Carnia

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Carnia
Carnia – Bandiera
Stati Italia Italia
Regioni Friuli-Venezia Giulia Friuli-Venezia Giulia (Provincia di Udine)
Territorio Valle del But, Val Degano, Val Lumiei, Val Tagliamento, Val Pesarina, Val Chiarsò, Valcalda, in 28 comuni
Capoluogo Tolmezzo
Superficie 1 221,64 km²
Abitanti 39 705 (2006)
Lingue italiano, friulano carnico, antichi dialetti tedeschi: saurano, timavese
La Carnia nell'ambito della Provincia di Udine
La Carnia nell'ambito della Provincia di Udine

La Carnia (Cjargne in friulano standard, Cjargna o Cjargno in friulano carnico), è un territorio appartenente alla regione storico-geografica del Friuli, i cui comuni, nell'ambito della regione autonoma Friuli-Venezia Giulia afferiscono amministrativamente tutti alla provincia di Udine. In epoca romana era conosciuta come parte della Carnorum Regio (la terra abitata dai Carni, descritta da Tito Livio e dava il nome a tutto l'odierno Friuli.

L'abitato di Tolmezzo

Geografia fisica[modifica | modifica sorgente]

Si trova nelle Alpi Carniche e comprende l'alto bacino del Tagliamento; confina a nord con l'Austria, a sud con la provincia di Pordenone, ad ovest con il Veneto e a est con il Canal del Ferro-Val Canale anch'esse in provincia di Udine.

Panoramica di Ovaro

Le valli[modifica | modifica sorgente]

In Carnia vi sono 4 valli principali, ognuna attraversata da un torrente da cui prendono il nome. Le valli assumono anche il nome di canale (cjanâl), sottolineando così la loro conformazione stretta e allungata (tra parentesi la denominazione in friulano):

accanto a queste vi sono poi altre valli di minor estensione:

Ciascuna di queste valli e gli omonimi torrenti confluisce nel fondovalle dove sorge Tolmezzo centro principale della Carnia.

Le montagne[modifica | modifica sorgente]

È costituita da fasce geologicamente differenziate, le montagne sono costituite da tre tipi di roccia: il calcare, la dolomia e la selce. La Carnia è attraversata dalle Alpi Carniche che si estendono dal Passo di Monte Croce carnico alla sella di Camporosso dove cominciano le Alpi Giulie, che si innalzano (nel versante italiano) tra il fiume Fella e l'alto Isonzo.

La Catena Carnica Principale costituisce a nord il confine con l'Austria, a sud è delimitata dal torrente Pontebbana e, a monte di Pontebba, dal corso del Fella. Il monte Coglians (2780 m) è la vetta più alta delle Alpi Carniche nonché la maggiore elevazione della regione. Assieme al vicino gruppo della Creta delle Cjanevate forma un imponente massiccio montuoso sul confine con l'Austria. Le altre maggiori cime della Carnia sono:

I fiumi[modifica | modifica sorgente]

Il fiume più importante è il Tagliamento, che nasce nei pressi dal Passo della Mauria (comune di Lorenzago di Cadore) a 1.195 metri d'altitudine. Durante il suo lungo percorso attraverso la Carnia, il Tagliamento riceve l'acqua di 6 affluenti, provenienti tutti da sinistra: il But, il Degano, il Lumiei, la Pesarina, il Chiarsò ed il Monai, che danno il nome alle omonime vallate.

La flora[modifica | modifica sorgente]

Sono molto estese le foreste, costituite in massima parte da abeti, faggi e larici; i pascoli si trovano per lo più in alta quota, in pendii soleggiati ma non adatti all'agricoltura. La Carnia vanta numerose ricchezze naturali grazie all'assenza di grossi centri industriali e per l'attiva opera di tutela di enti ed associazioni ambientaliste. Vi sono 2000 specie vegetali, un migliaio di tipi di fungo, una cinquantina di tipi di orchidee.

La vegetazione cambia con l'aumentare della quota. Fino a 400 - 500 metri di altitudine salgono i boschi di rovere e di castagni e le macchie e le colture della zona submontana; ben presto subentra la flora montana, che è per eccellenza la zona delle foreste: faggete, abetine e pinete. Al di sopra dei 1500 metri la vegetazione arborea si presenta piuttosto povera, gli alberi si fanno via via più radi, più piccoli e spogli, fino a raggiungere il limite altimetrico di crescita che in Carnia è a quota 1700 metri ed è il più basso di tutta la regione alpina. Oltre questa quota crescono cespugli, rovi, e verdissimi pascoli. In tarda primavera si può ammirare nei pascoli l'esplosione di colore dei rododendri, e genziane selvatiche.

