Armistizio di Villa Giusti

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Armistizio di Villa Giusti
Villa Giusti in una foto d'epoca
Villa Giusti in una foto d'epoca

Data 3 novembre 1918
Luogo Villa Giusti a Padova
Esito Resa dell'Impero austro-ungarico
Parti contraenti
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L'armistizio di Villa Giusti venne siglato il 3 novembre 1918 nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino a Padova fra l'Impero austro-ungarico e l'Italia/Intesa.

Premesse[modifica | modifica sorgente]

Nel 1918 l'Imperial regio Esercito austro-ungarico pianificò una massiccia offensiva sul fronte italiano, da sferrare all'inizio dell'estate, in giugno. L'attacco, che in seguito prese il nome di battaglia del solstizio, si infranse contro la resistenza opposta dal Regio Esercito Italiano sulla linea del fiume Piave. L'operazione fallita era l'ultima possibilità per gli austriaci di modificare il corso della guerra: lo sfondamento avrebbe consentito l'accesso alla pianura padana, ma dopo la mancata riuscita le forze dell'Impero austro-ungarico erano talmente logore da non potere opporre una resistenza alla controffensiva italiana. Questa iniziò il 24 ottobre e prese il nome di battaglia di Vittorio Veneto. Dopo tre giorni di lotta, le sorti dell'attacco condotto dal Regio Esercito erano tutt'altro che decise, sia sul monte Grappa che sul Piave dove la prevista testa di ponte non era ancora salda quanto desiderabile, tanto che Nitti scrisse ad Orlando "Siamo battuti, l'offensiva è infranta, si profila un disastro e tu ne sei il responsabile"[1]. Ma l'ordine di contrattacco austriaco non venne messo in atto per il rifiuto dei reggimenti cechi, polacchi ed ungheresi a parteciparvi; molte unità gettarono le armi "in una sorta di Caporetto alla rovescia"[1].

Il generale Caviglia a quel punto ordinò l'avanzata e l'VIII armata italiana passò il Piave a Susegana, con la cavalleria lanciata all'inseguimento degli austro-ungarici in rotta che terminerà appunto a Vittorio Veneto, raggiunta la sera del 28 ottobre; le conseguenze di questo sfondamento obbligheranno anche la VI armata austriaca ad abbandonare il monte Grappa ed unirsi alla fuga generale[1]. Sempre il 28 ottobre si riunì per la prima volta a Trento la commissione di tregua austro-ungarica, formatasi tra il 5 ed 12 dello stesso mese[senza fonte], sotto la direzione del generale Viktor Weber Edler von Webenau. Il generale barone Arthur Arz von Straussenburg aveva informato il Feldmaresciallo Paul von Hindenburg ed era stato esortato a mandare una delegazione di ufficiali tedeschi.

Il capitano austro-ungarico Camillo Ruggera, appartenente alla commissione, il 29 ottobre si presentò davanti alle linee italiane e venne accolto da raffiche di mitragliatrice. Dopo essere stato identificato e chiarita la sua posizione, raggiunse il comando di divisione italiano, ad Abano[2]. Nella prima serata del 30 ottobre il generale von Webenau poté superare le linee italiane. Dopo lunghe soste ai vari sottocomandi, il membro della commissione fu portato presso Verona, poi verso Padova e da qui, a bordo di un'auto coperta, alle 13 del 3 novembre raggiunse la villa del conte Vettor Giusti del Giardino, sede del comando dell'esercito italiano dove alle 15 venne firmato l'armistizio[3].

Le condizioni generali dell'armistizio prevedevano che all'Italia venissero consegnati tutti i territori austriaci previsti dal patto di Londra, ma la trattativa era subordinata a quella che si teneva a Versailles e che avrebbe dato luogo all'armistizio di Compiègne. L'unico punto in discussione era pertanto la data di cessazione delle ostilità, che non era interesse italiano far entrare in vigore prima di aver occupato militarmente tutti i territori previsti dal trattato[4].

