Tuscia

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Tuscia era la denominazione attribuita all'Etruria dopo la fine del dominio etrusco, invalso a partire dalla Tarda antichità e per tutto l'Alto Medioevo. Il nome indicava in origine un territorio assai vasto che comprendeva tutta l'Etruria storica, la Toscana, l'Umbria occidentale e l'Alto Lazio, che le diverse vicissitudini storiche hanno ripartito in tre macroaree: la "Tuscia romana", corrispondente al Lazio settentrionale con l'antica provincia pontificia del Patrimonio di San Pietro, corrisponde oggi alla provincia di Roma nord fino al Lago di Bracciano; la "Tuscia ducale", che includeva i territori del Lazio e dell'Umbria occidentale soggetti al Ducato di Spoleto; la "Tuscia longobarda", grossomodo l'attuale Toscana, comprendente i territori sottoposti ai Longobardi e costituenti il Ducato di Tuscia.

Uso storico e contemporaneo del termine Tuscia[modifica | modifica sorgente]

Il coronimo Tuscia deriva dal latino tuscia (si pronuncia tuskia[1]), il territorio abitato dai tusci, ovvero dagli etruschi, plurale del latino tuscus, contrazione di etruscus.[2]. Da Tuscia, sinonimo di Etruria, derivano il nome della regione Toscana e il nome del comune di Tuscania in provincia di Viterbo. In epoca medievale, e fino a tutto l'Ottocento, Tuscia era usato come sinonimo, oltre che di Etruria, anche di Toscana. Nell'uso contemporaneo il nome Tuscia è anche utilizzato per indicare i territori dell'Alto Lazio e delle aree confinanti di Toscana e Umbria. L'università fondata a Viterbo nel 1979 ha così assunto la denominazione di Università degli Studi della Tuscia.

Territorio[modifica | modifica sorgente]

L'Italia centro-settentrionale in epoca augustea, con la Regio VII Etruria che nei secoli successivi si sarebbe frazionata nelle varie porzioni della Tuscia.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Suddivisioni e cronologia delle province romane.

Durante il periodo di decadenza dell'Impero romano, i confini della Regio VII Etruria, una delle undici comprese nella riforma augustea, rimasero stabili. L'Etruria, corrispondente all'incirca all'attuale Toscana[3], venne inserita nella lista di Plinio il Vecchio come sezione separata della Penisola italiana. Partendo dalla Regio IX Liguria, con Luni, i confini raggiungevano l'odierno Lazio, fino a Fregene, e comprendevano anche l'attuale provincia di Viterbo; risalendo verso l'odierna Umbria, raggiungevano poi la città di Perugia. Con la riforma dioclezianea le regiones diventarono dodici e il territorio dell'Etruria venne incluso nella Regio V Tuscia et Umbria. Infine nel IV secolo, dopo le prime Invasioni barbariche, le partizioni regionali diventarono diciassette[4] e Tuscia et Umbria l' VIII regione.

I confini rimasero immutati fino alla nuova invasione longobarda, che provocò un profondo mutamento istituzionale. La regione Tuscia et Umbria venne divisa in due porzioni territoriali: la porzione nord-occidentale costituì la Tuscia Langobardorum che sarebbe confluita nel Ducato di Tuscia, mentre la porzione orientale entrò a far parte del Ducato di Spoleto. Le due regioni vennero separate dal "cuneo" costituito dal "Corridoio bizantino", il territorio intermedio che, almeno sulla carta, permetteva il passaggio a favore dell'Impero bizantino tra Roma e Ravenna, capitale dell'Esarcato d'Italia. La Tuscia longobarda confinava così con la "Tuscia Romana", porzione territoriale del Ducato romano a nord di Roma.[5] La provincia di Viterbo, che ancor oggi vanta il nome Tuscia, non faceva parte della Tuscia Romana.[senza fonte]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ducato di Spoleto, Ducato di Tuscia, Marca di Tuscia e Ducato romano.

Il VI secolo[modifica | modifica sorgente]

Sul finire del VI secolo, terminata l'ondata dei saccheggi provocati dall'esercito longobardo, re Autari iniziò una saggia politica di pacificazione con l'elemento indigeno romanico[6], che nei gastaldati della Tuscia consentì la lenta ripresa economica della sua popolazione. Nelle campagne l'aristocrazia nobiliare degli invasori, dopo aver insediato stabilmente le fare (famiglie associate longobarde) nei castra occupati, organizzò il sistema produttivo curtense. La curtis corrispondeva ad un vasto possedimento fondiario, con la villa signorile edificata sul colle più elevato e protetta da cinta muraria. Nei vici (aggregati minori della corte) vivevano i massari, servi e coloni che lavoravano il fondo insieme ad altri piccoli proprietari assoggettati al tributo del terzo del prodotto ricavato dal podere (o manso). Il gastaldo percepiva i proventi in natura in un ambiente a piano terra chiamato "sala".