Aree protette[modifica | modifica sorgente]

In Carnia sono presenti le seguenti aree protette:

Il clima[modifica | modifica sorgente]

Il clima è aspro, molto rigido in inverno e fresco in estate; è caratterizzato da venti impetuosi e abbondante piovosità. Rispetto alle altre zone delle Alpi, in Carnia troviamo un abbassamento dei limiti altimetrici di circa 400–500 m; così, ad esempio, se nelle Alpi Occidentali la vegetazione arborea cessa di crescere sopra i 2.300 m essa in Carnia smette già a 1.900m. L'abbassamento del limite altimetrico della regione arborea è dovuto al costante afflusso di correnti fredde nord orientali (vento burano) che dalle regioni siberiane e danubiane raggiungono la zona.

Geografia antropica[modifica | modifica sorgente]

I comuni[modifica | modifica sorgente]

Questi sono i 28 comuni della Carnia con le rispettive frazioni (accanto al nome italiano è riportato quello in lingua friulana):

Comune Abitanti (2011) Superficie (km²) Frazioni
Amaro (Damâr) 841 33,26 -
Ampezzo (Dimpeç) 1.021 73,61 Oltris, Voltois
Arta Terme (Darte) 2.275 52,24 Avosacco, Cabia, Cedarchis, Lovea, Piano d'Arta, Piedim, Rivalpo, Valle
Cavazzo Carnico (Cjavaç) 1.099 38,70 Cesclans, Mena, Somplago
Cercivento (Çurçuvint) 705 15,36 Cercivento di Sotto, Cercivento di Sopra, Casali
Comeglians (Comelians, loc. Comalians) 540 19,52 Calgaretto, Maranzanis, Mieli, Noiaretto, Povolaro, Runchia, Tualis
Enemonzo (Enemonç) 1.355 23,70 Colza, Esemon di Sotto, Fresis, Maiaso, Quinis, Tartinis
Forni Avoltri (For Davôtri, loc. Fôr Davuatri) 653 80,71 Collina, Collinetta, Frassenetto, Sigilletto
Forni di Sopra (Fôr Disore) 1.071 81,18 Andrazza, Cella, Vico
Forni di Sotto (Fôr Disot) 660 93,54 Tredolo, Baselia, Vico
Lauco (Lauc) 794 34,58 Allegnidis, Avaglio, Buttea, Chiassis, Trava, Vinaio
Ligosullo (Liussûl) 142 16,75 Murzalis
Ovaro (Davâr) 2.064 57,88 Agrons, Cella, Chialina, Clavais, Cludinico, Entrampo, Lenzone, Liariis, Luincis, Luint, Mione, Muina, Ovasta
Paluzza (Paluce) 2.403 69,96 Casteons, Cleulis, Rivo, Timau
Paularo (Paulâr) 2.373 84,23 Casaso, Chiaulis, Dierico, Misincinis, Ravinis, Rio, Salino, Trelli, Villafuori, Villamezzo
Prato Carnico (Prât) 958 81,48 Avausa, Croce, Osais, Pesariis, Pieria, Pradumbli, Prico, Sostasio, Truia
Preone (Preon) 279 22,51 -
Ravascletto (Ravasclêt, loc. Monai) 569 26,32 Salars, Zovello
Raveo (Raviei) 507 12,63 Esemon di Sopra
Rigolato (Rigulât) 487 30,47 Givigliana, Gracco, Ludaria, Magnanins, Stalis, Tors, Valpicetto, Vuezzis
Sauris (Zahre, nel locale dialetto germanico) 429 41,52 La Màina, Latéis, Sàuris di Sotto, Sàuris di Sopra, Velt
Socchieve (Soclêf) 938 65,95 Caprizzi, Dilignìdis, Feltrone, Lungis, Mediis, Nonta, Priuso, Viaso
Sutrio (Sudri) 1.376 21,06 Nojaris, Priola, Zoncolan
Treppo Carnico (Trep) 659 18,71 Gleris, Siaio, Tausia, Zenodis
Verzegnis (loc. Verzegnas) 932 38,80 Chiaicis, Chiaulis, Intissans, Villa
Villa Santina (Vile) 2.223 13,00 Invillino
Zuglio (Zui) 607 8,31 Fielis, Formeaso, Sezza
Tolmezzo (Tumieç) 10.665 65,69 Cadunea, Caneva, Casanova, Cazzaso, Fusea, Illegio, Imponzo, Terzo
Totale 38.989 1.221,67 125

La Provincia dell'Alto Friuli[modifica | modifica sorgente]

Essendo il territorio della Provincia di Udine abbastanza vasto e composito, andando da territori montani al mare Adriatico, sono forti le istanze autonomiste soprattutto da parte della Carnia, che vede in Tolmezzo il suo naturale capoluogo. Pertanto nel 2004 si giunse alla proposta della creazione di una provincia regionale, in base alla nuova legislazione sugli enti locali, da sottoporre a referendum popolare consultivo svoltosi domenica 21 marzo 2004. La nuova provincia regionale avrebbe dovuto chiamarsi Provincia dell'Alto Friuli, derivando dall'unione dei territori della Carnia, del Tarvisiano e del Gemonese.

