Orlando furioso

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Orlando furioso
Titolo originale
Scena del romanzo illustrata da Gustave Doré
Autore: Ludovico Ariosto
Anno
(1ª pubbl.):
1516, 1521, 1532
Genere: Poema cavalleresco
Sottogenere:
Ambientazione:
Anno di ambientazione:
Protagonista:

Orlando

Coprotagonisti:
Antagonista:
Personaggi secondari:

Bradamante, Agramante, Rinaldo, Medoro, Astolfo, ecc.

Serie:
Preceduto da:
Seguito da:
EDIZIONE RECENSITA
Anno:
Editore:
Edizione:
Traduzione:
Collana:
Pagine:
Capitoli
ISBN
ISSN
Progetto Letteratura
« Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto... »
(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso)
« Il Furioso è un libro unico nel suo genere e può essere letto senza far riferimento a nessun altro libro precedente o seguente; è un universo a sé in cui si può viaggiare in un lungo e in largo, entrare, uscire, perdercisi. »
(Italo Calvino, Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino)


L’Orlando furioso è un poema cavalleresco di Ludovico Ariosto; la terza ed ultima edizione fu pubblicata nel 1532 e si compone di 46 canti in ottave (in totale sono 38.736 versi); è l'ideale continuazione dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo.

L’opera fonde insieme la materia carolingia con quella bretone. Le vicende dei personaggi si intrecciano continuamente, costituendo molteplici fili narrativi tutti armonicamente tessuti insieme. La trama ruota intorno a tre motivi: epico (guerra tra pagani e cristiani), amoroso (passione amorosa di Orlando per Angelica) e celebrativo (amore di Ruggero e Bradamante dalla cui unione discenderà la Casa d’Este).


Indice

[modifica] Rotholandus, Rolando e Orlando

Orlando è l'eroe per eccellenza, egli è stato presentato dalla tradizione letteraria occidentale come il prototipo del paladino.

Il personaggio letterario è ispirato alla figura di un certo Hruodlandus, dignitario franco rimasto ucciso a Roncisvalle [1]. Della vita vera di questo cavaliere sappiamo solo questo; il fatto che sia figlio di Milone, alfiere di Carlo e sposo di Berta, sorella dell’imperatore; le sue avventure prima di Roncisvalle, sono tutto frutto della fantasia dei cantastorie e dei poeti che da questo sfortunato personaggio storico faranno nascere il ben noto paladino protagonista di tante avventure.

Il primo testo a lanciare il povero Hruodlandus nell’olimpo degli eroi cavallereschi è la Chanson de Roland, scritta più o meno dopo la vittoriosa conclusione della Prima Crociata. Lo scontro tra cristiani e musulmani è molto importante per capire il clima culturale in cui è stata redatta l'opera. L'autore resta ignoto (alcuni pensano che sia un certo Turoldo, per il nome che compare nell'ultimo verso), ma il suo verseggiare conquista subito il pubblico per il suo stile semplice, solenne e commosso. La trama non tiene conto per niente della realtà storica: Carlo Magno ha conquistato la Spagna tranne Saragozza, ultimo baluardo saraceno nella Penisola Iberica. Il re moro Marsilio chiede allora una tregua all'imperatore: si sarebbe arreso a patto che le armate franche lascino il regno musulmano. Roland, valoroso cavaliere franco, si oppone ma cade vittima di un'imboscata tesa dai Mori presso Roncisvalle. Nello scontro il prode eroe fa strage dei nemici con la sua famosa spada Durendal (Durlindana in Italia). Sopraffatto, Roland usa il poco fiato che ha ancora in corpo per suonare l'Olifante, il corno magico col quale richiama l'attenzione di Carlo. Non si sa se la leggenda della morte di Roland abbia fatto parte del repertorio dei giullari oppure se Turoldo si sia rifatto a delle opere in prosa.

Altro testo che ha goduto di una certa fama, tanto da essere considerato contemporaneo ai fatti[2], è stato l’’’Historia Karoli Magni et Rotholandi’’ di Turpino, redatto con molta probabilità anch’esso durante le Crociate.

