Carlo Magno

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Carlo Magno (disambigua).
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.
Carlo Magno
Carlo Magno in un ritratto ottocentesco di Louis-Félix Amiel
Carlo Magno in un ritratto ottocentesco di Louis-Félix Amiel
Re dei Franchi
In carica 24 settembre 768 –
28 gennaio 814
Predecessore Pipino il Breve
Successore Ludovico il Pio
Re dei Longobardi
In carica 10 luglio 774 –
28 gennaio 814
Predecessore Desiderio
Successore Ludovico il Pio
Imperatore dei Romani
Incoronazione 25 dicembre 800 (Basilica di San Pietro, Roma)
Nome completo Carlo
Altri titoli Re d'Aquitania congiuntamente a Carlomanno sino al 771, poi da solo sino al 781
Nascita Sconosciuto, 2 aprile 742
Morte Aquisgrana, 28 gennaio 814
Dinastia Dinastia carolingia
Padre Pipino il Breve
Madre Bertrada di Laon
Coniugi Imiltrude
Ermengarda
Ildegarda
Fastrada
Liutgarda
Figli da Imiltrude: Pipino IV e Alpaide;
da Ildegarda: Carlo il Giovane, Adelaide, Rotrude, Carlomanno-Pipino, Ludovico il Pio, Lotario, Berta, Gisella e Ildegarda;
da Fastrada: Teodorada e Iltrude
Religione Cristianesimo Cattolico
Firma Charlemagne autograph.svg

Carlo, detto Magno, o Carlomagno, in tedesco Karl der Große, in francese Charlemagne, in latino Carolus Magnus (2 aprile 742Aquisgrana, 28 gennaio 814), fu re dei Franchi dal 768, re dei Longobardi dal 774 e, dall'800, primo imperatore del Sacro Romano Impero. L'appellativo Magno (in latino Magnus, "grande") gli fu dato dal suo biografo Eginardo, che intitolò la sua opera Vita et gestae Caroli Magni.

Figlio di Pipino il Breve e Bertrada di Laon, Carlo Magno divenne re nel 768 in seguito alla morte di suo padre. Fu inizialmente regnante insieme a suo fratello Carlomanno. L'improvvisa morte di Carlomanno nel 771 in circostanze misteriose lasciò Carlo Magno come unico sovrano del regno franco. Grazie a una serie di fortunate campagne militari (compresa la conquista del regno Longobardo), allargò il regno dei Franchi fino a comprendere una vasta parte dell'Europa occidentale. La notte di Natale dell'800 papa Leone III lo incoronò Imperatore dei Romani, fondando quello che verrà definito Impero carolingio.

Con Carlo Magno si assistette quindi al superamento, riguardo alla storia dell'Europa occidentale, dell'ambiguità giuridico-formale dei regni romano-barbarici in favore di un nuovo modello imperiale. Col suo governo diede impulso alla Rinascita carolingia, un periodo di risveglio culturale nell'Occidente.

L'Impero resistette fin quando fu in vita il figlio di Carlo Ludovico il Pio, venendo in seguito diviso fra i suoi tre eredi, ma la portata delle sue riforme e la sua valenza sacrale influenzarono radicalmente tutta la vita e la politica del continente europeo nei secoli successivi.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Il successo di Carlo Magno nel fondare il Sacro Romano Impero non può essere spiegato senza tener conto di alcuni processi che erano in corso dai secoli precedenti. Nei decenni precedenti con l'ascesa di Carlo, la popolazione degli Avari si era sedentarizzata e non costituiva più una minaccia, le migrazioni dei popoli Germanici e Slavi si erano fermate quasi del tutto; a occidente si era esaurita la forza espansionistica degli arabi grazie alle battaglie combattute da Carlo Martello, inoltre a causa di rivalità personali e contrasti religiosi la Spagna musulmana era divisa da lotte intestine.

Secondo una tesi molto famosa (ma ridimensionata da studi più recenti) dello storico belga Henri Pirenne c'era stato uno spostamento del baricentro del mondo occidentale verso nord dopo la perdita di importanza dei traffici nel Mediterraneo causato dalla conquista musulmana dell'Africa del Nord e del Vicino Oriente,

Inoltre si deve tener conto della fondamentale opera di evangelizzazione nei territori della Germania orientale e meridionale da parte dei monaci benedettini provenienti dall'Inghilterra e guidati da san Bonifacio tra il 720 e il 750 circa, che aveva dato una prima struttura e organizzazione a territori fino ad allora dominati da tribù fondamentalmente ancora barbare e pagane.

Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Data di nascita[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto immaginario di Carlo Magno, di Albrecht Dürer.

Carlo fu il primogenito di Pipino il Breve (714-768), primo dei re Carolingi. Difficile stabilire con esattezza la data di nascita del futuro Imperatore, poiché ce ne sono proposte almeno tre, il 742, il 743 o il 744: Eginardo nella sua Vita Karoli afferma che Carlo Magno morì nel suo settantaduesimo anno di vita, gli Annali Regi datano la morte di Carlo al suo settantunesimo anno di vita circa, mentre l'iscrizione posta sopra la tomba di Carlo lo definisce semplicemente settantenne.[1]

Un altro manoscritto coevo colloca la nascita di Carlo Magno al 2 aprile. La data comunemente indicata come data di nascita di Carlo Magno è quella del 2 aprile 742, fidandosi maggiormente del calcolo di Eginardo.[2] Questa data rafforzerebbe l'idea che Carlo fosse un figlio illegittimo, precedendo il matrimonio tra Pipino e Bertrada del 744; Eginardo non menziona comunque questo dato.

La spartizione del regno[modifica | modifica wikitesto]

Alla morte di Pipino il Breve nel 768, i suoi due figli Carlo Magno e Carlomanno si spartirono l'eredità. Al primo andarono l'Austrasia, gran parte della Neustria e la metà nord-occidentale dell'Aquitania, con capitale Aquisgrana (ossia il nord e l'occidente della Francia più la bassa valle del Reno), mentre al secondo spettarono la Borgogna, la Provenza, la Gotia, l'Alsazia, l'Alamagna, e la parte sud-orientale dell'Aquitania, con capitale Samoussy (cioè il sud e l'Oriente della Francia più l'alta valle del Reno). Quando Carlomanno morì nel 4 dicembre 771, all'età di soli 20 anni, Carlo Magno si ritrovò a governare il regno dei franchi unificato.[3] L'incoronazione avvenne nella cittadina di Noyon, la stessa che vide l'incoronazione del padre.

Campagne in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Dinastia carolingia
Pipinidi
Arnolfingi
Carolingi
Dopo il Trattato di Verdun (843)

La prima fase del regno di Carlo Magno fu volta alle continue campagne militari, intraprese per affermare la sua autorità innanzitutto all'interno del regno dei Franchi stessi, tra i suoi familiari e le voci dissidenti. Una volta stabilizzato il fronte interno iniziò una serie di campagne al di fuori dei confini del regno, per assoggettare i popoli vicini e per aiutare la Chiesa di Roma, stringendo con essa un rapporto ancora più stretto di quello di suo padre Pipino il Breve. Dal rapporto col papa e la Chiesa, intesa ormai come diretta erede dell'Impero romano d'Occidente, Carlo ottenne l'autenticazione del potere che trascendeva ormai l'Imperatore di Bisanzio, lontano e incapace di far valere i propri diritti soprattutto in un momento di debolezza e di dubbia legittimità del regno dell'imperatrice Irene.

Adelchi sconfitto da Carlo Magno, opta per l'esilio.
Carlo Magno conferma a Papa Adriano I le donazioni del padre Pipino Il Breve.

La madre di Carlo, Bertrada, fu una convinta assertrice della politica di distensione tra Franchi e Longobardi. Nel 770, la regina organizzò una missione in Italia, riuscendo a tessere un'intesa fra i suoi due figli e il re longobardo Desiderio.[4]

Il primogenito di quest'ultimo, Adelchi, venne dato in sposo alla principessa franca Gisilda, mentre Carlo Magno, che era già stato sposato con Imiltrude, maritò la figlia di Desiderio, Desiderata (resa celebre dall'Adelchi manzoniano con il nome di "Ermengarda"). Il Papa all'inizio fu contrario al matrimonio, ma Bertrada ed il re longobardo gli fecero dono di alcune città dell'Italia Centrale rassicurandolo.