Per ovviare alle diatribe campanilistiche sulla sede del capoluogo, tra Tolmezzo e Gemona del Friuli, si optò per Venzone. Il referendum ebbe esito negativo, in quanto sia il Gemonese che il Tarvisiano si opposero al distacco dalla provincia di Udine con percentuali elevate (83,3% di no), a differenza della Carnia che invece votò in favore del distacco (71,8% di si, con l'eccezione del comune di Rigolato, 53,7% no). Non dimentichiamo che nel 2000 il maestro Giovanni Canciani, illustre musicista e uomo di cultura, ha composto il bellissimo "Carnorum Regio" - inno alla Carnia, eseguito più volte anche durante il periodo del referendum a cori uniti. La Carnia fu la prima regione in Italia ad avere un inno, molte altre regioni ne hanno seguito l'esempio.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La Carnia è frequentata già nel Paleolitico Medio (122.000 anni da oggi) e nell'età del Ferro dai Veneti e da gruppi di stirpe celtica, da cui trae il suo nome. I Carni vissero per diverse centinaia d'anni nelle fertili pianure tra il Reno (Germania) e il Danubio dove abitavano altri popoli celtici. Intorno al 400 a.C., la crescita demografica, e la pressione dei popoli germanici, generarono un flusso migratorio verso sud. I Carni valicarono le Alpi attraverso il passo di Monte Croce Carnico e si stabilirono nell'odierna Carnia e nella zona pedemontana del Friuli, dedicandosi alla caccia ed alla pastorizia. Durante i rigidi inverni i pastori si spostavano con le loro mandrie, nelle pianure pedemontane. Erano anche abili nella lavorazione del ferro e del legno. I Carni erano comandati da un re e da una casta sacerdotale (i druidi).

La prima data storica relativa all'arrivo dei Carni è il 186 a.C. quando circa 12.000 Carni, tra uomini armati donne e bambini, scesero verso le zone pianeggianti che utilizzavano per svernare e fondarono, su di un colle, un insediamento fortificato stabile, Akileja. I romani, preoccupati dell'espansione di questo popolo, nel 183 a.C. ricacciarono i Carni oltre le Alpi, e fondarono una colonia a difesa dei confini del nord-est. Il nuovo insediamento venne chiamato Aquileia rifacendosi al nome del precedente insediamento antico (Akileja). I triumviri fondatori della colonia furono Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino.

I Carni, per arginare l'espansione romana e per conquistare le fertili e più ospitali terre pianeggianti, cercarono alleanze con i Celti Istriani, Giapidi e Taurisci. Roma, a sua volta, avvertendo sempre più il pericolo incombente dei Carni e volendo accelerare la propria espansione, inviò a nord est le legioni del console Marco Emilio Scauro, che sconfisse definitivamente i Carni nella battaglia del 15 novembre 115 a.C. In seguito i Carni si sottomisero a Roma accettandone le imposizioni ed anche le concessioni.

Intanto Aquileia accrebbe la sua importanza; divenne Municipium Romanum nel 90 a.C.; era un importante centro commerciale e artigianale, nonché principale porto sull'Adriatico e presidio militare. Alla figura di Giulio Cesare (proconsole della Gallia Cisalpina tra il 58 e il 49 a.C.) sono legate la fondazione di Tergeste (Trieste), Forum Iulii (Cividale) e Iulium Carnicum (Zuglio) che successivamente divenne sede vescovile. A Zuglio sono visibili i resti del Foro romano e a poca distanza è possibile visitare il Civico Museo Archeologico che si sviluppa su tre piani e ricostruisce la storia del territorio carnico, dalla Preistoria al Rinascimento, con particolare riferimento all'epoca romana. I durissimi colpi inferti dai Barbari all'Impero romano ebbero conseguenze anche in Carnia.

La Carnia fu invasa dai Visigoti (410 d.C.), e poi dagli Unni di Attila (452 d.C.) che devastarono Aquileia e altre città sorte nella pianura. Gli Ostrogoti (489 d.C.) dominarono il Friuli e la Carnia per 60 anni. Alcuni gotismi sono rimasti nella lingua friulana. Nello stesso periodo gli Slavi riescono a penetrare dalla Carantania (Alta Carinzia) nelle Valli del Bût, del Degano e del Fella. Si affermano nella zona anche i Bizantini, che rafforzano i preesistenti presidi militari romani. Nel 568 d.C. i Longobardi, provenienti dalla Scandinavia, giunsero in Friuli guidati da Alboino con l'obiettivo di occupare la penisola.

I Longobardi trasferiscono la capitale del Ducato del Friuli a Cividale. Aquileia perde così la sua importanza politica. Diversi sono i reperti archeologici risalenti a questo periodo storico. Nella Chiesa di S. Pietro di Carnia sono tuttora visibili frammenti di scultura-architettura longobarda, inglobati in alcuni muri. Sono inoltre stati trovati orecchini e fibule a Forni di Sotto; orecchini di bronzo a Clavais; anelli di bronzo, pugnali e balsamari ad Ampezzo. Presso Cercivento in località Gjai ("bosco bandito" in longobardo) fu rinvenuto uno scheletro rivolto verso levante con il cranio appoggiato ad una grossa pietra.