L’epopea di Carlo Magno e dei suoi paladini nei secoli ha valicato le Alpi e i Pirenei. In Spagna Roland diventa don Roldàn, in Italia Orlando (o Rolando). La diffusione delle gesta dei cavalieri si ha grazie ai giullari, che lungo le grandi vie di pellegrinaggio spagnole ed italiane intrattenevano i viaggiatori con le avventure di Orlando (o don Roldàn) e degli altri eroi protagonisti del ciclo carolingio.

I cantastorie, per rendere comprensibile al pubblico non francese le avventure narrate, iniziarono a volgere nel volgare parlato nelle regioni italiane il francese dei cantari. Queste traduzioni, messe per iscritto, hanno dato vita ad una letteratura volgare (caratterizzata da un sincretismo tra francese e dialetti italiani e da nuove avventure che arricchivano l’argomento originario). Le prime traduzioni di questo tipo sono state fatte nell’area padano-veneta, successivamente vediamo comparire delle versioni toscane. In quest'ultime i poeti sostituirono le monotone lasse a una sola rima con l’ottava. In Italia Roland oltre ad italianizzare il suo nome diventa imolese di nascita, o sutrino secondo altri testi, Gonfaloniere di Santa Chiesa e Senatore romano.[3]. Nella nostra penisola, sono scritti il poema franco-italiano ‘’Berte et Milon’’, dove si narra dell’amore dei genitori d’Orlando, e le due composizioni franco-venete del XIV secolo Entrée d’Espagne di un anonimo padovano, e Prise de Pampelune di Niccolò da Verona. Con il Rinascimento, sono redatti i tre grandi poemi che hanno rielaborato la vicenda di Orlando (Pulci, Boiardo ed Ariosto), e che sono considerati tre opere fondamentali della letteratura italiana[4].

Particolare molto interessante è il fatto che in tutti i testi che narrano le sue gesta, Turpino e Turoldo in primis, Orlando risulterebbe casto, austero e devoto al suo dovere di buon cavaliere di Carlo Magno e paladino della Fede. A fianco all’eroe c’è il cugino Rinaldo, coraggioso ed audace come lui. Ma a differenza del figlio di Milone, Rinaldo è uno spirito ribelle e insofferente all’autorità dello stesso imperatore. La fortuna di questo personaggio in Italia sarà tale che pian piano acquisterà maggiore spazio nei racconti epici. Contemporaneamente, Carlo verrà degradato al rango di personaggio quasi comico, di vecchio rimbambito. In questo scadimento del grande sovrano franco, alcuni hanno visto una metafora dell’’’anarchia feudale’’ che portò alla perdita di autorità degli imperatori fin dagli immediati discendenti di Carlo Magno.

Ai leali e coraggiosi conti di Chiaromonte (ossia Orlando e Rinaldo), fanno da contraltare gli infidi e meschini Maganzesi. Capostipite di questa famiglia è Gano di Maganza, colui che tradendo i cristiani ha provocato, secondo i cantari, la rotta di Roncisvalle. La sfida tra le due famiglie ha come sfondo l’epopea, peraltro anacronistica, della conquista della Penisola Iberica da parte di Carlo. A queste vicende i cantari italiani aggiungono episodi immaginosi inquadrati nello scontro tra Longobardi e Franchi e, addirittura, avventure in Oriente dei nostri paladini e amori con le principesse locali (il più famoso dei quali è quello tra Orlando e Angelica, principessa del Catai).

Col tempo e con l’aumento delle persone in grado di leggere, le avventure dei cavalieri di Carlo, man mano che l’età delle Crociate volge al termine, diventano materia di un sempre più nutrito numero di opere. Ma le nuove fasce di popolazione alfabetizzate non sono i dotti lettori dei secoli precedenti; esse sono rappresentate per lo più da mercanti (o per dirla in termini moderni borghesi) in grado sì di leggere e far di conto, ma non avvezzi alla raffinata poesia epica francese o toscana. Per questo motivo iniziano a circolare brevi romanzi in prosa, che hanno la caratteristica di unire il ciclo carolingio (tradizionale fonte delle avventure di Orlando e altri paladini suoi pari) con i temi propri del ciclo bretone. In Francia ed in Inghilterra diventano molto popolari e arrivano ben presto a soppiantare l’austero ciclo carolingio; in Italia queste opere rimangono d’esclusivo appannaggio delle corti nobiliari e delle dame; il ‘’popolo’’ resta fedele a Orlando, Gano e Rinaldo[5].

