Abbasidi

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Califfato Abbaside
Califfato Abbaside – Bandiera
Califfato Abbaside - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Califfato Abbaside
Nome ufficiale الخلافة العباسية الإسلامية
Lingue ufficiali Arabo
Lingue parlate
Capitale Baghdad
Altre capitali Samarra
Politica
Forma di Stato Califfato
Forma di governo Monarchia assoluta teocratica ereditaria
Nascita 750 con Abu l-Abbas al-Saffah
Causa Assunzione del potere
Fine 1258 con al-Musta'sim
Causa Conquista mongola di Baghdad
Territorio e popolazione
Economia
Valuta dinar
Commerci con mar Mediterraneo e oceano Indiano
Religione e società
Religioni preminenti Islam sunnita
Religioni minoritarie Cristianesimo, Ebraismo, Mazdeismo
Evoluzione storica
Preceduto da Umayyad Flag.pngCaliffato Omayyade
Succeduto da Flag of the Mongol Empire.svgImpero mongolo
Flag of the Ottoman Caliphate (1793–1844).svgCaliffato Ottomano
Fatimid flag.svgDinastia Fatimide
Flag of Almohad Dynasty.pngDinastia Almohade
Il califfato degli Abbasidi e gli Stati e gli Imperi contemporanei dell'820.

La dinastia califfale degli Abbasidi governò il mondo islamico dalla sua sede di Baghdad (e, per alcuni decenni, da quella di Samarra) fra il 750 e il 1258.

Gli Abbasidi (in arabo: ﻋﺒﺎﺳﻴﻮﻦ, ʿAbbāsiyyūn) prendono il loro nome da al-ʿAbbās b. ʿAbd al-Muṭṭalib - zio paterno del profeta Maometto e trisavolo del fondatore della dinastia - che si vuole si fosse convertito alla religione predicata dal nipote in una data imprecisata che i detrattori della dinastia ponevano nella sera immediatamente precedente alla conquista (fatḥ) di Mecca da parte dei musulmani (630).

Dal momento che i primi califfi - vicari del profeta nella sua veste di capo politico della Umma islamica - erano stati i 4 califfi cosiddetti "ortodossi" (rāshidūn) nel periodo di tempo che va dal 632 al 661, e che tra il 661 e il 750 aveva governato la Comunità islamica la dinastia araba degli Omayyadi, agendo dalla sua capitale di Damasco, gli Abbasidi furono pertanto la terza dinastia (parimenti araba) a reggere il mondo islamico.

Il "movimento" abbaside[modifica | modifica wikitesto]

In una società che marcava la propria identità culturale sul fatto prioritario di aderire al credo islamico, fondato sul Corano e sull'esempio vivente di Muḥammad, il fatto religioso ha avuto evidentemente una centralità che è impossibile negare. Ciò tuttavia non toglie che nei cambiamenti conosciuti dalla società islamica non abbiano potentemente inciso fattori politici, economici e sociali.

L'estrema semplicità della struttura della primissima società musulmana era stata ampiamente surrogata dall'incipiente capacità dei musulmani di irrompere dapprima nella Penisola araba (con il primo califfo Abū Bakr) e, già con ʿUmar b. al-Khaṭṭāb, nelle aree siro-palestinesi ed egiziane, nonché in quelle mesopotamiche e della Persia.
Il terzo e il quarto califfato (ʿUthmān b. ʿAffān e ʿAlī b. Abī Ṭālib) erano stati caratterizzati dall'insorgere delle prime gravissime frizioni fra i vari "poteri forti" islamici per imporre la propria egemonia sulla Comunità.

Gli Omayyadi erano usciti vincitori dal confronto ma ciò non aveva significato che i principali problemi che affliggevano la Umma fossero stati convenientemente risolti.
In particolare erano rimasti inapplicati in massima parte gli aspetti "universalistici" del messaggio islamico che non faceva distinzione fra le varie etnie e culture che avessero abbracciato l'Islam. I convertiti non-arabi (i cosiddetti mawālī ) - persiani, greci, mesopotamici, berberi e persino ebrei - erano sostanzialmente rimasti esclusi dalle più significative e lucrose cariche politiche, e bloccati immotivatamente allo status di sudditi "protetti", per essere discriminati persino all'interno delle compagini militari che proseguivano nella potente spinta conquistatrice in direzione delle aree asiatiche, africane ed europee aperte all'islamizzazione (la dār al-ḥarb, ossia il "territorio aperto alla guerra").