Nel 773 - fino al 952 - fu la volta del dominio franco; l'unica differenza per la Carnia è che i duchi longobardi vengono sostituiti dai marchesi e dai conti Franchi. Carlo Magno nel 798 dichiarò Salisburgo sede metropolitica per le terre settentrionali. Nell'811 la Drava venne dichiarata nuovo confine tra la giurisdizione di Salisburgo e il patriarcato di Aquileia sempre ad opera di Carlo Magno. Nell'888 ebbe fine la dinastia carolingia e iniziarono le invasioni degli Ungari; i quali provenienti dalla regione danubiana distrussero e depredarono tutto, guadagnandosi una fama peggiore degli Unni di Attila.

Nonostante le invasioni ungare la Carnia visse un periodo di ripresa economica e incremento demografico grazie alla sua posizione geografica: isolata e ben protetta dai monti non venne saccheggiata. Attorno al 1000 verranno creati la Gastaldia (Giurisdizione civile) e i due Arcidiaconati (Giurisdizione ecclesiastica): quello di Gorto (sottoposto all'Abbazia di Moggio) e quello della Carnia. Nel 1077 venne ufficialmente riconosciuto lo Stato Patriarchino Aquileiese, sorto per opera dell'imperatore tedesco Enrico IV. In un periodo storico dove fiorivano i Comuni e le Signorie le cui vicissitudini caratterizzarono il Medioevo, la Carnia visse un periodo di autonomia e indipendenza.

Lo Stato Patriarchino durò 343 anni, esso presenta i caratteri di uno stato feudale di stampo germanico, a capo del quale vi è un Principe-Vescovo, il Patriarca di Aquileia. La lingua ufficiale per il documenti era il latino; il tedesco è l'idioma delle classi altolocate e della corte del Principe-Vescovo. Il popolo parlava il friulano con tutte le sue varianti locali derivanti dall'assorbimento dei vari idiomi degli invasori che nei secoli si sono susseguiti. Il 1420 segnò la fine dello Stato Patriarchino Aquileiese. Il 4 giugno di quell'anno Udine si arrese alla Repubblica Veneta, che soggiogò anche la Carnia e la ridusse a provincia nel contesto della Terraferma, dopo quasi 400 anni di germanizzazione temperata sempre della Chiesa cattolica di Aquileia.

Il Patriarcato di Aquileia continuò ad esistere fino al 1751 esclusivamente nella sua forma ecclesiastica, retto da patriarchi veneti. Nel corso dei secoli XV e XVI la Carnia, assieme al Friuli sottostante, venne ripetutamente razziata dalle armate irregolari turche (in realtà si trattava probabilmente di bosniaci), utilizzate dall'Impero ottomano per tenere una spina nel fianco alla Serenissima con incursioni quasi annuali in una terra che, pur scarsamente difesa poiché considerata quasi colonia da Venezia, rientrava pur sempre nei territori della Repubblica. In questo contesto avvenne la battaglia del Cason di Lanza (1478) in cui le popolazioni locali affrontarono e sconfissero gli incursori turchi in uno dei pochi episodi di resistenza organizzata del periodo.