Il tema dei duelli tra cavalieri cristiani e mori ha avuto tale successo da noi, che è rimasto nella tradizione popolare fino ai giorni nostri grazie ai cantastorie a Napoli, con le pitture sulle fiancate dei carretti siciliani.[6]. La fortuna di queste avventure fino ai giorni nostri è stata tale che Italo Calvino a proposito scriveva: [...] E quando con l’istruzione obbligatoria cominciò a circolare qualche libro nelle campagne italiane, tradizionalmente poco avvezze alla lettura, il più letto fu una cronaca, variamente ammodernata e raffazzonata, che era stata scritta tra il Trecente e il Quattrocento, I Reali di Francia, compilazione in prosa delle gesta del ciclo carolingio, opera d’un cantastorie toscano, Andrea da Barberino[7].

[modifica] Composizione dell'opera

Ludovico Ariosto iniziò la prima stesura nel 1505.

Le vicende di Orlando e dei paladini di Carlo Magno erano già molto note alla corte estense di Ferrara grazie a Boiardo, quando l'intellettuale cortigiano Ariosto comincia a scrivere il nuovo romanzo. Il poema pur essendo concepito come gionta dell’ Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, non fu mai un vero e proprio seguito del poema boiardesco: infatti, in quello che Alberto Casadei[8] definisce Finale Epico, Ariosto non richiuse il "cerchio" con l'opera di Boiardo.

La trama si sviluppa a partire dalla rotta cristiana anziché dall'assedio di [[Parigi] dove Boiardo interruppe la sua opera. La materia cavalleresca, i luoghi e i personaggi principali sono gli stessi, ma l’elaborazione di tutti gli elementi risponde a una ricerca letteraria molto più profonda. I personaggi acquistano una dimensione psicologica potente, il racconto diviene un insieme organico di vicende intrecciate in un’architettura di complessità grandiosa. La veste linguistica – specialmente dalla terza edizione – è completamente rivista, dando vita ad una forma di comunicazione letteraria del tutto nuova.

La prima edizione dell’Orlando Furioso, in 40 canti, fu pubblicata a Ferrara nell’aprile 1516, per l’editore Giovanni Mazocco. Portava una dedica al cardinale Ippolito d'Este il quale, poco interessato alla letteratura, non mostrò alcun apprezzamento.

Il nuovo poema di Ariosto differiva dalle opere letterarie precedenti: non è più, in senso stretto, un poema di corte, ma è la prima opera letteraria di intrattenimento ad essere pensata e curata per la pubblicazione a stampa, cioè per la diffusione presso un pubblico più vasto possibile. Si tratta perciò della prima grande opera di letteratura moderna nella cultura occidentale.

L’edizione del 1516 aveva molte imperfezioni, dal punto di vista dell’autore, che si impegnò subito in una lunga revisione. Questa prima edizione è pensata per divertire la corte e per celebrare la famiglia estense. Ariosto è proiettato in una prospettiva municipale, la lingua dell'opera è una ricca fusione di termini toscani, padani e latineggianti.

La seconda edizione fu pubblicata a Ferrara nel 1521. C’è una revisione della lingua, ora molto più orientata al toscano. Non ci sono modifiche di rilievo, nonostante fra il 1518 e il 1519 l'autore avesse ideato cinque nuovi canti (poi espunti).

Queste due edizioni erano però ancora molto diverse da quella finale. Nel frattempo, Ariosto si rese conto che l’opera aveva la portata di un capolavoro: prima della terza edizione l’opera aveva già avuto 17 ristampe.

La terza edizione fu pubblicata nel 1532. Ariosto aveva rielaborato il testo in maniera più ampia. La differenza è subito evidente sul piano linguistico: le prime due edizioni erano comunque rivolte prevalentemente a un pubblico ferrarese o padano, scritte in una lingua che teneva conto delle espressività popolari, lombarde e toscane. La seconda revisione invece mira a ricreare un modello linguistico italiano nazionale secondo i canoni teorizzati da Pietro Bembo (nelle sue Prose della volgar lingua riformula il suo ideale di petrarchismo).

