Battaglia di Caporetto

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Coordinate: 46°12′52″N 13°38′33″E / 46.214444°N 13.6425°E46.214444; 13.6425

Battaglia di Caporetto
12ª battaglia dell'Isonzo
Le truppe tedesche della  12ª Divisione fanteria avanzano lungo la valle dell'Isonzo nei primi giorni della battaglia
Le truppe tedesche della 12ª Divisione fanteria avanzano lungo la valle dell'Isonzo nei primi giorni della battaglia
Data 24 ottobre - 12 novembre 1917
Luogo Valle del fiume Isonzo nei pressi di Caporetto, oggi in Slovenia
Esito Vittoria austro-ungarico-tedesca. Ritirata delle truppe italiane fino al Piave
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
257 400 soldati
1 342 cannoni[3]
353 000 soldati
2 518 cannoni[4]
Perdite
Dai 10 000 ai 13 000 morti
30 000 feriti
265 000 prigionieri[5]
50 000 tra morti e feriti[6]
Oltre un milione di profughi civili
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La battaglia di Caporetto, o dodicesima battaglia dell'Isonzo, (in tedesco Schlacht von Karfreit, o zwölfte Isonzoschlacht) venne combattuta durante la prima guerra mondiale tra il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche.

Lo scontro, che iniziò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917, rappresenta la più grave disfatta nella storia dell'esercito italiano[7], tanto che, non solo nella lingua italiana, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa.

Con la crisi della Russia dovuta alla rivoluzione, Austria-Ungheria e Germania poterono trasferire consistenti truppe dal fronte orientale a quelli occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l'apporto di reparti d'élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate ad una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell'Isonzo, non ressero all'urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave.

La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna, che aveva imputato l'esito infausto della battaglia alla viltà dei suoi soldati, con Armando Diaz. Le unità italiane si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave riuscendo a difendere ad oltranza la nuova linea difensiva.

Situazione generale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Caporetto (pianificazione e preparazione).

Le prime quattro offensive scatenate da Luigi Cadorna, comandante supremo del Regio Esercito italiano, sull'Isonzo durante la seconda metà del 1915, non portarono nessun cambiamento sostanziale del fronte, ma solo la morte di numerosi soldati di entrambi gli schieramenti, con gli italiani respinti ad ogni tentativo di sfondare le linee nemiche. Così come sul fronte occidentale, quindi, anche in Italia si riconfermò la caratteristica fondamentale della prima guerra mondiale: la guerra di trincea.

Nel 1916 il capo di Stato Maggiore austro-ungarico Franz Conrad von Hötzendorf ritirò parte dei suoi uomini dal fronte orientale, ritenuto solido e relativamente tranquillo, per impiegarli il 15 maggio nella cosiddetta Strafexpedition (spedizione punitiva) contro gli italiani, ma l'attacco non riuscì completamente e quindi vi fu il ritorno ad una situazione di stallo. Cadorna era deciso però a riprendersi i territori del Trentino e così, nella seconda metà del 1916, il Regio Esercito tentò di nuovo di sloggiare i nemici dalle zone interessate, ma gli insuccessi portano il comandante italiano a volgere nuovamente la sua attenzione all'Isonzo, dove i suoi uomini riuscirono a prendere Gorizia costringendo gli austro-ungarici a ripiegare nelle linee di difesa arretrate, da dove respinsero tutti i successivi assalti degli avversari.

Nel maggio 1917 Cadorna riprese l'iniziativa ordinando il via della decima battaglia dell'Isonzo, ma ancora una volta i risultati ottenuti furono minimi in confronto alle vite umane perse per conseguirli. Alla fine di luglio venne convocata a Parigi una conferenza Alleata dove fu richiesto all'Italia di eseguire altre due nuove offensive, il prima possibile, per alleggerire la pressione sul fronte occidentale, ma Cadorna ne garantì solo una[8] (undicesima battaglia dell'Isonzo), che finì in un nulla di fatto.

Tutte queste battaglie, come già detto, costarono ad entrambi gli avversari ingenti perdite umane, ma per gli austro-ungarici la situazione era più grave, essendo i loro effettivi circa il 40% in meno di quelli italiani. Per loro fu quindi necessario chiedere la collaborazione dei tedeschi, che risposero inviando al fronte alcune unità di eccellenza e degli ottimi comandanti come il generale Otto von Below ed il suo capo di Stato Maggiore Konrad Krafft von Dellmensingen.

Terreno[modifica | modifica sorgente]

Caporetto fotografata nel luglio 2008

I luoghi più significativi dove venne combattuta la battaglia di Caporetto furono l'omonima conca, le valli del Natisone e il massiccio del monte Colovrat.

La posizione di Caporetto (Kobarid in sloveno) è particolarmente strategica dato che si trova all'incrocio tra il corso dell'Isonzo e la valle che porta verso la pianura friulana. Durante la Grande Guerra quindi la città funzionò da collegamento tra l'interno del paese e la complessa organizzazione del IV Corpo d'armata, la grande unità del Regio Esercito dispiegata tra la vallata e le montagne sovrastanti. I paesi centrali rispetto ai settori in cui era divisa l'ampia zona di combattimento del corpo d'armata ospitavano i comandi di divisione (Dresenza Picco, Smasti, Saga) con tutti i servizi aggregati dell'artiglieria, del genio militare e della sanità, mentre quelli a pochi chilometri dalla prima linea alloggiavano i comandi di brigata, le riserve e le truppe a riposo[9].

Collocate nella parte più orientale della regione Friuli-Venezia Giulia, le valli del Natisone collegano Cividale del Friuli alla valle dell'Isonzo in Slovenia. Sono costituite dalla valle del Natisone propriamente detta e da quelle percorse dai suoi affluenti, l'Alberone, il Cosizza e l'Erbezzo. A nord sono dominate dal monte Matajur, o monte Re, alto 1.641 m[10].

La catena del Colovrat (Kolovrat in sloveno) è una lunga catena montuosa caratterizzata da una serie di alture costituite dal monte Podclabuz (Na Gradu-Klabuk) (1.114 m), dal monte Piatto (1.138 m) e dal monte Nagnoj a quota 1.192, coincidente con la linea di confine attuale fra Italia e Slovenia. Tale sistema di monti si eleva sopra la valle tra Caporetto e Tolmino (Tolmin in sloveno) e nel maggio 1915 costituì uno dei punti di partenza delle truppe italiane verso i territori dell'Impero austro-ungarico[11].

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Le nuove tattiche del Deutsches Heer[modifica | modifica sorgente]

Tubi lanciagas tedeschi. Queste armi verranno utilizzate per sfondare le linee italiane tra Plezzo e l'Isonzo

L'andamento del conflitto per l'Impero tedesco spinse Erich Ludendorff, abile generale del Deutsches Heer, consigliato anche dal colonnello Fritz von Loßberg, a rivalutare le tattiche difensive e offensive da insegnare ai soldati impiegati al fronte. Riguardo alle seconde, che più interessano lo scenario della disfatta di Caporetto, vennero istituite ed addestrate le cosiddette Sturmpatrouilen, squadre d'assalto formate da 11 uomini (sette fucilieri, due portamunizioni e due addetti alle mitragliatrici) che dovevano muoversi con missione di contrattacco[12]; così facendo si affidava l'iniziativa al livello di comando più basso, accollando alte responsabilità ai sottufficiali.

Già i francesi nel 1915 avevano sviluppato un concetto simile prevedendo di impiegare groupes de tirailleurs, armati di bombe a mano, mortai e fucili mitragliatori, contro postazioni di mitragliatrici nemiche, avanzando in formazione allargata e sfruttando ogni elemento del terreno a proprio vantaggio, ma non ci furono prove pratiche e così i tedeschi, venuti a conoscenza di queste idee, svilupparono le loro dottrine descritte sopra e le introdussero nel 1917.

I vertici militari tedeschi capirono inoltre che la vita in trincea era fisicamente e psicologicamente distruttiva per il soldato, così si adoperarono per ridurre al minimo la permanenza in prima linea delle truppe: un battaglione stava in linea mediamente 2 giorni su 12[13].

Di tutti questi studi e innovazioni la Germania tenne sempre al corrente l'Impero austro-ungarico, che non tardò a metterli efficacemente in pratica nella battaglia di Flondar, nella battaglia del Monte Ortigara e nell'undicesima battaglia dell'Isonzo, avvalendosi soprattutto della "difesa elastica", altra novità dei loro alleati mutuata da un'idea, rimasta tale, francese, consistente in tre linee di difesa: la prima era occupata da poche forze, la seconda era invece ben presidiata e fortificata, mentre la terza era destinata alle riserve e alle truppe da lanciare in un eventuale rapido contrattacco[14].

