vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Di fatto fu il prodotto del collasso dell'esercito austro-ungarico nel momento in cui il paese danubiano si disintegrava. L'evento segna la fine della guerra sul fronte italiano.
Secondo la storiografia ufficiale la battaglia riuscì a unire gli sforzi e i sentimenti patriottici di tutti gli italiani, potendo così essere considerata come l'ultimo atto del Risorgimento. Secondo altri studiosi invece, l'allontanamento di Cadorna, le mutate condizioni di vita in trincea, l'abolizione delle fucilazioni per futili motivi ricrearono nel soldato italiano quella voglia di combattere persa con il comandante precedente. Altri ancora hanno descritto l'avanzata italiana come una serie di attacchi ad un esercito sconfitto in ritirata verso un paese che non esisteva più.
È stato infatti sottolineare come un fattore rilevante nella vittoria finale sia stato l'abbassamento del morale delle etnicamente composite truppe austro-ungariche, che sul finire della guerra non sentivano più la guerra come una difesa del suolo patrio, essendo venuti a conoscenza dei moti secessionisti nelle varie provincie dell'impero. Come successe per l'esercito italiano, anche quello austro-ungarico dovette subire condizioni di vita tremende in trincea: turni massacranti, uniti ad un sempre più scarso approvvigionamento di viveri, minarono il morale, facendo sì, proprio nella battaglia finale, che interi reparti si consegnassero al nemico, o smettessero di combattere in una sorta di sciopero della guerra, mentre le avanguardie italiane iniziavano la riconquista dei territori persi durante la disfatta di Caporetto. Va detto che già nell'estate del 1918 gli austriaci sul Piave ricevevano due etti di pane al dì e 2 etti di carne la settimana. Gli stessi, alle foci del fiume, nella zona di Cavazuccherina (ora Jesolo), morivano di malaria. Anche la qualità dell'armamento era venuta meno e spesso le granate non scoppiavano a causa dell'impoverimento delle polveri da sparo usate.
Indice |
[modifica] Preludio
Dopo anni passati tra inutili attacchi suicidi e l'immobilità del fronte, nella battaglia di Caporetto l'esercito italiano aveva perso più di 300.000 uomini e fu costretto alla ritirata, causando l'esodo di altrettanti civili (spaventati dalla propaganda ufficiale che gridava ai "turchi alle porte"[1]) e la sostituzione del comandante supremo Luigi Cadorna col generale Armando Diaz. Questo riorganizzò le truppe, bloccò l'avanzata nemica e stabilizzò il fronte presso il fiume Piave, resistendo e respingendo sul Piave e sul Monte Grappa l'ultimo disperato attacco austriaco del giugno 1918. La cosiddetta Battaglia del solstizio, infatti, fu una massiccia offensiva che rappresentava per gli austriaci l'ultima opportunità per sfondare il fronte italiano, ma grazie ad una migliore organizzazione tattico-strategica e a un rinnovato spirito di resistenza da parte italiana, si tramutò per l'Impero Austro-Ungarico in una disastrosa disfatta (le perdite austriache furono di circa 150.000 unità fra morti, feriti e dispersi), che lo mise in ulteriore gravissima difficoltà e pose le premesse per la vittoria finale dell'Italia, pochi mesi dopo.
[modifica] L'attacco
Il 23 ottobre 1918 l'esercito italiano, supportato da un piccolo contingente di truppe alleate, si lanciò all'offensiva. Nella zona Ponte della Priula-Grave di Papadopoli, nei primi giorni l'ingrossamento del Piave in piena travolse le passerelle gettate e non permise un facile sfondamento. Dopo aver attraversato il Piave, il XXIV Corpo d'armata al comando del generale Enrico Caviglia liberò Vittorio Veneto (al tempo il suo nome era solo "Vittorio", "Veneto" fu aggiunto nel 1923), avanzò in direzione di Trento, e mandò i reparti celeri (la cavalleria) all'inseguimento del nemico in ritirata.
[modifica] Conclusione
Il 28 ottobre fu proclamata l'indipendenza della Cecoslovacchia, con conseguente disfacimento dell'Austria-Ungheria, che chiese la tregua e comandò la ritirata generale delle sue truppe. Da quel momento l'esercito Italiano, ignorando la richiesta di tregua, si mise ad inseguire un esercito in fuga e allo sbando (il 31 Ottobre anche l'Ungheria proclamò la piena indipendenza da Vienna, con conseguente diserzione dei suoi sudditi). Solo il 3 novembre, con la presa di Trieste (per via mare), si giunse ad un armistizio, quello di Villa Giusti. Nonostante questo gli italiani continuarono comunque la loro avanzata, liberando Udine e conquistando Trento. Però mentre marciavano verso Lubiana, le truppe furono fermate a Postumia, in quanto dovevano arrivare truppe iugoslave. Dal 30 ottobre 1918 nella Villa Necker a Trieste sedeva un comando iugoslavo, in quanto l'imperatore Carlo I aveva concesso l'indipendenza alla Croazia e alla Slovenia, che unendosi alla Serbia formarono la Jugoslavia.
Gli sloveni triestini non furono d'accordo e due armatori sloveni fornirono delle imbarcazioni che andarono a chiamare a Venezia le truppe italiane. Da Trieste venne mandata l'ambasceria alle forze Alleate anche per chiedere l'invio di un contingente alleato che fornisse la città di viveri. L'armistizio venne firmato il 3 novembre a Villa Giusti, nei pressi di Padova, ed entrò in vigore il giorno successivo.
[modifica] Conseguenze
La battaglia segnò la fine delle ostilità sul fronte italiano. La resa dell'Austria-Ungheria inflisse un duro colpo alla Germania, che di lì a poco avrebbe chiesto la pace.
[modifica] Note
- ^ Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto, Laterza, 2006