1º novembre 1918[modifica | modifica sorgente]

Plenipotenziari austriaci entrano a Villa Giusti

Gli incontri e le trattative, iniziati come detto sin dal 29 ottobre, si tennero presso villa Giusti iniziando alle ore 10:00 del 1º novembre, ma ebbero termine soltanto alle 3 del mattino del 3 novembre[5]. Lo stesso giorno alle ore dieci di mattina attraverso il generale Pietro Badoglio, plenipotenziario del comando italiano e sovrintendente alla commissione italiana per l'armistizio, verrà comunicata la proposta austroungarica, articolata in sette punti. La stesura dei documenti relativi all'armistizio (in realtà una capitolazione) fu compiuta in seno al consiglio di guerra di Versailles.

Si decise che gli austroungarici provvedessero ad un disarmo fino ad una quota di venti divisioni per il tempo di pace, alla demolizione della metà dei pezzi di artiglieria, al rimpatrio di tutti i prigionieri di guerra senza contropartita alleata, all'allontanamento di tutte le truppe tedesche e dei relativi ufficiali, più altre garanzie simili, allo scopo di impedire la prosecuzione della guerra. Si tracciò una linea di demarcazione in Tirolo ed in Carnia, allo scopo di rendere i confini internazionali conformi alla conformazione fisica del territorio. Gli austriaci lasciarono le aree fino al Passo del Brennero, alla Val Pusteria, a Dobbiaco e a Tarvisio. Alcuni problemi sorsero a causa delle antiche rivalità fra italiani e slavi e tra serbi e rumeni. Gli italiani avrebbero voluto occupare quanto precedentemente loro assegnato dal Trattato di Londra dell'aprile 1915; e cioè i territori a sud dell'arco alpino (Tirolo meridionale e Venezia Giulia) e la Dalmazia del Nord. La Dalmazia non fu concessa all'Italia e fu, invece, attribuita alla nascente Jugoslavia.

Nel sudest dell'Austria-Ungheria la linea di confine provvisoria fu tracciata utilizzando la vecchia linea di confine dell'Impero Austroungarico. Questa soluzione provvisoria sarebbe stata avallata senza problemi dal Maresciallo francese Ferdinand Foch, poiché egli pensava che, in ogni caso, la Germania sarebbe stata ancora abbastanza forte da poter passare sul territorio austriaco[senza fonte]. Ci fu, effettivamente, l'intento di assecondare i desideri dell'Austria-Ungheria, laddove essi non contraddicessero quelli alleati. Particolarmente dura fu la determinazione delle sorti della flotta, concernenti la Jugoslavia. Come contropartita alle richieste al punto 1 l'accordo prevedeva "l'immediata cessazione delle ostilità".

Si concordò che ci sarebbe stato solo un ritiro provvisorio, decisione che non differiva di molto dalla versione definitiva. Un ufficiale della commissione armistizio, colonnello Karl Schneller, si recò subito a Trento, dove in tarda serata passò al vaglio le operazioni italiane. Il 29 ottobre l'Imperatore Carlo I telegrafò ai tedeschi, informandoli che se la Baviera fosse stata minacciata dal Tirolo si sarebbe opposto all'avanzata nemica alla testa delle truppe austro-tedesche; truppe di diversa nazionalità non sarebbero state più a disposizione. I ringraziamenti furono prontamente spediti da Potsdam, ma non erano ancora giunti, quando il comando austriaco dovette comunicare ai tedeschi che le truppe austro-tedesche si trovavano nell'impossibilità di combattere.

2 novembre 1918[modifica | modifica sorgente]

Stanza e tavolo sul quale venne firmata la resa austriaca in una foto del 1918
La stessa stanza fotografata nel 2004

Alle 2 del pomeriggio, il colonnello Schneller, di stanza a Trento, comunicò che l'accettazione delle richieste italiane rappresentava l'unica salvezza, da quello che sarebbe stato il caos. Similmente avrebbe deciso, qualche giorno più tardi, il Consiglio Nazionale del Tirolo, che avrebbe trattato direttamente col comando dell'esercito italiano. Non tutti la pensavano come Schneller. L'idea del principe e dell'Ammiraglio Miklós Horthy comandante della Imperiale-e-Regia Marina da guerra Austroungarica era invece quella di far fuggire la flotta verso la Spagna, tirando le trattative per le lunghe.[senza fonte]

Il generale Badoglio non era stato ancora menzionato al membro della commissione armistizio barone Viktor von Seiller, prima che la decisione circa il termine per la messa a punto delle controrichieste alla proposta nemica, giunta attraverso il comando generale italiano, fosse presa.