I cosacchi in Carnia

Con la soppressione della repubblica partigiana, in Carnia arrivarono nuovi invasori: i cosacchi, giunti in Friuli nell'agosto del 1944. Inizialmente erano 20.000, ma toccarono il numero di 40.000 nella primavera successiva (si tenga presente che la popolazione carnica era allora di 60.000 persone); al loro seguito portarono le proprie famiglie, i carri, le suppellettili e 6.000 cavalli. Questi cosacchi erano popolazioni di origine russa in perenne conflitto con l'autorità di Mosca. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, si erano uniti alle forze tedesche nella speranza di sovvertire il regime comunista; quando però la guerra cominciò ad andare male per le forze dell'Asse, e l'armata rossa ebbe scacciato i tedeschi dal suolo dell'URSS, Hitler per ricompensarli si vide costretto a promettere una terra tutta per loro: la Kosakenland in Nord Italien, che altro non era che la Carnia. Nell'estate del '44 dunque il Führer affidò l'intero territorio carnico, oltre ad una parte dell'Alto Friuli (Trasaghis, Buja, Majano, Bordano) a due divisioni russe, una cosacca capitanata dall'atamano Krassnov, e una caucasica, già impiegata nelle operazioni contro la Polonia. Per la gente carnica l'occupazione cosacca rappresentò un martirio, ancor oggi ben vivo nei ricordi degli anziani: alcune famiglie furono cacciate dalle loro case per dare spazio ai nuovi arrivati, altre furono costrette a coabitare con persone con le quali era impossibile condividere usi e abitudini e con cui anche i più semplici tentativi di dialogo si rivelavano delle vere e proprie imprese a causa della difficoltà di comunicazione. Innumerevoli furono gli atti di violenza compiuti ai danni della popolazione; di questi i più noti sono senz'altro l'espulsione di gran parte degli abitanti di Alesso, Bordano e Trasaghis, i saccheggi di Cadunea, Cedarchis, Invillino, Sutrio e Illegio. A Imponzo il parroco don Giuseppe Treppo (medaglia d'oro al valor civile) venne ucciso per aver tentato di salvare due giovani donne dallo stupro. Non mancarono tuttavia casi di pacifica convivenza e va anche detto che in seguito a quel periodo si registrarono anche alcuni matrimoni fra donne carniche ed ex soldati cosacchi (molti infatti erano quelli che abbandonavano i reparti e passavano tra i partigiani). In Carnia furono costituiti complessivamente 44 presidi cosacchi che, facendo capo a Verzegnis, dove si trovava il comando del reggimento Terek-Stavropol, si spingevano in ogni valle da Sappada a Raveo a Ravascletto. L'occupazione durò fino al maggio 1945 quando i cosacchi, di fronte all'avanzata alleata, persero la speranza di avere la Carnia tutta per loro come era stato promesso dai nazisti. Si incolonnarono quindi con carri e cavalli e, attraverso il Passo di Monte Croce Carnico puntarono all'Austria, inconsapevoli del tragico destino che li attendeva; giunti nella valle del Gail e consegnatisi agli inglesi, ebbero infatti un'amara sorpresa: in seguito agli accordi di Jalta fra le forze alleate, tutti i cosacchi dovevano essere rimpatriati. Questo significava la fucilazione per gli ufficiali, e per tutti gli altri, donne e bambini compresi, la deportazione in Siberia. In molti, pur di evitare le torture dei gulag, preferirono la morte e optarono per un suicidio collettivo; così nel maggio 1945, con i loro cavalli e le loro famiglie si gettarono in massa nelle gelide acque della Drava, morendo annegati.

Dal 1814 al 1866 la Carnia fu sotto il dominio austriaco, poi dopo la terza guerra di indipendenza, il 21 ottobre 1866, il Friuli e la Carnia furono annessi all'Italia, seguendone le vicende storiche, come la partecipazione alle sanguinose guerre del 1915-18 e del 1940-45, oltre che a tutte le vicende coloniali in Africa. Molti dei sentieri montani tuttora utilizzati, risalgono alla prima guerra mondiale ed è ancora possibile individuare i resti dei fortini e le feritoie.

Alpini morti a causa di una valanga sul Pal Piccolo

Durante la prima guerra mondiale la Carnia, trovandosi al confine tra Regno d'Italia e l'allora Impero Asburgico divenne zona di guerra. Il settore di fronte compreso tra il Monte Peralba e il Monte Rombon costituiva la "Zona Carnia" a comandare la quale fu posto il generale Lequio; al 24 maggio 1915 vi erano dislocati 31 battaglioni (di cui 24 alpini). La zona Carnia aveva primaria importanza in quanto anello di congiunzione tra la 4ª armata del Cadore e la 2^ dell'Isonzo. Particolare importanza ebbe la zona del Passo di Monte Croce Carnico con le alture circostanti: Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande, dove alpini e alpenjagër condussero una guerra di trincea logorante.

Sui monti carnici si combatté fino all'ottobre del 1917, mese in cui si verificò la rotta di Caporetto, e le truppe della Zona Carnia dovettero ripiegare. In seguito alla rotta di Caporetto, la Carnia dovette subire l'invasione austro-tedesca, che durò un anno intero; un anno che fu per la gente carnica pieno di miserie, privazioni e requisizioni. Durante la seconda guerra mondiale la Carnia fu zona di reclutamento privilegiato dei reparti alpini, impegnati sui fronti più diversi ed in particolare in Russia. Dopo l'otto settembre vi fiorì un'intensa attività partigiana, culminata nella proclamazione della Repubblica Partigiana della Carnia, con capoluogo Ampezzo, che per estensione fu la più vasta d'Italia.

A causa dell'importanza strategica della zona, passaggio privilegiato tra la Pianura Padana e l'Austria grazie alla relativamente scarsa altitudine raggiunta dalle montagne ed all'accessibilità dei passi, la Repubblica Partigiana ebbe vita breve, venendo attaccata e distrutta da ingenti forze naziste e fasciste congiunte. Con l'avvento della repubblica, nella regione sono rifiorite istanze autonomiste, sostenute negli anni settanta anche da un politico nazionale di origine carnica, Bruno Lepre.