Questa situazione di palese iniquità economica, sociale e politica, era una situazione intollerabile anche sotto un profilo religioso, visto l'ecumenismo egualitario che caratterizzava già il primo Islam, sulla scorta della predicazione di Muhammad e di non pochi espliciti brani del Corano.

L'assolutismo califfale omayyade, che faceva ritenere al califfo di essere depositario del "vicariato di Dio" in Terra ( khalīfat Allāh, "califfo di Dio" si faceva definire il califfo omayyade[1]) e non più soltanto Amīr al-muʾminīn (Comandante dei credenti), trovò un potente antagonista solo quando gli oppositori riuscirono a coniugare aspetti religiosi e politico-economici, facendo leva sul malcontento dei mawālī.
Gli Abbasidi costituivano inizialmente una semplice branca del movimento favorevole al quarto califfo ʿAlī b. Abī Tālib (che viene definito "alide"). Al suo interno gli Abbasidi si mossero da principio in modo non distinguibile dalle altre componenti che giudicavano "usurpatore" il califfato fondato da Muʿāwiya b. Abī Sufyān.

È assai probabile che gli Abbasidi si rendessero conto di una certa disorganizzazione (se non addirittura di un eccessivo antagonismo) all'interno delle diverse anime che formavano l'alidismo e abbastanza presto cominciarono ad operare in modo autonomo, ancorché clandestino, pur senza palesare questo loro orientamento strategico di fondo.

Quando l'opposizione alide ebbe la meglio sugli Omayyadi (indeboliti dalle continue rivolte kharigite, dall'irriducibile antagonismo fra Arabi meridionali e settentrionali e da lotte intestine che squassarono la stessa unità della loro compagine familiare), gli Abbasidi si mostrarono come i più organizzati e, semplicemente, si proposero con forza come la nuova dinastia califfale, avocando a sé qualsiasi potere, definendosi con una certa supponenza "dinastia benedetta". Non tennero di conseguenza in alcun conto le pretese "legittimistiche" della Famiglia del Profeta (Ahl al-Bayt) che s'era illusa che nulla più si frapponesse per l'assunzione del governo supremo della Umma islamica. Da qui la rottura dell'unità fra Abbasidi e Alidi che, col tempo, getteranno le basi ideologiche e teologiche per la nascita di un vero e proprio movimento islamico alternativo che sarà definito "sciita".

I primi califfi abbasidi[modifica | modifica wikitesto]

La legenda araba dice: «Dominio Abbaside. Divisioni amministrative prima del suo smembramento iniziato a metà del IX secolo d.C.»

Il primo califfo abbaside,[2] Abū l-ʿAbbās al-Saffāh, pur proclamato a Kufa nel 748-9, assunse realmente il potere solo nel 750, forte del poderoso appoggio militare dell'elemento persiano-khorasanico, accuratamente a lungo clandestinamente organizzato da Abū Muslim, il massimo esponente della macchina propagandistica abbaside nel periodo omayyade

La dinastia tuttavia trovò il suo reale organizzatore e sapiente amministratore in Abū Jaʿfar (al-Manṣūr), fratello minore di Abū l-ʿAbbās, che fondò quelle solide basi che permisero alla suprema magistratura islamica di sopravvivere per mezzo millennio circa, anche se dopo il califfato di al-Mutawakkil, il potere della dinastia prese a svuotarsi sostanzialmente, pur mantenendosi formalmente fino alla sua caduta, come evidente simbolo dell'unità islamica Ad al-Manṣūr (reg. 754-775) si deve la fondazione di Baghdad, nell'area mesopotamica che da sempre aveva espresso il più profondo affetto per la Famiglia del Profeta.

L'apice della potenza abbaside fu raggiunto da suo nipote Hārūn al-Rashīd (reg. 786-809) e dal figlio di quest'ultimo, al-Maʾmūn (reg. 813-833), sotto i quali il califfato toccò limiti straordinari, tanto territoriali quanto culturali.

L'allargamento dei domini abbasidi portò peraltro a una progressiva crescita delle difficoltà del califfato, in parte causate dalle differenze etniche e culturali ma, più semplicemente, da una certa incapacità del centro di amministrare saggiamente le periferie.