Al cessate il fuoco del generale von Webenau, senza ulteriore trattativa, Badoglio si dimostrò pronto, pur senza passare attraverso la catena di comando. Il comando italiano sapeva, poche ore dopo l'ultimatum, che la fine delle ostilità sarebbe dovuta iniziare alla mezzanotte tra i giorni 3 e 4, altrimenti la guerra sarebbe proseguita. L'Ungheria decise però di abbandonare l'Impero[6]. Il conte Mihály Károlyi fu nominato primo ministro della nuova Ungheria indipendente da re Carlo IV d'Ungheria[6] e così il paese uscì dal conflitto. Che il disarmo delle truppe non avrebbe messo in pericolo l'esecuzione del piano fu determinante nel rafforzare le convinzioni del conte in merito al piano stesso, la cui attuazione trovò valido appoggio nel nuovo ministro della guerra Béla Linder. Costui era stato lungamente coinvolto nella cospirazione di Károlyi e aveva ordinato a tutti i settori ed al capo delle forze armate che "non si vedesse nemmeno un soldato!". Già il primo novembre in tarda serata Linder aveva dato ordine, con effetto immediato, prima ancora di aver avuto il via libera, a tutti i posti di comando dei due fronti principali e del fronte ucraino, che i soldati ungheresi che ivi si trovassero consegnassero subito le armi.

L'ordine di Linder sarebbe giunto al fronte sudoccidentale attraverso il comando generale del Baden. Il generale Arthur Arz von Straussenburg, che in quei giorni si trovava presso l'imperatore a Schoenbrunn, pare venne a conoscenza dell'ordine impartito alle truppe ungheresi solo la mattina del 2 novembre. La faccenda fu chiarita per mezzogiorno sulle basi di una telefonata tra Hughes ed il ministro della guerra ungherese, dalla quale si evinceva che le truppe ungheresi dovessero consegnare le armi presso i confini dell'Impero. A mezzogiorno il generale Von Arz diramò l'ordine a tutti i comandi del fronte di non seguire gli ordini di Linder. Linder intralciò, telefonicamente, il generale, minacciando gli indecisi, pretendendo di parlare con la regina, atteggiandosi da comandante in capo. Non sarebbe stato comunque necessario darsi tanto da fare, perché il suo ordine avrebbe trovato la via per il fronte senza incontrare alcuna obiezione da parte del comando supremo.

L'imperatore ed i suoi consiglieri conclusero che non c'erano alternative al di fuori dell'accettazione della proposta italiana. Tuttavia i firmatari dovevano ancora decidere in merito alle nazioni, che venivano a crearsi con l'armistizio, cui sarebbero appartenuti gli austriaci di lingua tedesca. Le decisioni furono prese a Schoenbrunn in seduta notturna, dove Viktor Adler tenne banco argomentando che loro la guerra non l'avevano iniziata e che non era affar loro finirla. L'imperatore replicò che neanche lui aveva iniziato la guerra. Dietro la riservatezza dei consigli nazionali stavano le relazioni cui si è accennato, i comprensibili sentimenti nazionalistici, ed il desiderio di non creare nuove realtà partendo da un successore del vecchio regime. In tale realtà ogni tentativo dell'imperatore di dar voce alle ragioni degli austriaci di lingua tedesca avrebbe avuto scarso effetto.

Tuttavia i comandi e i comandanti dell'esercito, volevano giungere ad una conclusione dello stallo, attraverso l'accettazione delle condizioni proposte. In particolare il colonnello Schneller che da Trento si era spostato verso i bivaccamenti dell'esercito e con toni di viva preoccupazione riportò: "si dovrebbero considerare i fattori più importanti, per esempio, che una massa di centomila armati, che si ritrovi priva di disciplina e di un apparato di giustizia militare, compressa nella valle dell'Adige, potrà costituire serio pericolo".

Il consiglio dei ministri, riunitosi in serata a Schönbrunn, alla presenza dell'Imperatore e composto dal conte Andrássy, dal ministro delle finanze Alexander Freiherr von und zu Spitzmüller-Harmersbach, dal generale Arthur Freiherr Arz von Straussenburg und Rudolf Freiherr Stöger-Steiner von Steinstätten, dal primo ministro austriaco Heinrich Lammasch e dal generale Alfred Freiherr von Zeidler-Sterneck non obiettò riguardo l'accettazione dell'armistizio. Alle dieci di sera, von Arz poté dare l'ordine di eseguire, in quel momento, le istruzioni di Linders, vale a dire la riconsegna delle armi e il resto.