Inoltre vengono inseriti nuovi canti e gruppi di ottave distribuiti in parti diverse dell’opera. Le dimensioni cambiano, il poema viene portato a 46 canti, modificando la suddivisione e l’architettura. Vengono aggiunte diverse storie e scene, che risultano tra quelle di maggiore intensità (anticipando in un certo grado anche la futura teatralità shakespeariana). Compaiono i molti riferimenti alla storia contemporanea, con la gravissima crisi politica italiana.

[modifica] Caratteristiche

Il poema si presenta esplicitamente come una "gionta" ossia continuazione dell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, in una prospettiva però largamente diversa. Mentre nel poema boiardesco è possibile cogliere il rimpianto per l'età cavalleresca, ricreata con la fantasia, nell'opera dell'Ariosto si rispecchiano con pienezza i caratteri della concezione rinascimentale dell'uomo e della vita.

Anche se una delle linee portanti dell'ampio intreccio narrativo è la guerra tra i cristiani di Carlo Magno e i musulmani di Agramante, il tema della fede, o delle fedi, non compare se non in modo esteriore e marginale. I valori ai quali si ispirano i guerrieri di entrambe le parti sono pienamente terreni, e sono gli stessi, al punto che, nel gran numero di personaggi che percorrono il poema, è a volte difficile riconoscere il campo al quale appartengono.

I cavalieri cercano sempre qualcosa: la donna amata, l'avversario da battere, il cavallo perduto, l'oggetto rubato; e in questa perenne ricerca, di volta in volta favorita o frustrata dal caso o dalla magia, si vede agire l'uomo del Rinascimento proteso alla realizzazione delle proprie capacità (o "virtù" nel senso che Machiavelli dà alla parola).

In un aggirarsi incessante su sentieri labirintici, i personaggi permettono al poeta di sviluppare i temi della fortuna, dell'amore (nelle sue più diverse manifestazioni), dell'inganno, della follia. Quando il lettore sta per immedesimarsi in un personaggio, o per partecipare con emozione alla vicenda narrata, l'Ariosto interviene con sapienti accenni di ironia a volte anche di autoironia, a cominciare dalle ottave del Proemio, in cui accenna alla propria "follia amorosa" accostandola a quella di Orlando.

L' Orlando furioso ha quattro caratteristiche particolari: la sapiente tecnica narrativa "ad incastro"( anche detto entrelacement), con cui il poeta ama interrompere un episodio, giunto al suo momento di massima tensione; la straordinaria varietà di toni, di cui l' utopistica serenità del narratore è presente in tutto il poema; la pluralità di motivi di ispirazione, di cui quello preminente è sicuramente l' amore, seguito poi dal senso dell' avventura, l' eroismo, le magie, il sentimento della natura.

Alcuni critici hanno però notato che gli episodi inseriti per l'edizione del 1532 siano pervasi da un realismo crudo ed amaro, forse frutto di uno stato d'animo pessimistico del poeta verso la realtà che lo circonda.

[modifica] L'ironia ariostesca

Nel poema le vicende, l'ambiente, i personaggi appartengono al mondo della fantasia. Il contatto con la realtà degli uomini, dei sentimenti, della società rinascimentale avviene attraverso un uso sapiente dell'ironia. Essa, da semplice figura retorica che comunica il contrario di ciò che superficialmente dice, diventa strumento per la scoperta della contraddittorietà del reale e dei limiti dell'uomo. Già nelle ottave del Proemio emerge in due modi, come autoironia (il poeta si dichiara pazzo per amore come Orlando, e capace solo di offrire al suo signore una povera "opera d'inchiostro") e come larvata critica al Cardinale Ippolito d'Este, presentato come mente elevata occupata in "alti pensieri".