Le Pievi della Carnia[modifica | modifica sorgente]

In Carnia esisteva nel passato un sistema territoriale organizzato sulle Pievi (da plebs, popolo),[1] antiche chiese costruite a partire dal V secolo sotto la giurisdizione del Patriarcato di Aquileia e che trovavano nella Chiesa di Zuglio (Julium Carnicum) il centro principale di evangelizzazione e amministrazione specie a seguito delle invasioni barbariche. Le Pievi sorgono sovente in posizione sopraelevata e lontane dai centri abitati e questo consente di controllare i fondovalle e le principali vie di comunicazione oltre a consentire la comunicazione tra esse. Il loro ruolo preminente perde importanza con l'aumentare della popolazione e la costituzione delle parrocchie a partire dal XIV-XV secolo. Le Pievi storiche della Carnia sicure e documentate sono dieci:

  • San Floriano di Illegio, costruita nel IX secolo inizialmente dedicata a S. Vito forse sui ruderi di una precedente costruzione sacra del III-IV secolo. La posizione è su un colle che domina la Valle del But da una parte e dall'altra la conca di Illegio. La festa è il 4 maggio.
  • Santa Maria Oltrebut di Tolmezzo, sorta nel VI secolo su un colle tra gli abitati di Caneva e Casanova al di sopra del torrente But, a controllo dell'antica strada Julia Augusta verso Julium Carnicum e il Norico (Austria). La festa è il 15 agosto.
  • Santo Stefano di Cesclans, menzionata in alcuni documenti del XII secolo (ma la sua fondazione risale almeno all'VIII secolo) e ristrutturata prima nel 1777 e poi a seguito del terremoto del 1976. Come per altre pievi della zona, nel Medioevo venne affidata alla giurisdizione dell'Abbazia di S. Gallo di Moggio. Poco fuori il paese di Cesclans, frazione di Cavazzo Carnico, è posta su un colle che domina l'altra frazione di Somplago e il comprensorio del Lago di Cavazzo.
  • San Martino di Verzegnis, posta all'interno del paese di Villa di Verzegnis. Fondata attorno all'VIII secolo venne ricostruita nel XVIII secolo da Domenico Schiavi. Feste sono la prima domenica di ottobre e l'11 novembre.
  • Santa Maria Maddalena di Invillino, posta su un colle (Colle Santino) poco sopra l'abitato di Invillino nel comune di Villa Santina. Venne costruita successivamente (tra l'VII e il IX secolo) al complesso del Colle di Zucca dove esisteva un luogo di culto paleocristiano, nel corso della riorganizzazione operata dal Patriarcato di Aquileia a seguito delle invasioni barbariche.
  • Santi Ilario e Taziano di Enemonzo, risalente all'XI-XII secolo venne ristrutturata nel corso del Settecento.
  • Santa Maria Annunziata di Socchieve, in località Castoia tra Socchieve e la frazione di Nonta. Forse inizialmente dedicata a S. Stefano che ne fa retrocedere la data di fondazione rispetto al primo documento che ne parla attorno al 1212. Sempre a Nonta venne costruito un castello a difesa delle vie di comunicazione verso il Cadore. Da essa dipendeva anche la Chiesa di Ampezzo poi distaccatasi e resa autonoma.
  • Santa Maria del Rosario di Forni di Sotto, ubicata nella frazione di Vico, era inizialmente intitolata a S. Martino in epoca longobarda (VI-VII secolo). Festa: prima domenica di ottobre.
  • Santa Maria di Gorto di Ovaro, assieme alla Pieve di S. Pietro in Carnia è una delle più antiche, forse del V secolo in stretta relazione con la Chiesa del Col Santino. In origine venne costruita più a ridosso del torrente Degano; a seguito di un incendio venne costruita più in alto su un colle che domina l'intera vallata e la conca di Ovaro.
  • San Pietro di Zuglio, di data incerta di fondazione era la chiesa rappresentativa dell'antica Diocesi di Zuglio soppressa nel V secolo. Eretta su un colle sopra il Torrente But attorno al IX secolo (l'impianto della chiesa attuale risale al 1312) da essa si possono ammirare la Pieve di S. Floriano ma anche quelle di Ognisanti in Sutrio e di S. Daniele in Paluzza. Festa principale è la celebrazione del tradizionale Bacio delle Croci, nella domenica dell'Ascensione, dove le croci di tutte le chiese succursali si accostano alla croce della chiesa madre.

Architettura rurale[modifica | modifica sorgente]

Gli esempi di architettura rurale in Carnia si possono dividere in 5 tipi fondamentali:

  • Forni Savorgnani

Gli edifici caratteristici di questa zona presentano solide pareti in legno squadrato (blockbau) costruite su un basamento in muratura, abbondanza di sovrastrutture in legno quali ballatoi e scale esterne. La presenza di questi ballatoi è dovuta alla situazione climatico - ambientale della zona: l'allevamento dei bovini, infatti, assai sviluppato, richiedeva grandi quantità di fieno. Poiché i tagli avvenivano sul finire della stagione, c'era la necessità di fare l'essiccamento sul ballatoio, anziché sui prati, data la stagione umida. Il ballatoio serviva anche a far maturare artificialmente i cereali come il granoturco.

