Operazioni navali nel mare Adriatico (1914-1918)

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Operazioni navali nel Mar Adriatico (1914-1918)
Da in alto a sinistra in senso orario: Le navi da battaglia italiane Andrea Doria e Caio Duilio in navigazione; i cannoni di poppa da 305 mm della corazzata austro-ungarica Santo Stefano; marinaio in posizione con il cannoncino in dotazione ai MAS; l'equipaggio del sommergibile austro-ungarico U 12 che affondò la nave francese Jean Bart nel dicembre 1915.
Da in alto a sinistra in senso orario: Le navi da battaglia italiane Andrea Doria e Caio Duilio in navigazione; i cannoni di poppa da 305 mm della corazzata austro-ungarica Santo Stefano; marinaio in posizione con il cannoncino in dotazione ai MAS; l'equipaggio del sommergibile austro-ungarico U 12 che affondò la nave francese Jean Bart nel dicembre 1915.
Data agosto 1914 - novembre 1918
Luogo Mar Adriatico
Esito Vittoria italiana e collasso dell'Impero austro-ungarico
Schieramenti
Comandanti
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Le operazioni navali nel mare Adriatico furono una serie di azioni militari avvenute all'interno del mare Adriatico durante la prima guerra mondiale, iniziate con la dichiarazione di guerra tra Francia e Austria-Ungheria l'11 agosto 1914. Con l'immediato blocco del canale d'Otranto da parte della marina francese, a cui parteciparono anche unità della marina britannica, le forze navali austro-ungariche si videro costrette a poter operare solamente all'interno delle acque dell'Adriatico, senza poter compiere azioni a lungo raggio all'interno del Mediterraneo, e dovendo proteggere i propri porti e la propria flotta navale dalla superiorità numerica nemica.

Inizialmente il peso delle operazioni alleate ricadde sulla marina francese; l'Italia allo scoppio del conflitto aveva dichiarato la sua neutralità, mentre il Regno Unito era impegnata contro i tedeschi nel mare del Nord e nel proteggere il traffico mercantile nel mar Mediterraneo. Nel contempo la k.u.k. kriegsmarine compì soprattutto azioni di disturbo impiegando sommergibili e piccole unità, aiutata in questo dall'alleato tedesco, il quale già nell'agosto 1914 inviò i primi U-Boote nel porto di Pola, da dove operarono sotto bandiera austro-ungarica. La situazione cambiò il 23 maggio 1915, giorno in cui l'Italia nel rispetto degli impegni presi col patto di Londra, dichiarò guerra all'Austria-Ungheria. La Regia Marina dovette quindi sobbarcandosi l'onere di intraprendere e gestire la guerra sul fronte dell'Adriatico durante tutto lo svolgimento del conflitto, che terminò il 4 novembre 1918, giorno in cui la marina completò e mise in atto diverse operazioni di occupazione delle maggiori città costiere nemiche.

Situazione generale[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni precedenti il conflitto la crescente ostilità tra la Triplice Alleanza e la Gran Bretagna aveva posto la marina italiana in una situazione difficile: le flotte italiane e austriache riunite potevano fronteggiare quella francese, ma non l'alleanza franco-britannica. La convenzione navale firmata il 23 giugno 1913 nell'ambito della Triplice Alleanza garantiva all'Italia l'appoggio della flotta austriaca; ma ciò poteva servire a proteggere le coste italiane, non certo il traffico mercantile. La consapevolezza che la continuità di questo traffico vitale era nelle mani della flotta britannica nel Mediterraneo fu causa non ultima della scelta della neutralità nell'estate 1914. Con lo scoppio del conflitto l'Italia assisté con molta preoccupazione all'ingresso nel mare Adriatico della flotta francese, la quale perse una corazzata e un incrociatore in breve tempo, nonostante l'obiettivo fosse quello di bloccare nei porti la flotta austriaca, senza cercare lo scontro. La decisione dell'ingresso in guerra dell'Italia a fianco delle potenze dell'Intesa fu quindi accolta con sollievo, la Regia Marina diventava così la protagonista unica della guerra nell'Adriatico[1].

Durante i mesi di neutralità la diplomazia lavorò alacremente e in grande segretezza sia con gli ex alleati sia con le nazioni dell'Intesa, nonostante il governo veniva costantemente pressato dai "neutralisti" e soprattutto da Giovanni Giolitti. Parallelamente l'esercito e la marina si preparavano alla guerra, e cominciava a preoccupare la situazione dell'Albania, specialmente nella parte meridionale dove operavano bande greche vicine all'Impero Austro-Ungarico, in quanto avrebbe perduto la possibilità di controllare il canale d'Otranto, porta d'accesso all'Adriatico. Il problema principale era quello di dover instaurare al più presto dei presidi a Saseno e Valona, senza però sollevare obiezioni dalle altre potenze europee, specialmente quelle belligeranti. L'intervento fu così presentato come temporaneo e finalizzato all'esercizio di polizia marittima per combattere ed impedire il contrabbando di armi nella regione albanese. Nessuno fece obiezioni e la marina si fece carico dell'operazione; fu prima occupata Saseno, mentre Valona fu oggetto di una missione sanitaria, simile a quelle già esistenti a Scutari e Durazzo[2].

I colloqui diplomatici continuarono finché fu evidente che non si sarebbe avuto alcuna convenienza a schierarsi con gli ex alleati, soprattutto per quanto riguardava le possibili conquiste territoriali verso le coste balcaniche dell'Adriatico. Il dominio di questo mare divenne non soltanto il primo obiettivo delle operazioni, ma anche il punto di riferimento della politica e delle aspirazioni della marina italiana, che se da un lato non fu parte diretta nella stipulazione del Patto di Londra del 26 aprile 1915, dall'altro, ne approvava pienamente i prodromi e il programma di acquisizione dei territori istriani e dalmati. Non deve sorprendere però il fatto che questa guerra fu condotta con il totale disinteresse per le vicende dell'esercito, il quale non aveva interesse in una campagna volta alla conquista della Dalmazia, di cui avrebbe dovuto assicurarsi la difesa in condizioni molto difficili. La marina aveva tradizionalmente un ruolo politico più dinamico dell'esercito (in parte a causa dei suoi stretti rapporti con l'industria pesante) e legato alla destra nazionalistica; e lo spese tutto per assicurarsi il dominio militare e politico, immediato e futuro, nell'Adriatico, in piena sintonia con la politica estera di Sidney Sonnino. Parallelamente l'interesse della marina nella politica mediterranea e coloniale era scarso; la partecipazione alla guerra fuori dalle acque nazionali si ridusse alla difesa del traffico mercantile nelle acque nazionali e libiche contro i sommergibili, con la rinuncia di intervenire a fianco a britannici e francesi in operazioni di più ampio raggio[3].

Con la convenzione navale di Londra del 10 maggio 1915, che delineava la collaborazione tra la flotta italiana e quelle dell'Intesa, la Regia Marina chiese ed ottenne la piena responsabilità delle operazioni nell'Adriatico e il comando delle unità alleate che vi penetrassero e di quelle, non trascurabili, che collaboravano al blocco del canale d'Otranto[N 1]. Questo accordo fu poi difeso con fermezza per tutto il conflitto, anche con il rifiuto italiano di accettare un comando navale unico per il Mediterraneo nel 1918[4].

Le forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

k.u.k. Kriegsmarine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Naviglio militare austro-ungarico della prima guerra mondiale.
L'ammiraglio austriaco Anton Haus, comandante in capo della k.u.k. kriegsmarine.

La k.u.k. Kriegsmarine non era assolutamente attrezzata per una guerra offensiva. Sebbene le sue quattro moderne navi da battaglia monocalibro della classe Tegetthoff fossero il fulcro di una potente squadra da battaglia, insieme alle varie pre-dreadnought tra cui la classe Habsburg (tre unità) e le navi da difesa costiera come la classe Monarch (tre unità), dotate però solo di cannoni calibro 240 mm, non potevano confrontarsi su un piano di parità con le navi della Regia Marina, ben più numerose. Ad esse si affiancavano gli incrociatori corazzati Kaiserin und Königin Maria Theresia, Kaiser Karl VI e Sankt Georg, tutti esemplari unici, e gli incrociatori leggeri della classe Helgoland. Un punto di forza dovevano essere i quattordici cacciatorpediniere della classe Huszár e i sei della classe Tatra, oltre ad alcune decine di torpediniere e una trentina di sommergibili. I principali porti da cui operava erano Trieste, Pola e Cattaro.

Regia Marina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Naviglio militare italiano della prima guerra mondiale.
L'ammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel, capo di stato maggiore della Regia Marina.

La Regia Marina inizialmente non giocò alcun ruolo a causa della neutralità italiana; la sua squadra da battaglia oltre a sei moderne navi monocalibro con cannoni da 305 mm (quattro in servizio, Dante Alighieri e le tre della Classe Conte di Cavour, più le due della classe Caio Duilio varate ma ancora in allestimento), contava sei pluricalibro della classe Regina Margherita e classe Regina Elena con cannoni da 305 mm. Ad esse si aggiungevano gli incrociatori corazzati della classe Giuseppe Garibaldi e della classe San Giorgio e quelli in parte obsoleti della classe Pisa, oltre ad altri minori ed unità di seconda linea usate nelle colonie.

Parecchi cacciatorpediniere, circa sessanta, principalmente delle classi Indomito, Soldato e Pilo, completavano la squadra; alcune decine di torpediniere, anche se obsolete, e di MAS aumentavano il potenziale offensivo, e una ventina di sommergibili completavano il naviglio. Le basi principali della Regia Marina erano La Spezia, Taranto e Napoli, con forze minori a Brindisi, Augusta, Messina, Venezia e Palermo. Taranto divenne il fulcro delle operazioni navali italiane mentre del naviglio leggero venne concentrato a Brindisi. Venezia venne difesa dagli attacchi austroungarici ma non ospitò mai una squadra da battaglia vista l'esposizione alla minaccia dei sommergibili nemici.

Marine nationale[modifica | modifica wikitesto]

La flotta francese era tra le prime al mondo, ed all'inizio della guerra schierava 4 navi da battaglia monocalibro, diciassette pluricalibro, ventidue incrociatori corazzati e tredici protetti, 35 cacciatorpediniere e 160 torpediniere, oltre a 50 sommergibili. Di queste, nel Mediterraneo erano schierate nella 1ere Armée Navale al comando dell'ammiraglio de Lapeyrère tutte le 21 navi da battaglia ( tra cui le 4 nuove dreadnought della classe Courbet e le 6 pre-dreadnoughts della classe Danton), 15 incrociatori, oltre 43 cacciatorpediniere e 15 sottomarini[5]. La sua forza sarebbe cresciuta nel dicembre 1916 dopo la cattura della flotta greca al Pireo e fino alla restituzione delle navi alla Grecia nel 1917. All'inizio della guerra la sua base di operazioni fu Malta, ma dopo l'entrata in guerra dell'Italia varie unità leggere vennero dislocate a Brindisi e Corfù.

Royal Navy[modifica | modifica wikitesto]

La presenza britannica nel Mediterraneo era incentrata sulla Mediterranean Fleet, con basi a Malta e Gibilterra. Delle tre unità originarie della classe Invincible di incrociatori da battaglia, che entrarono in servizio nella prima metà del 1908, due, la HMS Inflexible e la HMS Indomitable, si unirono alla Mediterranean Fleet nel 1914. Assieme alla HMS Indefatigable, formarono il nucleo della flotta britannica all'inizio della guerra, quando le forze della Royal Navy furono impegnate nell'inseguimento del Goeben e del Breslau.

Le prime azioni di guerra[modifica | modifica wikitesto]

I francesi nell'Adriatico[modifica | modifica wikitesto]

Parte della flotta francese nell'Adriatico in una fotografia del 28 marzo 1915 pubblicata sul Le Mirior.

Il 6 agosto 1914, a Londra, il Primo Lord dell'Ammiragliato, principe Luigi di Battenberg, e il capitano di vascello Antoine Schwerer, vice capo di stato maggiore della marina francese, siglarono un accordo che affidava alla Francia la direzione generale delle operazioni nel Mediterraneo. L'accordo era finalizzato all'eliminazione del Goeben e del Breslau[N 2], e fino a quando questi non fossero stati sbaragliati, le forze navali britanniche nel Mediterraneo avrebbero cooperato con quelle fancesi. Raggiunto l'obiettivo le forze navali britanniche avrebbero riottenuto la loro autonomia, a meno che l'Italia non avesse deciso di revocare la sua neutralità. Una piccola aliquota di forze navali britanniche nel Mediterraneo e le difese mobili di Malta e Gibilterra sarebbero rimaste comunque sotto gli ordini del Comandante in capo della flotta francese, che inoltre, si sarebbe servita delle basi di Malta e Gibilterra. La marina francese avrebbe quindi garantito la sicurezza delle rotte commerciali dell'Intesa nel Mediterraneo, e in caso di dichiarazione di guerra fra Francia e Austria-Ungheria, avrebbe agito contro la k.u.k. kriegsmarine e sorvegliato l'ingresso nel mare Adriatico[6].

Curiosamente, i francesi erano tanto riluttanti a dichiarare guerra all'Austria-Ungheria, quanto lo era la duplice monarchia a dichiarare guerra alla Francia, e allo stesso tempo era opinione del capo di stato maggiore Auguste Boué de Lapeyrère di non dover istigare l'Italia ad entrare in guerra a fianco dell'Austria-Ungheria, evitando qualsiasi segno di ostilità. Ma in un rapido susseguirsi degli avvenimenti, la mattina del 13 agosto Lapeyrère fu informato che era stata dichiarata guerra all'Impero austroungarico, e decise di inviare il grosso dell'Armee navale di stanza a Malta, nell'Adriatico, sperando di cogliere di sorpresa le forze navali austroungariche impiegate nel blocco navale del Montenegro[7].