L'impreparazione del Regio Esercito[modifica | modifica sorgente]

Sotto il comando di Cadorna, dal maggio 1915 all'ottobre 1917, il Regio Esercito si era notevolmente potenziato passando da un milione a due milioni di uomini. Allo stesso tempo, era più che triplicata l'artiglieria, il numero delle mitragliatrici era aumentato e anche l'aviazione aveva beneficiato di un significativo incremento[15]. Tutto questo però non fu seguito da un valido addestramento o dall'elaborazione di nuove dottrine militari.

Alle innovazioni tedesche, l'Italia contrapponeva il classico schema offensivo basato su una potente azione delle artiglierie seguita dall'attacco dei fanti. Riguardo alla difesa invece, il Comando Supremo aveva emanato poche direttive nel corso della guerra, riguardanti più che altro l'uso dell'artiglieria. Anche il Regio Esercito era disposto su tre linee di difesa ma, a differenza dei loro nemici, i soldati erano ammassati in prima linea, mentre le altre due erano scarsamente presidiate, dato che si riponevano le speranze di spezzare l'attacco dell'avversario nell'artiglieria.

La differenza con la "difesa elastica" tedesca sta nel fatto che questi accettavano il ripiegamento di qualche chilometro per preparare meglio il contrattacco da lanciare nel momento in cui, non più protetti dalle bocche da fuoco, i reparti nemici entravano in crisi sotto il tiro avverso. Un altro elemento caratteristico dell'esercito italiano era la sua eccessiva burocratizzazione: mentre gli ordini tedeschi passavano solo attraverso i comandi di divisione e di battaglione, in Italia si doveva passare per il corpo d'armata, la divisione, la brigata, il reggimento e, infine, per il battaglione.

Qualcosa comunque, anche se tardi e in misura limitata, venne fatta. Il 29 luglio 1917 infatti furono creati a Manzano gli Arditi per ordine del generale Capello, che pose il reparto alle dipendenze del colonnello Giovanni Bassi. Questo provvedimento incise comunque in misura minima nella battaglia di Caporetto, sia per il ridotto numero di Arditi, sia perché il reparto era vocato prevalentemente all'azione offensiva, con poca esperienza, come del resto l'intero esercito, in ambito difensivo.

Ordini di battaglia[modifica | modifica sorgente]

Germania e Impero austro-ungarico[modifica | modifica sorgente]

Per quanto riguarda la 14ª Armata e le divisioni tedesche che vi militavano, tre (la 1ª, la 50ª e la 55ª) già si trovavano nella zona delle operazioni, mentre la 3ª Edelweiss e la 22ª Schützen vennero fatte arrivare dal Trentino; queste unità, assieme all'Alpenkorps, erano già avvezze alla guerra in montagna in quanto avevano combattuto nei Vosgi, in Macedonia e nei Carpazi. La 12ª slesiana e la 26ª dovettero invece essere addestrate a combattere nel nuovo tipo di terreno, mentre la 4ª, la 5ª, la 13ª, la 33ª, la 117ª e la 200ª provenivano dal fronte orientale[22].

A guardare solo gli elementi che entrarono in azione il 24 ottobre (escluse le riserve e la divisione Jäger, che per molti giorni non partecipò ai combattimenti), la forza complessiva degli austro-ungarici-tedeschi era di 353.000 uomini, 2.147 cannoni e 371 bombarde[23].

Italia[modifica | modifica sorgente]

Sul fronte dell'Isonzo Cadorna aveva a sud (destra) la 3ª Armata comandata dal duca d'Aosta costituita da quattro corpi d'armata, e a nord (sinistra) la 2ª Armata, comandata dal generale Luigi Capello e costituita da ben otto corpi d'armata. Lo sfondamento avvenne sul fianco sinistro della 2ª Armata tra Tolmino e Plezzo. Tale parte di fronte era presidiata a sud tra Tolmino e l'alta valle dello Judrio, dalla 19ª Divisione del maggior generale Giovanni Villani[27], dalla brigata Puglie e dal X Gruppo alpini del XXVII Corpo d'armata di Pietro Badoglio[28], mentre a nord da Gabria fino a Plezzo dal IV Corpo d'armata del tenente generale Alberto Cavaciocchi[29]. Incuneato tra i due corpi d'armata ed in posizione più arretrata era stato disposto molto frettolosamente anche il debole VII Corpo d'armata comandato dal maggior generale Luigi Bongiovanni[30].

Se si prendono in considerazione i soli reparti interessati dall'offensiva di von Below e di Kosak, si trattava di 257.400 uomini appoggiati da 997 cannoni e 345 bombarde[31].

Svolgimento della battaglia[modifica | modifica sorgente]

Le fasi preparatorie[modifica | modifica sorgente]

Resti di un bunker italiano a Caporetto

Quando gli austro-ungarici chiesero aiuto, il capo di Stato Maggiore tedesco, Paul von Hindenburg, e il suo vice Erich Ludendorff, acconsentirono ad inviare al fronte italiano il generale Konrad Krafft von Dellmensingen per un sopralluogo, che durò dal 2 al 6 settembre 1917. Terminate le varie verifiche e dopo aver vagliato le probabilità di vittoria, Dellmensingen tornò in Germania per approvare l'invio degli aiuti, sicuro anche che la Francia, dopo il fallimento della seconda battaglia dell'Aisne ad aprile, non avrebbe attaccato[32].

Mappa dell'avanzata austro-ungarico-tedesca in seguito alla ritirata italiana

Già l'11 settembre Otto von Below fu posto a capo della nuova 14ª Armata e fu nominato suo capo di Stato Maggiore lo stesso Dellmensingen. Venne chiarita con l'alleato austriaco la strategia da adottare: un primo sfondamento sarebbe dovuto avvenire a Plezzo, con direzione Saga e Caporetto, per conquistare monte Stol e puntare verso l'alto Tagliamento; contemporaneamente da Tolmino si sarebbe dovuto risalire l'Isonzo fino a Caporetto, per imboccare la valle del Natisone fino a Cividale del Friuli; un altro attacco frontale sarebbe partito invece contro il massiccio dello Iessa per impossessarsi successivamente di tutta la catena del Colovrat, da cui era possibile dominare la valle dello Judrio, accerchiando l'altopiano della Bainsizza e spingendosi fino al monte Corada[33]. Gli spostamenti di truppa dovevano essere effettuati con la massima segretezza e l'inizio delle operazioni era previsto per il 22 ottobre, ma alcuni ritardi di approvvigionamento posticiparono la data alle 2:00 del 24.

Nel frattempo, il 18 settembre, Cadorna venne a sapere che il generale russo Kornilov aveva fallito nel suo intento di ribaltare il governo Kerenskij, favorevole ad un'uscita del suo paese dalla guerra, e quindi, prevedendo uno spostamento di forze austriache e tedesche verso altri fronti, ordinò tassativamente alla 2ª e alla 3ª Armata di stabilire posizioni difensive. Il giorno dopo il duca d'Aosta (capo della 3ª Armata) inoltrò l'ordine ai suoi uomini, ma specificò di prepararsi al contrattacco se questo si fosse reso necessario per prevenire le mosse del nemico, imitato in questo da Capello (al vertice della 2ª Armata) il quale però, a differenza di lui, non fece arretrare in misura ragionevole le artiglierie. Nel frattempo la salute di quest'ultimo, precaria già da tempo, peggiorò, e così il 4 ottobre il generale si ritirò in convalescenza a Padova, lasciando al suo posto Luca Montuori, senza emanare alcuna istruzione[34]. Cadorna si rese conto dell'errore di Capello solamente il 18 ottobre, e il giorno seguente lo ricevette a Udine ribadendogli di eseguire il suo ordine con più decisione e velocità, mentre nel frattempo inviò due ufficiali presso Cavaciocchi e Badoglio per un aggiornamento della situazione e per verificare la necessità di inviare rinforzi, ma entrambi i comandanti risposero che non ve ne era bisogno, data la loro fiducia di mantenere le posizioni.