Ricordo di lontani insediamenti longobardi, anche nel territorio dell'ex Regio Tuscia et Umbria rimangono presenti ancor oggi numerosi toponimi di Fara e Sala: Fara in Sabina (RI), Fara San Martino (CH), Fara Filiorum Petri (CH), Sala (frazione di Poppi, AR), La Sala (rione di Firenze), Sala (frazione di Leonessa, RI) e numerosi altri toponimi Sala sparsi per le campagne presso Firenze, Greve in Chianti (FI) e Allerona (TR). I Longobardi, popolazione prevalentemente guerriera, rimase fedele alla naturale tradizione nomade: caccia, pesca, allevamento del bestiame (soprattutto cavalli, strumento di guerra e di dislocamento delle fare), lasciando agli indigeni il lavoro dei campi. Nella città di Siena (l'antica Saena), non essendovi ancora l'agone del Palio, si trovava la Stalla satbulum regis, oggi via di Stalloreggi, ed il campus, via del Campo[7].

Il VII secolo[modifica | modifica sorgente]

L'instabile confine tra Tuscia longobarda e Tuscia romana[modifica | modifica sorgente]

Dopo il trattato di pace del 680 tra Longobardi e Bizantini, la situazione politica del Ducato romano rimase molto incerta. La sede pontificia di Roma attribuiva al Papa prestigio, ma anche responsabilità nella ricerca di un difficile equilibrio volto a mantenere la pace tra gli invasori longobardi e l'Impero bizantino. Inoltre l'Esarcato di Ravenna, con scarse milizie a disposizione, si dimostrava incapace di difendere efficacemente quel territorio ed il suo rappresentante spirituale. Il ducato si trovò esposto a continue scorrerie degli eserciti, che talvolta agivano all'unisono con attacchi a tenaglia provenienti dalla Tuscia longobarda, dal ducato di Spoleto e da quello di Benevento.

I confini fluttuanti, anche nel breve periodo, rendono approssimativa la loro ricostruzione storica. La strategia bizantina contro l'invasione longobarda si affidò molto alla difesa della costa tirrenica con il presidio di due porti marittimi situati nei pressi dell'Urbe: Ostia e Civitavecchia ("Centumcellae"), di competenza del prefectus classis; quei porti permettevano con sicurezza il collegamento navale con l'Impero bizantino. Nel territorio interno, contro la mobilità degli eserciti longobardi, Bizantini e forze pontificie risposero con castra munificati, con poderose fortezze affidate al comando di[8] magistri militum.

Le "pievi di confine"[modifica | modifica sorgente]

Nel VII secolo, con la conversione dei Longobardi al cattolicesimo, nei crocicchi delle strade di confine dei iudicaria (territori retti da un iudex) si trovavano le plebes ad fines ("pievi di confine"). Un documento del 715, ricco di spunti storico-giuridici, riporta particolari dettagli di una lunga controversia per le pievi di confine tra la diocesi di Siena e quella confinante di Arezzo. Il gastaldo di Siena, Warnefrido, tentava di usurpare il territorio della diocesi di Arezzo. Il successivo diploma emesso da re Liutprando confermò la precedente istruttoria svolta dal notaio Gunteram e, sulla base dell'antica tradizione, assegnò alla diocesi aretina le pievi di Sinalunga, Montepulciano e Montefollonico, nonostante la loro ubicazione entro i confini del territorio senese. Nel diritto longobardo il concetto di confine non coincideva perfettamente con quello attuale di confine geografico invece: molto più rilevante era la permanenza di un'antica tradizione[9]. Le pievi paleocristiane, oltre al servizio religioso, assunsero anche funzioni civili, registrando le nascite presso il fonte battesimale, prestando assistenza ai bisognosi, provvedendo alla manutenzione delle strade. Vicino alle pievi sorsero gli ospizi, edifici di ristoro e cura per i numerosi viandanti in pellegrinaggio verso la Tomba di San Pietro. Molte pievi furono intitolate a san Michele Arcangelo raffigurato con la lancia, assunto come protettore dai guerrieri longobardi.

Con il miglioramento dei rapporti di convivenza sociale e con la bonifica della via Francigena apportata dai Longobardi lungo il tracciato della Romea, anche le relazioni commerciali ripresero vigore. Documenti lucchesi nell'epoca di Autari attestano commerci di negotiantes itineranti presenti nella Fiera di Parigi; naviculari, che dalla Maremma esercitavano il trasporto di grano e sale, per via d' acqua, per conto del duca Wulperto. Anche l'artigianato fu in sensibile ripresa. Nel Ducato di Tuscia operò un'associazione di orefici romani e longobardi: i documenti riportano i nomi di Giusto e Pietro insieme ad Aniperto ed Osperto. La Pinacoteca di Lucca conserva ritrovamenti di manufatti a foglia d'oro. Un bassorilievo in rame dorato proveniente da Lucca è esposto nel Museo del Bargello[10]. Anche Lucca, come Pavia, disponeva della zecca che emetteva tremissi aurei con valore pari ad un terzo di solido.