L'ingresso delle bocche di Cattaro, un insieme di bacini profondo e articolato ideale come base, riparò una aliquota della flotta austroungarica per tutta la guerra.
Soldati montenegrini in cima a monte Lovćen dopo un bombardamento navale francese.

Alla flotta francese si aggiunsero gli incrociatori e i cacciatorpediniere britannici dell'ammiraglio Ernest Troubridge [N 3], e il 16 agosto, a largo di Antivari riuscirono ad affondare il piccolo incrociatore Zenta, ma con grande delusione dei francesi, l'ammiraglio austroungarico Anton Haus ebbe l'accortezza di non rispondere alla preponderante forza francese, di gran lunga più forte della sua. Questo mise in difficoltà Lepeyrère che non aveva una base su cui appoggiarsi nelle vicinanze, e che stava consumando ogni giorno grandi quantità di carbone. L'operazione avrebbe avuto possibilità di successo solo se la flotta avesse avuto una valida base all'ingresso dell'Adriatico, ma la base di Corfù apparteneva alla neutrale Grecia, come neutrale era l'Italia e le sue basi[8]. Lapeyrère organizzò quindi un sistema di rotazione con la base di Malta, in virtù del quale le navi potevano sostare, compiere l'ordinaria manutenzione e provvedere alle proprie necessità, garantendo allo stesso tempo una forza sufficiente e in grado di combattere nell'Adriatico[9].

Ma la tattica attendista di Haus, che riparò la flotta da guerra nei porti nel nord dell'Adriatico, mise in seria difficoltà i francesi. Questi tentarono di organizzare una spedizione per invadere con forze di terra contro la base austroungarica nelle bocche di Cattaro per instaurarvi una base alleata, ma seppur utilizzando Antivari e le baie delle isole ioniche della Grecia con la complicità del primo ministro greco Eleftherios Venizelos, che simpatizzava per l'Intesa, avevano un raggio d'azione molto limitato che non permise tale azione, come neppure azioni nell'alto Adriatico[10][N 4]

I due comandanti avversari capirono quindi che non ci sarebbe stata alcuna azione di rilievo né uno sbarco significativo, ma ciò non significava che non ci sarebbero state da entrambe le parti azioni minori con rischio limitato. Per gli austriaci le operazioni navali consistettero in azioni di bombardamento navale dirette alle coste del Montenegro, di limitata lunghezza. Dal canto loro i francesi fecero varie puntate nell'Adriatico per bombardare i fortilizi nemici lungo la costa, ma soprattutto per proteggere navi che portavano rifornimenti al porto montenegrino di Antivari, che distava a sole 35 miglia da Cattaro, dove i francesi posero apparecchiature d'osservazione su monte Lovćen, e appostarono sommergibili a largo[11]. Il 9 agosto la pre-dreadnought austriaca Monarch, che insieme alle sue gemelle Wien e Budapest era stata rimessa in servizio formando la 5ª divisione navale, e il 19 ottobre questa divisione fu impiegata da Haus in una azione contro obiettivi francesi a Cattaro, e il 21 ottobre anche la Radetzky venne inviata per bombardare le postazioni montenegrine a Cattaro, con successo[12].

Le operazioni invernali[modifica | modifica wikitesto]

Col passare dei giorni l'idea di una spedizione a Cattaro non divenne fattibile; l'esercito montenegrino era debole e male attrezzato, l'idea di reclutare volontari italiani e dalmati si era subito rivelata irrealizzabile, i serbi erano bloccati a nord contro le forze austroungariche e lo stesso Joseph Joffre era molto riluttante a distaccare truppe che sarebbero state più utili in patria contro i tedeschi[13]. Inoltre l'arrivo della bora e del maltempo, che avrebbero limitato pesantemente le operazioni di rifornimento in mare, la presenza di molte mine in tutto l'Adriatico, e i limiti tecnici delle navi francesi, fecero propendere i francesi nella decisione di limitare la presenza francese nell'Adriatico al blocco del canale d'Otranto e al rifornimento di Antivari[14].

Il danno fatto alla prua della Jean Bart dal siluro dello U-12, che colpì il deposito dei vini di poco anteriore al deposito munizioni di prua.

Anche Haus assunse un atteggiamento prettamente difensivo; egli sapeva che una battaglia decisiva contro i francesi, anche se fosse stata vittoriosa, avrebbe comunque consegnato la supremazia navale nel Mediterraneo all'Italia. Lo stesso Haus a tal proposito, il 22 ottobre manifestò una profonda sfiducia nei confronti dell'ex-alleato italiano in una lettera inviata al suo rappresentante a Vienna[15]. Le uniche azioni di rilievo fino alla fine del 1914 si ebbero per mano dei sommergibili. Alla fine di novembre il sommergibile francese Cugnot tentò di penetrare nella baia di Cattaro ma venne scoperto dal cacciatorpediniere austriaco Blitz e dalla nave silurante Tb 57T che lo costrinsero a ritirarsi. L'8 dicembre un altro sottomarino francese, il Curie, attaccò il blocco protettivo della baia di Pola attendendo la possibilità di introdurvisi, ma due giorni dopo finì in una trappola antisommergibile e fu costretto a tornare in superficie dove venne distrutto dal cacciatorpediniere austriaco Magnet e dalla torpediniera Tb 63T. Il 21 dicembre, durante la decima missione francese di rifornimento al Montenegro, l'U-12 austro-ungarico silurò la nave ammiraglia di Lapeyrère, la Jean Bart presso l'isola di Saseno. La nave fu colpita a prua, ma la compartimentazione resse il colpo e la nave riuscì, seppur con difficoltà, a tornare a Malta per le riparazioni che la tennero bloccata tre mesi e mezzo[16].

Lapeyrère giunse alla conclusione che non solo non era sicuro servirsi dei porti montenegrini, ma era rischioso anche solo scortare un convoglio nell'Adriatico. Operazioni di sbarco erano ormai impossibili perché il nemico aveva rinforzato le posizione a Cattaro e resi attivi l'aviazione e i sommergibili. La presenza a Cattaro del Radetzky e delle tre unità della classe Monarch imponeva l'utilizzo da parte francese di navi da battaglia per proteggere gli incrociatori e le navi da trasporto, ma il fatto che i sommergibili pattugliassero quello stretto tratto di mare, rendeva ciò troppo pericoloso. Il blocco francese dell'Adriatico si trasformò quindi in un blocco del canale d'Otranto, e per ironia della sorte sia Lepeyrère che Haus vennero criticati per inazione. Ma i due comandanti avevano dalla loro parte solide motivazioni tecniche; erano consapevoli che non potevano rischiare le loro navi principali da guerra in azioni secondarie con limitate possibilità di successo, ma erano capitali da preservare in attesa di circostanze particolari. Alla fine nell'Adriatico si giunse ad una situazione di stallo; gli austroungarici non potevano uscire e i francesi non potevano penetrarvi, e neppure avvicinarsi troppo alla costa[17].

L'Italia entra nel conflitto[modifica | modifica wikitesto]

L'incrociatore corazzato Léon Gambetta raffigurato in una cartolina postale tedesca, mentre affonda.
La RN Dante Alighieri fu la prima nave da battaglia al mondo ad avere l'armamento principale in torri trinate[18], con dodici cannoni calibro 305 mm in 4 torri corazzate.

Data la situazione di stallo nell'Adriatico e il completo controllo del Mediterraneo, per buona parte del 1915 al centro dell'attenzione degli anglo-francesi si pose il nuovo alleato degli Imperi Centrali, la Turchia, e la conseguente campagna alleata di Gallipoli. Ma le azioni minori, soprattutto da parte dei sommergibili austriaci che interferivano con le operazioni di rifornimento delle navi francesi e pattugliavano le basi da cui gli alleati approvigionamento del Montenegro. E in breve la maggior preoccupazione di Lepeyrère divenne proprio il potenziamento dei sommergibili austriaci[19]. A febbraio il cacciatorpediniere francese Dague, affondò colpito da una mina mentre scortava la nave trasporto Whitehead ad Antivari, mentre il 27 aprile le preoccupazioni di Lepeyrère divennero realtà quando il sommergibile U 5 silurò e affondò l'incrociatore corazzato Léon Gambetta a sud di Capo Santa Maria di Leuca, causando 684 morti fra cui il contrammiraglio Sénès, comandante della 2eme Division Légère[20].

L'Italia aveva preparato dei piani operativi in vista dell'entrata in guerra. La squadra navale italiana era numericamente forte, con tre moderne corazzate monocalibro della classe Conte di Cavour e varie altre pre-dreadnought come quelle della Classe Regina Margherita e della Classe Regina Elena; a queste si aggiungevano le due della classe Duilio in allestimento. Per contro l'aviazione navale era numericamente inconsistente, con soli tre velivoli di base a Venezia dei quali solo tre efficienti, ed altri quattro a Porto Corsini dei quali due funzionanti; due Curtiss Flying Boat erano in fase di montaggio a Pesaro[21]. Dall'altra parte l'aviazione di marina austroungarica poteva contare su sessantaquattro idrovolanti efficienti e moderni, con ventuno ufficiali e otto sottufficiali piloti usciti dalla scuola di pilotaggio di Pola-Santa Caterina, che all'inizio delle ostilità poterono operare praticamente incontrastati[21].

Il "Piano generale delle operazioni marittime in Adriatico" della Regia Marina prevedeva tra l'altro, la distruzione delle forze da battaglia avversarie senza preoccuparsi dei danni che queste potessero arrecare alle città costiere dell'Adriatico, usare le forze subacquee per tendere agguati lungo le rotte avversarie, usare dirigibili ed idrovolanti per ricognizione e contrasto[21]. Gli italiani, e in primis il Capo di stato maggiore della Marina Paolo Emilio Thaon di Revel, volevano la battaglia e non desideravano altro che affrontare la flotta nemica, e ritenevano perciò fondamentale preservare la flotta nelle migliori condizioni in vista di quello scontro, e per questo la flotta italiana avrebbe intrapreso tutte le operazioni possibili per costringere la flotta austriaca a uscire allo scoperto e affrontare la battaglia[22]. Di contro gli austriaci avrebbero adottato la strategia della "flotta in potenza", mantenendo le proprie forze al sicuro nelle basi e attendendo il momento propizio per colpire, mentre la flotta italiana veniva logorata dalle mine e dai siluri dei sommergibili, che la Germania si stava apprestando a fornirgli in quantità, e delle piccole unità siluranti[23].

Il primo provvedimento a livello operativo degli italiani allo scoppio del conflitto fu la ridislocazione della flotta nel porto di Taranto ove assunse la denominazione di "Armata Navale" che il 26 agosto 1914 fu posta al comando del Duca degli Abruzzi, a cui seguirono i primi studi per eventuali operazioni contro l'Austria-Ungheria. Altra decisione fu quella, in caso di conflitto, di occupare territorialmente una parte della costa nemica per assicurare il sostegno del fianco destro della 3ª Armata, di creare un blocco all'imbocco del canale d'Otranto per impedire alle navi austro-ungariche di uscire dall'Adriatico, di minare le principali linee di comunicazione nemiche e cercare di assicurare il dominio nell'Alto Adriatico anche per sostenere le operazioni del Regio Esercito sull'Isonzo[24]. In quest'ottica, il 24 maggio siluranti e sommergibili vennero utilizzati per tener sgombro il golfo di Trieste e proteggere l'avanzata della 3ª Armata, che aveva subito conquistato Aquileia ed era entrata nella città di Grado, evacuata dalle truppe austro-ungariche. La difesa della zona fu affidata alla Regia Marina che inviò il pontone armato Robusto armato con tre cannoni da 120 mm[25].

La rappresaglia austriaca[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bombardamento della costa adriatica del 24 maggio 1915.
Una torpediniera austroungarica al rientro dopo un'azione contro le coste italiane, 1915.

Quando il 23 maggio l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria, la flotta di quest'ultima preparata per tale evenienza, agì rapidamente, attaccando le coste italiane, suddivise in otto gruppi ciascuno con obiettivi specifici e con l'ordine di evitare scontri con unità nemiche maggiori[26]. La città di Ancona e il suo porto vennero bombardate dal gruppo "A" da una squadra navale con l'ammiraglio Haus a bordo dell'Habsburg, e da alcuni idrovolanti dalle 04:04 alle 04:53 del mattino, ma l'arrivo del sommergibile Argonauta e del dirigibile "Città di Ferrara" indussero il gruppo al rientro a Pola già alle 11 dello stesso giorno. Il gruppo "B" alle 04:00 aprì il fuoco contro Senigallia colpendo il semaforo e danneggiando alcuni binari, mentre il gruppo "C", comandato dalla Radetzky si diresse verso Potenza Picena, che non subì particolari danni. Il gruppo "D" aprì il fuoco alle 04:50 contro Rimini, mentre Porto Corsini subì venticinque minuti di bombardamento da parte del gruppo "E", ma poté opporre un buon tiro difensivo che causò alcuni feriti e danni materiali ai nemici. Il gruppo "F" fornì azione di pattugliamento a largo di Ancona e Senigallia, mentre unità del gruppo "G" e il gruppo "H" lasciarono gli ormeggi per raggiungere le rispettive linee di esplorazione Pelagosa-Gargano e Pelagosa-Lagosta e dirigere poi sui bersagli costieri. Il gruppo "G" bombardò il semaforo di Vieste e Manfredonia, mentre l'incrociatore leggero Helgoland concentrava il tiro su Barletta. Pochi furono i danni materiali, anche a causa dall'azione del cacciatorpediniere italiano Aquilone che fece sospendere il tiro nemico sulla costa, che si concentrarono sul suo inseguimento. In questa fase intervenne anche il cacciatorpediniere Turbine, che riconobbe l'unità della classe Admiral Spaun e diresse in velocità verso questa, ingaggiandola in un combattimento che costò la perdita della torpediniera[27]. Lo Spaun del gruppo "H" alle 04:10 si trovò in posizione di tiro contro il ponte sul Sinarca che danneggiò lievemente, poi fu la volta di Termoli, Tremiti e il semaforo di torre Mileto che pure non subirono gravi danni[28].