L'Ufficio I (il servizio di intelligence italiana del periodo) intanto monitorava l'accrescersi degli eserciti avversari, e ne teneva informato costantemente Cadorna, anche se non riuscì a stabilire con certezza il luogo dell'offensiva, ipotizzando però che sarebbe partita tra Plezzo e Tolmino, come effettivamente fu. Il 20 ottobre un tenente boemo si presentò al comando del IV Corpo d'armata con informazioni dettagliate sul piano d'attacco di von Below, che per lui sarebbe iniziato, forse, sei giorni dopo. Il 21 ottobre due disertori rumeni informarono gli italiani che i loro ex camerati avrebbero attaccato presto prima a Caporetto e poi a Cividale del Friuli, specificando anche la preparazione di artiglieria che avrebbe preceduto l'attacco[35], ma i comandi italiani non ritennero affidabili le loro informazioni. Il giorno successivo Cavaciocchi emanò disposizioni per demolire i ponti sull'Isonzo facendo inoltre spostare il comando a Bergogna; venne bombardato il comando della 2ª Armata a Cormons, che si trasferì a Cividale del Friuli dovendo ricollegare da zero tutte le linee telefoniche, e lo stesso fece Badoglio stabilendosi a Cosi, da dove iniziò a trasmettere ordini alle sue divisioni. Non era a conoscenza però che i tedeschi avevano di nuovo individuato la sua posizione grazie alle intercettazioni telefoniche, e avevano già puntato, senza sparare, i cannoni sulle nuove coordinate.

Il 23 ottobre Capello riprese il controllo della 2ª Armata mentre continuavano ad essere avvistate truppe nemiche in lontananza. Alle 13:00 venne intercettata una comunicazione tedesca in cui si fissava l'avvio dell'offensiva per le ore 2:00 del giorno dopo; così alle 14:00 Cadorna, Capello, Badoglio, Bongiovanni, Cavaciocchi e Caviglia (XXIV Corpo d'armata) si riunirono per chiarire la situazione, ma l'atmosfera fu positiva in quanto il brutto tempo fece sperare in un rinvio dell'attacco nemico.

Lo sfondamento delle linee italiane[modifica | modifica sorgente]

Truppe tedesche catturano numerosi soldati italiani in una trincea durante le fasi iniziali della battaglia.

Alle 2:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all'alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l'Isonzo con un gas sconosciuto che decimò i soldati dell'87º Reggimento lì dislocati[36]. Alle 6:00 il tiro cessò dopo aver causato danni modesti, e riprese mezz'ora dopo stavolta contrastato dai cannoni del IV Corpo d'armata, mentre il tiro di quelli del XXVII, a causa dell'interruzione dei collegamenti dovuta allo spezzarsi dei cavi elettrici sotto il tiro delle granate (nessuna linea telefonica era stata interrata o protetta in alcun modo, e alcune posizioni non erano neanche collegate)[37] risultò caotico, impreciso e frammentario. Nel frattempo i fanti di von Below, protetti dalla nebbia, si avvicinarono notevolmente alle posizioni italiane, e alle 8:00, senza neanche aspettare la fine dei bombardamenti, andarono all'assalto delle trincee italiane, salvo sul Passo della Moistrocca e sul monte Vrata dove, a causa della bufera di neve che vi imperversava, l'attacco venne rimandato di un'ora e mezza.

Metà della 3ª Edelweiss si scontrò con gli alpini del gruppo Rombon che la respinsero, mentre l'altra metà, assieme alla 22ª Schützen, riuscì a superare gli ostacoli nel punto dove era stato lanciato il gas sconosciuto, ma vennero fermate dopo circa 5 km dall'estrema linea difensiva italiana posta a protezione di Saga, dove stazionava la 50ª Divisione del generale Giovanni Arrighi. Alle 18:00 questi, per non vedersi tagliata la via della ritirata, evacuò Saga ripiegando sulla linea monte Guarda - monte Prvi Hum - monte Stol, lasciando sguarnito anche il ponte di Tarnova da dove avrebbero potuto ritirarsi le truppe che verranno accerchiate sul monte Nero. Di tutto questo Arrighi informerà Cavaciocchi solo alle 22:00. Nella mattina intanto non ebbero successo la 55ª e la 50ª Divisione austro-ungarica, arrestate fra l'Isonzo e il monte Sleme.
Non riuscirono invece a tenere le posizioni la 46ª Divisione italiana e la brigata Alessandria poste all'immediata sinistra della 50ª Divisione austro-ungarica, e ne approfittò un battaglione bosniaco che subito diresse per Gabria.

L'avanzatata decisiva che provocò il crollo delle difese italiane fu effettuata dalla 12ª divisione slesiana del generale Arnold Lequis che progredì in poche ore lungo la valle dell'Isonzo praticamente senza essere vista dalle posizione italiane in quota sulle montagne, sbaragliando durante la marcia lungo le due sponde del fiume una serie di reparti italiani colti completamente di sorpresa. L'avanzata dei tedeschi ebbe inizio a San Daniele del Carso, dove cinque battaglioni della 12ª slesiana ebbero facilmente la meglio sui reparti italiani scossi dal bombardamento, e subito iniziò la loro progressione in profondità: alle 10:30 si trovavano a Idresca d'Isonzo dove incontrarono un'inaspettata ma debole resistenza, cinque ore dopo fu raggiunta Caporetto, alle 18:00 Staro Selo e alle 22:30 Robič e Creda[38].

Nel frattempo, più a sud, l'Alpenkorps diventò padrone alle 17:30 del monte Podclabuz/Na Gradu-Klabuk[39], mentre del massiccio dello Jeza si occupò la 200ª Divisione, che conquistò la vetta alle 18:00 dopo aspri scontri con gli italiani, terminati del tutto solo a mezzanotte. I tre battaglioni del X Gruppo alpini, aiutati anche dal tiro efficace dell'artiglieria italiana, resistettero fino alle 16:00 agli undici battaglioni della 1ª Divisione austro-ungarica, ma alla fine dovettero arrendersi e cedere il monte Krad Vhr. Nell'alta Bainsizza, dove fu combattuta una guerra con i metodi "antiquati" (cioè non applicando le novità tattiche introdotte dai tedeschi), il Gruppo Kosak non ottenne alcun risultato, e la situazione andò quasi subito in stallo.

Colonna di rifornimenti austro-tedesca al passo della Moistrocca

Durante il primo giorno di battaglia gli italiani persero all'incirca, tra morti e feriti, 40.000 soldati e altrettanti si ritrovarono intrappolati sul monte Nero, mentre i loro avversari 6.000 o 7.000[40]. Nella mattina del 25 ottobre Alfred Krauß lanciò l'attacco contro la 50ª Divisione ritiratasi il giorno precedente attorno al monte Stol. Esauste e con poche munizioni, le truppe italiane iniziarono a cedere alle 12:30 asserragliandosi sullo Stol, e qui il generale Arrighi ordinò loro di ritirarsi, ma improvvisamente giunse la notizia dalla 34ª Divisione di Luigi Basso che il comando del IV Corpo d'armata aveva vietato ogni forma di ripiegamento da lui non espressamente autorizzato.

I fanti della 50ª ritornarono quindi sui loro passi ma nel frattempo la 22ª Schützen aveva preso possesso della cima dello Stol, da dove respinsero ogni attacco dei fanti italiani, che ricevettero l'ordine definitivo di ritirata da Cavaciocchi alle ore 21:00. Tra Caporetto e Tolmino nel frattempo la brigata "Arno", arrivata in zona tre giorni prima, stava difendendo il monte Colovrat e le creste circostanti quando contro di loro mosse il battaglione da montagna del Württemberg, assegnato di rinforzo all'Alpenkorps; il tenente Erwin Rommel guidava uno dei tre distaccamenti in cui era stato diviso il suo battaglione. Insieme a 500 uomini, il futuro feldmaresciallo iniziò a scalare le pendici del Colovrat catturando in silenzio centinaia di italiani presi alla sprovvista, mentre per errore la Arno, anziché contro il monte Piatto, venne lanciata verso il Na Gradu-Klabuk, già dal giorno prima saldamente in mano all'Alpenkorps che dovette sostenere gli assalti italiani fino a sera. Tornando a Rommel, i suoi uomini conquistarono senza troppe fatiche il monte Nagnoj, dove presero posizione i cannoni tedeschi che inizieranno a prendere di mira il monte Cucco di Luico, aggirato da Rommel per non perdere tempo e preso nel pomeriggio da truppe dell'Alpenkorps congiunte ad elementi della 26ª Divisione tedesca[41].

Prigionieri italiani a Cividale

Una volta distrutta la brigata Arno, Rommel puntò contro il Matajur dove stazionava la brigata "Salerno" del generale Zoppi, inquadrata nella 62ª Divisione del generale Giuseppe Viora, rimasto ferito e quindi sostituito proprio da Zoppi, che lasciò il suo posto al colonnello Antonicelli. All'alba del 26 ottobre ad Antonicelli giunse l'ordine da un tenente di abbandonare la posizione entro la mattina del 27. Sorpreso per una ritirata ordinata ben un giorno prima, il nuovo capo della Salerno chiese informazioni al portaordini il quale disse che probabilmente si trattava di un errore del comando di divisione, ma Antonicelli volle essere sicuro e obbligò il tenente a ritornare con l'ordine corretto, ma quando questo arrivò a destinazione Rommel nel frattempo aveva circondato il Matajur[42]. Dopo duri scontri, la Salerno si arrese e Rommel chiuse la giornata dopo aver avuto solo sei morti e trenta feriti a fronte dei 9.150 soldati e 81 cannoni italiani catturati[43].