L'VIII secolo[modifica | modifica sorgente]

L'ultimo dominio longobardo[modifica | modifica sorgente]

All'estremo nord del ducato (Tuscia romana) venne allestita la fortezza di Narni che, prossima al presidio longobardo di Terni, venne presto conquistata dal duca di Spoleto Faroaldo II. A presidiare la via Amerina rimasero le fortezze di Amelia ed Orte. Più a sud, Bomarzo, Sutri e Blera, nella valle del Tevere, furono castra a salvaguardia della via Cassia[11]. Le quattro fortezze, conquistate più volte da Liutprando, nel 743 vennero restituite insieme a Sutri dal re a papa Zaccaria ("Donazione di Sutri") e costituirono il primo nucleo del Patrimonio di San Pietro.

Nel versante orientale del ducato, in Sabina (l' ex provincia Valeria), Mentana e Tivoli contrastarono le milizie spoletine, che con numerosi gastaldati nel territorio di Rieti avevano preso il controllo della via Salaria. Più a sud, seguendo il corso del fime Liri, Sora, Arce e - soprattutto - Ceccano costituivano un baluardo difensivo efficace nei confronti del ducato di Benevento. Nella punta estrema della Campania, Cuma ("Castrum Cumae") sulla via Domiziana, già occupato dai beneventani, venne recuperato da papa Gregorio II con un sostanzioso riscatto. Dopo aver perduto la fortezza di Capua, il papa temeva lo sbarramento della via Domiziana, unica via di accesso[12]. al Patrimonium Neapolitanum.

Il dominio carolingio[modifica | modifica sorgente]

Dopo i Longobardi, la politica accentratrice del governo carolingio, con l'istituzione del vassallaggio privilegiò il potere dei vescovi, sperando con la regola del celibato vescovile di riuscire a limitare la frammentazione ereditaria dei feudi imperiali. La classe nobiliare franco-longobarda al potere favorì l'edificazione di numerosi monasteri di famiglia affidati al privilegio del vescovo, la cui nomina divenne prestigioso ripiego per i suoi cadetti. I vescovi, con cospicue donazioni del protettore (condizionate spesso dalla volontà del donante), incrementarono notevolmente patrimoni e limiti territoriali delle proprie diocesi. Nelle diocesi della Tuscia Langobardorum furono istituiti i seguenti monasteri carolingi[13]:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Roberto Fontana, Mauro Ghibaudo, Essecenta - I Nomi Della Terra Di Mezzo, (a cura di) Gianluca Comastri, Simonelli Editore, Milano 2009, p. 136.
  2. ^ Aa.Vv., Toscana (non compresa Firenze), Volume 11 di Guida d'Italia del T.C.I, Touring club italiano, Milano 1974, edizione IV, p. 11.
  3. ^ F.Liverani, Il Ducato e le antichità longobarde e saliche di Chiusi Palermo, 1875,p. 20.
  4. ^ P. M. Conti, La Tuscia e i suoi ordinamenti territoriali nell'alto medioevo, p. 83.
  5. ^ P. M. Conti, Op, Cit, p. 83.
  6. ^ Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 37.
  7. ^ F. Valacchi, Siena, p. 10.
  8. ^ O.Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longbardi, pp. 370-371
  9. ^ P. M.Conti, Il Ducato di Spoleto e la storia istituzionale dei Longobardi, pp. 262-64.
  10. ^ A. Mancini, Storia di Lucca, pp. 25-26.
  11. ^ O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi, pp. 370-371.
  12. ^ O. Bertolini, Op, Cit, p. 427.
  13. ^ P.F.Kher, Italia Pontificia, vol. III.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Aa.Vv., Etruria, Tuscia, Toscana. L'identità di una regione attraverso i secoli, Vol. 2, Pacini editore, Pisa 1998
  • F. Liverani, Il ducato e le antichità longobarde e saliche di Chiusi, Palermo, 1875.
  • P. F. Kher, Italia Pontificia III, 1908, Etruria, Berlin.
  • O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi, Edizioni Bologna, 1941.
  • P. M. Conti, La Tuscia e i suoi ordinamenti territoriali, in Atti del V congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo, Spoleto, 1973.
  • P. M. Conti, Il ducato di Spoleto e la storia istituzionale dei longobardi, Accademia di Spoleto, 1982.
  • Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-464-4085-4.
  • P. F. Kher, Italia Pontificia, 1908.
  • A. Mancini, Storia di Lucca, Pacini-Fazzi, 1999. ISBN 88-7246-343-2
  • F. Valacchi, Siena, Fenice, 2000.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]