Tra la fine del 771 e l'inizio del 772, quasi contemporaneamente morirono due dei protagonisti della politica contemporanea: il fratello di Carlo Magno, Carlomanno, e Papa Stefano III. Desiderio incoraggiò la vedova di Carlomanno a rivendicare la sua eredità, mentre al soglio pontificio venne eletto Papa Adriano I, che invocò l'aiuto di Carlo contro la minaccia longobarda. Nel frattempo Carlo ripudiò sua moglie, che non gli aveva ancora dato un figlio, e la rispedì da suo padre. Desiderio passò quindi all'offensiva invadendo la Pentapoli. Carlo Magno cercò di riappacificare la situazione suggerendo al papa di donare 14000 monete d'oro a Desiderio per riottenere, in cambio, i territori occupati dai Longobardi. Il negoziato fallì e Carlo, di fronte all'insistenza del papato, mosse guerra ai Longobardi e invase l'Italia nel 773.[5]

Il grosso dell'esercito, comandato dal sovrano stesso, superò il passo del Moncenisio e attaccò le armate di Desiderio presso la città di Susa, nella battaglia delle Chiuse longobarde. Il re longobardo riuscì ad arginare l'invasione, ma intanto un'altra armata franca, guidata dallo zio di Carlo, Bernardo, attraversò il Gran San Bernardo e ridiscese la Valle d'Aosta, puntando contro il secondo troncone dell'esercito longobardo, affidato ad Adelchi. Quest'ultimo fu sbaragliato e dovette ritirarsi a marce forzate mentre Desiderio si rinserrava nella capitale del suo regno, Pavia. I Franchi posero l'assedio alla città dall'ottobre del 773 sino all'inizio dell'anno successivo.

Prima della resa di Desiderio, Carlo Magno si diresse a Roma per festeggiare la Pasqua. Giunto in San Pietro, incontrò papa Adriano, che lo accolse con gli onori spettanti al patrizio dei Romani. Il pontefice ottenne, d'altra parte, la riconferma dei territori attribuiti in precedenza alla Chiesa da Pipino.[6] Nel 774, alla capitolazione di Pavia e di tutto il Regno longobardo, Desiderio fu rinchiuso in un monastero, mentre il figlio Adelchi riparò presso la corte dell'imperatore bizantino Costantino V. Conquistata l'Italia, il 10 luglio 774 il re carolingio fu incoronato Gratia Dei Rex Francorum et Langobardorum a Pavia con la Corona ferrea[7], mantenne le istituzioni, le leggi longobarde e confermò i possedimenti ai duchi che avevano servito il precedente re: il ducato di Benevento rimase indipendente ma tributario a Carlo Magno.

C'era ancora instabilità, comunque, in Italia. Il duca del Friuli, Rotgaudo, cominciò ad organizzare una sollevazione coinvolgendo i duchi rimasti in carica. Carlo Magno, mentre ritornava da una spedizione contro i Sassoni, discese in Italia arrivando in Friuli ad inizio 776. Lì affrontò in battaglia i duchi longobardi del Friuli, di Treviso e di Vicenza. Rotgaudo morì in battaglia e Carlo riconquistò le città ribelli, pacificando l'Italia del Nord.[8]

Espansione carolingia al sud[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Magno piange la morte del Conte Rolando

Carlo cercò di riconquistare agli arabi di al-Andalus (da questo toponimo arabo prenderà poi il nome la regione dell'Andalusia) almeno una parte della Spagna, al fine di realizzare un disegno "imperiale" di antica concezione, già carezzato da suo nonno Carlo Martello dopo la sua vittoria di Poitiers, e da suo padre Pipino con un primo riconoscimento concesso al Papa della cosiddetta Donazione di Costantino, (rivelata, secoli più tardi, come un falso storico grazie agli umanisti Niccolò Cusano e Lorenzo Valla) grazie alla quale il re franco aveva riconosciuto al Papa un dominio temporale, ottenendo in cambio l'onore di diventare il protettore della Chiesa latina.

L'intervento di Carlo Magno nella Penisola iberica fu tutt'altro che trionfale, e non privo di momenti dolorosi e gravi rovesci. Innanzi tutto Carlo cercò di inserirsi quale mediatore tra i vari emiri aragonesi in lotta tra loro nel 778. Si ebbe la morte di uno dei due figli gemelli nell'accampamento reale nei pressi di Saragozza, dai cui cristiani, per colmo d'ironia, non ricevette alcun aiuto, palese o segreto, vista l'assai maggior convenienza di costoro di rimanere sotto la sovranità islamica[non chiaro][9], anziché cadere sotto il dominio del sovrano franco, la cui totale obbedienza al Papa romano metteva a rischio l'autonomia della Chiesa mozaraba, imponendo anche altri obblighi di non piccolo conto[10]

Celeberrimo è, poi, l'episodio della rotta di Roncisvalle, dove la retroguardia franca subì un'imboscata da parte di tribù basche, da tempo cristianizzate ma spesso ribelli ai Franchi e gelose della loro autonomia, in seguito alla quale morì Rolando, "Hruodlandus", prefetto del limes di Bretagna.[11] L'episodio ebbe sicuramente una maggior valenza letteraria che storico-militare, ispirando uno dei passi più noti della successiva Chanson de Roland, uno dei testi epici fondamentale della letteratura medievale europea.[12]

La sconfitta di Roncisvalle non fece diminuire l'impegno di Carlo nella difesa del confine iberico, di fondamentale importanza per impedire che le armate arabe dilagassero in Francia. Pertanto, per pacificare l'Aquitania, la trasformò nel 781 in un regno autonomo, al cui vertice pose il figlio Ludovico, di appena tre anni. Dopo la morte dell'emiro di Cordova (797) fu proprio Ludovico, su ordine del padre, ad adoperarsi per estendere il dominio franco oltre confine e rendere sicuro il confine iberico, che nell'810 raggiunse il fiume Ebro. Fu creata allora la Marca Hispanica, riconoscibile nell'odierna Catalogna:[13] uno Stato-cuscinetto, dotato di una relativa autonomia, posto a difesa dei confini meridionali della Francia da eventuali attacchi musulmani.

All'inizio del IX secolo dunque, i Franchi controllavano un regno che comprendeva Francia, Belgio, Olanda, Svizzera e Austria attuali, tutta la Germania fino all’Elba, l’Italia centro-settentrionale compresa l’Istria, la Boemia, la Slovenia e l’Ungheria fino al Danubio, infine la Spagna pirenaica fino all’Ebro: Carlo Magno governava sulla quasi totalità dei Cristiani di rito latino.[14]

Campagne orientali[modifica | modifica wikitesto]

Campagna contro i Sassoni[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Magno sottomette Vitughindo.

I sassoni erano una popolazione di origine germanica abitante nella zona a nord-est dell'Austrasia, oltre il Reno, nei bassi bacini del Weser e dell'Elba.

Erano rimasti di credo pagano ed erano guerrieri arditi ed irrequieti; gli stessi Imperatori romani avevano cercato inutilmente di assoggettarli come federati. Pipino il Breve era riuscito a contenerne la sete di saccheggio e ad imporre loro un tributo annuo di alcune centinaia di cavalli. Nel 772 però rifiutarono il pagamento e ciò consentì a Carlo Magno di procedere all'invasione della Sassonia. L'esercito carolingio oltrepassò il Reno e, puntando verso nord, riuscì a sconfiggerli a più riprese e a distruggere l'irminsul, l'idolo pagano di questo popolo. La campagna di Sassonia venne sospesa durante l'invasione dell'Italia per essere ripresa con maggior vigore dopo il 774.

Nel 780 una nuova ribellione scoppiò nella regione e Carlo Magno, impegnato in Spagna nell'assedio di Saragozza, dovette accorrere in Sassonia per poter aver ragione dei rivoltosi. La zona venne smembrata in contee e ducati, che precedettero l'evangelizzazione della popolazione. I Sassoni riuscirono in seguito a riunificare le varie tribù sotto la reggenza di Vitichindo, che fu la vera e propria anima della resistenza.