La decadenza istituzionale del califfato abbaside[modifica | modifica wikitesto]

Formazione di emirati indipendenti de facto (mappa in Tedesco) negli ultimi (820-853) anni del Califfato degli Abassidi.

Nell'VIII secolo, al-Andalus e Maghreb si erano già distaccati dal califfato, in parte per l'azione nel primo di un esponente omayyade superstite (ʿAbd al-Raḥmān b. Muʿāwiya) e in parte per l'indomita resistenza berbera. Il secolo dopo fu l'Egitto tulunide a far valere il proprio diritto all'auto-amministrazione e, col trascorre del tempo, furono poi le province iraniche a rivendicare una proprio modello di sviluppo (pur senza rinunciare al tratto unificatore della religione islamica), quindi dalla Siria e dalla Mesopotamia (sec. IX-X). Da quel momento in poi il califfato si ridusse progressivamente al controllo del solo Iraq, quindi della sola Baghdad e, addirittura, neppure a tutta la città-capitale.
Tra l'836 e l'892 la capitale (segnata da crescenti problemi di ordine pubblico) fu trasferita a Sāmarrā', per tornare tuttavia nuovamente a Baghdad fino alla caduta della dinastia.

Dopo aver subito la "tutela" degli sciiti daylamiti buwayhidi, o buyidi (secolo X-secolo XI) e quindi dei sunniti turchi Selgiuchidi, il califfato abbaside ebbe una breve reviviscenza di autorità nel secolo XII, specialmente sotto al-Nāṣir (reg. 1180-1225), ma finì con l'essere travolto alla metà del secolo XIII a opera dei Mongoli di Hülëgü che conquistarono Baghdad e misero a morte l'ultimo califfo al-Mustaʿṣim (1258).

I cinque secoli della dinastia abbaside nell'Iraq coincidono con la maggior fioritura della civiltà arabo-musulmana. L'epoca fu contrassegnata dall'affermarsi ai vertici islamici dapprima dell'elemento iranico (specie sul piano culturale) e poi di quello turco (specie su quello militare). Il predominio arabo andò gradualmente e irrimediabilmente attenuandosi fin quasi a estinguersi del tutto, malgrado la dinastia (che dette all'Islam 37 califfi) rimanesse in mano araba fino al definitivo colpo di grazia inferto dai Mongoli.

Un ramo abbaside, sopravvissuto allo sterminio mongolo, s'impiantò ad Aleppo e quindi al Cairo, dove venne ospitato fra mille lussi e nessun potere effettivo da gestire nell'Egitto mamelucco. I simboli del potere califfale furono acquisiti dagli Ottomani allorché s'impadronirono del sultanato mamelucco, legittimando le loro pretese califfali, dichiarate estinte da Atatürk alla fine del primo quarto del XX secolo, allorché l'Impero ottomano aveva già ceduto il posto alla Repubblica di Turchia.

Arte[modifica | modifica wikitesto]

Moneta abbaside, 765, Iraq.
Università al-Mustansiriyya di Baghdad, costruita durante il califfato di al-Mustansir.
Jabir ibn Hayyan, il padre fondatore della chimica.
ibn al-Haytam, il padre fondatore dell'ottica.

Nell'epoca abbaside sorse la prima autentica arte islamica, profondamente diversa da quella omayyade, che si era limitata a riciclare forme dell'ellenismo orientale. Non è un caso se nel IX secolo si diffuse una versione araba delle Mille e Una Notte persiana.
Nell'architettura vennero introdotti l'iwān, una enorme sala mancante di un lato e l'arco spezzato, che verrà poi definito persiano; i monumenti abbasidi più caratteristici furono le moschee e i palazzi di Samarra, innalzati grazie alla tecnica costruttiva del mattone crudo o cotto, e abbondanti di stucco modellato che rivestiva intere pareti.
I decoratori abbasidi usarono abbondantemente la pittura per caratterizzare le pareti delle case private e degli harem. Un riflesso della pittura abbaside lo troviamo nella Cappella Palatina (Palermo) ed in alcuni palazzi dell'Iran Orientale. L'arte abbaside non accolse la ripugnanza islamica a rappresentare la figura ed appare più aperta ai ricordi dell'arte asiatica persiana.
Fra le arti decorative spiccano la ceramica ed i tessuti oltre agli oggetti in vetro ed in cristallo intagliato. Fra i tessuti si distinsero i famosi abiti dei califfi, i ṭīrāz, le tappezzerie in lana, cotone e seta con motivi astratti o animali stilizzati.[3]