Dall'Isonzo al Tagliamento[modifica | modifica sorgente]

La ritirata delle armate italiane verso il Tagliamento dopo lo sfondamento di Caporetto[44]
Prigionieri italiani nella Piazza Libertà di Udine
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Cividale del Friuli, battaglia di Pozzuolo del Friuli e battaglia di Ragogna.

A questo punto Otto von Below, anziché arrestare la sua offensiva, la prolungò in direzione del fiume Torre, Cividale del Friuli, Udine e la Carnia. Contrariamente alle previsioni del generale tedesco però, l'esercito italiano, anche se in preda al caos, non era in completo sfacelo, e oppose in alcuni punti una valida resistenza; inoltre la situazione delle artiglierie si era parzialmente livellata tra i due schieramenti, in quanto gli italiani le avevano perse nei primi giorni dell'offensiva, e gli austro-tedeschi non riuscirono a farle stare al passo della rapida avanzata delle loro fanterie. A detta del Generale Caviglia, alla guida del XXIV Corpo d'armata, il successo di quel disordinato ma cruciale ripiegamento oltre l'Isonzo era nelle mani di alcune unità chiamate dalla riserva ad arginare la caduta. Così nelle sue memorie del 26 e del 27 ottobre:

« La situazione più pericolosa è quella della destra del XXIV Corpo (Brigata Venezia) a cavallo dell'Isonzo: dalla sua resistenza dipende la sicurezza di tutti i Corpi d'armata, più a Sud. La sera del 27, ritirai dalla sinistra dell'Isonzo sul Planina, tutta la Brigata Venezia, perché già il II corpo, che essa proteggeva, era tutto passato sulla destra dell'Isonzo. In presenza dei due reggimenti abbracciai il loro Comandante Raffaello Reghini […][45] »

Cadorna, sin dalla mattina del 25 ottobre, passò al vaglio l'idea di ordinare una ritirata generale, e ne discusse nel pomeriggio stesso con Montuori, succeduto definitivamente a Capello a causa dei continui malori di quest'ultimo. Avendo constatato l'impossibilità di riprendere l'iniziativa, i due alti ufficiali diramarono l'ordine di ritirata nella serata, ma dopo poco tempo Cadorna ebbe un ripensamento e propose a Montuori di tentare una resistenza sulla linea monte Kuk - monte Vodice - Sella di Dol - monte Santo - Salcano. Il nuovo capo della 2ª Armata fu in totale disaccordo con il suo superiore ma Cadorna pochi minuti dopo la mezzanotte fece sapere alle truppe di disporsi sulla difensiva nelle posizioni da lui indicate. La maggioranza delle postazioni comunque non tennero e già il 27 ottobre il comandante supremo del Regio Esercito diede disposizioni alla 2ª e 3ª Armata di riparare dietro il Tagliamento, mentre alla 4ª Armata, in linea sul Cadore, disse di spostarsi sulla linea di difesa ad oltranza del Piave. Senza troppi ostacoli davanti, i tedeschi occuparono Cividale del Friuli il 27 ottobre e Udine il giorno dopo (abbandonata in favore di Treviso da Cadorna) marciando su un ponte che non era stato fatto saltare dai genieri italiani[46], e misero in serio pericolo da nord-ovest la 3ª Armata, che era rimasta troppo a Oriente. I tedeschi comunque si accorsero qualche ora troppo tardi della possibilità di accerchiamento, e così, grazie anche all'inaspettata resistenza di alcune unità italiane, il duca d'Aosta e le sue truppe riuscirono a mettersi in salvo.

In generale la ritirata avvenne in una situazione caotica, caratterizzata da diserzioni e fughe che sfoceranno in alcune fucilazioni, mista ad episodi di valore e disciplina durante i quali molti ufficiali inferiori, rimasti isolati dai comandi, acquisirono notevole esperienza di un nuovo modo di fare la guerra, ora più rapida. Un episodio tragico per i soldati italiani si verificò nei ponti vicino a Casarsa della Delizia il 30 ottobre, quando soldati tedeschi della 200ª Divisione piombarono sulle colonne di mezzi e uomini che intasavano le strade facendo 60.000 prigionieri e catturando 300 cannoni[47]. Più difficile fu invece infrangere le posizioni italiane, sempre il 30 ottobre, a Mortegliano, Pozzuolo del Friuli, Basiliano e alla frazione di Galleriano (in quest'ultima località per l'inaspettata resistenza durata un giorno e mezzo della Brigata Venezia del colonnello Raffaello Reghini[48][49]), che consentirono il ripiegamento in corso.

L'ultimo episodio di resistenza italiana sul Tagliamento iniziò, anch'esso, il 30 ottobre presso il comune di Ragogna: gli austro-ungarici, temporaneamente bloccati dal fuoco avversario, non riuscirono ad impadronirsi dell'importante ponte di Pinzano al Tagliamento, ma si riscattarono il 3 novembre quando attraversarono il ponte di Cornino (una frazione di Forgaria nel Friuli) poco più a nord, rimasto solamente danneggiato, e non distrutto del tutto, dalle cariche esplosive dei genieri italiani.

La situazione politica italiana[modifica | modifica sorgente]

Vittorio Emanuele Orlando, nominato Presidente del consiglio dei ministri in seguito agli avvenimento di Caporetto

Mentre avveniva tutto questo, a Roma il 30 ottobre si formò il Governo Orlando (dal nome del nuovo Presidente del consiglio dei ministri, nonché Ministro dell'interno, Vittorio Emanuele Orlando) per ordine del re Vittorio Emanuele III. Lasciato al suo posto Sidney Sonnino (Ministro degli Esteri), Orlando sostituì invece il Ministro della Guerra Gaetano Giardino con Vittorio Alfieri. La sera stessa il nuovo Primo ministro telegrafò a Cadorna per esprimergli il suo appoggio, ma in realtà, fin dal 28 ottobre, egli aveva discusso con il Re e con Giardino di una sua possibile rimozione dall'incarico a favore di Armando Diaz, allora capo del XXIII Corpo d'armata della 3ª Armata[50].

All'oscuro di tutto questo, Cadorna nella mattina del 30 ottobre ricevette a Treviso il generale francese Ferdinand Foch per metterlo al corrente degli avvenimenti, e lo stesso fece il giorno seguente con il capo di Stato Maggiore Imperiale inglese William Robertson. I due generali Alleati partirono qualche giorno dopo per partecipare alla conferenza di Rapallo insieme al premier inglese David Lloyd George, il Primo ministro francese Paul Painlevé, Sonnino, Orlando e il sottocapo di Stato Maggiore italiano Carlo Porro (al posto di Cadorna). L'argomento di discussione era l'invio di consistenti aiuti al Regio Esercito per far fronte alla minaccia austro-tedesca, ma i capi Alleati furono prudenti e concessero solo sei divisioni[51].

Il 6 novembre si tenne una nuova riunione durante la quale venne chiesto al generale Porro quante divisioni avessero impiegato i tedeschi nelle operazioni, e questo rispose, attenendosi a quanto impartito da Cadorna, indicando in circa una ventina il loro numero[52]. Vista l'incredula reazione dei capi Alleati (i cui servizi d'informazione stimavano correttamente che i tedeschi avevano impiegato solo sette divisioni[53]), e sfruttando la decisione di riunirsi nuovamente a Versailles, Orlando capì che era venuto il momento di sostituire Cadorna, e lo fece in maniera "diplomaticamente" abile: mentre Diaz lo avrebbe sostituito, lui sarebbe dovuto andare a presiedere tale conferenza, cosicché non sarebbe uscito del tutto dalla scena politico-militare del suo Paese[53].

La ritirata del Regio Esercito fino al fiume Piave[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Longarone.
Una delle prime trincee scavate nell'argine destro del Piave nell'ottobre - novembre 1917

Cadorna, venuto a sapere della caduta di Cornino il 2 novembre e di Codroipo il 4, ordinò all'intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti significativi passi avanti nell'impostazione di una linea difensiva proprio grazie agli episodi di resistenza sul Tagliamento.