Dal 782 in poi la conquista procedette in modi sempre più repressivi, devastando le terre sassoni in modo metodico, affamando le tribù ribelli. Lo stesso Carlo promulgò il Capitulare de partibus Saxoniae, che imponeva la pena capitale per chiunque avrebbe offeso il Cristianesimo e i suoi sacerdoti, misura per la conversione forzata dei Sassoni.[15] Circa 4500 Sassoni vennero giustiziati nel Massacro di Verden e lo stesso Vitughindo venne battezzato nel 785. I Sassoni mantennero la pace fino al 793, quando emerse una nuova insurrezione nella Germania settentrionale. Carlo Magno la soppresse sul nascere, attuando la deportazione di migliaia di sassoni e rimpolpando la regione di coloni franchi e slavi.[16]

L'ultima misura presa da Carlo Magno contro i Sassoni fu la deportazione nell'804 dei Sassoni che abitavano oltre l'Elba, ma, ormai, la Sassonia era ben integrata nel dominio franco e i Sassoni incominciarono ad essere regolarmente reclutati nell'esercito imperiale.[17]

Sottomissione della Baviera[modifica | modifica wikitesto]

Regno di Carlo, dopo la sconfitta degli Avari (791)

Nel 780 la Baviera, una delle regioni più civili d'Europa, assunse al rango di ducato. A capo di questo dipartimento c'era il cugino di Carlo Magno, Tassilone.

Nello stesso anno della spedizione franca in Spagna, per sostenere la rivolta del governatore della Marca Superiore, ʿAbd al-Raḥmān, contro l'emiro di Cordova, Tassilone si associò il figlio con il medesimo titolo di duca. Carlo Magno, momentaneamente impegnato, fece finta di nulla ma nel 781 pretese dal cugino il rinnovo del giuramento di fedeltà a Worms.

Vedendosi sempre più pressato dalle ingerenze di Carlo, il duca di Baviera nel 787 mandò ambasciatori presso Papa Adriano I per chiedere la sua mediazione. Costui non solo rifiutò un accordo, ma ribadì le pretese di Carlo Magno, minacciandolo di scomunica.

Nel 788 Carlo Magno gli mosse guerra scoprendo, tra l'altro, un'alleanza stipulata tra il cugino e l'ex re longobardo Adelchi che era frattanto riparato a Bisanzio. La Baviera venne annessa all'impero carolingio e Tassilone fu esautorato e fatto rinchiudere in un monastero.

Campagna contro gli Avari[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la liquidazione di Tassilone, l'Impero Carolingio si vedeva confinante, sia a nord che al confine con il Friuli, con una bellicosa popolazione di origine turanica, gli Avari.[18] Appartenenti alla grande famiglia delle popolazioni turco-mongoliche, come gli Unni, si erano organizzati attorno ad un capo militare, il Khan e si erano stanziati nella pianura pannonica, più o meno l'odierna Ungheria. Essi assoggettarono i vari popoli slavi che stanziavano sul territorio, insieme agli appartenenti di un'etnia affine alla loro, i Bulgari. Pur riconvertendosi all'allevamento e alla pastorizia, non rinunciavano ad effettuare ripetute scorrerie ai confini del regno carolingio e dell'Impero Bizantino. La loro minaccia era ormai però piuttosto ridotta, ma la loro tesoreria di stato era colma di ricchezze accumulate dai sussidi che gli imperatori bizantini versano nelle loro casse e perciò Carlo Magno cominciò a studiare a tavolino un'invasione della regione. Carlo aveva bisogno di una grande vittoria militare nella quale coinvolgere anche la nobiltà franca in modo che essa si rinsaldasse attorno a lui.

Vennero istituiti dei comandi militari alla frontiera come l'Ostmark (costituente la futura Austria), per meglio coordinare le manovre dell'esercito. Le truppe imperiali procedettero nel 791 all'invasione, percorrendo il Danubio da entrambe le sponde. L'esercito a nord era guidato personalmente dall'Imperatore, accompagnato da una flotta di chiatte e barconi incaricata di trasportare rifornimenti e permettere una rapida comunicazione tra le due sponde. Contemporaneamente un altro esercito comandato dal figlio Pipino muoveva dal Friuli.[19]

Sino all'autunno dello stesso anno, i Franchi penetrarono sin nelle vicinanze della capitale avara, il ring, ma dovettero riparare in Sassonia a causa della stagione avanzata che causava problemi di collegamento tra i reparti, rendendo difficili le comunicazioni ed inoltre impedendo nel periodo invernale di poter mantenere le cavalcature.

Le devastazioni comunque provocarono il malcontento tra i diversi capi avari che, uno dietro l'altro, incominciarono una politica indipendente dall'autorità del loro Khan; uno di costoro mandò nel 795 ambasciatori da Carlo manifestando l'intenzione di convertirsi al Cristianesimo. L'anno dopo, in seguito a ripetuti saccheggi, il regno avaro cadde come un castello di carte.[20]

Carlo Magno, nonostante le ripetute rivolte protrattesi negli anni, non tornò mai personalmente nell'area, delegando le autorità locali a svolgere le operazioni militari, che impiegarono qualche anno a stroncare la rivolta, in seguito a una vera e propria guerra di sterminio.[21]

Il khaganato avaro si disgregò davanti all'espansione bulgara e slava; il crollo del khaganato pose fine all'idea stessa di un'identità avara.[22]

Rapporti con il Papato[modifica | modifica wikitesto]

Generalmente, i re franchi si presentavano come naturali difensori della Chiesa cattolica, avendo restituito al pontefice ai tempi di Pipino quei territori dell'Esarcato di Ravenna e della Pentapoli che per concezione comune erano creduti appartenenti al Patrimonio di San Pietro. Carlo sapeva bene che al Papa importava soprattutto ritagliare un sicuro territorio di sua pertinenza in Italia Centrale, libero da altri poteri temporali, compreso quello bizantino.

La morte di Papa Stefano III, diede mano libera a Carlo Magno per invadere l'Italia e liberarla dai Longobardi, appoggiando nei fatti, la politica del nuovo pontefice Adriano I. I rapporti tra l'Imperatore e il nuovo Papa, sono stati ricostruiti dalla letteratura delle missive epistolari che i due si scambiarono per oltre un ventennio. Molte volte, Adriano cercava di ottenere l'appoggio di Carlo riguardo alle frequenti beghe territoriali che minavano lo Stato Pontificio. Una lettera datata 790, contiene le lamentele del pontefice nei riguardi dell'arcivescovo ravennate, Leone, reo di avere sottratto alcune diocesi dell'Esarcato. Durante la sua terza visita a Roma nel 787, Carlo Magno venne raggiunto da un'ambasceria del Duca di Benevento, capeggiata dal figlio Grimoaldo. Lo stesso duca, Arichi, implorava l'Imperatore franco di non invadere il ducato minato dalle mire espansionistiche di Adriano I che intendeva così annettersi i territori a sud del Lazio. Carlo Magno in un primo momento mosse guerra al ducato di Benevento ma in seguito alla morte dello stesso Duca e del figlio, l'Imperatore si decise a liberarne il secondogenito Romualdo e a reinsediarlo nel regno. Probabilmente Carlo, non voleva compromettere i precari equilibri nell'Italia meridionale. Papa Adriano I ne fu talmente risentito che i rapporti tra i due si raffreddarono irrimediabilmente.

Alla morte del pontefice, nel 795, assunse la tiara Papa Leone III, prete di origine modesta e privo di appoggi fra le grandi famiglie romane.[23] Nel 799 scoppiò a Roma un'insurrezione contro Papa Leone III, capeggiata dai nipoti del defunto pontefice Adriano I, il primicerio Pasquale e il sacellario Campolo, che accusavano il pontefice di essere assolutamente inadatto alla tiara pontificia, in quanto "uomo dissoluto". Il papa scappò, rifugiandosi prima presso il duca di Spoleto e da questi si fece condurre presso Carlo Magno, che si trovava a Paderborn, sua residenza estiva in Vestfalia.[24]

Carlo Magno decise di viaggiare a Roma, presentandosi alle porte della Città Eterna il 23 novembre 800. Il 1 dicembre il re franco aprì i lavori del Concilio che doveva pronunciarsi sulle accuse rivolte contro il papa. L'assemblea era composta da magnati laici e vescovi d'Italia e delle Gallie.[25] Il concilio, trovando una scappatoia, sentenziò che il Papa era la massima autorità in materia di morale cristiana, così come di fede, e che nessuno poteva giudicarlo se non Dio: così gli fu richiesto di giurare la propria innocenza su di un Vangelo, cosa che Leone III si affrettò a fare. Al termine della seduta della commissione d'inchiesta, Pascale e Campolo vennero condannati a morte - pena in seguito commutata nell'esilio - e Leone III fu riconosciuto legittimo rappresentante del soglio pontificio.