All'avviarsi della narrazione, sono subito riconoscibili (canto primo) esempi di "ironia delle cose" o ironia oggettiva; il più evidente è forse dato dall'inaspettata sconfitta del prode guerriero Sacripante per opera dell'"alto valor/ d'una gentil donzella" (Bradamante). Ma, nello stesso canto, si riconosce un altro uso assai importante dell'ironia: Angelica, per farsi aiutare da Sacripante, dichiara di aver conservato intatta la propria verginità. E subito interviene l'Ariosto a commentare: "Forse era ver, ma non però credibile / a chi del senso suo fosse signore [...]". In questo modo, il poeta induce il lettore a prendere le distanze e a collocarsi criticamente rispetto a ciò che i personaggi dicono o fanno. Una terza forma d'ironia si può identificare nei vari modi in cui i personaggi, paladini, principesse, e così via, si ritrovano in situazioni tutt'altro che eroiche o nobili, anzi decisamente "basse" o comiche (il culmine è raggiunto dalle azioni bestiali e grottesche di Orlando impazzito, trasformato in una furia cieca, al punto che, incontrandola per caso, non riesce a riconoscere Angelica (che tanto aveva desiderato di ritrovare).

[modifica] I Cinque Canti

Tra il 1518 e il 1519 (ma la datazione è controversa) l'autore elabora cinque canti che ruotano intorno al traditore Gano di Maganza. Questo frammento, lacunoso e incompleto, non sarà mai utilizzato da Ariosto, né come "giunta" al Furioso, né come possibile esordio di un nuovo poema. Furono pubblicati postumi nel 1545, in appendice ad un’edizione curata da Virginio Ariosto, figlio del poeta, per i tipi di Paolo Manuzio e ripubblicati, emendati di alcune lacune nel 1548 per conto dell'editore Giolito. Dei Cinque canti esiste anche un manoscritto, di probabile mano di Giulio di Gianmaria Ariosto, risalente alla metà del cinquecento, che riporta un'ottava iniziale altrimenti ignorata da entrambe le stampe. Questo manoscritto però pur con qualche modifica nell'ordine delle ottave e con qualche sciatteria linguistica, per lo più imputabile al copista, riporta il medesimo testo pubblicato precedentemente.

[modifica] Trama

Ruggero cavalcando l'ippogrifo, salva Angelica dal mostro marino: dipinto dell'artista Jean Auguste Dominique Ingres, 1819, Parigi, Musée du Louvre.
Ruggero cavalcando l'ippogrifo, salva Angelica dal mostro marino: dipinto dell'artista Jean Auguste Dominique Ingres, 1819, Parigi, Musée du Louvre.
Norandino e Lucina scoperti dal Ciclope, olio su tela di Giovanni Lanfranco, 1624, Roma, Galleria Borghese.
Norandino e Lucina scoperti dal Ciclope, olio su tela di Giovanni Lanfranco, 1624, Roma, Galleria Borghese.
Angelica si innamora di Medoro, dipinto di Simone Peterzano, Collezione privata.
Angelica si innamora di Medoro, dipinto di Simone Peterzano, Collezione privata.

Alla vigilia della battaglia tra i Mori che assediano Parigi ed i cristiani, Carlo Magno affida Angelica al vecchio Namo di Baviera, per evitare la contesa tra Orlando e Rinaldo che ne sono entrambi innamorati, e la promette a chi si dimostrerà più valoroso in battaglia.

I cristiani sono messi in rotta e Angelica ne approfitta per fuggire ancora ed incontra un vecchio eremita. Durante il viaggio, il perfido Pinabello scopre che Bradamante appartiene alla casata dei Chiaramontesi, nemica di quelli di Maganza, a cui egli appartiene: allora a tradimento getta la fanciulla in una profonda caverna. Qui però Bradamante è salvata dalla maga Melissa, che la guida alla tomba di Merlino, dove la guerriera viene a conoscere tutta la sua illustre discendenza, la casata estense. Melissa informa Bradamante che, per poter liberare Ruggero, dovrà impadronirsi dell'anello magico di Angelica, ora in possesso del nano Brunello; l'anello infatti ha un doppio potere: portandolo al dito dissolve gli incantesimi, mettendolo in bocca rende invisibili o tramortiti.

Orlando, in seguito a un sogno, parte da Parigi alla ricerca di Angelica, seguito dal fedele amico Brandimarte. A sua volta la sposa di questi, dopo un mese, parte alla sua ricerca. Orlando salva Olimpia dagli intrighi di Cimosco, re della Frigia, e libera il suo promesso sposo, Bireno. L'uomo però si innamora della figlia di Cimosco, sua prigioniera, e abbandona Olimpia su una spiaggia deserta.