A questo punto von Below aveva fretta, sia per il timore di ritornare ad una guerra di posizione, sia perché era cosciente che i francesi e gli inglesi avrebbero inviato aiuti militari. I suoi generali sfruttarono tutte le occasioni possibili per accerchiare le truppe italiane in ritirata: a Longarone il 9 novembre furono catturati 10.000 uomini e 94 cannoni appartenenti alla 4ª Armata del generale Mario Nicolis di Robilant, e in un'altra occasione la 33ª e 63ª Divisione italiana consegnarono, dopo aver tentato di uscire dall'accerchiamento, 20.000 uomini.

In pianura però gli austro-tedeschi non ebbero analogo successo e molte unità italiane si riorganizzarono per raggiungere il Piave, l'ultima delle quali vi si posizionò il 12 novembre. Dall'inizio delle operazioni il 24 ottobre all'8 novembre i bollettini di guerra tedeschi avevano contato un bottino di 250.000 prigionieri e 2.300 cannoni[54].

Le cause della sconfitta italiana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Caporetto (storiografia).

Le cause della disfatta italiana a Caporetto sono già desumibili dal testo, ma in questo paragrafo si fa un breve riassunto, integrato da un altrettanto sommario accenno ai fatti, con l'intento di focalizzare l'attenzione sui due motivi principali che portarono il Regio Esercito a ritirarsi fino al Piave: l'inettitudine dei vertici militari e il mancato uso dell'artiglieria.

Gli errori degli alti ufficiali[modifica | modifica sorgente]

Soldati austro-tedeschi durante una pausa nella frazione di Santa Lucia d'Isonzo

Al di là delle responsabilità di singole piccole e medie unità, le colpe maggiori di ordine strategico e tattico non possono che essere attribuite in ordine al comando supremo (Cadorna), al comando d'armata interessato (Capello), ed ai tre comandanti dei corpi d'armata coinvolti (Cavaciocchi, Badoglio e Bongiovanni).

Sul piano generale, Cadorna ha la colpa di non aver sviluppato una dottrina militare meglio aderente alle necessità della guerra di posizione, con una propensione all'evitare le riunioni congiunte con i comandi d'armata[55]. Sul piano riguardante la battaglia di Caporetto invece, egli aveva disposto con un ordine del 18 settembre, a seguito di informazioni più o meno attendibili sulle intenzioni nemiche e sul fallito colpo di stato in Russia di Kornilov, che le sue armate sull'Isonzo si apprestassero in una disposizione difensiva nelle migliori condizioni possibili.

Luigi Capello, avendo una visione più offensiva, credeva che in caso d'attacco occorresse lanciare subito un'energica controffensiva, non solo a fini tattici, come raccomandava Cadorna, ma anche a fini strategici. Eseguì quindi solo parzialmente ed in ritardo gli arretramenti del grosso delle truppe e delle artiglierie pesanti sulla destra dell'Isonzo, richiesti dal suo superiore[32]. Bisogna però osservare che tutte le disposizioni date da Capello furono trasmesse, per conoscenza, anche al comando supremo e che Cadorna non ebbe nulla da obiettare. A questo si aggiunge il fatto che Capello, già costretto a letto da una nefrite agli inizi di ottobre, nei giorni antecedenti l'attacco nemico dovette ricoverarsi in ospedale, lasciando il comando interinale della 2ª Armata al generale Luca Montuori, riprendendolo solo alle 22:30 del 22 ottobre. Il cambio al comando generò confusione in particolare lungo la linea di congiunzione tra il XXVII ed il IV Corpo d'armata, i cui reparti furono continuamente spostati. Lo stesso Cadorna si allontanò per 15 giorni, poco convinto che il nemico avrebbe effettivamente sviluppato un'offensiva di vasta portata, rientrando al comando generale di Udine solo il 19 ottobre, dove si trovava ancora nella sera del 24, convinto che l'azione nemica a Tolmino fosse solo un diversivo per sviare l'attenzione dalla vera offensiva che sarebbe partita più a sud, complice anche il caos e la mancanza di collegamenti che regnava al fronte[56].

Cavaciocchi, comandante del IV Corpo d'armata, non godeva della stima di Cadorna per le sue scarse qualità di comandante, e non era molto presente tra i suoi uomini; giudicò le sue linee forti e migliorate, ma sarebbero state sfondate in tre ore, complice anche il fatto che durante la notte i soldati di von Below strisciarono vicino alle sue posizioni senza essere visti[57]. Egli ammassò le sue truppe attorno al monte Nero anche a battaglia in corso, trovandosi all'improvviso senza riserve. Cavaciocchi cadde in questo errore anche "grazie" ai comandanti delle sue divisioni: Farisoglio (43ª Divisione) credette di essere attaccato da un numero di forze enormemente superiore a quello reale[58]; Amadei (a capo della 46ª Divisione), nonostante disponesse di truppe sufficienti, alle 10:00 chiese rinforzi che intasarono i ponti di Caporetto e Idresca d'Isonzo, per poi ordinare la ritirata quattro ore dopo; anche il generale al comando della 50ª Divisione, Arrighi, fece richiesta per ricevere rinforzi, ma poco dopo fece "dietrofront" giudicando di riuscire a gestire la situazione con le truppe disponibili. In seguito, raggiunto da voci riguardanti uno sfondamento austriaco vicino alle sue posizioni, per evitare di essere accerchiato fece ritirare i suoi uomini dietro la stretta di Saga, perdendo gran parte delle artiglierie e abbandonando anche Tarnova.

Colonna di rifornimenti tedesca a Santa Lucia d'Isonzo

Il XXVII Corpo d'armata era invece guidato da Badoglio, anche lui sicurissimo della preparazione delle sue truppe. Fu proprio da lui che partì l'errore tattico più sconcertante compiuto sul suo fianco sinistro, ovvero sulla riva destra dell'Isonzo, tra la testa di ponte austriaca davanti a Tolmino e Caporetto: questa linea, lunga pochi chilometri, costituiva il confine tra la zona di competenza del suo reparto e quello di Cavaciocchi (riva sinistra) e, nonostante tutte le informazioni indicassero proprio in questa linea la direttrice dell'attacco nemico, la riva destra fu lasciata praticamente sguarnita con piccoli reparti a presidiarla mentre il grosso della 19ª Divisione e della brigata "Napoli" era arroccato sui monti sovrastanti. Probabilmente in una giornata di tempo sereno (con buona visibilità) la posizione in quota avrebbe consentito alla 19ª Divisione di dominare tutta la riva destra rendendo il corridoio impercorribile ma, al contrario, il 24 in presenza di nebbia fitta e pioggia, le truppe italiane non si accorsero minimamente del passaggio dei tedeschi a fondovalle che catturarono senza combattere le scarsissime unità italiane lì presenti[59]. In quota comunque, la 19ª Divisione resistette tenacemente per un giorno bloccando varie volte gli attacchi delle truppe nemiche, ma alla fine fu costretta ad arrendersi, e il suo comandante, generale Villani, si suicidò[60].

Bongiovanni, capo del VII Corpo d'armata posto alle spalle del IV e del XXVII e anche lui fiducioso di tener testa al nemico, avrebbe dovuto sorreggere le difese avanzate, presidiare in seconda linea il Colovrat e il Matajur, e condurre controffensive al momento più opportuno[61]. Nei fatti però lo sfondamento a nord del IV Corpo d'armata, e l'arrivo da sud dei tedeschi a Caporetto, rese nulla la sua efficacia.

Uso improprio dell'artiglieria[modifica | modifica sorgente]

Cannoni italiani catturati dagli austro-tedeschi durante l'avanzata

L'artiglieria italiana, sebbene numerosa e ben rifornita[62], non aveva ricevuto un addestramento sufficiente, e nessuna differenza si faceva sul suo uso offensivo e difensivo, infatti si chiedeva semplicemente di disporre i cannoni il più avanti possibile per aumentarne la gittata utile. Cadorna comunque, quando il 18 settembre 1917 ordinò ai suoi generali di predisporre le linee di difesa, disse anche di arretrare in posizioni sicure le artiglierie, ma il 10 ottobre cambiò idea e ordinò a Capello di lasciare i piccoli calibri nelle trincee e i medi sulla Bainsizza, alterando di fatto in misura irrilevante lo schieramento complessivo. È da aggiungere anche che molti artiglieri non erano provvisti di fucili, e non si era pensato a delle fanterie da porre a protezione delle batterie di cannoni[63].