Impero[modifica | modifica wikitesto]

Incoronazione[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Magno incoronato imperatore da papa Leone III

Nella messa di Natale del 25 dicembre 800 a Roma, nella basilica di San Pietro Carlo Magno fu da papa Leone III incoronato imperatore, titolo mai più usato in Occidente dopo la destituzione di Romolo Augustolo nel 476[26]. Durante la cerimonia, papa Leone III unse il capo a Carlo Magno, richiamando la tradizione dei re biblici.

La Vita Karoli di Eginardo afferma che Carlo fu assai scontento dell'incoronazione:[27] Carlo non intendeva assumere il titolo di Imperatore dei Romani per non entrare in contrasto con l'Impero Romano d'Oriente, il cui sovrano deteneva il legittimo titolo di Imperatore dei Romani, e per nessun motivo i Bizantini avrebbero riconosciuto ad un sovrano franco il titolo di Imperatore. Sulla questione autorevoli studiosi, in primis Federico Chabod, hanno ricostruito magistralmente la vicenda, dimostrando come la versione di Eginardo rispondesse a precise esigenze di ordine politico, ben successive all'accaduto, e come essa fosse stata artatamente costruita per le esigenze che s'erano venute affermando. L'opera del biografo di Carlo fu infatti redatta fra l'814 e l'830, notevolmente in ritardo rispetto alle contestate modalità dell'incoronazione.

Inizialmente le cronache coeve concordavano sul fatto che Carlo fosse tutt'altro che sorpreso e contrario alla cerimonia. Sia gli Annales regni Francorum[28] (o Annales Laurissenses maiores), sia il Liber Pontificalis riportano la cerimonia, parlando apertamente di festa, massimo consenso popolare ed evidente cordialità fra Carlo e Leone III, con ricchi doni portati dal sovrano franco alla Chiesa romana (tra cui una "mensa d'argento").

Solo più tardi, verso l'811, nel tentativo di attenuare l'irritazione bizantina per il titolo imperiale concesso (che Costantinopoli giudicava usurpazione inaccettabile), i testi franchi (gli Annales Maximiani[29]) introdussero quell'elemento di "rivisitazione del passato" che fece parlare della sorpresa e dell'irritazione di Carlo per una cerimonia d'incoronazione cui egli non aveva dato alcun'autorizzazione preventiva al Papa che a ciò l'aveva indirettamente forzato.

Il giorno della sua incoronazione, Carlo Magno si presentò in San Pietro tra due ali di folla, abbigliato alla romana (abbandonando il consueto costume franco che prevedeva di norma braghe di lino, mantello di pelliccia e stivali annodati a stringhe), con tanto di tunica bianca, e i calzari ai piedi.

Secondo il suo biografo Eginardo, papa Leone III, si sarebbe prostrato a terra - secondo l'uso bizantino della proskynesis - quasi in segno di adorazione (riferita ovviamente alla carica che l'imperatore rappresentava).

Per altri testimoni che si proclamarono oculari (ma sui quali sono stati avanzati parecchi logici dubbi), il pontefice lo avrebbe denudato e unto con olio santo dalla testa ai piedi. L'acclamazione popolare (elemento non presente su tutte le fonti e forse spurio) sottolineò comunque l'antico diritto formale del popolo romano di eleggere l'imperatore. La cosa irritò non poco la nobiltà franca, che vide il "popolus Romanus" prevaricare le proprie prerogative, acclamando Carlo come "Carlo Augusto, grande e pacifico Imperatore dei Romani".

Occorre tuttavia ricordare come l'incoronazione a imperatore fosse per più d'un verso riconducibile alla volontà franca (già espressa all'epoca di Pipino) di riconoscere reale la falsa donazione di Costantino. In tale ottica, l'incoronazione del re franco a Imperatore sarebbe stato il corrispettivo per la legittimazione del potere temporale della Chiesa. Secondo alcuni storici, in effetti Carlo voleva il titolo imperiale, ma avrebbe preferito auto-incoronarsi, perché l'incoronazione da parte del papa rappresentava simbolicamente la subordinazione del potere imperiale a quello spirituale.

Rapporti con Bisanzio[modifica | modifica wikitesto]

I rapporti con l'impero bizantino furono saltuari, essendo quest'ultimo in una situazione di crisi. È importante comunque rilevare come Carlo si presentasse all'imperatore come un suo pari, con il quale doveva ormai trattare nella spartizione del mondo. Come re d'Italia Carlo era di fatto confinante con i possedimenti bizantini nel meridione. Carlo arrivò ad accettare la proposta di un matrimonio tra sua figlia Rotruda e Costantino VI, figlio dell'imperatrice Irene.[30]

I rapporti peggiorarono a causa della svolta di Irene data alla controversia iconoclasta. Il Secondo Concilio di Nicea reintrodusse il culto delle immagini: Carlo accolse con malumore tale decisione, soprattutto perché una questione teologica di tale importanza fu risolta senza informare i vescovi franchi. In opposizione al papa, Carlo Magno respinse le conclusioni del Concilio di Nicea, fece redigere i Libri carolini con i quali si immischiava nella disputa teologica delle immagini che avrebbero dovuto portare a una revisione del problema in maniera diversa dai punti di vista di Costantinopoli o di Roma, sostenendo che distruggere le icone era sbagliato, ma lo era anche imporne la venerazione.[31]

L'incoronazione di Carlo quale imperatore fu un atto che fece irritare Costantinopoli, che accolse la notizia con derisione e disprezzo. Dopo l'incoronazione, Carlo tentò in ogni modo di mitigare le ire bizantine, con l'invio di un'ambasceria a Costantinopoli già nell'802, ma i notabili bizantini accolsero freddamente l'ambasceria franca. Fu solo nell'811 che si giunse ad un accordo: un'ambasceria bizantina raggiunse Aquisgrana e riconosceva a Carlo il titolo di imperatore e quest'ultimo rispose con una lettera con cui si rallegrò della pace raggiunta fra i due imperi.[32]

Rapporti con l'Islam[modifica | modifica wikitesto]

Con la qualifica di Imperatore, Carlo Magno intrattenne rapporti con tutti i sovrani europei ed orientali.

Nonostante le sue mire espansionistiche nella marca spagnola, e il conseguente appoggio ai governatori rivoltosi al giogo dell'emirato di Cordova di al-Andalus, tessé una serie di importanti relazioni con il mondo musulmano.

Ebbe relazioni eccellenti con il lontano califfo di Baghdad Hārūn al-Rashīd. Le missioni diplomatiche dall'una e dall'altra parte furono agevolate da un intermediario ebreo - Isacco - che, come traduttore per conto dei due inviati, Landfried e Sigismondo, nonché per la sua "terzietà", ben si prestava allo scopo.[33]

I due sovrani si scambiarono numerosi doni. Nell'801 ambasciatori del califfo sbarcarono a Pisa portando in dono un elefante, di nome Abul-Abbas, forse dietro sua stessa richiesta.[34] L'imperatore ospitava Abul-Abbas ad Aquisgrana e lo trattava con tutti i riguardi: lo faceva tenere pulito, gli dava personalmente da mangiare e gli parlava. Probabilmente il clima gelido in cui il pachiderma era costretto a vivere lo fece deperire fino a condurlo alla morte per congestione. L'Imperatore ne pianse, ordinando tre giorni di lutto in tutto il regno. Durante uno dei suoi molteplici viaggi in Italia, Carlo Magno ritirò a Pavia una scacchiera completa con pedine in avorio regalatagli dal califfo abbaside.

I buoni rapporti con al-Rashid erano necessari per i Cristiani della Terrasanta che vivevano sotto la dominazione musulmana e avevano frequenti contrasti con le tribù beduine. Il califfo, che vedeva in lui un possibile antagonista dei suoi nemici Omayyadi di al-Andalus e di Bisanzio, donò simbolicamente a Carlo il terreno su cui sorgeva il Santo Sepolcro di Gesù a Gerusalemme, riconoscendolo protettore della Terrasanta, onore, comunque, puramente formale.[35]

Successione[modifica | modifica wikitesto]

La tradizione franca prevedeva la spartizione dell'eredità paterna fra tutti i figli maschi e Carlo Magno non la ignorò. Nell'806 Carlo emanò la Divisio regnorum, stabilendo la spartizione del regno tra i suoi tre figli, Carlo, Pipino e Ludovico.[36] I confini spettanti a ciascuno dei suoi tre figli legittimi dovevano essere i seguenti:

Tale divisione non vide mai la luce. Morirono, nell'810 e nell'811, due dei tre figli di Carlo Magno, rispettivamente Pipino e Carlo. L'11 settembre 813, in presenza dell'assemblea dei grandi dell'impero, Carlo affianò Ludovico al governo del regno, nominandolo unico erede e incoronandolo imperatore. Il regno d'Italia mantenne la sua autonomia: nello stesso mese incoronò suo nipote Bernardo, figlio di Pipino, re d'Italia.[37]

Vecchiaia e morte[modifica | modifica wikitesto]

Gli ultimi anni di vita Carlo Magno sono stati visti come un periodo di declino, a causa del peggiorarsi delle condizioni fisiche del sovrano.[38] Tale immagine negativa è stata alimentata dai cronisti di suo figlio Ludovico, che descrissero il Carlo della vecchiaia come un uomo isolato dal mondo e Ludovico come colui che corresse gli errori del padre dopo la sua morte.[39] Carlo morì il 28 gennaio dell'814 nel suo palazzo di Aquisgrana e venne seppellito il giorno stesso nella cattedrale della città.[40]

Il governo dell'impero[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impero carolingio.