Viktor Webenau

Si dice che il generale von Arz avesse subito impartito le direttive richieste e che avesse lasciato detto quanto segue, dovendo andare al bagno, al suo rappresentante Alfred Freiherr von Waldstätten: "Waldstätten, riferisca, l'armistizio è ratificato, tutte le operazioni d'aria, mare e terra sono da sospendersi immediatamente". Alla protesta di Spitzmüller in merito al cessate il fuoco, intervenne il vicino Andrássys: "Lasci perdere, non serve a nulla! Vuole che continui in eterno questo massacro?".[senza fonte]

Il generale von Arz spiegò che gli ordini che aveva impartito per conto di von Webenau, che non includevano ancora un cessate il fuoco, e che lui poi aveva presentato in Parlamento con l'aiuto di Lammasch e per volere dell'imperatore erano tali per avere nuovamente l'approvazione da parte del parlamento austro-tedesco. Prima von Arz fece chiamare Waldstätten in parlamento, poi, discutendo della situazione dell'esercito, incluse le direttive del generale von Webenau tra gli ordini da eseguirsi: " Le truppe austro-ungariche devono includere tra i loro ordini, l'immediata cessazione di tutte le ostilità." Von Arz aveva impartito l'ordine in modo che Waldstätten, sulla via Zeidler-Sternecks, dovesse richiedere l'autorizzazione dell'imperatore.

"Waldstätten era dell'opinione" annotò von Arz nei suoi appunti, "che sulla base degli ordini diramati da von Webenau, la notizia dell'armistizio non sarebbe giunta al fronte così velocemente. Gli sembrava, che sotto l'immediato influsso di tutti gli ordini giacenti, l'immediata cessazione delle ostilità delle istruzioni di von Webenau non sarebbe stata considerata, almeno non immediatamente." Il generale in capo ed il primo ministro parlarono con i socialdemocratici Karl Seitz e Otto Bauer, i quali, pur non avendo chiara la situazione, presero in qualche modo posizione.

Le rimanenti decisioni in merito all'accettazione delle condizioni dell'armistizio furono prese dal consiglio di stato in base alla semplice presa d'atto. Intanto il responsabile generale Baden aveva non solo incaricato il colonnello Schneller del ritorno a Padova, ma gli aveva anche lasciato la direzione dell'esercito, in modo che le ostilità fossero interrotte immediatamente lungo tutto il fronte. Verso la stessa ora, tali considerazioni erano fatte dall'Imperatore.

Quando von Arz, di ritorno dal parlamento, notificò il nuovo fallimento della sua missione con gli austro-tedeschi, l'imperatore tentò di revocare l'ordine di cessate il fuoco. Si giunse al punto che Schneller venne informato, prima dell'attraversamento della linea del fronte, della diramazione del contrordine. L'ordine era stato diramato e certamente sarebbe stato di dominio pubblico entro le dodici ore seguenti. L'imperatore nominò infine come suo rappresentante von Arz, al quale succedette il Feldmaresciallo Hermann Baron Köveß von Köveßháza alla guida dell'esercito.

3 novembre 1918[modifica | modifica sorgente]

La SMS Prinz Eugen prima di essere affondata come bersaglio dai francesi.

Il mattino del 3 novembre le truppe italiane dilagavano oltre le linee austriache mentre la delegazione austriaca raggiungeva Villa Giusti dove il comando italiano si sarebbe più tardi accordato con von Webenau, per l'interruzione delle ostilità 24 ore dopo la firma del trattato. L'armistizio fu firmato a Villa Giusti alle 15:20, con la clausola che sarebbe entrato in vigore 24 ore dopo, alle 15:00. Solo dopo la firma il generale Weber informò che alle truppe imperiali era stato dato l'ordine di cessare i combattimenti. Chiese pertanto l'immediata cessazione delle ostilità. Il generale Badoglio rifiutò in modo netto e minacciò di proseguire le ostilità. Fu così che le armi cominciarono a tacere il giorno 4 di novembre, verso le 4 del pomeriggio.