Intanto Ruggero, che ha appreso da Logistilla a mettere le redini all'ippogrifo, giunge in Occidente, salva Angelica dall'orca ed è affascinato dalla sua bellezza; ma la fanciulla che è tornata in possesso del suo anello fatato, si dilegua.

Orlando giunge anch'egli all'isola di Ebuda e salva Olimpia da una sorte analoga a quella di Angelica. Proseguendo nella ricerca della donna amata, resta prigioniero di una in un palazzo fatato di Atlante, insieme a Ruggero, Gradasso, Ferraù, Brandimarte. Vi giunge anche Angelica, che libera Sacripante per farsi da lui scortare, ma per errore anche Orlando e Ferraù la inseguono.

Mentre questi combattono, Angelica si dilegua portando via l'elmo di Orlando. Il paladino libera la pagana Isabella, che, innamorata del cristiano Zerbino, è stata rapita dai briganti mentre cercava di raggiungerlo. Nel palazzo fatato di Atlante cade prigioniera anche di Bradamante, sempre alla ricerca di Ruggiero. Intanto i Mori scatenano l'assalto a Parigi, e il re saraceno Rodomonte riesce a penetrare nella città, compiendo imprese straordinarie.

In soccorso a Parigi è giunto Rinaldo con le truppe inglesi e scozzesi, e con l'aiuto dell'arcangelo Michele. Il paladino uccide il re Dardinello; nella notte due suoi fedeli, Cloridano e Medoro, cercano sul campo di battaglia il corpo del loro sovrano, ma vengono sorpresi dai cristiani; Cloridano viene ucciso e Medoro resta gravemente ferito sul terreno. Viene trovato da Angelica, che si innamora di lui, anche se è un umile fante; i due si uniscono in matrimonio e partono per raggiungere il Catai.

Orlando intanto ricongiunge Isabella a Zerbino e insegue il re tartaro Mandricardo. Per caso capita sul luogo degli amori di Angelica e Medoro e vede incisi i loro nomi ovunque. Dal pastore che li aveva ospitati apprende la loro storia d'amore, e per il dolore diviene pazzo. Trasformatosi in una sorta di essere bestiale, compie folli imprese distruttive. Per difendere le armi che Orlando ha disperso, Zerbino si batte con Mandricardo e viene ucciso. A Parigi i cristiani sono di nuovo sconfitti in battaglia. Ma l'arcangelo Michele scatena la discordia nel campo pagano e i vari guerrieri entrano in contesa fra di loro.

Rodomonte apprende che la sua promessa sposa, Doralice, gli ha preferito Mandricardo e, quasi folle, lascia il campo saraceno, proclamando il suo disprezzo per tutte le donne. Invece, incontrata Isabella, si innamora di lei. La fanciulla, per serbarsi fedele alla memoria di Zerbino e per sottrarsi alla violenza del pagano, si fa uccidere da lui con un inganno.

Vi giunge Orlando folle, che ingaggia una lotta con Rodomonte. Poi sempre fuori di sè, passa a nuoto fino in Africa. I Saraceni sono di nuovo sconfitti, e devono ripiegare nel Sud della Francia, ad Arles. Astolfo, venuto in possesso dell'ippogrifo, vaga per varie regioni, giunge in Etiopia, dove libera il re Senapo dalla persecuzione delle Arpie, discende nell'Inferno, sale al paradiso terrestre, poi sulla Luna dove recupera il senno perduto da Orlando. Bradamante cade in preda ad una folle gelosia, perché crede che Ruggiero ami Marfisa.