Come amministratore, Carlo Magno si distinse per le sue molte riforme: monetaria, istituzionale, militare, culturale, ed ecclesiastica. Egli è il protagonista principale della "rinascita carolingia".

Le istituzioni[modifica | modifica wikitesto]

Carlo governava quasi l'intera totalità del mondo cristiano, con l'esclusione delle isole britanniche e di qualche principato iberico.[41]

Il suo potere era legittimato sia dalla volontà divina, grazie alla consacrazione con l'olio santo, sia dal consenso dei Franchi, espresso dall'assemblea dei grandi del regno, senza cui, almeno formalmente, non avrebbe potuto introdurre nuove leggi.[42] Per allargare il suo consenso ricorse frequentemente al giuramento di fedeltà, che entrò stabilmente nella costituzione dell'impero negli ultimi anni di regno. Nel marzo 806 il Re ordinò un giuramento collettivo in cui tutti dovettero sottoscrivere la Divisio regnorum emanata pochi giorni prima.[43]

Dopo essersi garantito la sicurezza dei confini, Carlo procedette alla riorganizzazione dell'Impero, estendendo ai territori da lui annessi il sistema di governo già in uso nel regno franco. All'apice della sua estensione, l'Impero era suddiviso in parecchie centinaia province, ciascuna delle quali era governata da un conte, delegato dell'Imperatore.[44] Le aree di frontiera del regno franco erano designate col nome di marche. Gli scrittori più eruditi chiamavano queste circoscrizioni con la denominazione classica di limes, perciò esistevano un limes Aavaricus, un limes Hispanicus, un limes Britannicus e così via.[45] Carlo si servì, per il controllo del territorio, anche di vescovi e abati, insediati ovunque sul territorio e culturalmente più qualificati dei suoi funzionari laici.[46]

A livello centrale l'istituzione fondamentale dello stato carolingio era l'Imperatore stesso, poiché Carlo Magno era sommo amministratore e legislatore che, governando il popolo cristiano per conto di Dio, poteva avere diritto di vita o di morte su tutti i sudditi a lui sottoposti. Tutti erano sottoposti alla sua inappellabile volontà, fossero anche notabili di rango elevato come conti, vescovi, abati e vassalli regi.

Nel corso dei suoi spostamenti l'imperatore Carlo Magno era solito indire importanti riunioni denominate placita nel corso delle quali amministrava direttamente la giustizia giudicando le cause che gli venivano sottoposte. In base ai casi che gli venivano sottoposti poteva optare per promulgare nuove leggi che andavano poi raccolte nei capitularia.[47]

Il governo centrale era costituito dal palatium. Sotto questa denominazione si designava non una residenza, ma il complesso dei collaboratori alle sue dipendenze che lo seguivano in tutti i suoi spostamenti. Erano uomini di fiducia del sovrano, a contatto quotidiano con lui. Gli uffici più importanti di quest'organo erano quelli di conte palatino, camerario, siniscalco, bottigliere e connestabile.[48]

La giustizia[modifica | modifica wikitesto]

La riforma della Giustizia si attuò tramite il superamento del principio di personalità del diritto, vale a dire che ogni uomo aveva diritto di essere giudicato secondo l'usanza del suo popolo, con la promulgazione dei capitolari, che avevano validità in tutto l'impero e servivano ad integrare le leggi nazionali o a sostituire, in qualche caso, blocchi delle leggi preesistenti.[49] Cercando di correggere i costumi ed elevando la preparazione professionale degli operanti nella giustizia, Carlo Magno a partire dalla Admonitio Generalis promulgò innumerevoli capitolari per sradicare la corruzione.[50] Carlo riformò la composizione delle giurie: vennero istituiti dei giurati professionisti, gli scabini, che sostituirono i giudici popolari. Nell'809 l'imperatore ordinò che al dibattimento non partecipassero altre persone se non il conte coadiuvato dai vassalli, dagli scabini e dagli imputati direttamente interessati alla causa.[51] Le procedure giudiziarie vennero standardizzate, modificate e semplificate.

Monetazione[modifica | modifica wikitesto]

Denaro di Carlo Magno

Proseguendo le riforme iniziate dal padre, Carlo, una volta sconfitti i Longobardi, liquidò il sistema monetario basato sul solido d'oro dei romani. Egli e il re Offa di Mercia ripresero il sistema creato da Pipino e da Aethelberto II.

Carlo (tra il 781 e il 794) estese nei suoi vasti domini un sistema monetario basato sul monometallismo argenteo.[52] Al centro del sistema ci fu la decisione di coniare il denaro d'argento con un tasso fisso: a partire dalla libbra d'argento (pound, unità monetaria e ponderale allo stesso tempo) si dovevano coniare 240 denari (come per il penny), ovvero 20 solidi (come fu successivamente per lo scellino). Durante questo periodo la libbra ed il solido furono esclusivamente unità di conto, mentre solo il denaro fu moneta reale, quindi coniata.[53]

Carlo applicò il nuovo sistema nella maggior parte dell'Europa continentale e lo standard di Offa fu volontariamente adottato, dai Regni di Mercia e Kent, in quasi tutta l'Inghilterra.

Per oltre cento anni il denaro mantenne inalterato peso e lega. I primi slittamenti iniziarono nel X secolo. I primi Ottoni (961-973 e 973-983) misero ordine nel sistema consacrando lo slittamento del denaro in termini di peso e di fino: una "lira" (ossia 240 denari) passò da g 410 a g 330 di una lega argentea peggiore (da g 390 di argento fino a g 275).

Rinascita carolingia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rinascita carolingia.

La Rinascita carolingia è il nome dato alla fioritura che si ebbe durante il regno di Carlo Magno in ambito culturale, e soprattutto dell'educazione. La situazione nel campo intellettuale e religioso al momento dell'ascesa di Pipino il brve era catastrofica: l'educazione era quasi scomparsa nel regno dei franchi e la vita intellettuale quasi inesistente. La necessità di intervenire era già chiara a suo padre Pipino.[54]

Ma quando l'Imperatore pensava alla ristrutturazione e al governo del suo regno, rivolgeva le sue attenzioni a quell'Impero Romano di cui si faceva prosecutore sia nel nome, sia nella politica.

Carlo non ebbe mai una vera e propria educazione scolastica, ma comprendeva l'importanza della cultura nel governo dell'impero. La Rinascita Carolingia ebbe una natura essenzialmente religiosa, ma le riforme promosse da Carlo Magno assunsero una portata culturale. Gli obiettivi della riforma della Chiesa erano elevare il livello morale e la preparazione culturale del personale ecclesiastico operante nel regno. Carlo Magno era ossessionato dall'idea che un insegnamento sbagliato dei testi sacri, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello "grammaticale", avrebbe portato alla perdizione dell'anima poiché se nell'opera di copiatura o trascrizione di un testo sacro si fosse inserito un errore grammaticale, si sarebbe pregato in modo non consono, dispiacendo così a Dio.[55] Poté contare sulla collaborazione del cenacolo di intellettuali provenienti da ogni parte dell'impero denominato accademia palatina.[56] Carlo Magno pretese di standardizzare la liturgia, imponendo gli usi liturgici romani,[57] mentre Alcuino di York intraprese l'opera di emendazione e correzione della Bibbia,[58] Nella Epistola de litteris colendis il re franco ordinò a preti e monaci di dedicarsi allo studio del latino, mentre con l'Admonitio generalis del 789 ordinò ai sacerdoti di istruire ragazzi di nascita sia libera sia servile.[59]

Sotto il suo regno la grafia venne nuovamente unificata, prese forma la "minuscola carolina", derivata sia dalle scritture corsive e semicorsive sia dalla scrittura semionciale, e venne inventato un sistema di segni di punteggiatura per indicare le pause (e collegare il testo scritto alla sua lettura ad alta voce), la cui elaborazione si deve all'influenza di Alcuino.[60]

Caratteristiche personali[modifica | modifica wikitesto]

Aspetto fisico e abitudini alimentari[modifica | modifica wikitesto]

Possibile profilo di Carlo Magno, ripreso dalla statua equestre in bronzo fatta fondere nell'860-870 circa, ispirandosi alla statua di Teodorico portata da Ravenna ad Aquisgrana
Denario di Carlo Magno (verso), zecca di Francoforte, 812. Si noti il profilo sbarbato, accostabile a quello della restituzione ipotetica del ritratto equestre.