L'armistizio fu quindi effettivo solamente 36 ore dopo che il comando austro-ungarico aveva dato unilateralmente l'ordine di cessazione delle ostilità alle sue truppe, che peraltro non avevano alcuna intenzione di condurre operazioni di combattimento. Questo diede successivamente adito a svariate polemiche, in quanto l'esercito italiano fu accusato di aver ottenuto una vittoria "contro un esercito che non combatteva"; d'altra parte l'esercito imperiale aveva già cessato di esistere come forza combattente con il 28 ottobre e l'inizio della ritirata.

Il bilancio della battaglia per l'esercito austriaco fu dopo i cinque giorni di combattimenti di 30 000 tra morti e feriti, contro 400 000 prigionieri. Il giorno 3 novembre il comando dell'esercito austro-ungarico aveva eseguito gli ordini di von Webenau deponendo le armi. Ci furono proteste da parte austriaca, che sosteneva che ogni soldato austro-ungarico, catturato dagli italiani dopo la mattina del 3 novembre avrebbe dovuto essere restituito alle truppe di appartenenza, ma gli italiani non ritennero rilevante questa protesta, in quanto l'armistizio non era ancora entrato in vigore; pertanto avviarono tutti gli effettivi catturati fino alle ore 15 del 4 novembre ai campi di prigionia.

Una delle armate italiane a effettuare catture consistenti fu quella dell'Isonzo. Alle tre del pomeriggio un centinaio di bersaglieri avevano potuto raggiungere Trieste secondo gli ordini, senza combattere. Poco oltre, verso il confine con la Slovenia, si trovava il grosso delle divisioni del generale Wenzel Freiherr von Wurm, che si stava ritirando dalla Craina dirigendosi verso Nord, Nord-Est ed Est. Mentre la colonna dell'esercito austroungarico si ritirava attraverso le montagne, gli italiani ebbero l'occasione di catturare reparti di cavalleria, trasporto truppe e ciclisti. Così fu per la 34 e 44 divisione in Val Canale. Molto spesso gli ufficiali e la truppa non erano informati dai loro comandi della possibilità di un attacco ed erano in tale stato di abbattimento e così sorpresi dagli attacchi nemici, che si lasciavano catturare facilmente, abbandonandosi al loro destino.[senza fonte] Il 3 novembre, mentre il tricolore veniva issato sul castello di Trieste e sul Doss Trento, le montagne ad est ed a sudovest di Trento erano ancora in mano austroungarica. Dal Passo del Tonale e dalla Val di Non furono radunate, tra Trento e Bolzano, le truppe austroungariche che erano state catturate mentre si dirigevano a nord.

Un ulteriore escamotage da parte dell'Austria Ungheria fu la cessione della flotta al nuovo Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi, effettuata il 31 ottobre, per non doverle consegnare ai vincitori. Il giorno dopo un attacco, attuato dagli incursori della Regia Marina (ignari del cambiamento di bandiera) e noto come impresa di Pola[7][8] affondò la corazzata SMS Viribus Unitis, ancorata nel porto di Pola insieme alla gemella SMS Tegetthoff, ed il vicino piroscafo Wien. Nel dopoguerra alcuni fonti austriache non riportarono l'affondamento come una propria sconfitta, in quanto sostennero che le navi "non erano più austroungariche", ma questo fatto è smentito dalle condizioni del trattato di pace che assegnarono le navi superstiti della flotta alle varie potenze vincitrici, le quali le misero in servizio nel caso delle unità leggere o incrociatori (per esempio Italia e Francia con i cacciatorpediniere della classe Tatra) o avviarono alla demolizione come per le corazzate della classe Tegetthoff, la cui capoclasse fu demolita dall'Italia nel 1920 e la SMS Prinz Eugen affondata come bersaglio dalla flotta francese in Atlantico durante una esercitazione[9].

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

In questo modo, si ritrovarono prigionieri di guerra: 3 comandanti di corpo d'armata, 10 divisioni e 21 brigate. 24 generali ed un maggior generale ("Generaloberst" - colonnello generale - è un grado militare tedesco, che non ha corrispettivi in italiano) seguirono il destino delle loro truppe, verso un'umiliante prigionia. Gli italiani fecero prigionieri, complessivamente, 427 000 uomini. Fame, freddo e malattie mieterono migliaia di vittime, che si aggiunsero ai morti durante le operazioni militari. Da parte austro-tedesca, tale fenomeno (la cattura in massa di soldati austroungarici) fu sottoposto all'esame di una commissione, che giunse alla conclusione che non potesse essersi trattato di "grave infrazione agli obblighi di servizio". In particolare fu ascoltato con attenzione dalla commissione la deposizione del generale von Waldstätten.