L'attacco delle formazioni nemiche cominciò intorno alle ore 8:00 con uno sfondamento immediato sull'ala sinistra del XXVII Corpo d'armata, occupato dalla 19ª Divisione, e sull'ala destra del IV Corpo d'armata tra Tolmino e Caporetto. Le artiglierie italiane del XXVII Corpo d'armata non risposero, per ordine esplicito, al tiro di preparazione nemico. Poi, alle 6:00, quando iniziò il tiro di distruzione, la risposta fu del tutto inefficace. La debole e intempestiva risposta delle artiglierie italiane sul fronte del XXVII Corpo d'armata è una delle ragioni accertate dello sfondamento, ma il motivo per cui ciò avvenne è tutt'oggi fonte di disquisizioni. Tra le cause ipotizzate, vi sono:

  • Ignoranza dei comandi italiani sull'uso difensivo delle artiglierie, in particolare nella fase di risposta al fuoco nemico. L'avere ordinato più o meno esplicitamente di non rispondere al tiro avversario (ore 2:00 - 6:00 del 24 ottobre) fu un grave errore anche se a parziale discapito dei protagonisti è utile osservare che fino ad allora questa era la regola di utilizzo delle artiglierie nell'esercito italiano. Secondo le direttive di Cadorna le artiglierie medie e pesanti avrebbero dovuto effettuare un tiro efficace sulle batterie nemiche e sui punti di raccolta delle fanterie dall'inizio del bombardamento nemico. Capello interpretò, in sintonia o meno con il volere di Cadorna, per "inizio del tiro nemico" l'inizio del tiro di distruzione, quello cioè che iniziò alle ore 6:00;
  • Le condizioni meteo avverse (nebbia, pioggia battente al mattino del 24 a valle e nevicate in quota) impedirono alle prime ed alle seconde linee italiane di scorgere in tempo l'avanzata delle fanterie nemiche e di conseguenza di ordinare il tiro controffensivo con i piccoli e medi calibri, mortai e bombarde divisionali. Bisogna osservare che i tedeschi agirono esplicitamente con l'intento di fare meno rumore possibile ed in effetti la maggior parte dei soldati italiani di prima linea vennero catturati senza sparare. Le testimonianze dei comandanti di batteria divisionali riportano che il tiro automatico di sbarramento (senza ordine esplicito) non fu effettuato in quanto non si udirono scariche di fucilerie o mitraglia dalle prime linee, che in effetti cedettero immediatamente quasi senza combattere;
  • Il tiro di preparazione, ma più ancora quello di distruzione (ore 6:00) nemico fece saltare i collegamenti telefonici tra i reparti combattenti ed i comandi. Lo stesso Badoglio riferì che fino a quell'ora erano ancora in funzione alcune linee telefoniche, mentre alle 8:00 era completamente isolato nel suo comando. Nel contempo le pessime condizioni meteo impedirono l'uso dei segnali ottici ed acustici per la comunicazione. Fu necessario ricorrere in extremis alle staffette, con tutti i ritardi implicati. Per risolvere questi problemi, il nemico comunicò più efficacemente mediante razzi luminosi[64]. Badoglio aveva disposto alle sue artiglierie che l'inizio del tiro controffensivo sarebbe dovuto iniziare solo dietro suo ordine esplicito, ma al momento giusto, causa mancanza totale di comunicazioni, non fu in grado di darlo[32]. Tra l'altro Badoglio, individuato dalle artiglierie nemiche, spostò varie volte il suo comando trasmettendo ogni volta la sua nuova posizione, e così gli operatori tedeschi addetti alle intercettazioni telefoniche furono in grado di passare sempre le giuste coordinate da colpire all'artiglieria, che impedì così al capo del XXVII Corpo d'armata italiano di prendere stabilmente contatto con i suoi uomini[65].

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

L'esodo dei civili friulani e veneti[modifica | modifica sorgente]

Una tragedia nella tragedia fu quella dei profughi civili, la cui vicenda è stata di recente studiata (anche se solo con fonte di parte italiana[66]). Durante la ritirata, oltre un milione di persone delle provincie di Udine, Treviso, Belluno, Venezia e Vicenza furono costrette ad abbandonare le loro case riversandosi nelle strade che conducevano alla pianura padana[32], spaventati dalla propaganda ufficiale che gridava ai "turchi alle porte". Nonostante ciò il trasferimento di questa gente non fu programmato e aiutato[67] (anzi, i comandi militari imposero di dare priorità alle truppe e ai mezzi militari, con requisizioni di mezzi civili e divieto di uso delle strade principali). Molti perirono durante la fuga, ad esempio a causa della piena dei fiumi che si trovarono ad attraversare lungo strade secondarie, e solo 270.000 riuscirono a porsi in salvo[68]; gli altri ne furono impediti o dalla distruzione dei ponti o dal fatto che vennero semplicemente intercettati dagli austro-tedeschi.

Ci furono atti di vandalismo e la devastazione aumentò anche a causa dei saccheggi perpetrati dai soldati di von Below, ma qualche civile seppe reagire e si organizzò in bande armate con lo scopo di sabotare e disturbare le truppe d'occupazione, dando vita così alle prime formazioni partigiane italiane[69]. I profughi vennero sistemati un po' in tutta Italia in maniera inadatta, causando loro notevoli disagi. Essendo sussidiati venivano accusati di essere un peso e di rubare il lavoro ai locali. Particolarmente difficile fu la situazione di chi venne inviato al sud[67]. Ci furono molti casi di tensione per la mancata assegnazione di case a questi profughi, costretti a vivere in condizioni sanitarie e ambientali estreme.

L'arrivo degli aiuti Alleati e la riorganizzazione del Regio Esercito[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi prima battaglia del Piave.
Armando Diaz, nuovo capo di Stato Maggiore del Regio Esercito a partire dall'8 novembre 1917

Una volta assorbito lo shock conseguente alla ritirata da Caporetto, gli ambienti politici e militari italiani si adoperarono per riprendere in mano e stabilizzare la situazione, aiutati anche dagli anglo-francesi. Il generale Alfredo Dallolio, Ministro delle Armi e Munizioni, comunicò di essere in grado di rimpiazzare tutte le munizioni perse entro il 14 novembre, e per dicembre sarebbero stati pronti anche 500 cannoni, a cui se ne aggiungeranno 800 Alleati[70]. Il cambiamento più importante avvenne al vertice del Regio Esercito: Cadorna infatti ricevette l'avviso di esonero l'8 novembre, e il suo posto fu preso da Armando Diaz, assistito da Gaetano Giardino e Badoglio (le cui colpe di Caporetto non erano ancora state notate) in qualità di sottocapi di Stato Maggiore.

Rinforzi britannici su un ponte di Padova

Le divisioni francesi inviate in aiuto aumentarono a sei e quelle inglesi a cinque entro l'8 dicembre 1917 e, sebbene non siano entrate subito in azione, funsero da riserva permettendo al Regio Esercito di distogliere le proprie truppe da questo compito.

I tedeschi, assolto il proprio obiettivo di aiutare gli austriaci, trasferirono metà dei propri cannoni, la 5ª, 12ª e 26ª Divisione al fronte occidentale nei primi di dicembre, mentre gli italiani si rinforzavano giorno dopo giorno.

Il primo segno di riscossa avvenne per merito della 4ª Armata del generale Mario Nicolis di Robilant, che, stanziata sul Cadore, si era ritirata il 31 ottobre con l'ordine di organizzare la difesa del monte Grappa e di realizzare la saldatura tra le truppe dell'Altopiano di Asiago e quelle schierate lungo il fiume Piave. La nuova posizione da difendere a tutti i costi era di vitale importanza per l'intero esercito, dato che una sua caduta avrebbe trascinato con sé l'intero fronte[32], e gli uomini di Robilant riuscirono a mantenere la posizione.

I luoghi della battaglia oggi[modifica | modifica sorgente]

Oggi quei luoghi vengono ogni anno visitati da migliaia di appassionati di storia e di montagna che vogliono imbattersi in strade militari, trincee, casematte, sacrari e ossari.

Sono numerosi i musei e le mostre dedicati alla Grande Guerra, come quelli di Gorizia, Asiago, Ragogna e San Martino del Carso[71] in Italia e di Nova Gorica, Tolmino e Caporetto in Slovenia[72]; quest'ultimo in particolare permette visite guidate sui luoghi dello sfondamento, e lungo le rive dell'Isonzo, famose per le numerose battaglie che videro affrontarsi i due eserciti[73].