  • Sauris

L'abitazione caratteristica di Sauris è solitamente staccata dal rustico, e si compone in più piani. Al piano terra c'è un vano ingresso o atrio preferibilmente centrale, dal quale si accede alla cucina, al tinello e a uno o due locali, posti a monte, che fungono da cantina. Attraverso una scala di legno si sale al primo piano, dove si trovano uno o più corridoi dai quali si accede alle camere da letto e ai ballatoi (in questi troviamo spesso una latrina). Per un'altra scaletta di legno si accede al sottotetto, dotato di abbaino, nel quale vengono conservati i prodotti dell'agricoltura e gli attrezzi, ma non il fieno. I materiali da costruzione sono la pietra e la calce per i pianterreni, tronchi squadrati e incastrati tra loro per i piani superiori (blockbau). La copertura dei tetti, tutta e sempre in scandole di legno, è simile a quella utilizzata nella zona di Forni; in autunno sopra le scandole vengono disposte assi molto lunghe, fermate da ciottoli e pietre, perché tengano ferme le assicelle sotto il peso della neve.

  • Canale di Gorto

Un accesso più facilitato alla Valle del Tagliamento e i valichi hanno permesso alla Val Degano di sviluppare maggiori contatti con le vicine popolazioni delle valli situate a oriente e occidente, e questo ha portato a evidenti influssi sull'architettura della zona.

La casa tipica di questa valle è una costruzione rettangolare, in muratura, senza sovrastrutture in legno, a due o tre piani, con scala interna preferibilmente in legno. Si differenzia da quella tipica della Val Tagliamento per aver il tetto a due grandi spioventi molto inclinati e nei lati più corti della casa altri due spioventi mozzi molto piccoli. Il tetto è coperto di tegole Bieberschwanz, introdotte a partire dal secolo XVIII. Il rustico è generalmente separato dall'abitazione.

  • Alto Tagliamento
  • Carnia Centrale

La tipica casa carnica della zona della casa centrale è quella a loggiati, che risente dell'influenza veneta ed è caratterizzata da una serie di ampi archi che formavano appunto grandi loggiati e sottoportici, i quali non avevano solo funzione decorativa ma servivano anche ad accogliere le attività lavorative degli abitanti. Solitamente una casa possiede due o tre loggiati al piano terra che corrispondono spesso ad altrettanti archi al piano superiore. Il sottoportico è collegato al primo piano da una scala interna in pietra. I locali sono così disposti: al piano terra gli ambienti in cui si vive (cucina e talvolta una sorta di tinello) e si lavora, o un tempo si lavorava (legnaia, deposito attrezzi); al piano superiore trovano posto le camere da letto; quindi nel sottotetto, si trova il solaio.

Popolazione[modifica | modifica sorgente]

Oggi la Carnia conta circa 40.000 abitanti; nella sola Tolmezzo ne risiedono circa 10.500; gli altri risiedono nei paesi sparsi per le vallate.

Nel periodo successivo all'unione d'Italia fino al secondo dopoguerra, la Carnia ha visto un vero e proprio "esodo" dei suoi abitanti verso le città della pianura, verso la Francia, la Germania e verso le Americhe. Quest'ondata emigratoria, dovuta alla prospettiva di una vita più facile e più sicura, unita alle scarse risorse fornite dalla montagna e alla carenza di industrie, fu la causa del progressivo spopolamento delle valli carniche. IN questi ultimi anni si assiste ad un lento declino della popolazione dei paesi delle vallate a favore dei comuni del fondovalle e della Conca Tolmezzina, anche per la facilità occupazionale e di trasporto.

Economia[modifica | modifica sorgente]

Il territorio montuoso e il clima rigido non sono favorevoli ad uno sviluppo agricolo tale da costituire una voce importante nell'economia della regione; si riescono a coltivare in prevalenza patate (cartufules), fagioli (fajuis) e mais (sorch), da cui si ricavava la farina da polenta. L'allevamento è fiorente; a livello familiare si allevano galline (gjalines) e tacchini (dindis). Importante è l'allevamento dei bovini da latte dal quale si ricavano diverse varietà di formaggio (čuč o formadi), ricotta affumicata (scuete fumade) e burro (spongje e ont burro cotto), che in piccola parte viene anche esportato fuori dalla regione.

Si allevano inoltre suini, anche in questo caso in allevamenti a conduzione familiare, con la cui carne si produce in prevalenza salame (salamp), speck, salsicce (luanie), un insaccato simile al cotechino, ma più magro (muset), pancetta (panzete), lardo (argjel) e braciole (brusadule): tutti i prodotti vengono affumicati (fumâts) secondo un'antica tradizione che aveva lo scopo di conservare a lungo i prodotti. Famoso a livello regionale è il prosciutto crudo di Sauris anch'esso affumicato.