L'aspetto di Carlo Magno ci è noto grazie ad una buona descrizione di Eginardo, che lo conobbe personalmente e fu autore, dopo la sua morte, della biografia intitolata Vita et gesta Caroli Magni. Eginardo dice nel suo ventiduesimo capitolo:

"Era di taglia grossa e robusta, di statura alta ma non eccezionale, giacché misurava sette piedi d’altezza. Aveva la testa rotonda, gli occhi molto grandi e vivaci, il naso appena più grosso del normale, i capelli bianchi ma ancora belli, l’espressione allegra e ridente; il collo corto e grasso e il ventre un po’ sporgente; la voce chiara, ma un po’ troppo sottile per la sua stazza. Stava bene di salute, tranne per le febbri che lo prendevano negli ultimi anni di vita; alla fine, poi, zoppicava da un piede. Anche allora comunque faceva di testa sua e non stava a sentire i medici, anzi li detestava, perché volevano convincerlo a rinunciare agli arrosti, cui era abituato, per accontentarsi dei bolliti."[61]

Il ritratto fisico fornito da Eginardo ci è confermato dalle raffigurazioni coeve dell'imperatore, come le sue monete e una statuetta equestre bronzea, alta circa 20 cm, conservata al Louvre. Nel 1861 il suo feretro fu aperto e, secondo le misurazioni antropometriche, gli scienziati stimarono che l'Imperatore sarebbe stato alto 192 cm, praticamente un colosso per gli standard dell'epoca.[62]

Carattere[modifica | modifica wikitesto]

Il carattere dell'imperatore, che traspare dalle biografie ufficiali, dev'essere valutato con cautela, perché le notazioni sulla sua indole sono spesso modellate su schemi precostituiti, ai quali veniva adattata la realtà. Eginardo per esempio, autore della biografia più famosa dell'Imperatore, si basò sulle Vitae di Svetonio per offrire un ritratto ideale del sovrano e delle sue virtù, basate su quelle degli imperatori romani.

Tra le tante affermazioni comunque ve ne sono alcune che, non inquadrabili in un contesto celebrativo, potrebbero forse davvero costituire una testimonianza attendibile del carattere e delle abitudini di Carlo Magno: gran bevitore e mangiatore, si dice che non rifuggisse l'adulterio ed ebbe numerose concubine, in un regime poligamico che era abbastanza consueto tra i Germani, sebbene fossero formalmente cristianizzati.

Come tutti i signori dell'epoca, e anche di quelle successive, era un grandissimo amante della caccia. Era anche noto per il suo amore per i cani: pare che nella sua reggia ne tenesse ben 24 esemplari.

Spada[modifica | modifica wikitesto]

Altachiara era la spada di Carlo Magno, detta pure "la Gioiosa". Tuttavia lo stesso nome figura pure nei racconti della Tavola Rotonda, attribuito alla spada di Lancillotto. L'origine del nome è ignota.

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Il monogramma di Carlo Magno.

Mogli e concubine[modifica | modifica wikitesto]

Carlo ebbe probabilmente sei mogli (o forse otto come sostengono alcuni storici). Tuttavia, neppure Eginardo, biografo ufficiale e consigliere del sovrano, poté ricordare il nome di tutte al momento della redazione della sua opera.

Numerose furono poi le concubine, fra le quali ci sono note:

  • Maldegarda, figlia di Madelberto di Lommois, conte di Hainaut e duca di Dentelin, dalla quale ebbe una figlia:
    • Rotilde o Ruotilde o Clotilde (784 - 852), badessa di Faremoutiers
  • Gervinda di Sassonia (verso il 782 - verso l'834), figlia di Vitichindo, duca di Sassonia, dalla quale ebbe una figlia:
    • Adeltrude (814 - ?)
  • Regina, dalla quale ebbe due figli:
  • Adalinda, dalla quale ebbe un figlio:
    • Teodorico (807 - dopo l'818), chierico

Da una concubina ignota ebbe inoltre Rotaide (verso il 784 - dopo l'814)

Figli[modifica | modifica wikitesto]

Anche calcolando approssimativamente il numero di figli dell'Imperatore, non si otterrà un numero estremamente preciso. Si sa, per certo, che dalle sue cinque mogli ufficiali Carlo ebbe non meno di 10 maschi e 10 femmine, cui si aggiunge la prole avuta dalle concubine. Non potendo assurgere a posti di potere nella famiglia imperiale, Carlo diede loro in usufrutto dei benefici sottratti a quelle terre organizzate a regime fiscale. Il primogenito conosciuto come Pipino il Gobbo ebbe vita più sfortunata: nato dalla relazione prematrimoniale tra l'imperatore e Imiltrude, non era riconosciuto come figlio legittimo di Carlo perché nato fuori dal matrimonio inoltre venne scoperta una congiura nel 792 ordita dallo stesso a cui venne comminata la pena capitale, permutata in seguito in un esilio forzato in monastero mediante tonsura e l'obbligo del silenzio.

Figlie[modifica | modifica wikitesto]

È difficile comprendere l'atteggiamento di Carlo verso le figlie, assai poco in linea coi dettami morali della Chiesa di cui egli si proclamava protettore. Nessuna di esse contrasse infatti un matrimonio regolare: Rotruda divenne amante di un cortigiano, tale duca Rorgone, da cui ebbe persino un figlio, mentre la prediletta Berta finì come amante del menestrello Angilberto ed anche questa coppia ebbe un figlio tenuto segreto. Questo può essere stato un tentativo di controllare il numero delle potenziali alleanze ma occorre ricordare anche che il suo affetto paterno era talmente possessivo che egli non se ne separava mai, portandole con sé anche nei suoi numerosi spostamenti.

Dopo la sua morte le figlie superstiti vennero allontanate dalla corte da Ludovico il Pio ed entrarono, o furono costrette a entrare, in monastero.

Il mito di Carlo Magno[modifica | modifica wikitesto]

Canonizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Statua equestre di Carlo Magno, Agostino Cornacchini (1725), Basilica di San Pietro in Vaticano.

L'8 gennaio 1166 Carlo Magno venne canonizzato in Aquisgrana dall'antipapa Pasquale III su ordine dell'imperatore Federico Barbarossa. Ci fu imbarazzo per questa canonizzazione in ambito cristiano a causa della vita privata non irreprensibile dell'imperatore. Il Concilio Lateranense III, nel marzo 1179, dichiarò nulli tutti gli atti compiuti dall'antipapa Pasquale III, ivi compresa la canonizzazione di Carlo Magno. Ad oggi, il culto viene celebrato nella diocesi di Aquisgrana e ne viene tollerata la celebrazione nei Grigioni.[64]

Carlo "Padre" della futura Europa unita[modifica | modifica wikitesto]

I maggiori unificatori dell'Europa - da Federico Barbarossa a Luigi XIV, da Napoleone a Jean Monnet - ma anche moderni statisti come Helmut Kohl e Gerhard Schröder hanno tutti menzionato Carlo Magno indicandolo come padre della futura Europa unita.

In un documento celebrativo di un poeta anonimo, redatto durante gli incontri a Paderborn tra l'Imperatore e Papa Leone III; si celebra la figura di Carlo Magno Rex Pater Europae il padre dell'Europa. Nei secoli successivi si è molto discusso sulla consapevolezza, da parte del re franco, di essere stato il promotore di uno spazio politico ed economico che può essere fatto ricondurre all'attuale concetto di continente europeo unificato.