Da parte italiana nell'Alto Adriatico solo lo Zeffiro, al comando del capitano di fregata Arturo Ciano, riuscì ad ottenere un buon successo, penetrando a Porto Bruno e bombardandone le caserme, costringendo gli occupanti ad arrendersi. Nel Basso Adriatico alle 05:00 alcune unità sbarcarono a Pelagosa, ma rientrarono alle 08:20 senza aver trovato personale nemico sull'isola. Alle 12:00 del 24 maggio tutte le unità austriache erano rientrate nei rispettivi porti di Pola, Sebenico e Cattaro, così come le unità italiane; due giorni dopo fu emanata da parte italiana la dichiarazione di blocco navale a difesa delle sue coste[29][30].

La perdita dell'Amalfi e l'occupazione di Pelagosa[modifica | modifica wikitesto]

Nei piani italiani si dedicava molto spazio alla conquista di isole o territori del nemico ed alla costituzione di una base navale. Il comandante in capo delle Forze Navali Riunite, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, voleva in ogni modo un'azione più significativa delle incursioni di disturbo che non stavano producendo alcun risultato tangibile. L'8 giugno annunciò così l'intenzione di occupare a sorpresa l'isola di Lagosta, per creare una linea di stazioni di vedetta ad est del Gargano, e poter usufruire di una base per sommergibili che avrebbero contrastato la navigazione del nemico nella Dalmazia meridionale, e come punto di informazioni per poter poi procedere alla volta di Sabbioncello. Ma prima di considerare l'opportunità di occupare Lagosta, era necessario occupare in modo permanente la piccola isola di Pelagosa e stabilirvi una stazione di segnalazione[31].

L'incrociatore della Regia Marina Amalfi in navigazione.
L'incrociatore corazzato Giuseppe Garibaldi affonda colpito dai siluri del sommergibile U 4.

Revel approvò il piano, ma ammonì il Duca di riflettere sugli sviluppi, in quanto a nord l'esercito avanzava a fatica, e l'atteggiamento passivo del Montenegro e la momentanea inattività della Serbia erano fattori che avrebbero concesso all'Austria-Ungheria di poter rivolgere contro l'Italia maggiori attenzioni, anche e soprattutto sul mare[32].

Intanto nell'Alto Adriatico, l'arrivo dei sommergibili tedeschi iniziò a mietere le prime vittime tra le forze dell'Intesa, e ciò che temevano potesse succedere accadde il 7 luglio. Quel giorno, durante un'operazione di copertura del fianco destro dell'esercito, l'incrociatore Amalfi, scortato da due sole torpediniere, fu silurato dall'UB 14, al comando del sottotenente di Vascello tedesco von Heimburg[N 5]. Il piccolo sommergibile era stato appena assemblato nei cantieri di Pola e di lì a poche settimane sarebbe partito per il mar Egeo[33]. La perdita dell'Amalfi fu per gli italiani il primo vero disastro navale dall'entrata in guerra; Revel si infuriò con l'ammiraglio Cagni, a cui erano state affidate tutte le forze presenti a Venezia[34], e giudicò la scorta di due torpediniere insufficiente. Per Revel sarebbero state necessarie almeno sei torpediniere di scorta, e come provvedimento fu limitata l'autonomia decisionale di Cagni. Revel comunque non mise in discussione la presenza di grandi unità a Venezia; queste avevano lo scopo di imporre alla flotta austriaca l'eventuale uscita dai propri porti solo con navi di pari valore, e quindi a correre più rischi[35]. Ma le azioni dei sommergibili austriaci non si limitarono all'azione del 7 luglio. Già il 1° giugno, mentre effettuava delle prove, lo stesso von Himburg a bordo dell'UB 15 (U 11per gli austriaci) affondò il sottomarino italiano Medusa. Il sommergibile entrò ufficialmente in servizio solo il 18 giugno[36].

Intanto l'11 luglio gli italiani occuparono Pelagosa senza incontrare resistenza e vi stabilirono una guarnigione di 90 uomini, e il Duca degli Abruzzi riprese in esame possibili azioni a sud per costringere la flotta austriaca a uscire. Così nel preparare un eventuale attacco contro Ragusa, venne rinnovato l'attacco contro la sua ferrovia come successe il 5 giugno precedente, e proprio in questa occasione ci fu la seconda grande perdita per la flotta italiana[37]. Al mattino del 18 luglio 'U 4 affondò l'incrociatore corazzato Giuseppe Garibaldi a largo della costa dalmata, e le ripercussioni di questa perdita sui piani di conquista di Lagosta furono immediate. Luigi Cadorna nel contempo fece inoltre sapere che l'esercito non avrebbe potuto mettere a disposizione uomini e soprattutto artiglierie, e questo, unito al rischio dei siluramenti dei sommergibili austriaci, fece desistere il governo. Nel frattempo gli austriaci vennero a conoscenza della guarnigione italiana a Pelagosa, e il 28 luglio l'incrociatore leggero Helgoland, sette cacciatorpediniere e quattro torpediniere supportarono uno sbarco di truppe austro-ungariche a Pelagosa, che però furono respinte dal presidio italiano. Gli austriaci risposero allo smacco il 5 agosto quando riuscirono ad affondare il sommergibile italiano Nereide che proteggeva l'isola[38].

E mentre Revel e il Duca degli Abruzzi ancora consideravano un'azione contro Lagosta, il 17 agosto una forza navale austriaca, partita da Sebenico, e composta dagli incrociatori leggeri Helgoland e Saida e da quattro cacciatorpediniere bombardarono nuovamente l'isola, coadiuvate da alcuni idrovolanti, distruggendo le installazioni costruite e la cisterna d'acqua dolce. Nel corso della giornata Revel diramò l'ordine di evacuazione, e il giorno seguente gli italiani, protetti dalla presenza massiccia di cacciatorpediniere e incrociatori arrivati da Brindisi, completarono l'evacuazione concludendo di fatto le aspirazioni sulle due isole[39].

Con la perdita del Garibaldi iniziarono anche le polemiche tra il Capo di stato maggiore Revel e il comandante dell'Armata Navale Duca degli Abruzzi, fomentate da l'incidente che colpì la nave da battaglia Benedetto Brin, la quale il 27 settembre subì una grave esplosione nella polveriera, che neppure una commissione d'inchiesta riuscì a spiegare. Questo episodio fu il momento culminante della crisi in cui versavano i vertici della Regia Marina, e per evitare sconvolgimenti che avrebbero procurato danni irreparabili all'intera forza navale, il Capo di stato maggiore l'11 ottobre dette le dimissioni, accettando l'incarico di comandante della piazza marittima di Venezia, con incarichi che prevedevano anche la cooperazione con l'esercito, e fu sostituito dal contrammiraglio Lorenzo Cusani Visconti[40].

I sommergibili e il blocco del canale d'Otranto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Blocco del Canale d'Otranto.
Alcuni drifters britannici partiti dalle loro basi nell'Adriatico, si dirigono sul canale d'Otranto.

Gli austroungarici offrirono fin dai primi momenti del conflitto le loro basi di Pola e Cattaro agli alleati tedeschi, i quali risposero con l'invio via treno nel marzo 1915 dei primi sommergibili, che sarebbero stati poi montati nei porti di Pola per operare nell'Adriatico e nel Mediterraneo. Nel novembre 1915 l'attività dei sommergibili era pianificata presso la neo-costituita flottiglia di sommergibili tedeschi nel Mediterraneo (Mittelmeerdivision) che fu divisa in due sezioni, una con base a Pola e l'altra a Cattaro. Per contrastare tale azione, e soprattutto per sbarrare il passaggio nel canale d'Otranto ai sommergibili nemici, gli Alleati inviarono diversi battelli in funzione antisommergibile, molti dei quali erano dei pescherecci (drifter se ad un albero, trawler se con due) che si dimostrarono particolarmente adatti per questo tipo di operazioni. I Italia non vi erano sufficienti mezzi per tali operazioni, così si provvide acquistandone alcuni dall'estero; i britannici, i più colpiti dall'azione dei sommergibili tedeschi nel Mediterraneo, inviarono nell'Adriatico 65 drifter, di cui mantennero la responsabilità d'impiego, e che il 26 settembre 1915 iniziarono ad effettuare una crociera permanente lungo il canale d'Otranto. Mentre la protezione dei drifter con cacciatorpediniere e incrociatori leggeri fu assegnata alla flotta italiana[41].

Ma lo Stato Maggiore italiano, calcolò in almeno cento drifter il numero minimo per svolgere un'azione di sbarramento soddisfacente, ma i britannici non riuscirono subito a rispondere subito a tale richiesta, e a novembre inviarono solo altre 20 imbarcazioni. Il numero delle navi mercantili alleate perdute nel Mediterraneo continuava però a salire e per ovviare al problema, tra il 29 novembre e il 3 dicembre si tennero a Parigi diverse riunioni, in cui venne decisa la divisione del Mediterraneo in 18 zone che, in base agli interessi di ciascuna nazione, furono ripartite tra i tre alleati. Ogni nazione doveva gestire i movimenti e pattugliare le aree di competenza con le proprie unità, e fu inoltre ridotto al minimo i viaggi e i trasporti sul mare e stabilito che i bastimenti avrebbero dovuto viaggiare in gruppi, secondo rotte protette[42].

L'evacuazione dell'esercito serbo[modifica | modifica wikitesto]

Soldati serbi arrivati sulla costa albanese dopo la ritirata.

Il 6 settembre 1915 la Bulgaria entrò in guerra a fianco degli Imperi Centrali e il suo contributo diede la spinta sufficiente a portare al collasso la Serbia, che fino ad allora era riuscita a contenere le offensive austroungariche. L'8 ottobre iniziò l'offensiva che si concluse con la rotta dell'esercito serbo e con l'occupazione di Belgrado, che costrinse il governo serbo a rifugiarsi a Scutari. In risposta di ciò gli alleati tentarono di attaccare l'esercito bulgaro a sud, ottenendo il permesso della Grecia di sbarcare un corpo di spedizione alleato a Salonicco al comando del generale francese Maurice Sarrail. L'operazione ebbe inizio il 6 ottobre, ma l'impeto dell'esercito bulgaro costrinse gli alleati a mantenersi sulla linea di confine con il solo scopo di garantire sicurezza agli sbarchi e contenere un eventuale attacco alla Grecia. Il 28 ottobre l'esercito bulgaro si congiunse con le forze austro-tedesche sotto il comando di August von Mackensen, e iniziarono a spingere l'esercito serbo verso il mare, il quale iniziò una inesorabile ritirata verso la costa albanese[43].

I vertici militari e politici italiani risposero a questa situazione inviando un corpo di spedizione a Valona, con lo scopo di evitare al nemico di impossessarsi della parte meridionale dell'Albania. La spedizione italiana aveva lo scopo di spingersi nell'entroterra per una profondità tale da garantire la sicurezza di una nuova base navale che si intendeva instaurare e che, con Brindisi, avrebbe costituito la chiave per il controllo del canale d'Otranto. Intanto la ritirata dei serbi stava assumendo proporzioni disastrose, in cui soldati serbi, prigionieri austriaci, sbandati e civili retrocedevano senza alcun ordine, decimati dalla'artiglieria nemica, dalle malattie e dall'inedia. Il 30 novembre i serbi passarono il confine albanese diretti verso San Giovanni di Medua, proprio mentre il trasporto di rifornimenti dall'Italia in Albania si faceva più cospicuo, e allo stesso tempo rivelava tutti i suoi rischi. La flotta italiana perse diverse imbarcazioni minori cariche di rifornimenti e munizioni dirette a San Giovanni di Medua e Durazzo, colpite da cacciatorpediniere e sommergibili nemici, così fu subito evidente la necessità di disporre di tutte le forze, anche quelle alleate previste dalla conferenza di Parigi[44].

L'incrociatore leggero SMS Helgoland.
Il cacciatorpediniere Ippolito Nievo, una delle unità della Regia Marina che andò all'inseguimento della squadra austriaca il 29 dicembre.