I califfi abbasidi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Califfi abbasidi.
  1. Abū l-ʿAbbās al-Saffāḥ (750-754)
  2. al-Manṣūr (754-775)
  3. al-Mahdī (775-785)
  4. al-Hādī (785-786)
  5. Hārūn ar-Rashīd (786-809)
  6. al-Amīn (809-813)
  7. al-Maʾmūn (813-833)
  8. al-Muʿtasim (833-842)
  9. al-Wāthiq (842-847)
  10. al-Mutawakkil (847-861)
  11. al-Muntaṣir (861-862)
  12. al-Mustaʿīn (862-866)
  13. al-Muʿtazz (866-869)
  14. al-Muhtadī (869-870)
  15. al-Muʿtamid (870-892)
  16. al-Muʿtadid (892-902)
  17. al-Muktafī (902-908)
  18. al-Muqtadir (908-932)
  19. al-Qāhir (932-934)
  20. al-Rādī (934-940)
  21. al-Muttaqī (940-944)
  22. al-Mustakfī (944-946)
  23. al-Mutīʿ (946-974)
  24. al-Tāʾīʿ (974-991)
  25. al-Qādir (991-1031)
  26. al-Qāʾim (1031-1075)
  27. al-Muqtadī (1075-1094)
  28. al-Mustazhir (1094-1118)
  29. al-Mustarshid (1118-1135)
  30. al-Rāshid (1135-1136)
  31. al-Muqtafī (1136-1160)
  32. al-Mustanjid (1160-1170)
  33. al-Mustadīʿ (1170-1180)
  34. al-Nāsir (1180-1225)
  35. al-Ẓāhir (1225-1226)
  36. al-Mustanṣir (1226-1242)
  37. al-Mustaʿṣim (1242-1258)

I Califfi abbasidi del Cairo[modifica | modifica wikitesto]

  1. al-Mustanṣir (1261)
  2. al-Hākim I (1262-1302)
  3. al-Mustakfī I (1302-1340)
  4. al-Wāthiq I (1340-1341)
  5. al-Hākim II (1341-1352)
  6. al-Muʿtadid I (1352-1362)
  7. al-Mutawakkil I (1362-1383)
  8. al-Wāthiq II (1383-1386)
  9. al-Muʿtaṣim (1386-1389)
  10. al-Mutawakkil I (1389-1406) (secondo regno)
  11. al-Mustaʿīn (1406-1414)
  12. al-Muʿtadid II (1414-1441)
  13. al-Mustakfī II (1441-1451)
  14. al-Qāʾim (1451-1455)
  15. al-Mustanjid (1455-1479)
  16. al-Mutawakkil II (1479-1497)
  17. al-Mustamsik (1497-1508) e dal 1516 al 1517 come plenipotenziario del padre
  18. al-Mutawakkil III (1508-1517)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si veda in proposito lo studio di Patricia Crone e Martin Hinds, God's caliph. Religious Authority in the First Centuries of Islam, Cambridge, Cambridge University Press, 1986
  2. ^ Si veda la Lista dei Califfi abbasidi.
  3. ^ "Le muse", De Agostini, Novara, 1964, pag. 5-6

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Philip K. Hitti, History of the Arabs, Macmillan & Co. Ltd., London 1964 (trad. ital. Storia degli Arabi, Firenze, «La Nuova Italia» editrice, 1966).
  • P.M. Holt - Ann K.S. Lambton - Bernard Lewis (eds.), The Cambridge History of Islam, Cambridge University Press, 2 voll. in 4 tomi, 1970.
  • Hugh Kennedy, The Prophet and the Age of the Caliphates, London-New York, Longman, 1986.
  • Julius Wellhausen, Das arabische Reich und sein Sturz, Berlin, G. Reimer, 1902 (trad. ingl. The Arab Kingdom and its Fall, London and Dublin-Totowa (NJ), Curzon Press Ltd-Rowman & Littlefield, 1927.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]