Immediatamente verso la fine del XIX secolo, e durante tutta la prima metà del XX, il problema veniva posto in termini prettamente nazionalisti: in particolar modo, storici francesi e tedeschi si disputavano la primogenitura del Sacro Romano Impero. Oggi è acclarato che rivisitazioni di natura nazionalistica non hanno fondamento preciso, tanto più che Carlo Magno non poteva essere considerato né francesetedesco poiché i due popoli non si erano ancora formati. È pur vero che il re franco governava su di un regno dove la frattura etnica tra germani e latini aveva lasciato una forte impronta geografica nell'area. All'epoca però quando ci si rifaceva all'appartenenza ad una certa etnia, non si prendeva in considerazione la lingua di ciascuno popolo come aspetto fondamentale di demarcazione. I franchi ad esempio, specialmente in Neustria ed Aquitania, costituivano un'infima minoranza rispetto ai residenti di origine gallo-romana e quindi, pur essendo un popolo di origine germanica parlavano la lingua romanza degli abitanti della zona. Oltre la Senna, in special modo in Neustria continuavano a tramandarsi la lingua dei padri che poteva essere assimilata ad altre lingue teutoniche parlate da Sassoni e Turingi. Semmai quindi, queste popolazioni avevano una comunanza e si rifacevano ad un'etnia ben precisa, dal ricordo delle invasioni. Bisogna capire che questi popoli, ancorché all'epoca di Carlo Magno, avevano ben presente la distinzione tra "Romano" e "Germanico". Nella prima metà del XX secolo, verso la fine degli anni trenta, l'analisi venne indirizzata in altri metodi; soprattutto grazie all'opera dello storico belga Henri Pirenne che analizzava gli avvenimenti storici secondo un'altra prospettiva. L'Impero governato dal re dei Franchi doveva essere studiato secondo la sua posizione politico-economico-amministrativa rispetto a quell'Impero Romano di cui portava avanti se non l'eredità, almeno il nome.

Henri Pirenne[65] affermava che, dal punto di vista sociale, le invasioni barbariche non comportarono grandi mutamenti e per questo si può benissimo parlare di età tardo-antica almeno sino all'avvento di Maometto e alla conseguente espansione araba. Espansione che costrinse l'Europa a precludersi quegli spazi commerciali con il Mediterraneo che erano stati alla base della ricchezza degli imperatori romani. Di conseguenza, tutto il continente si ripiegò su sé stesso contraendo il volume dei commerci, ed infeudandosi a livello territoriale.

Questa visione è stata contestata da molti studiosi i quali, al giorno d'oggi, hanno potuto collocare con precisione temporale l'inizio della cosiddetta epoca tardo-antica; vale a dire immediatamente dopo le riforme di Diocleziano e Costantino. Inoltre l'abbandono dei traffici mediterranei, il decadimento della vita urbana e l'abbandono quasi totale del sistema monetario come unità di conto, possono essere fatti risalire chiaramente al periodo tardo-romano o tutt'al più alle disastrose campagne militari dell'Imperatore Giustiniano. Possiamo suddividere così l'analisi storica in due grandi correnti: quella della continuità e quella della discontinuità. Al momento attuale sembrano prevalere le ragioni degli storici appartenenti alla prima corrente. Fatto salvo che, evidentemente, non si ha una frattura tra l'espansionismo arabo e l'inizio dell'epoca medievale, non si può neanche affermare che l'Impero carolingio fosse diretto continuatore a livello amministrativo e politico ed economico degli ultimi cesari. È innegabile il fatto che il Regnum Francorum si stanziava su un territorio prevalentemente isolato, a livello economico-commerciale dal bacino mediterraneo. Senza dimenticare l'asse portante su cui si muovevano le merci e dove circolavano le monete, che era quello del Reno.

La teoria della continuità con l'epoca antica, si suddivide a sua volta in altre categorie: quella degli "iper-romanisti" o fiscalisti, e quella degli analisti del sistema sociale e produttivo. I primi, affermano che in un certo senso, un embrione amministrativo, dominante nell'economia europea, non si era affatto disgregato dopo le invasioni barbariche . A sostegno dell'ipotesi, gli storici pretendono di ritrovare nella documentazione carolingia delle disposizioni che rimandino alla politica fiscale dei romani. L'imposta fondiaria ad esempio, non scomparve del tutto ma dovette essere percepita dalle popolazioni come una specie di tassa, senza un uso specifico, che andava a confluire nelle casse regie. Gli altri analisti invece sostengono che il problema debba essere analizzato dal punto di vista sociale e produttivo: la condizione sociale dei contadini (coloni, servi, liberti o schiavi casati) che lavoravano nei fondi fiscali non si discostava troppo dalla posizione giuridica che avevano gli schiavi dell'antica Roma. Anche questa teoria è stata quasi completamente smantellata anche perché si è visto che dal punto di vista sociale, i lavoratori avevano fatto considerevoli passi avanti (seppur pochi). Sotto il regno di Carlo Magno, questi lavoratori (servi della gleba) rimanevano, sì, incorporati al possedimento terriero da essi lavorato in precaria, ma potevano addirittura contrarre matrimonio e il loro signore era tenuto a rispettarne la decisione. Infine possedevano una propria abitazione nella quale venivano spesso accolte diverse famiglie contadine. Oltretutto la religione incoraggiava alla liberazione degli schiavi, esortando i padroni a compiere quest'atto di clemenza che veniva riconosciuto a livello giuridico con la denominazione di "manipolazione". Insomma è lampante che l'Impero carolingio conservasse sotto alcuni aspetti, elementi continuativi con l'età tardo-romana (più evidenti peraltro ai contemporanei) ma è altrettanto pacifico che il processo di trasformazione del continente europeo era già partito proprio dal progressivo disgregamento della finanza pubblica e dell'amministrazione a seguito della calata dei barbari.