Dopo aver pesantemente rinforzato il golfo di Valona con l'invio di navi da guerra, batterie di cannoni costieri, unità di dragaggio e un hangar smontabile per idrovolanti, la base di Valona fu rafforzata con l'invio di 8.550 unità che raggiunsero il numero di 28.000 il 12 dicembre[45]. Ma tali movimenti non lasciarono indifferente la flotta austriaca. Già il 29 novembre l'Armeeoberkommando (AOK) aveva ordinato ad Haus di stabilire un pattugliamento permanente delle coste albanesi, e questi inviò a Cattaro alcune delle sue unità più nuove e veloci, le quali rimasero nella base fino alla fine della guerra[46]. Si trattava degli incrociatori leggeri Helgoland e Novara, sei cacciatorpediniere classe Tatra e sei siluranti classe T-74, oltre ad un'unità rifornitrice per la nafta, Vesta[47]. Il 5 dicembre il Novara con quattro cacciatorpediniere e tre torpediniere salparono verso Bojana per bombardare la costa, e ripetendo l'azione a San Giovanni di Medua, affondarono il Benedetto Giovanni e il greco Thira carico di munizioni, poi diresse verso Cattaro. Il gruppo poi navigò in direzione nordovest, dove il caccia Warasdiner intercetto è affondò il sommergibile francese Fresnel che il giorno prima si era arenato a largo dell'estuario del fiume Bojana Il giorno dopo l'Helgoland con sei cacciatorpediniere e due sommergibili si diresse indisturbata prima a Durazzo dove affondò diverse unità minori[48][49]. L'ultima azione austroungarica del 1915 fu il 29 dicembre, quando nella notte tra il 28 e il 29 l'Helgoland e cinque moderne cacciatorpediniere classe Tatra salparono in per pattugliare il mare tra Durazzo e Brindisi. Affondarono il sommergibile francese Monge, e dopo essere entrati nel porto di Durazzo e aver affondato alcune unità minori, entrarono in una zona minata perdendo il Lika, mentre il Triglav fu gravemente danneggiato. Alle 7 del mattino, ricevuto l'allarme, i comandi italiani fecero salpare da Brindisi diverse unità italiane, francesi e britanniche che si misero all'inseguimento dei nemici. La Triglav venne intercettata e affondata ma dopo un inseguimento durato tutta la giornata del 29, le due flotte non vennero mai a contatto e l'Helgoland e gli altri caccia austriaci riuscirono a sfuggire agli alleati[50].

Nonostante le difficoltà logistiche e l'azione degli austriaci, la Regia Marina il 12 dicembre iniziò le operazioni di imbarco dell'esercito serbo da Medua e Durazzo, mentre i prigionieri austroungarici sarebbero stati imbarcati da Valona. In due mesi 45 navi italiane, 25 francesi e 11 britanniche effettuarono centinaia di viaggi tra le coste italiane e i porti di Medua, Valona e Durazzo, durante un'operazione combinata in cui gli italiani diedero un contributo essenziale. Fino al 9 febbraio 1916, giorno in cui salpò da Durazzo l'ultimo vascello carico di soldati serbi, furono evacuati 260.895 uomini tra soldati, profughi, inviati perlopiù a Corfù e prigionieri austroungarici inviati nelle isole di Lipari e dell'Asinara. Nel contempo furono inviati in Albania 73.355 uomini del corpo di spedizione italiano in Albania, con relative provviste e artiglierie[51].

Il terzo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

I cannoni di poppa della SMS Tegetthoff.

Il primo anno di guerra per l'Italia si concluse senza l'auspicato scontro tra le flotte, e anzi, mise in luce i nuovi canoni in cui la guerra marittima nell'Adriatico si stava dirigendo. In questo teatro di guerra le più forti flotte dell'Intesa si vedevano contrastate efficacemente da una marina di minor potenza, che trovava la sua flotta nel contesto geografico in cui operava e nell'utilizzo specifico dei sommergibili, delle mine marine e degli aerei. Proprio con l'introduzione del sommergibile cambiò il concetto di "dominio del mare"; ora il controllo del mare non era più basato sul controllo della sua superficie, ma era diventato più complesso, e si doveva tener conto delle unità che si celavano sotto la superficie del mare. La supremazia navale si basava ora su due componenti principali, la prima prevedeva l'impiego costante di unità di superficie sottili e veloci e delle nuove macchine da guerra, atte a logorare e interdire le forze di superficie nemiche, la seconda si basava sul mantenimento della "flotta in potenza", per fissare e vincolare le forze avversarie. E seguendo questa linea, la flotta italiana lentamente cercò di adeguarsi a queste esigenze, mettendo in campo naviglio e idrovolanti atti a rispondere alle azioni dei siluranti austriaci verso le coste, migliorando e rinforzando le difese costiere, aumentando la produzione di sommergibili, siluranti, aerei e mettendo in linea i primi motoscafi armati siluranti (MAS)[52]. Iniziando lo sviluppo di quel nuovo modo di combattere che sarà denominato "strategia della battaglia in porto"[53].

I forzamenti di Trieste, Parenzo, Pirano e Fasana[modifica | modifica wikitesto]

Mappa del 1897 del litorale austriaco nell'Alto Adriatico, dove si possono individuare le città-obiettivo dei forzamenti italiani.

Nell'Alto Adriatico e nella piazza di Venezia al comando di Revel le operazioni delle unità da guerra di superficie si ridussero a sole azioni di rinforzo alle batterie costiere, mentre intensa divenne la guerra di mine, che interessò soprattutto le acque intorno a Sebenico e lungo la costa orientale, che, col ritrovamento di documenti a bordo dell'UC 12, si era scoperto fossero abitualmente utilizzate dal nemico. Analizzando la situazione, il Capo di stato maggiore decise di spostare dalla laguna veneta la classe Pisa a Valona, dove avrebbe potuto trovare miglior impiego[54].

Il 28 maggio, in linea con i nuovi dettami tattici, fu effettuata la prima azione di forzamento del porto di Trieste, assegnata alla torpediniera 24 O.S. sotto il comando del tenente di vascello Manfredi Gravina e guidato da Nazario Sauro, che, appoggiata da un MAS, avrebbe dovuto entrare nel porto e silurare qualche grosso piroscafo ormeggiato in banchina. Sfruttando l'oscurità la torpediniera riuscì ad eludere la sorveglianza e penetrare all'interno delle ostruzioni dall'ingresso di Muggia, lì venne scorto e mosse rapido verso delle sagome assimilabili a delle sovrastrutture di mercantili, contro le quali lanciò due siluri che colpirono però una banchina, dietro la quale erano effettivamente posizionati dei mercantili. Prima ancora di essere illuminata dai proiettori nemici, la torpediniera uscì dal porto ricongiungendosi al MAS e rientrò a Grado[55].

Il mese successivo i comandi italiani iniziarono a sospettare che gli austriaci avessero attivato una stazione idrovolanti a Parenzo, la quale sarebbe stata potenzialmente molto pericolosa a causa delle a sua vicinanza con le linee italiane. Ma alcuni informatori sostenevano che la stazione si trovasse sull'isolotto di San Nicolò, così venne preparata un'azione navale per l'individuazione precisa del sito. La spedizione, sotto il comando del capitano di vascello Pignatti Morano, fu effettuata il 12 giugno dal cacciatorpediniere Zeffiro, e dalle torpediniere 30 P.N. e 46 P.N., con la copertura ravvicinata dei cacciatorpediniere Fuciliere e Alpino, mentre il Nullo e il Missori vennero posti a sostegno di tutto il gruppo. Il gruppo non trovò nulla sull'isolotto, e così il comandante decise di proseguire fino a Parenzo per ispezionare il porto e fare qualche prigioniero da interrogare. Nazario Sauro al comando dello Zeffiro accostò alla banchina dove venne catturata una sentinella, che indicò la penisola di S. Lorenzo come base degli idrovolanti, ma altre due sentinelle scapparono, e prima che queste riuscirono a dare l'allarme i cacciatorpediniere si ritirarono velocemente in mare aperto. Quando raggiunsero i mille metri di lontananza dal porto lo Zeffiro sparò alcuni colpi verso la postazione indicata dal prigioniero, ma contemporaneamente le difese del porto risposero al fuoco, il quale fu contrastato dalle artiglierie delle torpediniere di appoggio. Il fuoco durò 20 minuti, dopodiché le forze italiane si ritirarono subendo però un attacco di idrovolanti partiti da Pola e dalla stessa Parenzo, confermando i sospetti, che causarono 4 morti e diversi feriti tra gli italiani[56].

Motoscafi Armati Siluranti in esercitazione.

Sempre nel mese di giugno i comandi italiani decisero di tentare la cattura del piroscafo Narenzio ormeggiato nel porto di Pirano, così il pomeriggio del 25 la torpediniera 19 O.S. appoggiata dalle 20 O.S. e 21 O.S. partirono dal porto di Grado. La 19 O.S. attraccò alla banchina dinanzi al piroscafo, e mentre i marinai procedevano a disormeggiare il mercantile e neutralizzare le sentinelle, fu dato l'allarme che costrinse la torpediniera a riprendere velocemente il mare e ricongiungersi con la scorta per rientrare a Grado[57]. Dopo questa azione le attività esplorative subirono una grossa flessione, per ridurre l'impiego delle unità e preservarle per il futuro e per mantenerle efficienti in supporto all'esercito che sembrava fosse in procinto di entrare a Trieste. L'aviazione marittima poté invece contare su un graduale aumento di uomini e mezzi, mentre i sommergibili continuarono nelle loro azioni di agguato lungo le coste nemiche. L'anno si chiuse nell'Alto Adriatico con un'azione nel cuore dei possedimenti austriaci, nel tentativo di forzamento del canale di Fasana[58].

Il 28 ottobre dopo aver individuato la presenza della Erzherzog e della Maria Teresa tramite ricognizione aerea, l'ammiraglio Revel approvò il piano proposto dal capitano di vascello Morano Pignatti, per un attacco alle unità nemiche eventualmente presenti nel canale di Fasana. Il piano prevedeva di superare le ostruzioni marine tramite un macchinario a prora della torpediniera, che munito di due pesi da due tonnellate, avrebbe abbassato la rete di ostruzione e consentito ai due MAS di entrare nel canale. Nella notte tra il 1° e il 2 novembre la 9 P.M. e il MAS 20 scortati direttamente dallo Zeffiro, e, in prossimità dagli esploratori Pepe e Poerio, dai caccia Nullo e Missori e dai sommergibili Ferraris, Argo e Fisalia, si presentarono fuori dal canale. La torpediniera abbassò l'ostruzione consentendo al MAS del tenente di vascello Ildebrando Goiran di penetrare nel canale; alle 03:10, a 400 metri dal bersaglio (individuato nel Hars di 7.400 t), Goiran lanciò due siluri che però, non esplosero, inducendo il comandante a supporre la presenza di reti anti-siluro (in realtà furono gli acciarini tagliareti a non funzionare)[59]. Non ci fu alcuna reazione del nemico, tanto che alle 03:40 il MAS prese la via d'uscita e si rimise in formazione per il rientro. L'azione non sortì il risultato materiale sperato, ma conseguì un ottimo risultato morale, tanto che l'azione venne lodata da Revel, che diede un'ulteriore accelerazione allo sviluppo e alla creazione di unità di motoscafi siluranti. Gli austriaci, davanti all'atteggiamento offensivo italiano, assunsero una condotta ancor più difensiva, lasciando esclusivamente agli aerei il compito di attaccare le postazioni italiane lungo la costa e rafforzando le operazioni subacquee[60].

La minaccia dei sommergibili[modifica | modifica wikitesto]

Il sommergibile U 35 a Cattaro.
Il sommergibile U 38.

Il 28 agosto 1916 l'Italia dichiarò guerra alla Germania, e ciò avrebbe dovuto permettere ai sommergibili tedeschi di smetterla di usare la bandiera austroungarica. Su suggerimento del Ministro degli esteri austriaco, l'Admiralstab tedesco acconsentì alla richiesta di incorporare formalmente i sommergibili tedeschi, che avevano utilizzato bandiera austriaca, nei registri della k.u.k. kriegsmarine. Questi sarebbero stati poi registrati con data antecedente alla dichiarazione di guerra con l'Italia per evitare l'arbitrato internazionale e non insospettare i nemici con la scomparsa repentina dei sommergibili austriaci dall'Adriatico. Così a fine settembre tre dei sei sommergibili che avevano condotto azioni contro la marina italiana (gli U 35, U 38 e U 39) furono inquadrati nel naviglio austroungarico, mantenendosi però dipendenti dall'Admiralstab, mentre gli altri tre sarebbero stati cancellati dai registri (U 33, U 34 e U 21). Gli altri sommergibili tedeschi che non si erano mai spacciati per austriaci[61], non sarebbero stati inclusi nel naviglio austriaco[62].

Nel frattempo la campagna dei sommergibili tedeschi nel Mediterraneo (detta Handelskrieg) nell'estate 1916 si rivelò molto redditizia e si mantenne tale tra l'ottobre e il dicembre dello stesso anno. La media mensile del tonnellaggio affondato dai sommergibili tedeschi nel Mediterraneo da luglio a dicembre era costantemente sopra le 100.000 tonnellate, e questi risultati portarono i tedeschi ad intensificare la produzione diretta al Mediterraneo e ad applicare regole di ingaggio meno restrittive, con la sola raccomandazione di evitare complicazioni con gli Stati Uniti[63]. Il contributo degli austriaci fu invece molto modesto, soprattutto perché le loro unità non uscivano dall'Adriatico e perché i nuovi UB II in costruzione per l'Austria-Ungheria non sarebbero stati pronti prima del 1917[64]. Lo sbarramento del canale d'Otranto pur presentando una costante minaccia per il passaggio dei battelli, non riusciva però a impedire il passaggio ai sommergibili, i quali uscendo dalle basi di Pola e Cattaro e, individuati i punti più deboli, lo attraversavano entrando nel Mediterraneo[65].