Nel frattempo, centinaia di migliaia di soldati, di quello che era stato l'esercito austroungarico furono trascinati verso sud, mentre altre centinaia di migliaia raggiungevano la madrepatria attraverso il Brennero, la Val Pusteria ed il Passo Resia. Le ferrovie erano al completo e per le strade si accalcavano persone e veicoli a loro volta stipati di uomini e materiali. I magazzini furono svuotati dagli stessi austriaci e, quando non era possibile portar via qualcosa, dati alle fiamme. L'esercito si stava dissolvendo e presto cominciò un fiorente commercio dei suoi beni. L'offerta era molto superiore alla domanda e tutto veniva venduto a prezzi stracciati. Migliaia di cavalli furono macellati o lasciati morire, centinaia di auto e autocarri giacevano abbandonati lungo le strade. La "smobilitazione lampo", cui era stata data priorità da parte del sottosegretario di stato austriaco per l'esercito, si tradusse nella perdita di miliardi. Le cose precipitarono ulteriormente: per un paio di giorni, sembrò che l'Austria tedesca dovesse precipitare in un caos sanguinoso.

Una nuova minaccia gravava sull'Austria, quella di trasformarsi in un campo di battaglia. Poco dopo l'armistizio, le truppe di tutte le nazioni dell'Impero si trovarono a passare per la Valle dell'Inn e per Salisburgo, incontrando ben presto i battaglioni bavaresi, agli ordini del generale (Generalleutnent) Konrad Krafft von Delmensingen, rinomato ufficiale degli Alpenkorps, che passavano per il Brennero e per il passo Tauer. Nel frattempo, il consiglio di stato austriaco si trovava in cattive acque; vista la situazione, di una collaborazione austro-tedesca non si poteva certo parlare. Il consiglio di stato aveva reso noto che, a partire dal 3 novembre, data dell'armistizio, l'Austria tedesca non aveva un esercito proprio; le sue truppe erano allo sbando e la componente slavo-magiara si rifiutava di combattere. Conseguentemente, l'Austria non era in grado di intraprendere alcuna iniziativa militare. Tale, chiarimento fu, di fatto, ignorato.

Territori della Repubblica Austro-tedesca (Deutschösterreich) (1918-1919)

Inoltre, anche senza la defezione dei reggimenti slavi ed ungheresi, sarebbe stato comunque impossibile per l'Austria continuare la guerra sul proprio territorio o su un territorio straniero. Per questa e non per altre ragioni i consigli nazionali di Salisburgo e Tirolo si opposero al passaggio dei bavaresi. La faccenda durò solo due giorni. Ad Innsbruck piacquero presto i bavaresi, che fino a poco prima erano osteggiati, con le coccarde rosse; le truppe bavaresi se ne tornarono a Monaco di Baviera portate via dalla rivoluzione, tanto velocemente quanto erano giunte. A questi seguì presto un distaccamento italiano a rendere sicura la situazione strategica in Nord Tirolo.

Alto Adige[modifica | modifica sorgente]

Degna di nota, certamente, è la condizione altoatesina; gli altoatesini vennero a trovarsi, con l'armistizio del 4 novembre, all'interno dei confini d'Italia, costituendo una nuova regione a maggioranza di madrelingua tedesca (all'epoca il 96,6%, oggi il 75% circa della popolazione), circa 250 000 persone. La zona era stata promessa all'Italia nell'accordo di Londra del 1915.[10]

Venezia Giulia[modifica | modifica sorgente]

Una situazione simile si ebbe in poche aree della Venezia Giulia interna, dove l'elemento sloveno e croato talvolta costituiva la maggioranza della popolazione, con punte che toccavano il 90-95% in alcune zone rurali vicine al nuovo confine con il neonato Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni; sloveni e croati erano invece in netta minoranza nelle zone costiere istriana e triestina e nel basso goriziano (dove tra Gradisca e Monfalcone, da Pola a Rovigo, a Zara la popolazione era quasi esclusivamente italiana e venetofona), ivi comprese le principali città dell'area.