In definitiva, il continente governato da Carlo Magno, agli occhi del cittadino moderno appare straordinariamente familiare: un continente dove abbiamo un settentrione italiano più integrato del sud italico al mondo carolingio. Una regione, la Catalogna, più "europea" nei confronti del resto della Spagna e una Francia dominante insieme alla Germania, con le isole britanniche sostanzialmente estranee alle tribolazioni delle istituzioni centrali comunitarie. Questa tesi, di recente, è stata sostenuta anche dallo storico italiano Alessandro Barbero.[66]. Sfugge però con ogni evidenza a questa ipotesi il sud bizantino e, particolarmente, la Sicilia, che a partire dall'827 comincerà a entrare corposamente nell'area d'espressione culturale, istituzionale, economica e linguistica dell'Islam.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Barbero 2006, p. 13
  2. ^ Barbero 2006, p. 14
  3. ^ Barbero 2006, p. 22
  4. ^ Barbero 2006, p. 23
  5. ^ Barbero 2006, p. 24
  6. ^ Barbero 2006, p. 28
  7. ^ Claudio Rendina, I papi.
  8. ^ Barbero 2006, p. 29
  9. ^ Pur con alcuni limiti e discriminazioni, i musulmani di al-Andalus avevano garantito ai cristiani e agli ebrei piena libertà di fede e (per i cristiani mozarabi) libertà di liturgia. Inoltre era assicurata piena libertà di esercizio delle professioni liberali, in cambio del pagamento (non troppo gravoso) dell'imposta personale chiamata jizya.
  10. ^ Basterebbe ricordare come i cristiani adulti erano obbligati a rispondere al bannum - vale a dire alla chiamata generale alle armi - laddove dall'obbligo militare essi erano totalmente esonerati dalle diffidenti autorità islamiche andaluse.
  11. ^ Barbero 2006, p. 114
  12. ^ Barbero 2006, p. 45
  13. ^ Barbero 2006, p. 46
  14. ^ Barbero 2006, p. 56
  15. ^ Barbero 2006, p. 37
  16. ^ Barbero 2006, p. 38
  17. ^ Barbero 2006, p. 39
  18. ^ Barbero 2006, p. 49
  19. ^ Barbero 2006, p. 51
  20. ^ Barbero 2006, p. 53
  21. ^ Barbero 2006, p. 54
  22. ^ Barbero 2006, p. 55
  23. ^ Barbero 2006, p. 60
  24. ^ Barbero 2006, p. 67
  25. ^ Barbero 2006, p. 68
  26. ^ Odoacre, il generale romano, di probabile origine scira, che depose l'ultimo Imperatore d'Occidente, restituì le insegne imperiali, di cui si era impossessato, a Bisanzio, governando l'Italia con il titolo bizantino di "Praefectus Italiae"
  27. ^ Barbero 2006, p. 69
  28. ^ Ed. E. Kurze, in: Scriptores rerum Germanicarum in usum Scholarum, Hannover, 1895, p. 112.
  29. ^ Annales Maximiani, ed. G. H. Perz, in: Monumenta Germaniae Historica, III, Hannover, 1839, p. 23.
  30. ^ Barbero 2006, p. 62
  31. ^ Barbero 2006, p. 63
  32. ^ Barbero 2006, p. 70
  33. ^ S. Katz, The Jews in the Visigothic and Frankish kingdoms of Spain and Gaul, Cambridge, Mass., The Mediaeval Academy of America, 1937, p. 133.
  34. ^ Giosuè Musca, Carlo Magno ed Harun al Rashid, Bari, Dedalo, 1963, pp. 21-22.
  35. ^ Barbero 2006, p. 74
  36. ^ Barbero 2006, p. 236
  37. ^ Barbero 2006, p. 237
  38. ^ Barbero 2006, p. 231
  39. ^ Barbero 2006, p. 232
  40. ^ Barbero 2006, p. 240
  41. ^ Barbero 2006, p. 56
  42. ^ Barbero 2006, p. 104
  43. ^ Barbero 2006, p. 106
  44. ^ Barbero 2006, p. 111
  45. ^ Barbero 2006, p. 113
  46. ^ Barbero 2006, p. 119
  47. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 151-152 "L'imperatore poi, anch'egli spostandosi si può dire di continuo da un punto all'altro del suo impero, indiceva continuamente grandi riunioni (placita) durante le quali giudicava delle cause che venivano portate dinanzi a lui, e pubblicava nuove leggi attraverso speciali raccolte normative chiamate capitularia. I capitularia, appunto, ci consentono di vedere in dettaglio come funzionava il sistema politico ed economico concepito da Carlo."
  48. ^ Barbero 2006, p. 109
  49. ^ Barbero 2006, p. 148
  50. ^ Barbero 2006, p. 145
  51. ^ Barbero 2006, p. 146
  52. ^ Barbero 2006, p. 204
  53. ^ Barbero 2006, p. 205
  54. ^ Barbero 2006, p. 155
  55. ^ Barbero 2006, p. 154
  56. ^ Barbero 2006, p. 152
  57. ^ Barbero 2006, p. 161
  58. ^ Barbero 2006, p. 162
  59. ^ Barbero 2006, p. 163
  60. ^ La nascita della scrittura. URL consultato il 16 febbraio 2011.
  61. ^ Barbero 2006, p. 84
  62. ^ Barbero 2006, p. 85
  63. ^ Ermengarda fu il nome che le attribuì Alessandro Manzoni nella sua tragedia Adelchi
  64. ^ Bibliotheca Sanctorum, Vol. III.
  65. ^ Maometto e Carlo Magno, Roma-Bari, Laterza, 19733, passim. (Opera lasciata incompiuta nel 1935, completata dal figlio Jacques Pirenne e pubblicata postuma: 1e édition Bruxelles, 1937)
  66. ^ vedi: Alessandro Barbero, Carlo Magno: un padre dell'Europa, Roma-Bari, Laterza, 2006.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

In italiano[modifica | modifica wikitesto]

  • Alessandro Barbero, Carlo Magno - Un padre dell'Europa, Laterza, 2006, ISBN 88-420-7212-5.
  • Gianni Granzotto, Carlo Magno, France, 1978, ISBN 88-04-14826-8.
  • Henri Pirenne, Mahomet et Charlemagne, Laterza, Bari 1939 (trad. dell'originale stampato a Bruxelles dalla Nouvelle société d'éditions e a Parigi da F. Alcan nel 1937),
  • Fichtenau, Heinrich, von, L'impero carolingio, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2000,
  • Hägermann Dieter, 'Carlo Magno, Il signore dell'Occidente, Milano, Einaudi, 2004
  • Crivello F., e Segre Montel C., Carlo Magno e le Alpi, Viaggio al centro del Medioevo,, Susa-Novalesa, Skira, 2006,
  • Chamberlin Russell, Carlo Magno, Imperatore d'Europa, Roma, Newton & Compton, 2006,
  • Teresa Buongiorno, Il ragazzo che fu Carlo Magno, Salani, 2003.
  • Carlo Dal Monte, Carlo Magno, Re dei franchi e imperatore, Edizioni della Vela, 2005.
  • Becher Matthias, Carlo Magno, Bologna, Il Mulino, 2000,
  • Franco Cardini, Carlomagno, un padre della patria europea, Bompiani, 2002.
  • Giovanni Delle Donne, Carlo Magno e il suo tempo, Tutto il racconto della vita del più famoso sovrano medievale e della realtà quotidiana del suo impero, Simoncelli Editore, 2001.
  • Musca Giosuè, Carlo Magno e Harun al-Rashid, Roma, Dedalo Edizioni, 1996,
  • Wies Ernst W, Carlo Magno, Un imperatore per l'Europa, Genova, ECIG, 1998,
  • Anonimo sassone, Le gesta dell'imperatore Carlo Magno, Milano, Jaca Book, 1988,
  • Federico Chabod, Lezioni di metodo storico, Roma-Bari, Laterza, 1978,
  • Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006, ISBN 8800204740
  • Derek Wilson, Carlomagno, barbaro e imperatore, Bruno Mondadori 2010

In francese[modifica | modifica wikitesto]

  • Eginardo, Vita Karoli, L. Halphen (a cura di), Parigi, Les Belles Lettres, 1938,

In inglese[modifica | modifica wikitesto]

  • Einhard, The Life of Charlemagne, trans. Samuel Epes Turner, Ann Arbor, University of Michigan Press [1880], 1960, ISBN 0-472-06035-X.
  • Charlemagne: Biographies and general studies, from Encyclopædia Britannica, full-article, latest edition.
  • Alessandro Barbero, Charlemagne: Father of a Continent, trans. Allan Cameron, Berkeley, University of California Press, 2004, ISBN 0-520-23943-1.
  • Matthias Becher, Charlemagne, trans. David S. Bachrach, New Haven, Yale University Press, 2003, ISBN 0-300-09796-4.
  • F. L. Ganshof, The Carolingians and the Frankish Monarchy: Studies in Carolingian History, trans. Janet Sondheimer, Ithaca, N.Y., Cornell University Press, 1971, ISBN 0-8014-0635-8.
  • Aileen Lewers Langston, and J. Orton Buck, Jr (eds.), Pedigrees of Some of the Emperor Charlemagne's Descendants, Baltimore, Genealogical Pub. Co., 1974.
  • Robert Morrissey, Charlemagne & France: A Thousand Years of Mythology, University of Notre Dame Press, 2002
  • Henri Pirenne, Mohammed and Charlemagne, trans. Bernard Miall, New York, Norton, 1939.
  • Riché, Pierre (1993). The Carolingians: A Family Who Forged Europe. University of Pennsylvania Press. ISBN 0-8122-1342-4
  • Antonio Santosuosso, Barbarians, Marauders, and Infidels: The Ways of Medieval Warfare, Boulder, Colo., Westview Press, 2004, ISBN 0-8133-9153-9.
  • Bernhard Walter Scholz, with Barbara Rogers, Carolingian Chronicles: Royal Frankish Annals and Nithard's Histories, Ann Arbor, University of Michigan Press, 1970, ISBN 0-472-08790-8.
  • Jeff Sypeck, Becoming Charlemagne: Europe, Baghdad, and The Empires of A.D. 800, New York, Ecco/HarperCollins, 2006, ISBN 0-06-079706-1.
  • Derek Wilson, Charlemagne: The Great Adventure, London, Hutchinson, 2005, ISBN 0-09-179461-7.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Successioni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Re dei Franchi Successore
Pipino il Breve 768814
Coreggenza di Carlomanno fino al 771
Coreggenza di Carlo il Giovane dall'800 all'811
Ludovico il Pio
Predecessore Re dei Longobardi Successore
Desiderio 774814
Coreggenza di Pipino Carlomanno dal 781 all'810
Coreggenza di Bernardo di Vermandois dall'810
Ludovico il Pio
Predecessore Imperatore dei Romani Successore

Titolo istituito da papa Leone III
800814 Ludovico il Pio
che lui incorona nell'813
Predecessore Re dei Franchi d'Aquitania Successore
Hunaldo II 768781
Coreggenza di Carlomanno I fino al 771
Ludovico il Pio

Controllo di autorità VIAF: 89643029 LCCN: n79043619