La situazione delle forze austro-ungariche[modifica | modifica wikitesto]

I primi giorni del 1916 videro per quanto riguarda le operazioni di terra, l'inizio della campagna austro-ungarica contro il Montenegro, a cui parteciparono anche alcune unità della k.u.k. kriegsmarine per garantire l'appoggio di artiglieria al XIX Corpo d'Armata austro-ungarico nella conquista di monte Lovćen. All'azione parteciparono le antiquate navi della 5ª Divisione, cioè il Budapest, il Kaiser Karl VI, l'Aspern, il Panther e il Franz Joseph I, i quali eliminarono i punti di osservazione alleati sul monte, atti a rilevare i movimenti delle navi austriache durante il giorno, e ciò consentì ad Haus di spostare la divisione da Sebenico a Cattaro. Il 12 gennaio il Montenegro chiese l'armistizio, e poiché usciva dalla guerra, l'evacuazione dei soldati serbi da San Giovanni di Medua dovette essere sospesa il 22 gennaio, spostando il centro d'evacuazione a Durazzo a sud, dove l'operazione si concluse il 9 febbraio. Ma a Durazzo era ancora presente la guarnigione italiana che era minacciata dall'avanzata austriaca, e la marina italiana dovette sobbarcarsi anche l'evacuazione frettolosa delle proprie truppe, che si concluse tra il 25 e il 27 febbraio con grandi difficoltà e sotto il fuoco nemico che causò oltre 800 morti[66][N 6].

A maggio Haus venne promosso al grado di Großadmiral (il primo e unico ad essere insignito di questo grado nella k.u.k. kriegsmarine) e nonostante la minore aggressività della flotta italiana, non cambiò il suo atteggiamento difensivo. Haus constatò che dopo la perdita del Garibaldi, anche il Duca degli Abruzzi iniziò a soppesare ogni minimo spostamento delle sue unità maggiori, e credeva che perdere una nave della stessa portata avrebbe nuovamente invogliato i nemici a uscire con le navi da battaglia, rischiando di ingaggiare uno scontro che l'ammiraglio austriaco non cercava. Inoltre nei due anni di guerra appena passati la k.u.k. kriegsmarine non era riuscita a costruire molto in termini di naviglio, e costruì solo quattro cacciatorpediniere classe Tatra, di cui due andarono a rimpiazzare quelli persi il 29 dicembre 1915. Indubbiamente pesò il fatto che gli importanti cantieri di Monfalcone fossero praticamente sulla linea del fronte, e poi addirittura conquistati dal nemico[67].

Vista panoramica del porto di Durazzo nel 1905.

Le operazioni nel Basso Adriatico[modifica | modifica wikitesto]

Anche nel Basso Adriatico si intensificò da parte italiana l'utilizzo di MAS, sommergibili, idrovolanti e torpediniere da parte italiana, nel tentativo di contrastare i convogli che da Cattaro e dalla Dalmazia, portavano i rifornimenti alle truppe austro-ungariche che dopo la campagna gennaio, ora occupavano l'intera Albania, e quindi i porti di Antivari, San Giovanni di Medua e Durazzo (solo il porto di Valona, occupato nel dicembre 1914, restava in mano italiana). Fino all'estate del 1916 non si ebbero scontri di particolare importanza da nessuna delle due parti, anzi, furono gli austriaci i più operosi, dato che tra febbraio e luglio 1916 bombardarono sia via mare che dall'aria i porti di Brindisi, Bari, Molfetta, Otranto e Bisceglie e impegnarono molto le loro unità minori in azioni di supporto, scorta ed incursione. A marzo arrivarono a Brindisi i primi MAS costruiti dalla SVAN di Venezia, che formarono la 1ª squadriglia, e cominciò in quel periodo lo studio di un piano per il forzamento del porto di Durazzo, ove era spesso segnalata la presenza di grossi piroscafi, con i nuovi motoscafi armati siluranti[68].

Il 6 giugno il MAS 5 e il MAS 6 partirono alla volta del porto di Durazzo dove era confermata la presenza di un piroscafo e di alcune unità minori. Rimorchiati rispettivamente dalle torpediniere 38 P.N. e 34 P.N., i due MAS scortati da quattro cacciatorpediniere francesi, poco dopo l'una di notte si sganciarono dalle torpediniere a mossero verso il porto. Lanciarono un siluro ciascuno verso il piroscafo Lokrum; la doppia esplosione fece scattare l'allarme ma non vennero accesi i proiettori né fu fatto fuoco, probabilmente il nemico fu preso totalmente alla sprovvista, e prima di capire l'origine dell'attacco, i due MAS uscirono dal porto e alle 03:30 rientrarono alla base. Ma la soddisfazione del successo durò poco, lo stesso 6 giugno era iniziato il rientro di alcune truppe italiane dall'Albania, e il movimento dei convogli attirò l'attenzione dei sommergibili nemici. L'8 giugno l'U 5, a 15 miglia a sud-ovest di Capo Linguetta, intercettò un convoglio che scortava i piroscafi Principe Umberto e Ravenna carichi di uomini. Da circa mille metri di distanza il sommergibile lanciò due siluri che squarciarono la poppa del Principe Umberto, il quale affondò in pochi minuti. Dei 2821 uomini imbarcati, solo 895 furono i superstiti, mentre l'U 5 riuscì a sfuggire alla scorta e rientrare a Cattaro[69].

Il cacciatorpediniere Audace, una delle unità che partecipò all'azione dei MAS del 6 giugno 1916.
Il cacciatorpediniere Rosolino Pilo che partecipò all'azione del 22 dicembre 1916, qui in una foto dopo il declassamento a torpediniera nel dopoguerra.

Nella notte tra il 25 eil 26 giugno i MAS 5 e 7, agganciati alle torpediniere 36 P.N. e 34 P.N. e scortati a diversa distanza da ben otto cacciatorpediniere, lasciarono il porto di Brindisi diretti a Durazzo. Giunti a 200 metri dal bersaglio lanciarono tre siluri, due dei quali scoppiarono, e sotto il fuoco di fucileria il MAS 7 decise di lanciare il suo ultimo siluro contro un altro piroscafo; e mentre il MAS 5 cercava di attirare il fuoco su di sé, il motoscafo gemello penetrò ancora nel porto lanciò il siluro contro un altro piroscafo, che venne seriamente danneggiato. Sempre sotto il fuoco nemico i due MAS riguadagnarono il largo e si riunirono alle torpediniere, e alle 02:40 rientrarono alla base. Si seppe poi che i primi tre siluri impattarono contro le reti di protezione anti-siluro, e solo il quarto andò a segno colpendo un piroscafo da 1.111 tonnellate[70].

A luglio furono annullate due azioni dei MAS a causa del maltempo, mentre nei mesi seguenti ci furono diverse altre azioni di forzamento che portarono a modesti risultati, mentre l'azione di maggior successo fu quella ad opera di sabotatori al soldo dell'Austria-Ungheria che causò l'affondamento della corazzata monocalibro Leonardo Da Vinci. La sera del 2 agosto infatti, dopo che si erano concluse le operazioni di imbarco munizioni, un'incendio sconvolse la Santa Barbara della nave, alla quale seguì una violenta esplosione che squarciò la carena del Leonardo Da Vinci che si capovolse in pochi minuti. Quel giorno morirono 237 uomini dell'equipaggio, tra cui il comandante capitano di vascello Sommi Picenardi[71]. A fine dello stesso mese le truppe italiane sbarcarono a Porto Palermo, Capo Linguetta e Corfù, come supporto alle truppe dell'Intesa occupate nel fronte macedone e per controllare meglio il canale di Corfù, dove si sospettava che gruppi filo-tedeschi facilitassero il transito di sommergibili nemici. A ottobre venne occupato anche il porto di Santi Quaranta e l'attività dei convogli che trasportavano truppe si fece sempre più fitta. A questa attività risposero gli austriaci il 5 ottobre quando l'U 16 affondò il cacciatorpediniere Nembo e un piroscafo. Nonostante tutti gli italiani sbarcarono a Corfù in agosto ben 35.751 uomini, 7.307 quadrupedi, 40 cannoni e 1.174 veicoli[72].

Gli ultimi mesi dell'anno videro ancora qualche sortita dei MAS verso Durazzo che non portarono a risultati soddisfacenti, mentre l'11 dicembre il Regina Margherita, mentre si trasferiva da Valona a Taranto, incappò in un campo minato difensivo a causa della nebbia che trasse in inganno il comandante, e in sette minuti affondò portandosi dietro oltre 600 uomini[73]. L'anno terminò con un scontro navale nella notte tra il 22 e il 23 dicembre, quando i cacciatorpediniere austriaci Scharfschuetze, Réka, Dinara e Velebit attaccarono una nave in pattuglia sul blocco del canale d'Otranto. Quest'ultimo chiedette aiuto ai cacciatorpediniere francesi Casque, Protet, Commandant-Rivière, Commandant-Bory, Dehorter e Boutefeu che stavano scortando un convoglio da Brindisi a Taranto. A causa di problemi nelle comunicazioni solamente il Casque e il Commandant-Rivière attaccarono, ma i locali caldaie del Casque furono colpiti e la nave dovette ridurre la velocità a 23 nodi. Un ulteriore aiuto fu dato dai cacciatorpediniere italiani Abba, Nievo e Pilo che salparono dal porto di Brindisi subito seguiti dall'incrociatore leggero inglese Gloucester, scortato dai caccia Impavido e dall'Irrequieto. Le navi italiane e quelle francesi si scontrarono nell'oscurità. L'Abba speronò il Casque e pochi attimi dopo il Boutefeu speronò a sua volta l'Abba. Mentre i vascelli danneggiati venivano rimorchiati in porto le navi austriache fuggirono nel buio della notte[74].

I cambiamenti del 1917[modifica | modifica wikitesto]

Il sommerginbile U 52 sulla destra incrocia l'U 35 in navigazione nel Mediterraneo.

I piani tedeschi presentati per il 1917 dall'ammiraglio Henning von Holtzendorff prevedevano l'introduzione della guerra subacquea senza restrizioni. L'Oberkommandieren della marina tedesca calcolò che i sommergibili tedeschi, liberi dalle restrizioni imposte dal diritto di preda o dalla preoccupazione per la sicurezza degli equipaggi e dei passeggeri, avrebbero potuto affondare 600.000 tonnellate di naviglio britannico al mese, costringendo la Gran Bretagna a cercare la pace entro cinque mesi, ridimensionando sensibilmente il rischio di intervento degli Stati Uniti d'America a fianco dell'Intesa[75]. Ovviamente il Mediterraneo, e in seconda battuta l'Adriatico, rientravano a far parte della lotta senza quartiere dei tedeschi, e Anton Haus fu uno dei sostenitori più convinti della guerra al traffico marittimo senza restrizioni. Il 20 gennaio giunsero a Vienna von Holtzendorff e il ministro degli esteri tedesco Arthur Zimmermann, con l'obiettivo di convincere l'alleato a sostenere la politica tedesca di guerra sottomarina indiscriminata[76]. I tedeschi dichiararono di poter inviare nel Mediterraneo 42 sommergibili che avrebbero dovuto operare dalle basi austriache, i quali, non negarono il loro appoggio. Il 22 gennaio il Consiglio della Corona austro-ungarico, a cui presero parte il ministro della Guerra Alexander von Krobatin e il generale Franz Conrad von Hötzendorf, votò all'unanimità a favore della guerra sottomarina senza restrizioni. Il 26 gennaio, in un incontro tenutosi a Pless, il kaiser Guglielmo e l'imperatore Carlo si incontrarono accompagnati dai rispettivi comandanti in capo della Marina, von Holtzendorff e Haus, e dei loro capi di stato maggiore Müller e Rodler. Venne messa a punto la nota ufficiale che dichiarava il Mediterraneo "zona interdetta" e deciso che gli U 35, U 38 e U 39 avrebbero continuato a battere bandiera austriaca e Haus mise a disposizione basi, tecnici e operai al servizio della flotta sommergibile tedesca[77]. L'8 febbraio morì a Pola l'ammiraglio Haus, ammalatosi di polmonite durante il viaggio a Pless. Il suo successore alla carica di Flottenkommandant fu il vice ammiraglio Maximilian Njegovan, subito promosso ammiraglio, il quale era in linea con il pensiero del suo predecessore, sia per quanto riguardava il sostegno alla strategia tedesca, sia per quanto riguardava la tattica adottata nell'Adriatico[78].