Condizioni dell'armistizio[modifica | modifica sorgente]

Verificate dal generale Armando Diaz il 3 novembre 1918, ed entrate in vigore il 4 novembre alle ore 15:00.

Condizioni a terra[modifica | modifica sorgente]

  • 1. Immediata interruzione delle ostilità in terra, mare e cielo.
  • 2. Smobilitazione totale delle forze austro-ungariche e immediato ritiro di tutte le unità che operano dal Mare del Nord alla Svizzera. Gli austroungarici si impegnano ad avere solo 20 divisioni, armate come in tempo di pace, a salvaguardia dei confini stabiliti al punto 3. La metà delle divisioni e del materiale d'artiglieria che andrà in disarmo dovrà essere immediatamente consegnato alle forze alleate.
  • 3. Evacuazione delle forze austro-ungariche alle zone di competenza prebelliche e ritirata entro i confini stabiliti nel trattato di pace, sotto la supervisione alleata. Dal Piz Umbrail fino a nord del passo dello Stelvio la linea avrebbe seguito le cime delle Alpi Retiche, fino alle sorgenti dell'Adige e dell'Isarco sopra il passo di Resia e i monti del Brennero e sopra le cime dell'Oetz e dello Ziller.

La linea avrebbe poi virato a sud e valicato il monti di Dobbiaco, per raggiungere il confine delle Alpi Carniche. Il confine avrebbe proseguito per Tarvisio e avrebbe incontrato le Alpi Giulie i passi del Predil, Mangart, del Tricorno, Bodlenischen e di Idria. Da questo punto, la linea di confine si sarebbe diretta verso sud e avrebbe escluso il bacino della Sava con tutti gli affluenti. Dal Monte Nevoso la linea avrebbe seguito la costa, in modo che Castua, Mattuglie e Volosca fossero incluse nella zona da evacuare. Venivano incluse la provincia dalmata, al nord Lissarizza e Tribagno mentre al sud la linea racchiudeva punta Planca e verso est il confine seguiva le alture, cosicché tutte le valli ed i corsi d'acqua diretti verso Sebenico erano inclusi, come il Cicola, il Cherca, il Bustinizza ed i loro affluenti. Ovviamente erano incluse anche le isole del nord e dell'ovest della Dalmazia: Premuda, Selve, Ulbo, Scherda, Maon, Pago e Puntadura al nord includendo al sud Meleda e Sant'Andrea, Spalmadori, Busi, Lissa, Lesina, Torcola, Curzola, Cazza e Lagosta così come le isole di Pelagosa e relativi scogli, con l'eccezione delle isole di Zirona Grande, Zirona Piccola, Bua, Solta e Brazza.

Tutti i territori così evacuati sarebbero stati occupati dalle truppe degli Alleati e degli Stati Uniti d'America. Tutto il materiale militare e ferroviario nemico che si trovava nei territori da evacuare doveva essere lasciato sul posto. Consegna agli Alleati ed agli Stati Uniti di tutto questo materiale (approvvigionamenti di carbone e altri compresi), secondo le istruzioni particolari date dai Comandanti supremi sulle varie fronti delle forze delle Potenze associate. Nessuna nuova distruzione, né saccheggio, né requisizione delle truppe nemiche nei territori da evacuare dall'avversario e da occupare dalle forze delle Potenze associate.