Le industrie principali sono quelle relative allo sfruttamento del legname (segherie, falegnamerie, mobilifici), vi sono inoltre fabbriche di occhiali, orologi e cartiere. Nonostante le maestose vette dolomitiche, le amene vallate e i caratteristici paesini, i numerosissimi e ben tracciati sentieri CAI (lungo i quali in alcune zone è possibile ammirare i resti dei fortini della grande guerra) e rifugi alpini ben attrezzati, la Carnia non è meta del turismo di massa che invade invece il vicino Cadore. Tuttavia sono abbastanza numerose le strutture alberghiere e di ristorazione ed il turismo sta divenendo sempre più una voce di particolare rilevanza nell'economia carnica.

Persone legate alla Carnia[modifica | modifica sorgente]

Eventi[modifica | modifica sorgente]

Periodo Ricorrenza Paese
Carnevale Carnevale saurano Sauris
venerdì santo Via Crucis vivente Lauco
28 maggio Bacio delle croci Zuglio
primi due weekend di luglio Festa del prosciutto Sauris
ultima domenica di luglio Fasin la mede Sutrio
terza domenica di luglio Festa del malgaro Ovaro
domeniche di luglio (ultima) e agosto (prima) Festa dei frutti di bosco Forni Avoltri
metà agosto Un venerdì da Leoni - festa sulla sabbia Tolmezzo
prima domenica dopo ferragosto Fiesta tas corts - Savors di una volta Ravascletto
ultima domenica di agosto Mistirs Paularo
prima domenica di settembre Magia del legno Sutrio
da Natale a Epifania Borghi & Presepi Sutrio
vari mesi dell'anno Tîr des cidulis (o des cjdulos o das cidules o anche das pirulas) Arta Terme, Lauco, Forni Avoltri, Paularo, Comeglians, Ovaro, Ravascletto.

Gastronomia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi cucina friulana.
Frico

La cucina tipica carnica è una cucina per lo più povera, a causa della scarsezza dei generi alimentari un tempo reperibili in Carnia. In questo territorio montano infatti pochi sono i terreni adatti all'agricoltura. I piatti principali sono quindi la polenta, che per anni ha permesso la sopravvivenza in montagna, e le minestre, necessarie in un clima rigido. La minestra era spesso piatto unico, talvolta cremosa, con pane raffermo e aggiunta di farinate. Le due minestre "classiche" sono quella di fagioli e la jota.

A Sutrio la minestra di fagioli è detta dal disesiet (del diciassette) anno dell'invasione austroungarica, perché in quell'anno di miseria era l'unica pietanza disponibile. Piatto tipico per eccellenza sono i cosiddetti Cjarsons, sorta di "agnolotti" ripieni di erbe e spezie conditi con burro fuso e ricotta affumicata, tra i primi troviamo anche gli gnocchi in vario modo come quelli di zucca gialla e i Canederli; il frico. Non va poi dimenticata la carne, in modo particolare quella di maiale. Del purcît non si buttava nulla: sangue, interiora, cotenna, tutto veniva utilizzato ed era una grande festa in paese quando venivano uccisi i maiali, tra dicembre e gennaio.

Citazioni[modifica | modifica sorgente]

« ...oh noci della Carnia addio!

Erra tra i vostri rami il pensier mio sognando l'ombre d'un tempo che fu!... »

(Giosuè Carducci, Il comune rustico)

Galleria fotografica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ www.camminodellepievi.it

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Miriam Davide, La Carnia nel patriarcato di Aquileia: diritti e privilegi di un territorio alpino nel tardo medioevo in Luca Giarelli (a cura di), Naturalmente divisi. Storia e autonomia delle antiche comunità alpine, 2013, p. 301, ISBN 978-88-911-1170-8.
  • Pietro Adami, La cucina carnica, Gruppo Editoriale Muzzio, 2009. ISBN 978-88-96159-14-9
  • Furio Bianco, Carnia XVII-XIX. Organizzazione comunitaria e strutture economiche nel sistema alpino, Pordenone, Biblioteca dell'Immagine, 20002 (1985), 159 p.
  • Flavia De Vitt, Pievi e parrocchia della Carnia nel tardo Medioevo (secc. XIII-XIV), Tolmezzo, Società Filolo-gica Friulana / Edizioni Aquileia, 1983, XVII+189 p.
  • Niccolò Grassi, Notizie storiche della Provincia della Carnia, Udine, fratelli Gallici alla Fontana, 1782, VIII+224 p.
  • Giovanni Marinelli, Guida della Carnia (Bacino superiore del Tagliamento), Udine, Del Bianco, 19812 (1898), XIII+557 p.
  • Giovanni Edoardo Nogaro - Adriano Alpago Novello, Carnia. Architettura spontanea e costume, Paderno Dugnano, Görlich editore, 1973, 192 p.
  • Lodovico Zanini, La casa e la vita in Carnia, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1968, 233 p.
  • Bruna Sibille Sizia, La terra impossibile: storia dell'armata cosacca in Friuli, Udine, Doretti, 1956.
  • Bruna Sibille Sizia, Il Kosovaro, Udine, Kappa Vu, 2004.
  • Museo Archeologico Iulium Carnicum: la città romana e il suo territorio nel percorso espositivo, 2. ed, Tavagnacco, 2005, 88 p.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]