Gli alleati nello stesso periodo aprirono la Conferenza delle Marine alleate, che si riunì a Londra il 23 e 24 gennaio, dove si delineò la strategia con cui gli alleati, ma soprattutto la Gran Bretagna, intendevano affrontare la dichiarazione tedesca di guerra sottomarina indiscriminata e gestire la cooperazione nel Mediterraneo. I britannici consideravano le flotte italiana e francese in grado di affrontare le unità della marina austro-ungarica, e decisero il ritiro delle loro unità da guerra dal Mediterraneo e dall'Adriatico. In cambio gli italiani vollero una maggior presenza francese a Corfù e l'aiuto britannico per un'adeguata presenza di naviglio leggero nel canale d'Otranto. Durante la conferenza vennero anche ridisegnate e redistribuite le zone di pattugliamento nel Mediterraneo tra i tre alleati, per offrire una miglior protezione ai convogli che navigavano nelle rotte fisse[79]. Gli alleati ammisero che le risorse assegnate in quel momento al canale d'Otranto non erano sufficienti, e convennero di mettere lo sbarramento sotto il comando di un ufficiale britannico subordinato al Comandante in Capo italiano, che avrebbe potuto utilizzare tutte le navi francesi e italiane disponibili in caso di emergenza[80]. La decisione della conferenza di Londra portò all'immediato ritiro da Taranto delle navi da battaglia Duncan, Prince of Wales e Africa, ma in questo teatro, i veri cambiamenti consistettero negli avvicendamenti al comando della flotta italiana. Fin dall'autunno 1916 negli ambienti politici, appoggiati dalla stampa, era cresciuto un sentimento di ostilità nei confronti del Duca degli Abruzzi, del ministro della Marina Camillo Corsi, e in generale per i risultati ottenuti fino ad allora. Il 3 febbraio venne firmato un decreto che nominava Thaon di Revel "Capo di stato maggiore della Marina e Comandante delle forze navali mobilitate", mentre il Duca, nonostante attirasse a sé ancora la stima e la simpatia di molti ufficiali, rifiutò qualunque altro incarico e rimase in disparte fino alla fine della guerra[81]. Le priorità di Revel erano sostanzialmente difensive: assicurare l'approvvigionamento del paese affrontando la minaccia dei sommergibili e riducendo le perdite al minimo. Era quindi favorevole al ridimensionamento degli impegni italiani all'estero per concentrarsi sulla protezione delle rotte commerciali verso l'Italia, utilizzando il naviglio necessario alle missioni all'estero e per lo sbarramento del canale d'Otranto (che riteneva inutile), nella scorta dei convogli mercantili[82]. Revel istituì quindi l'Ispettorato Difesa Traffico e si prodigò per armare i mercantili e per aumentare la costruzione di MAS, sommergibili e aerei, e, in linea con l'impostazione di Haus, Revel non perseguiva una politica eroica, si asteneva dal correre grandi rischi, preferiva colpire quando poteva con mezzi poco costosi[83].

Le operazioni nell'Alto Adriatico[modifica | modifica wikitesto]

La RN Ammiraglio di Saint Bon.

Fin dall'inizio dell'anno le condizioni meteorologiche limitarono fortemente le operazioni navali nel golfo di Venezia e di Trieste. Gli italiani nel frattempo completarono i cospicui lavori di rinforzo della batteria Amalfi, che venne armata con cannoni da 381 mm e 4 complessi da 102 mm contraerei, e misero insieme una forza navale formata dalle tre navi da guerra Saint Bon, Filiberto e Sardegna, da una squadriglia di esploratori e cacciatorpediniere tipo Ardito e una di cacciatorpediniere minori tipo Carabiniere. La flotta era poi completata da una grossa flottiglia di torpediniere costiere e d'alto mare, dragamine, posamine e la flottiglia MAS, mentre la flottiglia sommergibili contava 15 unità maggiori e tre costiere. Mentre l'attività aerea venne impostata sulla pronta risposta alle azioni nemiche[84]. A fronte della scarsa attività navale nemica le unità italiane continuarono ad effettuare esplorazioni e minamento dei golfi di Venezia e Trieste, e di garantire la scorta alle missioni aeree mentre le unità minori assicuravano la difesa delle coste. Fino a maggio gli italiani effettuarono alcune azioni solo con l'impiego di MAS e torpediniere senza risultati eclatanti. Gli austriaci da parte loro intensificarono le azioni di bombardamento aereo contro Venezia, Grado e Ferrara, alle quali gli italiani rispondevano con bombardamenti su Pola, Parenzo, Trieste e Prosecco. L'attività nell'Alto Adriatico venne però condizionata in estate dagli accadimenti sul fronte terrestre dove i soldati furono impegnati da una serie di offensive di grossa portata[85] e dalla scarsa attività navale di entrambi i contendenti, che annullarono di fatto le perdite causate dai sommergibili[86].

Le operazioni nel Basso Adriatico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Canale d'Otranto (1917).
L'incrociatore leggero SMS Novara.

Dopo lo scontro del 22 dicembre 1916, la situazione dei cacciatorpediniere presenti nel Basso Adriatico si rivelò critica, gli italiani potevano contare solo su sette unità, a cui venne aggiunto lo Schiaffino, e una francese. Per ovviare al deficit vennero mandati a Brindisi tre esploratori Racchia, Mirabello e Aquila, di brillanti prestazioni di velocità e potenza, che contribuirono a incrementare il numero delle unità. Anche in questa parte dell'Adriatico l'attività navale fu molto limitata, furono intense solamente le azioni di esplorazione, di sorveglianza dello sbarramento e difesa dei drifter, e le azioni di scorta ai convogli di trasporto truppe verso l'Albania e da marzo, in Macedonia. Nel centro Adriatico la base aerea di Varano continuò a svilupparsi e da essa diventarono sempre più frequenti le operazioni di vigilanza delle Tremiti e della costa italiana, mentre da Brindisi e Valona gli idrovolanti effettuavano svariate missioni esplorative e di caccia ai sommergibili, mentre lungo la costa avversaria bombardavano le basi di Durazzo e Dulcigno. Anche qui le operazioni navali e delle flotte subacquee furono condizionate pesantemente dal tempo inclemente, che limitò le operazioni nell'Adriatico[87].

L'unica azione di scontro tra le due flotte si ebbe nella notte tra il 14 e il 15 maggio quando due formazioni austro-ungariche, una al ritorno da un'azione contro i trasporti dall'Albania, e l'altra al ritorno dopo un attacco allo sbarramento, furono intercettate da unità alleate.

Un idrovolante austro-ungarico Lohner L.

L'azione diretta contro i trasporti fu intercettata e inseguita dalle forze italiane fino quasi alla costa nemica, mentre il secondo gruppo austriaco dopo l'attacco allo sbarramento fu intercettato da unità alleate in crociera. La formazione diresse quindi verso Cattaro, e nella manovra incappò nelle unità alleate in rientro dal primo inseguimento. Il duello durò alcune ore, e complessivamente interessò 16 navi, tre sommergibili e 12 aerei austriaci, 21 navi, due sommergibili e 13 velivoli alleati, ma non portò a nessun affondamento. Dopo il 15 maggio lo sbarramento subì attacchi saltuari da parte di sommergibili nemici, mentre le azioni aeree italiane si concentrarono su Durazzo, in risposta ai bombardamenti austriaci contro Brindisi e Valona[88]. Il 9 giugno iniziarono le operazioni italiane per il trasporto di due battaglioni di fanteria in Albania con il fine militare di allargare i possedimenti italiani e garantire una via d'uscita per il corpo di spedizione italiano in Macedonia, e con il fine politico di contrastare le velleità francesi di acquisire quei territori. Per il resto dell'anno nel Basso Adriatico si ebbero soprattutto azioni aeree, mentre sul mare le azioni continuarono ad essere pregiudicate dal mal tempo e dalla cautela dei comandanti[89].

Caporetto[modifica | modifica wikitesto]

Tutto cambiò il 24 ottobre 1917 quando l'esercito autro-ungarico sfondò le linee italiane a Caporetto e dilagò nella pianura, dando inizio alla conseguente ritirata delle forze italiane sul fiume Piave. Le operazioni sul mare furono fortemente condizionate da ciò; nel Basso Adriatico Valona e Saseno furono rinforzate con l'invio di navi da guerra a difesa delle basi minacciate da possibili azioni terrestri del nemico, e a scorta dei piroscafi che avrebbero dovuto eventualmente evacuare gli italiani dall'Albania[90]. Nell'Alto Adriatico la Regia Marina fu subito impegnata nella copertura dell'ala destra della 3ª Armata in ritirata lungo la costa, e allo stesso tempo fronteggiare l'avanzata delle navi della k.u.k. kriegsmarine, che già dal 28 ottobre iniziarono a spostare il baricentro delle loro forze da Pola a Trieste, facendo uscire il 30 anche il Wien e il Budapest, e trasferendo da Cattaro a Pola il Triglav e l'Aspern[91].

La difesa di Venezia e l'affondamento del Wien[modifica | modifica wikitesto]

Il MAS 9 di Rizzo al rientro a Venezia dopo l'affondamento della Wien.

L'ammiraglio Revel fin da subito insistette nel ritenere indissolubile il binomio Venezia-Adriatico e ribadì che «senza la padronanza della prima si sarebbe perso il dominio del secondo. Venezia ha un tale valore per la Marina e per il Paese [...] che il suo abbandono rappresenterebbe una grave calamità». Dal 7 novembre si procedette quindi all'evacuazione di Venezia, dove rimasero circa 60 mila persone, perlopiù operai dell'Arsenale, funzionari ed esercenti. Vennero poi inviate a difesa della città tutte le artiglierie e le munizioni disponibili, oltre alla obsoleta corazzata Sardegna, dotata comunque di pesanti cannoni da 343 mm[92]. Intanto le unità navali nell'Alto Adriatico vennero utilizzate per dare supporto di fuoco alle forze terrestri impegnate al consolidamento della linea del Piave, e in questo frangente il 24 dicembre fu ufficialmente istituito il Reggimento Marina con compiti di difesa e sorveglianza del fronte lungo la foce del Piave[93]. Il 18 novembre i cacciatorpediniere italiani Abba, Ardente, Animoso e Audace vennero affiancate in questo dall'arrivo di alcuni monitori britannici. Anche i sommergibili alleati diedero un grosso contributo nella difesa con l'approntamento di zone d'agguato al di fuori dei porti di Venezia, di Porto Corsini e Rimini. Altre zone d'agguato furono posizionate a sud di Cortellazzo, lungo la costa nemica verso Sebenico e contro i sommergibili da o diretti verso Pola. Gli austro-ungarici compirono diverse azioni di bombardamento aereo su Rimini, Ravenna, Senigallia e su diversi altri centri costieri, e anche alcuni azioni navali a cui gli italiani risposero concretamente. Tra novembre e dicembre le unità navali nemiche fecero qualche apparizione senza mai attaccare le posizioni terrestri, e lentamente la situazione iniziò a normalizzarsi, facendo riconsiderare allo stato maggiore della marina la ripresa delle operazioni con un forzamento del porto di Trieste[94].

Vennero presi in considerazione alcuni piani elaborati precedentemente dal comandante Rizzo da svolgersi nella a favore di luna possibilmente la notte tra il 9 e il 10 dicembre. Una ricognizione aerea dell'8 dicembre segnalò la presenza alla fonda di fronte a Servole della Wien e del Budapest, e lo stesso giorno venne ordinato a Luigi Rizzo (MAS 9) e Andrea Ferrarini (MAS 13[95]) di penetrare nel porto e attaccare le due navi tipo Monarch. Poco prima della mezzanotte i due MAS raggiunsero la testata nord della diga grande di Muggia e, tagliati i cavi di acciaio delle tre ostruzioni che proteggevano il porto militare, i due motoscafi penetrarono nel porto di Trieste. I due si divisero i bersagli e il lancio simultaneo dei siluri avvenne alle 02.32: il MAS 9 di Rizzo colpì la Wien che affondò, mentre i siluri del MAS 13 di Ferrarini riuscirono solo a danneggiare la gemella Budapest. La controffensiva austriaca fu decisa, e portò ad un'azione combinata di bombardamento navale e sbarco di truppe nelle località Casa Rossa e Casa Gerardo a Grado il 18 dicembre. Il Budapest, l'Arpad, l'Admiral Spaun, sette cacciatorpediniere, dodici siluranti e nove dragamine si aprirono un varco tra le zone minate e sostennero le truppe di terra che tentarono di avanzare a Cortellazzo. Dopo due giorni di combattimenti, a causa del maltempo l'azione fu sospesa e le navi tornarono a Trieste. Il 22 dicembre il re Vittorio Emanuele concesse la bandiera di combattimento alla flottiglia MAS dell'Alto Adriatico e lo stesso giorno la decorò di medaglia d'oro al valor militare[96]. L'azione che portò all'affondamento del Wien fu fondamentale per il morale dell'Italia in un momento particolarmente difficile, e al contempo rappresentò fino ad allora la più grave perdita per la k.u.k. kriegsmarine durante tutta la guerra, instillando nei comandi austriaci i primi segni di insofferenza nei confronti di Njegovan[97].

L'ultimo anno di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Miklós Horthy in una foto del 1916.

Per la k.u.k. kriegsmarine il 1918 iniziò sotto cattivi auspici, con ripercussioni ancora pesanti per la perdita del Wien, con uno scontento generale nei confronti dell'operato di Njegovan, considerato passivo e in-operativo, e con l'aggravarsi della situazione economica dell'impero. Non mancarono neppure i problemi in seno alla marina, accentuati dai tumulti politici interni e dal sentimento sempre più forte di opposizione alla guerra, accentuato dalla natura multietnica degli equipaggi, i quali provenivano da ogni parte dell'impero e avevano davanti agli occhi i moti rivoluzionari russi e i chiari segni di cedimento della duplice monarchia, dalla quale cresceva sempre più il desiderio di indipendenza. Gli operai dei cantieri tedeschi a Pola scioperarono, e ciò rallentò moltissimo la riparazione dei sommergibili, mentre a bordo delle navi austro-ungariche a Cattaro il 1° febbraio 1918 nacquero diversi episodi di ammutinamento, dove i marinai chiedevano la fine della guerra, la smobilitazione, la democratizzazione del regime e migliori condizioni di vita a bordo. La rivolta rientrò in pochi giorni, ma la vicenda ebbe un grande eco nei comandi e nella popolazione. Il 28 febbraio Njegovan ammainò la sua insegna sul Viribus Unitis e dieci giorni dopo Carlo I promosse il capitano di vascello Miklós Horthy a grado di contrammiraglio e lo nominò comandante in capo della flotta[98].