  • 4. - Possibilità per le Armate delle Potenze associate di spostarsi liberamente su tutte le rotabili, strade ferrate e vie fluviali dei territori austro - ungarici, che saranno necessarie. Occupazione, in qualunque momento, da parte delle Armate delle Potenze associate, di tutti i punti strategici in Austria -Ungheria ritenuti necessari per rendere possibili le operazioni militari o per mantenere l'ordine. Diritto di requisizione contro pagamento da parte delle Armate delle Potenze associate in tutti i territori dove esse si trovino.
  • 5. - Sgombero completo, nello spazio di 15 giorni, di tutte le truppe germaniche, non solamente dalle fronti d'Italia e dei Balcani, ma da tutti i territori austro-ungarici. Internamento di tutte le truppe germaniche che non avranno lasciato il territorio austro-ungarico prima di questo termine.
  • 6. - I territori austro-ungarici sgombrati saranno provvisoriamente amministrati dalle autorità locali sotto il controllo delle truppe alleate e associate di occupazione.
  • 7. - Rimpatrio immediato, senza reciprocità, di tutti i prigionieri di guerra, sudditi alleati internati e popolazione civile fatta sgombrare, secondo le condizioni che fisseranno i Comandanti supremi delle Armate delle Potenze alleate sulle varie fronti.
  • 8. - I malati ed i feriti non trasportabili sarebbero stati curati per cura del personale austro-ungarico che sarà lasciato sul posto con il materiale necessario.
  • 9. - Restituzione, senza reciprocità, di tutti i prigionieri di guerra delle marine da guerra e mercantili delle Potenza alleate e associate in potere dell'Austria - Ungheria. I plenipotenziari sottoscritti, regolarmente autorizzati, dichiarano d'approvare le condizioni sopra indicate.

Condizioni in mare[modifica | modifica sorgente]

  • 1. Immediata sospensione di tutte le ostilità in mare, immediata dichiarazione di tutti i vascelli presenti ed interruzione di tutte le manovre navali.
  • 2. Consegna di 15 sommergibili austro-ungarici, costruiti tra il 1910 ed il 1918 e di tutti i sommergibili tedeschi. Pronta smobilitazione e disarmo di tutti i rimanenti sommergibili austro-ungarici.
  • 3. Consegna di tre corazzate, tre incrociatori leggeri, nove motoscafi antisommergibile, un dragamine, sei battelli da ricognizione modello Donau-Monitoren. Tutte le altre navi da guerra (inclusi i battelli fluviali) dovranno essere smobilitati e disarmati.
  • 4. Libertà di navigazione a tutti i battelli alleati, da guerra e non, nel mare Adriatico, comprese acque territoriali e fluviali, Danubio e fiumi interni.
  • 5. Ritiro del blocco navale per le forze alleate e associate ad esse, per le attuali operazioni.
  • 6. Consegna e affidamento di tutte le forze aeree associate alla marina presso porti stabiliti dagli alleati e dai loro associati.
  • 7. Evacuazione dell'intera fascia costiera e dei porti commerciali che si trovino fuori dai confini nazionali austro-ungarici.
  • 8. Occupazione di tutte le fortificazioni terrestri e marine e delle installazioni militari di Pola e delle isole limitrofe, oltre che dell'arsenale ed dei cantieri navali, da parte degli alleati.
  • 9. Riconsegna di tutte le navi mercantili confiscate.
  • 10. Divieto di distruzione di impianti o di materiali da consegnarsi, restituirsi o da evacuarsi.
  • 11. Restituzione di tutti i prigionieri senza obbligo di contropartita.

Firmatari[modifica | modifica sorgente]

Comando Supremo dell'esercito austroungarico[modifica | modifica sorgente]

Comando Supremo dell'Esercito Italiano[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Storia d'Italia - L'Italia del novecento - Montanelli, Cervi - Fabbri Editori - pag. 41
  2. ^ armistizio
  3. ^ Diario d'Italia Vol. 1 - De Agostini - pag 354
  4. ^ Storia d'Italia - L'Italia del novecento - Montanelli, Cervi - Fabbri Editori - pag. 42
  5. ^ Cenni Storici: sezione di Padova
  6. ^ a b Library of Congress: studio sull'Ungheria http://memory.loc.gov/frd/cs/hutoc.html
  7. ^ http://www.marina.difesa.it/storia/movm/parte04/movm419.asp
  8. ^ http://www.marina.difesa.it/storia/movm/parte04/movm416.asp
  9. ^ Gardiner e Gray, p. 334
  10. ^ Le condizioni dell'armistizio prevedevano l'occupazione italiana sino ai monti di Dobbiaco con una clausola di spiegazione ulteriore su quali essi dovessero essere intesi. Probabilmente il senso originario doveva indicare la Sella di Dobbiaco, ma successivamente fu spostato alla conca di San Candido e quello fu il confine assegnato dai trattati di pace del 1919.
  11. ^ «Kamillo Ruggera». In: Österreichisches Biographisches Lexikon 1815-1950 (ÖBL). Band 9, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, Wien 1957, S. 323.
  12. ^ Breve riassunto curricolare di Camillo Ruggera

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