Per quello che riguarda i cimiteri di guerra, nelle vicinanze di Caporetto è presente il Sacrario di Sant'Antonio che ospita le spoglie di 7.014 soldati italiani (di cui 1.748 ignote), inaugurato nel 1938[74]. Lo stesso anno è stato anche edificato dai tedeschi l'ossario di Tolmino, contenente le spoglie di circa un migliaio di soldati morti nell'ottobre-novembre del 1917[75]. Prima della loro chiusura e del trasferimento dei corpi nel Sacrario Militare di Redipuglia (dove è sepolto anche l'ex comandante della 3ª Armata, Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta) e in altri siti austro-tedeschi, alcuni cimiteri erano ubicati a Prepotto, Grimacco, Stregna, Drenchia, Càmina (dedicato alle brigate "Salerno", "Caltanissetta" ed "Emilia"[76]) e San Pietro al Natisone. Sono tuttora presenti invece i cimiteri austro-ungarici di Modrejce, Loče, e le cappelle italiane di Gabria, Ladra e Planica.

Attorno alla zona di Caporetto è inoltre possibile partire per stupende escursioni nei vicini luoghi in cui si svolsero azioni di guerra, come Monte Nero, Monte Rombon, Gran Monte e Monte Canin, che videro i primi sanguinosi momenti dell'avanzata austro-tedesca verso il Tagliamento, e poi verso il Piave dove gli italiani si asserragliarono nell'ultimo disperato tentativo di bloccare l'invasione nemica. Alcuni degli itinerari più interessanti sono:[77]

itinerario automobilistico, lungo la valli del Natisone, per vedere i resti delle vie di approvvigionamento italiane, ferrovie, strade, cartelli e strutture;
  • Monte Purgessimo
itinerario su un monte accessibile a tutti, situato tra le valli del Natisone e la pianura friulana, alla scoperta dei luoghi in cui si consumò la battaglia di Cividale dove gli italiani cercarono di fermare l'avanzata austro-tedesca;
  • Na Gradu-Klabuk
dal rifugio Solarie situato sull'omonimo passo raggiungibile in automobile, dal paese di Azzida (comune di San Pietro al Natisone) e poi proseguendo verso la frazione di Crai (Drenchia), si dipartono alcuni sentieri alla scoperta delle trincee del Colovrat e i resti del caposaldo italiano, nel museo all'aperto del monte Na Gradu-Klabuk;
dal paese di Rucchin (Grimacco), alla scoperta dei capisaldi della 2ª Armata italiana;
dal rifugio Guglielmo Pelizzo, alla scoperta di una delle montagne più famose delle Alpi Giulie, visitando trincee, baraccamenti e casematte.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Sostituito da Armando Diaz l'8 novembre
  2. ^ Sostituito da Luca Montuori il 25 ottobre
  3. ^ Dati riferiti non all'intero Regio Esercito ma solo al IV, XXVII e VII Corpo d'armata della 2ª Armata. Vedere Silvestri 2006, p. 117
  4. ^ Dati riferiti alla 14ª Armata mista e alla 2ª Armata dell'Isonzo, esclusa la divisione tedesca Jäger che non partecipò subito agli scontri. Vedere Silvestri 2006, p. 117
  5. ^ A questi vanno aggiunti 300 000 sbandati e 50 000 disertori, quest'ultimi ritornati però nelle linee. Le perdite in termini materiali furono 4 882 cannoni, 3 000 mitragliatrici, 300 000 fucili, 73 000 cavalli, 1 600 autocarri, 150 aeroplani e 1 500 000 proiettili di artiglieria. Vedere Caporetto in lagrandeguerra.net. URL consultato il 9 mar 2010., La battaglia di Caporetto in primaguerramondiale.it. URL consultato il 9 mar 2010. e Silvestri 2006, pp. 229/231
  6. ^ I dati non sono certi e non si hanno altre informazioni circa le perdite di altro materiale. Vedere Silvestri 2006, p. 232
  7. ^ Silvestri 2006, p. 3
  8. ^ Silvestri 2006, p. 24
  9. ^ La conca di Caporetto (Kobarid) in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 6 mar 2010.
  10. ^ Le valli del Natisone in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 6 mar 2010.
  11. ^ Il Colovrat (Kolovrat) in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 6 mar 2010.
  12. ^ Silvestri 2006, p. 44
  13. ^ Silvestri 2006, p. 50
  14. ^ Silvestri 2006, p. 41
  15. ^ Da 2.000 pezzi di artiglieria a 9.500, da 600 mitragliatrici a 7000, e da una trentina di aerei a oltre 500. Cfr. Silvestri 2006, p. 87
  16. ^ Nel gergo militare tedesco, l'ora zero (Stunde Null) è l'orario di inizio di un'operazione.
  17. ^ 14ª Armata austro-tedesca in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 2 mar 2010.
  18. ^ F. Glaise-Horstenau, Osterreich-Ungarns Letzer Krieg 1914-1918 - Militarwissenschaftlichen Mitteilungen - Vienna 1931
  19. ^ Feldmarschalleutnant in tedesco, grado austro-ungarico corrispondente al tenente generale dell'esercito tedesco e all'attuale generale di divisione
  20. ^ 2ª Armata dell'Isonzo (Gruppo Kosak) in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 3 mar 2010.
  21. ^ Il comandante supremo dell'esercito austro-ungarico era Svetozar Borojević von Bojna
  22. ^ Silvestri 2006, pp. 114-115
  23. ^ I fanti che effettivamente sfondarono le linee italiane furono circa 60.000. Vedere Silvestri 2006, pp. 115 e 117
  24. ^ 2ª Armata in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 2 mar 2010.
  25. ^ Ordine di battaglia allegato alla mappa strategica del Comando della 2ª Armata. Situazione alle ore 6:00 del 24 ottobre 1917. Vedere Capello 1967, pp. 313-315
  26. ^ F. Dell'Uomo, R. Di Rosa, A. Chiusano, L'Esercito Italiano verso il 2000, Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, Roma, 2002.
  27. ^ 19ª Divisione in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 1 mar 2010.
  28. ^ XXVII Corpo d'armata in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 1 mar 2010.
  29. ^ IV Corpo d'armata in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 1 mar 2010.
  30. ^ VII Corpo d'armata in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 1 mar 2010.
  31. ^ I fanti che effettivamente vennero investiti dalla 14ª Armata austro-germanica e dal gruppo Kosak furono circa 80.000, dei quali oltre la metà erano nuovi arrivati. Vedere Silvestri 2006, p. 140
  32. ^ a b c d e Novant'anni fa la battaglia di Caporetto - ottobre 1917. Un'occasione per riflettere in lagrandeguerra.net. URL consultato il 4 mar 2010.
  33. ^ Silvestri 2006, p. 125
  34. ^ Silvestri 2006, p. 123
  35. ^ Questa consisteva in quattro ore di lanci di gas soffocanti e lacrimogeni seguiti da un'ora e mezza di granate convenzionali. Su questo e sui disertori austro-ungarici, vedere Silvestri 2006, pp. 127, 147 e 154
  36. ^ Il tiro a gas avvenne mediante un sistema di lancio già sperimentato in altri fronti consistente in tubi dove venivano collocate le cariche, attivate tramite un comando elettrico. Il gas, che aveva un odore di mandorle, forse era l'acido cianidrico, che causa la paralisi del centro respiratorio nel cervello, anche se non c'è certezza su questo. L'87º Reggimento della brigata Friuli rimase con soli 212 uomini e gli italiani non risposero con altro gas perché il vento a loro sfavorevole avrebbe sospinto indietro le nubi tossiche. Vedere Silvestri 2006, pp. 178/181. Un'altra ipotesi peraltro, avanzata dal tenente colonnello del genio militare Attilio Izzo, afferma che i gas usati furono il difosgene e la difenilcloroarsina. Su questa seconda ipotesi, forse più esatta, vedere Izzo 1935, p. 21.
  37. ^ Silvestri 2006, pp. 162, 170 e 171
  38. ^ La marcia della 12ª slesiana fu lunga 27 km e fruttò circa 12.000 prigionieri, quasi tutti addetti ai servizi di retrovia. Vedere Silvestri 2006, p. 164
  39. ^ Questo monte era difeso dal 3º battaglione del 75º Reggimento della brigata "Napoli". I soldati tedeschi attaccarono da varie direzioni la cima del monte, distraendo gli avversari che non si accorsero di un gruppo di soldati che, al comando del tenente Ferdinand Schörner, stava scalando il monte proprio dietro le loro posizioni. Quando gli italiani scoprirono lo stratagemma era ormai tardi e, sebbene abbiano offerto un'aspra resistenza, dopo combattimenti corpo a corpo tutte le trincee del monte caddero in mano all'Alpenkorps. Vedere Silvestri 2006, p. 172
  40. ^ I dati sono incerti. Delle 40.000 perdite italiane, 35.000 circa furono prigionieri: 4.000 catturati dalla 22ª Schützen, 700 dalla 55ª, 7.000 dalla 50ª, 12.000 dalla 12ª slesiana, 4.000 dall'Alpenkorps, alcune migliaia dalla 20ª e 4.600 dalla 1ª. Vedere Silvestri 2006, pp. 165-166
  41. ^ Nella manovra di aggiramento Rommel incontrò e tese un'imboscata ad un gruppo di bersaglieri facendo 2.050 prigionieri, quindi proseguì lungo la strada Luico-San Pietro al Natisone raggiungendo la prima località alle 15:30. Vedere Silvestri 2006, pp. 191-192
  42. ^ Silvestri 2006, pp. 193-194
  43. ^ Silvestri 2006, p. 195
  44. ^ Il "Gruppo Boroevic" rappresenterebbe il Gruppo Kosak che organicamente dipendeva dal generale Boroevic (Svetozar Borojević von Bojna) che era il comandante supremo delle forze austro-ungariche schierate sul basso Isonzo
  45. ^ Dalle memorie di Caviglia, in Cervone 1992, p. 84
  46. ^ Udine venne occupata dalla 200ª Divisione tedesca del LI Corpo d'armata ma nell'occasione il suo comandante, Albert von Berrer, si spinse incautamente e prematuramente in testa alle sue truppe in automobile, e venne ucciso dai soldati italiani. Vedere Silvestri 2006, p. 203
  47. ^ Silvestri 2006, p. 211
  48. ^ Brigata Venezia in frontedelpiave.info. URL consultato il 22 giugno 2011.
  49. ^ Brigata Venezia (83º e 84º Fanteria) in cimeetrincee.it. URL consultato il 22 giugno 2011.
  50. ^ Silvestri 2006, p. 224
  51. ^ Benché non abbiano partecipato ai combattimenti sul Tagliamento o alla ritirata fino al Piave, queste truppe presero il posto di cinque divisioni della 3ª Armata italiana (che poterono così ritornare a fronteggiare gli austro-tedeschi) nella zona di Brescia, Bassano del Grappa e Vicenza, lì spostate da Cadorna per timore di un attacco verso l'altopiano dei Sette Comuni. Vedere Silvestri 2006, p. 225
  52. ^ Per alcuni disse esattamente "venti", per altri "da ventuno a ventiquattro". Vedere Silvestri 2006, p. 226
  53. ^ a b Silvestri 2006, p. 226
  54. ^ Silvestri 2006, p. 229
  55. ^ Silvestri 2006, p. 109-110
  56. ^ La sera del 27 ottobre, dopo aver raggiunto Treviso, Cadorna emise il bollettino di guerra con il quale imputava la sconfitta alla "mancata resistenza di reparti della 2ª Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico". Così facendo egli addossava alla truppa la responsabilità della rotta di Caporetto e non invece a manchevolezze ed errori del suo Comando. Vedere Novant'anni fa la battaglia di Caporetto - ottobre 1917. Un'occasione per riflettere in lagrandeguerra.net. URL consultato il 4 mar 2010.
  57. ^ Silvestri 2006, pp. 129-130
  58. ^ In seguito Farisoglio si recherà, causa incomprensioni via telefono con il capo di Stato Maggiore di Cavaciocchi, Boccacci, a Kred per capire se era necessario ordinare la ritirata, ma venne catturato dai tedeschi, primo tra i generali e primo tra la sua divisione (in cui militarono anche gli scrittori Carlo Emilio Gadda e Piero Pieri) che continuerà a combattere fino all'esaurimento delle munizioni. Vedere Silvestri 2006, p. 167
  59. ^ Anche se non c'è assoluto accordo tra gli storici, alcuni sostengono che Badoglio avesse volontariamente lasciato sguarnito quel tratto di fronte per far cadere il nemico nella cosiddetta trappola di Volzana, attirandolo all'interno per colpirlo all'improvviso con l'artiglieria (che invece venne quasi totalmente catturata) e accerchiarlo con la fanteria. Vedere La trappola di Badoglio in lagrandeguerra.net. URL consultato il 4 mar 2010.
  60. ^ Silvestri 2006, pp. 168-169 e 171
  61. ^ Silvestri 2006, p. 137
  62. ^ Nel 1917 la produzione nazionale si aggirava sui 60.000-70.000 proiettili al giorno. Vedere Silvestri 2006, p. 145
  63. ^ Silvestri 2006, p. 151
  64. ^ Silvestri 2006, p. 171
  65. ^ Durante questi spostamenti l'auto dove viaggiava Badoglio fu anche colpita da un proiettile, ma miracolosamente si salvarono tutti gli occupanti. Vedere Silvestri 2006, p. 169
  66. ^ Vedi, tra gli altri, Ceschin 2006
  67. ^ a b Pavan 2004, p. 96
  68. ^ Silvestri 2006, p. 205
  69. ^ Silvestri 2006, p. 207
  70. ^ Silvestri 2006, p. 232
  71. ^ Musei e collezioni in Italia in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 9 mar 2010.
  72. ^ Musei e collezioni in Slovenia in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 9 mar 2010.
  73. ^ Itinerario storico di Caporetto - I ruderi del fronte isontino in kobariski-muzej.si/ita. URL consultato il 10 mar 2010.
  74. ^ Sacrario di Caporetto in cimeetrincee.it. URL consultato il 10 mar 2010.
  75. ^ L'Ossario tedesco di Tolmino in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 10 mar 2010.
  76. ^ Testimonianze di guerra in Val d'Isonzo - Edifici, cimiteri e monumenti tra Tolmino e Caporetto in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 10 mar 2010.
  77. ^ Itinerari in grandeguerrafvg.org. URL consultato il 10 mar 2010. Più sotto, al paragrafo "Collegamenti esterni", è presente un link con altri percorsi.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Testi di riferimento[modifica | modifica sorgente]