Horthy portò con sé diversi cambiamenti, il primo dei quali fu il disarmo di molte vecchie unità, tra le quali gli incrociatori corazzati Sankt George e Kaiser Karl VI, i guardacoste corazzati Budapest e Monarch e gli incrociatori Aspern e Szigetvar, trasferendone gli equipaggi sui mercantili del Mar Nero, e destinando la classe Erherzog alla difesa locale di Cattaro[99]. Nell'Adriatico intanto continuava la guerriglia navale, in cui gli italiani avevano il vantaggio di un'arma efficace, rappresentata dai MAS, i quali nella notte tra il 10 e l'11 febbraio si resero artefici di un'azione a Buccari che seppur non ebbe successo, passò alla storia per la partecipazione di Gabriele D'Annunzio. Gli austriaci risposero con un'incursione su Ancona, nel tentativo di catturare un Mas e far saltare i sommergibili lì presenti. Anche in questo caso l'azione fallì, ma mise in allerta i comandi italiani che rimasero turbati dal pensiero che degli incursori arrivarono così vicini al loro obiettivo[100].

Horthy era perfettamente consapevole dei pericoli a cui era esposta la base di Pola e a cui erano esposte le navi da battaglia, che, considerando le difficoltà economiche in cui versava l'impero, sarebbero state impossibili da sostituire o riparare. Così il contrammiraglio rafforzò le difese del porto di Pola, vanificando così in aprile e maggio diversi tentativi di forzamento da parte dei Mas e dei nuovi barchini saltatori messi in acqua dalla marina italiana. Ma Horthy si rivelò nel contempo molto attivo e nella notte fra il 22 e il 23 aprile tentò un'altra sortita contro il canale d'Otranto con il Triglav, l'Uzsok, il Dukla, il Lika e il Csepel. La flotta austriaca però a 15 miglia a ovest di Valona fu intercettata da cinque cacciatorpediniere britannici (incluso l'australiano Torrens) e dal francese Cimeterre. Dalla battaglia che seguì, il britannico Hornet subì ingenti danni, e le navi austro-ungariche invertirono la rotta inseguite dagli alleati i quali, giunti a ovest di Capo Pali, sospesero l'inseguimento[101]. Nella notte tra l'8 e il 9 maggio gli austriaci tentarono un'altra incursione contro la ferrovia costiera a nord di Pescara, ma il piano fu scoperto e dovette essere sospeso. Preoccupante dal punto di vista austriaco, fu il fatto che due dei cacciatorpediniere di scorta all'azione, il Turul e il Reka, subirono avarie meccaniche durante il ritorno, ma sul Turul l'equipaggio era tedesco, mentre sul Reka era ungherese e ceco, e questo motivo fu alla base di una inchiesta per capire se ci fossero state azioni di sabotaggio all'interno del Reka. L'inchiesta non portò a nulla, ma il solo fatto che i comandi austriaci avevano iniziato a porsi tali domande, aveva un che di significativo[102].

L'SMS Cepsel in navigazione.
Un submarine chaser della US Navy, una delle unità anti-sommergibile inviate dagli statunitensi nel Mediterraneo e nell'Adriatico.

L'11 giugno il comandante dei sommergibili tedeschi a Cattaro, capitano di corvetta Ackermann, presentò un rapporto particolarmente tetro sulla situazione nel Basso Adriatico. I britannici avevano incrementato sensibilmente l'azione antisommergibile e gli attacchi alla stessa base di Cattaro con l'utilizzo delle incursioni aeree, contro le quali le risibili difese di Cattaro non riuscivano ad opporre una resistenza efficace. Anche l'azione aerea austriaca era praticamente annullata dal continuo martellamento degli aerei britannici contro la base aerea di Cattaro, e vista la situazione Ackermann non escluse la possibilità che i tedeschi avrebbero potuto abbandonare la base[103].

Da parte italiana la disfatta di Caporetto provocò vari rivolgimenti in seno agli alti comandi italiani. Il governo Boselli andò incontro a un voto di sfiducia e il 30 ottobre 1917 fu rimpiazzato da un esecutivo guidato da Vittorio Emanuele Orlando; il 9 novembre, dopo molte insistenze da parte del nuovo presidente del consiglio, Luigi Cadorna lasciò il comando dell'esercito nelle mani del generale Armando Diaz. Sul fronte marittimo, a marzo 1918 Revel sostituì come comandante ad interim della flotta l'ammiraglio Cerri con il vice ammiraglio Cusani, il quale assunse anche il comando del Basso Adriatico. L'arrivo di Horthy contribuì a diffondere voci di un imminente attacco navale, parallelo ad un'offensiva austriaca di terra, contro le basi di Venezia e Brindisi condotto da navi da guerra, sommergibile e posamine, mentre unità leggere avrebbero attaccato Taranto. Revel tolse così tre delle quattro navi da battaglia Regina Elena da Brindisi spostandole a Taranto[N 7], confidando che gli austriaci non avrebbero attaccato un porto senza obiettivi navali importanti, risparmiando la città[104]. Il 26 e 27 aprile si tenne a Parigi il terzo Consiglio Navale alleato dove per quanto riguardava l'Adriatico gli alleati chiesero all'Italia di spostare quattro dreadnought a Corfù per rimpiazzare lo spostamento della squadra francese da Corfù all'Egeo per contrastare i tedeschi che probabilmente si sarebbero impossessati della flotta russa del Mar Nero dopo la firma dell'armistizio di Brest-Litovsk[105]. Ma Revel e il governo italiano si opposero fermamente nell'inviare le loro dreadnought a Corfù, secondo Revel «il nemico era alle porte di casa» e bisognava comportarsi di conseguenza, senza esporle a rischi inutili. Inoltre l'Italia fu irremovibile nel rifiuto di un comando unico alleato nel Mediterraneo nelle mani di Jellicoe, che avrebbe avuto potere decisionale anche sull'Adriatico. Dopo mesi di trattative gli anglo-francesi non riuscirono nell'intento di convincere né Revel né il governo italiano, e poterono solamente inviare rinforzi nell'Egeo e nei Dardanelli nell'ipotesi di dover affrontare i tedeschi[106].

L'attacco a Premuda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impresa di Premuda.
La corazzata Szent István (Santo Stefano) mentre affonda a largo di Premuda.

Fino a quel momento, lo sbarramento del canale d'Otranto era stato attaccato 19 volte, e in 4 di queste era presente l'ammiraglio Horthy quale comandante del Novara, ed ora, da comandante dell'intera flotta austriaca si preparò ad attaccare nuovamente il canale all'alba dell'11 giugno. Gli incrociatori leggeri Novara e Helgoland scortati da quattro caccia classe Tatra avrebbero attaccato la linea Fanó-Santa Maria di Leuca, mentre lo Spaun e il Saida con quattro torpediniere avrebbero dovuto bombardare la base di Otranto. La missione, simile a quella del 15 maggio 1917, avrebbe però visto l'impiego delle quattro dreadnought di Pola e di tre navi classe Erzherzog provenienti da Cattaro, e scortate da cacciatorpediniere e torpediniere che avrebbero formato sette gruppi d'appoggio, gruppi che si sarebbero posizionati a largo di Valona. Horthy infatti pensava che gli italiani avrebbero reagito come il 15 maggio e inviato incrociatori leggeri e corazzati all'inseguimento della forza attaccante il canale e Brindisi, la quale si sarebbe diretta a Valona dove la flotta italiana si sarebbe trovata dinanzi alle corazzate austriache, supportate da un largo impiego di sommergibili e aerei[107][108].

Il Viribus Unitis e il Prinz Eugen all'alba dell'10 giugno raggiunsero la loro posizione a metà strada tra Brindisi e Valona, mentre i due gruppi Szent István e Tegetthoff, nonostante piccoli problemi alla Szent István, che ne ritardarono la marcia, la sera del 9 giugno partirono anch'essi alla volta delle posizioni assegnate[109]. Alle 03:30 del mattino del 10 giugno 1918 vicino all'isola di Premuda, la corazzata austriaca Szent István assieme alla Tegetthoff si trovarono impegnate da due MAS italiani. La Szent István fu colpita da due siluri lanciati dalla MAS 15 del capitano di corvetta Luigi Rizzo, mentre i due siluri del MAS 21 mancarono la Tegetthoff. La corazzata affondò completamente intorno alle 06:00 del mattino, quasi tre ore dopo essere stata colpita, e Horthy che si trovava a bordo della Viribus Unitis sospese l'operazione e ordinò il ripiegamento. L'impresa di Rizzo ebbe un forte effetto psicologico che incoraggiò Revel e irrigidì l'opposizione degli italiani alla richiesta alleata di riunire le flotte, confermando la convinzione che lo sbarramento doveva essere davvero efficace se gli austriaci avevano deciso di rischiare così tanto per attaccarlo[110].

Vittorio Veneto, Pola, la vittoria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impresa di Pola e Bollettino della Vittoria Navale.
La nave da battaglia SMS Viribus Unitis.

Sul fronte terrestre dopo che le armate italiane riuscirono a bloccare l'avanzata nemica sul Piave, il 15 giugno 1918 dovettero affrontare un nuovo attacco austro-ungarico che fu respinto dall'esercito italiano, il quale, successivamente passò al contrattacco. Diaz elaborò un piano di attacco massiccio su un unico punto invece che su tutta la linea, nel tentativo di sfondare le difese e tagliare le vie di collegamento con le retrovie; la scelta ricadde sulla cittadina di Vittorio Veneto. L'Austria-Ungheria era ormai in preda a forti disordini interni, e la crisi interna dell'impero si ripercosse sul fronte: i reparti imperiali iniziarono a dividersi su base etnica e nazionale, rifiutandosi di eseguire gli ordini degli alti comandi. La sera del 29 ottobre il generale Borojević diede l'ordine di ritirata generale lungo tutto il fronte; iniziò quindi un accanito inseguimento da parte delle forze italiane e le armate austro-ungariche iniziarono a disfarsi lasciando migliaia di prigionieri in mano al nemico.

Il 14 settembre 1918 le forze alleate lungo il fronte macedone lanciarono una massiccia offensiva contro le posizioni nemiche nella regione, provocandone il collasso; a fine settembre la Bulgaria fu costretta a chiedere l'armistizio, e le forze alleate iniziarono quindi la loro marcia verso l'Austria-Ungheria. Il comandante in capo delle forze alleate schierate nei Balcani, il francese Louis Franchet d'Esperey, richiese quindi alla marina militare francese di intraprendere un'azione per bloccare il porto di Durazzo, importante via di rifornimento per le forze austro-ungariche: il governo francese richiese l'autorizzazione per l'attacco a quello italiano, il quale si assicurò che tale rilevante azione fosse condotta sotto il suo comando[111]. Il 26 settembre Revel diede il suo assenso all'operazione, che fu affidata all'ammiraglio Osvaldo Paladini, il quale comandava una imponente squadra di navi alleate che si diressero verso Durazzo divise in due gruppi, uno per bombardare il porto e il secondo che avrebbe aspettato a largo le navi nemiche che si sarebbero allontanate dal porto. Il bombardamento navale di Durazzo iniziò intorno alle 12:00 e intorno alle 12:42 al fuoco contro il porto si unirono anche i tre incrociatori leggeri britannici: poco dopo aver iniziato il tiro, tuttavia, l'incrociatore Weymouth fu colpito da un siluro del sommergibile austroungarico U 31, che con il gemello U 29 stava cercando di allontanarsi in immersione; i due sommergibili furono sottoposti a lungi attacchi con bombe di profondità da parte dei cacciasommergibili statunitensi, riportando danni ma riuscendo tuttavia a dileguarsi. Il bombardamento del porto si interruppe verso le 12:55, e le unità alleate iniziarono il rientro alla base: le strutture portuali e militari di Durazzo avevano subito danni, e forte era stato l'impatto sul morale degli abitanti della città; dei piroscafi austroungarici ancorati in rada, lo Stambul fu affondato mentre il Graz e lo Herzegovina furono danneggiati. Il 10 ottobre le ultime unità austroungariche lasciarono Durazzo, che fu infine occupata dagli italiani il 16 ottobre seguente[112].

Motoscafo Armato Silurante (MAS) in navigazione.

Il 28 ottobre l'Austria-Ungheria chiese agli alleati l'armistizio, il 30 il porto austriaco di Fiume, che due giorni prima era stato dichiarato parte dell'autoproclamato Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi, proclamò la propria indipendenza chiedendo di unirsi all'Italia. Quello stesso 30 ottobre Carlo I consegnò la flotta austriaca agli slavi meridionali e la flottiglia del Danubio all'Ungheria, mentre una delegazione austriaca per l'armistizio arrivò in Italia, a villa Giusti nei pressi di Padova. Il 31 ottobre 1918 l'ammiraglio Horthy fu incaricato di consegnare ai rappresentanti del Consiglio nazionale la flotta da guerra ancorata a Pola. All'interno dell'ordine inviato a nome di Carlo I al comando della flotta, a quelli delle piazze marittime di Pola e di Cattaro e ai comandi militari marittimi di Trieste, Fiume e Sebenico, si lasciava la libertà ai marinai che non fossero di nazionalità slava meridionale di far ritorno in famiglia a seguito di presentazione di espressa domanda, con contemporanea concessione di una licenza illimitata.