[modifica] Personaggi

  • Orlando: è il più forte paladino dell'esercito cristiano dei Franchi, è il nipote di Carlo Magno;
  • Agramante: è re d'Africa, principale nemico di Carlo Magno, guiderà l'assedio di Parigi;
  • Marsilio: re di al-Andalus;
  • Rinaldo: cugino d'Orlando, è valoroso come il paladino Franco ed anch'egli è innamorato d'Angelica;
  • Ferraù: cavaliere moro, mira ad impossessarsi dell'elmo d'Orlando per tener fede ad una promessa da lui fatta ad Argalia;
  • Angelica: principessa del Catai, esperta di medicina e arti magiche, è contesa da Orlando e Rinaldo. Ariosto la presenta come una donna altera e cinica;
  • Sacripante: re di Circassia, come molti altri paladini, è innamorato di Angelica. Egli è convinto che, mentre si trovava momentaneamente in Oriente, Orlando abbia preso la donna da lui amata. Ha sempre servito lealmente la principessa, la quale lo usa secondo le sue voglie o scopi;
  • Bradamante: valorosa guerriera, cugina di Orlando. È innamorata di Ruggero nonostante che questo sia un pagano appartenente all'esercito nemico;
  • Carlo Magno: imperatore del Sacro Romano Impero e comandante dell'esercito dei Franchi; nel poema, così come in molti altri, è lo zio d'Orlando;
  • Astolfo: paladino e figlio d'Ottone Re d'Inghilterra, è il migliore amico di Orlando e suo compagno d'armi;
  • Atlante: anziano mago che funge da tutore di Ruggero fin dall'infanzia di questi. Per salvarlo dal suo tragico destino lo imprigiona in due castelli incantati;
  • Medoro: è un giovanissimo fante dell'esercito saraceno, Angelica se ne innamora;
  • Ruggero guerriero dell'esercito pagano, è virtuoso e leale. Nel Furioso, così come nell'Innamorato, è assieme a Bradamante capostipite della Casa d'Este;
  • Alcina, Morgana, Logistilla: sono tre fate sorelle. Alcina e Morgana si dedicano agli inganni della magia nera, Logistilla alla virtù;
  • Marfisa: una valorosa combattente amica di Bradamante, è sorella gemella di Ruggero;
  • Rodomonte: è il più forte dei cavalieri saraceni, ha coraggio e potenza smisurati ma è anche il prototipo della violenza e della tracotanza;
  • Brunello
  • Olimpia: figlia del Conte d'Olanda, è una sfortunata fanciulla oggetto degli amorosi appetiti di diversi pretendenti alla sua mano, che nel caso di Bireno non sono sempre leali verso di lei;
  • Mandricardo: valoroso cavaliere, libera Lucina dall'Orco assieme a Gradasso e rapisce Doralice, promessa sposa di Rodomonte;
  • Doralice
  • Brandimarte
  • Gabrina
  • Isabella
  • Zerbino

[modifica] Episodi principali

Angelica inseguita

Angelica scappa nel bosco. Rinaldo, seguendo le tracce del suo cavallo che lo portano verso Angelica, incontra Ferraù (un altro che aspirava ad Angelica) e tutti e due, dopo aver combattuto per un po', cercano la principessa seguendo percorsi diversi nel bosco. Ferraù si perde e cerca l'elmo in un fiume. Angelica si riposa su un cespuglio, e dall'altra parte è sdraiato Sacripante, anche lui innamorato di Angelica. Angelica si accorge della sua presenza e approfitta del suo amore per scappare con lui. Nel corso del viaggio, tuttavia, Sacripante incontra Bradamante, che uccide il cavallo sul quale stavano i due. Ad un certo punto giunge il cavallo di Rinaldo e Sacripante cerca di montarlo per scappare, ma arriva Rinaldo che in una disputa con Sacripante gli ordina di scendere dal suo cavallo.

L’isola di Alcina

Ruggiero arriva con l'Ippogrifo (un cavallo alato) su un'isola incantata, popolata da piante e rocce parlanti. Ruggiero parla con una pianta che in realtà è Astolfo, che è stato trasformato in pianta da Alcina. L'isola è popolata da tre fate: Alcina e Morgana che rappresentano il vizio e Logistilla che rappresenta la virtù. Ruggiero vuole andare nel regno di Logistilla ma Alcina cerca di sedurlo: tutti gli amanti di Alcina venivano poi trasformati in piante o pietre (come Astolfo). Mentre Ruggiero aspetta Alcina per passare una notte con lei, arriva Bradamante con un anello magico che fa sembrare Alcina brutta a Ruggiero, e lo fa scappare verso Logistilla. Ruggiero trova presso Logistilla un mondo virtuoso, con Astolfo liberato.

Mandricardo rapisce Doralice

Doralice stava andando nel luogo dove doveva sposarsi con Rodomonte. Viaggiava attraverso il bosco, con le sue guardie; ad un certo punto si avvicina Mandricardo, che sapeva che Doralice era una donna molto bella. Mandricardo chiede alle guardie di poter vedere Doralice, ma esse non glielo permettono, così uccide tutti (naturalmente tranne Doralice), vede Doralice, se ne innamora e la porta con sé sul suo cavallo, e dopo la convince che egli è l'uomo giusto per lei.