La bibliografia sull'argomento è vastissima, i titoli che seguono sono quindi solo una piccola incompleta parte della bibliografia.

  • Roberto Bencivenga, La sorpresa strategica di Caporetto, Udine, Gaspari Editore, 1997, ISBN 978-88-86338-20-2.
  • Luigi Capello, Caporetto, perché?, Torino, Giulio Einaudi, 1967, ISBN non esistente.
  • Alberto Cavaciocchi, Un anno al comando del IV Corpo d'armata, Udine, Gaspari Editore, 2006, ISBN 978-88-7541-051-3.
  • Pier Paolo Cervone, Enrico Caviglia, l'anti Badoglio, Mursia, 1992, ISBN non esistente.
  • Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto, Laterza, 2006, ISBN 978-88-420-7859-3.
  • Giuseppe Del Bianco, La Guerra e il Friuli (4 voll.), Udine, Tipografia D. Del Bianco e Figlio, 1937, ISBN non esistente.
  • Francesco Fadini, Caporetto dalla parte del vincitore, Mursia, 1992, ISBN non esistente.
  • Angelo Gatti, Caporetto, Il Mulino, 2007, ISBN 978-88-15-11857-8.
  • Attilio Izzo, Guerra chimica e difesa antigas, Milano, Hoepli, 1935, ISBN non esistente.
  • Marco Mantini, Da Tolmino a Caporetto lungo i percorsi della Grande Guerra tra Italia e Slovenia, Udine, Gaspari Editore, 2006, ISBN 978-88-7541-062-9.
  • Marco Mantini, Paolo Gaspari e Paolo Pozzato, Generali nella nebbia, Udine, Gaspari Editore, 2007, ISBN 978-88-7541-103-9.
  • Daniele, Marco Mantini e Silvio Stok, I tracciati delle trincee sul fronte dell'Isonzo. Vol. II: Le valli del Natisone e dello Judrio, Udine, Gaspari Editore, 2007, ISBN 978-88-420-7859-3.
  • Ministero della Difesa-Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, L'esercito Italiano nella Grande Guerra, Vol. IV, Tomi 3, 3bis, 3Ter, Roma, 1967, ISBN non esistente.
  • Camillo Pavan, In fuga dai Tedeschi: l'invasione del 1917 nel racconto dei testimoni, Treviso, Pavan, 2004, ISBN 978-88-900509-1-6.
  • Piero Pieri e Giorgio Rochat, Badoglio, UTET, 1974, ISBN non esistente.
  • Mario Silvestri, Caporetto, una battaglia e un enigma, Bergamo, Bur, 2006, ISBN 88-17-10711-5.
  • Fritz Weber, Dal Monte Nero a Caporetto, Mursia, 2006, ISBN 978-88-425-3684-0.

Testi letterari[modifica | modifica sorgente]

La battaglia di Caporetto è anche protagonista di diversi testi letterari, a carattere narrativo o più spesso memoriale:

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