Tali avvenimenti non erano tuttavia noti ai marinai italiani, e la sera del 31 ottobre il maggiore del genio navale Raffaele Rossetti, assieme al tenente medico Raffaele Paolucci, a bordo di un particolare mezzo chiamato "mignatta" e progettato dallo stesso Rossetti, si avviarono per una missione all'interno del porto di Pola dove si trovavano alcune navi da battaglia austro-ungariche. Alle 05.30 Rossetti riuscì a piazzare 200 kg di esplosivo sullo scafo della Viribus Unitis, programmato per esplodere alle ore 6.30.

I due furono catturati e portati a bordo della nave stessa, dove appresero che nella notte l'alto comando austriaco aveva ceduto la flotta di Pola agli iugoslavi e che la nave non batteva più bandiera austriaca. Solo alle 06.00 avvertirono il capitano Vuković che la corazzata poteva esplodere da un momento all'altro, e prontamente questi ordinò a tutti di abbandonare immediatamente la nave e di trasferire i prigionieri a bordo della nave gemella Tegetthoff. Ma l'esplosione non avvenne e l'equipaggio fece gradualmente ritorno a bordo, non dando più credito all'avvertimento dei due italiani, finché alle 06.44 la carica brillò davvero e la corazzata austriaca, inclinatasi su un lato, cominciò rapidamente ad affondare. L'azione si concluse così con oltre 300 tra vittime e dispersi, tra cui il comandante Vuković[113].

Il 3 novembre fu firmato a villa Giusti l'armistizio tra Italia e Austria-Ungheria che sarebbe entrato in vigore la mattina del giorno seguente, e la marina italiana si apprestò ad occupare con una serie di operazioni di proiezione dal mare, prima Trieste quindi Dulcigno, Pelagosa e Parenzo. Il 4 venne occupata Antivari, Lissa, Abbazia, Monfalcone, Lussin Piccolo, Fiume, Lagosta, Curzola, Zara, Meleda e Rovigno, il 5 fu la volta di Pola, Umago e Sebenico. Dalla conferenza di Saint-Germain, all'Italia fu assegnata gran parte della flotta di superficie austro-ungarica, e passarono sotto le insegne della Regia Marina le navi Teghettoff, Zriny, Radetsky, Franz Ferdinand, Saida, Admiral Spaun e otto cacciatorpediniere classe Tatra. Le navi furono concentrate a Pola da cui il 24 marzo 1919 si mossero verso Venezia per una cerimonia alla presenza del Re, il quale imbarcato sull'Audace andò incontro al convoglio per poi rientrarvi in testa nel bacino di San Marco[114].

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Nell'Adriatico, come peraltro nel Mediterraneo, durante il conflitto si delineò in maniera decisa l'efficacia delle unità sommergibili, ma tutti gli alti ufficiali rimasero come ipnotizzati dai grandi cannoni delle dreadnought. Il timore di poter subire un attacco improvviso e decisivo delle grandi unità nemiche, spinse i comandi di tutte e tre le grandi marine che operavano nell'Adriatico a utilizzare il concetto di "flotta in potenza" mantenendo le navi da battaglia in porti molto difesi, ai quali sarebbe stato impossibile avvicinarsi senza un supporto adeguato. Per avvicinarsi ai porti nemici sarebbe stato necessario farsi accompagnare da grandi navi da guerra, facili vittime di mine e siluri, che sarebbe stato avventato mettere a repentaglio, soprattutto nelle acque dell'Alto Adriatico. La k.u.k. kriegsmarine fu un esempio classico di "flotta in potenza"; i grandi cannoni della squadra da battaglia di Pola incutevano timore e facevano capire che il nemico non avrebbe potuto operare impunemente, ma i suoi comandi erano ben consapevoli che la sua flotta non avrebbe potuto competere con le potenze marittime di Italia e Francia. D'altro canto le sue poche ma moderne navi da battaglia furono un investimento ampiamente ripagato dal fatto che, per quanto poche, costrinsero all'inazione le ben più numerose navi da guerra italiane e francesi. Gli italiani avevano una prospettiva più circoscritta: avevano le coste dell'Austria-Ungheria a poche ore di navigazione, sapevano bene quanto fossero pericolosi i sommergibili e le mine negli spazi relativamente stretti dell'Adriatico, ed erano quindi determinati a tenere le loro preziose unità al sicuro fino all'ultimo, riservandosi di farle uscire solo per un'eventuale battaglia contro il nemico. Questo fu un atteggiamento logico; durante il conflitto infatti molte navi francesi e britanniche furono affondate mentre, per proteggere e rifornire l'Adriatico, facevano la spola tra un cantiere e l'altro. Durante tutto il conflitto le grandi navi si guardarono dalle sponde opposte, gli italiani da Taranto, i francesi da Corfù e gli austriaci da Pola, si tenevano reciprocamente in scacco, ma erano la vera forza dietro agli incrociatori ed il naviglio leggero, ed erano fattori della complessa equazione che insieme a sommergibili e campi minati, determinava quanto ogni categoria di nave poteva ragionevolmente esporsi al pericolo[115].

La nave da battaglia Tegetthoff in demolizione nel porto di La Spezia.

Le navi da battaglia austro-ungariche rimasero quasi sempre in porto, tanto che le maggiori navi da battaglia italiane, Conte di Cavour, Andrea Doria e Caio Duilio, accumularono solo poche ore di moto, in gran parte per esercitazione; la Cavour trascorse infatti 966 ore in esercitazioni e solo 40 ore in tre azioni di guerra incruente, mentre la gemella Giulio Cesare in totale, durante il conflitto, venne impiegata per 31 ore in missioni di guerra in azioni di ricerca del nemico e 387 in attività addestrativa senza venire mai impiegata in azioni di combattimento. La corazzata Duilio compì in tutto quattro missioni di guerra per 268 ore di moto, ed effettuò 512 ore di moto per esercitazioni, mentre la gemella Doria alla fine della guerra aveva totalizzato solo 70 ore di moto per missioni e 311 ore per esercitazioni. Lo stesso si può dire per le navi maggiori austroungariche, visto che l'ammiraglio Horty, una volta preso il comando e cosciente della impossibilità di colmare le perdite o riparare i danni, smobilitò le navi da battaglia pre-dreadnought e si affidò quasi completamente al naviglio sottile; come per la flotta tedesca dopo la battaglia dello Jutland però, l'inazione fu una delle principali cause che comportò l'abbassamento del morale tra gli equipaggi e soprattutto la loro efficienza. Una complessa macchina da guerra come una dreadnought, o peggio, una squadra di dreadnought, deve mantenersi in esercizio combattendo, e nel 1918 c'era fondato motivo di dubitare della reale efficienza delle grandi navi italiane, francesi e austriache. A differenza delle navi britanniche, le tre marine mediterranee risentivano poi delle difficoltà di approvvigionamento del carbone, e dovevano tenere attentamente sotto controllo i loro consumi[116].

Alla fine delle ostilità, la ex-flotta austroungarica venne spartita tra i vincitori; molte delle sue unità maggiori vennero rottamate, come le navi da battaglia; la Prinz Eugen andò alla Francia dove finì i suoi giorni come nave bersaglio per le artiglierie di grosso calibro[117], la Tegetthoff venne smantellata in Italia a La Spezia nel 1925 ed i suoi cannoni vennero riutilizzati in batterie costiere, la Zrinyi destinata agli Stati Uniti venne smantellata in Italia; incrociatori e cacciatorpediniere continuarono il loro servizio in altre marine, principalmente in Italia e Francia, come i sette cacciatorpediniere superstiti della classe Tatra che divennero la classe Fasana della Regia Marina.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le forze dell'Intesa concessero alla marina italiana quattro navi di linea di tipo non recente, quattro esploratori, dodici cacciatorpediniere, sei sommergibili e alcune torpediniere antiquate, oltre che un'aliquota di velivoli sia francesi che britannici. Questa cifra durante la guerra verrà ulteriormente ampliata fino a contare centinaia di imbarcazioni di diversi paesi e con diversi impieghi: drifter, submarine chaser, torpediniere, motoscafi, dragamine, semplici pescherecci e aerei, appartenenti a quasi tutte le forze navali dei paesi facenti parte delle forze alleate. Vedi: Favre, p. 56
  2. ^ In luglio l'incrociatore da battaglia tedesco Goeben salpò da Trieste per Pola dove rimase ancorata assieme all'incrociatore Breslau. Il 1º agosto le due navi vennero inviato a Brindisi, poi a Messina per prelevare del carbone. Partirono per Istanbul il 6 agosto, nascondendosi dall'incrociatore britannico Gloucester. Il 7 agosto la flotta austriaca, composta da 6 corazzate, 2 incrociatori, 19 tra cacciatorpediniere e navi siluranti, salpò da Pola per scortare la Goeben e la Breslau attraverso le acque territoriali austriache, ritornando alla base il giorno seguente senza avvistare il nemico. Queste due poi ingaggiarono la Gloucester ma raggiunsero la Turchia senza danni il 10 agosto. Vedi la voce apposita
  3. ^ Le forze dell'Intesa erano composte dalle navi da battaglia Courbet e Jean Bart, dall'incrociatore Julien de la Graviere, due squadroni di navi da battaglia pre-dreadnought, due squadroni di incrociatori e cinque squadroni di cacciatorpediniere di supporto. I britannici fornirono due incrociatori pesanti e tre divisioni di cacciatorpediniere.
  4. ^ Antivari distava 190 miglia da Cattaro e Malta distava 480 miglia da Antivari, a ciò si univa l'esigenza di inviare periodicamente le navi in rotazione per la manutenzione e i rifornimenti. Il tutto era poi ulteriormente complicato dal fatto che Lepeyrère non disponeva di navi a sufficienza per controllare Antivari e insieme attuare il blocco al canale d'Otranto e proteggere il traffico commerciale, e queste stesse navi erano soprattutto piccole cacciatorpediniere con un raggio d'azione massimo di circa 800 miglia. L'ammiraglio francese chiese quindi l'invio di altre navi che non gli furono concesse in quanto la Gran Bretagna richiedeva solo l'impegno nel proteggere il traffico nel Mediterraneo, e soprattutto per la debolezza dell'esercito montenegrino che, secondo Lepeyrère, avrebbe dovuto sostenere l'azione di terra delle truppe francesi, ma non ne era in grado. Vedi: Halpern vol.I, pp. 109-110.
  5. ^ Italia e Germania non era formalmente, ancora in stato di guerra,e l'unità aveva designazione austriaca U 26, ma gli equipaggi a bordo dei sommergibili tedeschi non prestavano molta attenzione al dettaglio formale di dichiarazione di guerra. La numerazione in quel periodo era caotica; la k.u.k. Kriegsmarine non utilizzava la nomenclatura U, UB, UC come da prassi tedesca, ma usava sempre la lettera U. Vedi: Halpern vol.I, pp. 270-271.
  6. ^ L'evacuazione avrebbe potuto offrire alla marina austro-ungarica un'ottima occasione per cambiare il corso della guerra, ma per quanto continuassero i loro attacchi al naviglio leggero con i sommergibili e con gli idrovolanti, non incisero mai pesantemente con le operazioni di evacuazione. È molto probabile che abbia perso questa occasione per la costante e numerosa presenza di forze di superficie e subacquee che avrebbero potuto intercettare per tempo i movimenti della flotta austriaca, ma anche perché dopo la perdita di due caccia durante l'azione del 29 dicembre, Haus limitò le azioni per evitare di perdere ancora preziose unità. Vedi: Halpern vol.I, pp. da 424 a 427 e Favre, p. 142
  7. ^ A Brindisi rimase solo il Napoli, ma durante il trasferimento ben quattro dei sette cacciatorpediniere di scorta andarono perdute; per un'avaria al timone il caccia francese Mangini speronò il Faulx che affondò, e la stessa cosa successe al caccia italiano Carini che speronò e affondò il gemello Cairoli. In un banale trasferimento gli alleati persero per sempre due cacciatorpediniere, mentre le altre due non rientrarono in servizio prima della fine della guerra. Vedi: Halpern vol.II, p. 300.

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

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  34. ^ Comprendenti le unità della classe Pisa. Vedi: Halpern vol.I, p. 272.
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  47. ^ Lo storico Halpern parla di 4 cacciatorpediniere, vedi Halpern vol.I, p. 408, mentre Favre ne cita sei, vedi Favre, p. 93.
  48. ^ Favre, p. 93.
  49. ^ Halpern vol.I, p. 408.
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  51. ^ Halpern vol.I, pp. 421-422.
  52. ^ I primi esemplari entrarono in linea a Brindisi dove costituirono la prima squadriglia, mentre a Venezia entrarono in servizio a maggio 1916 formando la seconda squadriglia. Vedi: Favre, p. 127.
  53. ^ Favre, pp. 124-125.
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  60. ^ Favre, p. 134.
  61. ^ Questi erano l'UC 14, UC 72, UC 73 e gli UB 43, UB 46, UB 47. Vedi: Halpern vol.I, p. 475.
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  85. ^ In rapida successione gli italiani attaccarono il 12 maggio lungo l'Isonzo, il 10 giugno sull'Ortigara e il 17 agosto nuovamente sull'Isonzo.
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  95. ^ Gli storici Franco Favre e Virgilio Spingai (vedi: Virgilio Spingai, Cento uomini contro due flotte, Marina di Carrara, Associazione Amici di Teseo Tesei, p. 51, ISBN non esistente.) parlano del MAS 13 mentre Halpern scrive che Ferrarini utilizzò il MAS 11
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]