Il palazzo incantato

Ruggiero corre nel bosco e ad un certo punto gli sembra di sentire un grido di aiuto da parte di Bradamante; corre in cerca di lei, ma finisce in un palazzo incantato, costruito dal mago Atlante, dove niente è vero, ma tutto è un'illusione, anche il grido di aiuto che sente Ruggiero. Quindi Ruggiero cerca Bradamante in questo palazzo, ma non la trova mai. La stessa cosa succede con Orlando, che crede che Angelica sia in pericolo e la cerca, senza mai trovarla. Ad un certo punto passa di lì anche Astolfo, che però è un mago, e riesce a sciogliere l'incantesimo, liberando tutti quelli che stavano nel palazzo.

La pazzia di Orlando

Mentre Orlando sta nel bosco, legge su un albero delle scritte, dove sotto il nome di Angelica c'è un altro nome: Medoro, cioè il marito di Angelica. Orlando crede che Angelica fosse innamorata di lui, e pensa che Medoro fosse lui. Va in una grotta e trova altre scritte, sempre con il nome Medoro. Orlando comincia a farsi pensieri sempre più strani, e quando va a chiedere ospitalità per la notte da alcuni contadini, essi gli raccontano che sul letto dove Orlando stava dormendo, Angelica e Medoro passarono la loro prima notte di nozze. Quando Orlando vede un anello che egli aveva regalato ad Angelica e che Angelica aveva regalato ai contadini, impazzisce e si mette a distruggere tutto ciò che trova per il suo cammino.

Morte di Zerbino e Isabella

Zerbino e Isabella si sono da poco rimessi insieme, ma Zerbino muore in uno scontro con Mandricardo. Isabella vuole farsi monaca dopo la morte del suo amato, e va da un eremita. Rodomonte, innamorato di Isabella, uccide l'eremita e si prende Isabella. Isabella, che preferisce morire piuttosto che stare con Rodomonte, chiede a Rodomonte di darle un colpo di spada sul collo per vedere se una finta bevanda dell'immortalità che ella aveva bevuto aveva funzionato. Rodomonte le dà il colpo di spada, Isabella muore e Rodomonte fa il guardiano della sua tomba per il resto della sua vita.

Astolfo sulla luna

Astolfo seduto sull'Ippogrifo va a Nubia, una città tutta d'oro, dove c’è il re Senàpo, vittima di una maledizione (è cieco e tormentato da uccellacci con la faccia di donna, le arpie). Astolfo, dopo aver rotto la maledizione contro Senàpo, va sulla luna, per riprendere la bottiglietta dove c’è la ragione (l'intelletto) di Orlando. Quindi dà la boccetta ad Orlando, Orlando beve quello che c’è dentro e torna normale e ragionevole.

[modifica] Note

  1. '^ Saggio di presentazione dellOrlando Furioso di Italo Calvino in Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, 2 voll., Giulio Einaudi editore, Torino, 1992, p. XXV
  2. ^ Ariosto stesso lo cita nel poema più volte come fonte. Vedi: Orlando Furioso XIII, 40; XVIII, 10, 155, 175; XXIII, 38, 62; XXIV, 44; XXVI, 23; XXVIII, 2; XXIX, 56; XXX, 49; XXXI, 79; XXXIII, 85; XXXIV, 86; XXXVIII, 10, 23; XL, 81; XLIV, 23.
  3. '^ Saggio di presentazione dellOrlando Furioso di Italo Calvino, op. cit., pp. XXV-XXVII
  4. ^ Voce Orlando in Le garzantine, Medioevo, Garzanti, Milano, 2007, pp. 1188-1189. ISBN 978-88-11-50506-8.
  5. '^ Saggio di presentazione dellOrlando Furioso di Italo Calvino, op. cit., pp. XXVII-XXVIII.
  6. ^ Ibidem p. XXIX
  7. ^ Ibidem, p. XXIX.
  8. ^ A.Casadei, Il percorso del Furioso, il Mulino, Bologna, 1993

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