Aghlabidi

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Emirato Aghlabide
Emirato Aghlabide - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Emirato Aghlabide
Nome ufficiale الأغالبة
Banû El Aghlab
Lingue ufficiali Arabo
Lingue parlate Arabo
Berbero
Capitale Qayrawān
El Abbasiyya
Raqqāda
Politica
Forma di Stato Emirato
Forma di governo Monarchia
Nascita 800 con Ibrahim I ibn al-Aghlab ibn Salim
Fine 909 con Abu Mudhar Ziyadat Allah III ibn Abdallah
Territorio e popolazione
Bacino geografico Tunisia
Tripolitania
Fezzan
Sicilia
Economia
Valuta Dīnār
Religione e società
Religioni preminenti Islam sunnita
Religione di Stato Islam sunnita
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of Afghanistan (1880–1901).svgDinastia abbaside
Succeduto da Fatimid flag.svg Dinastia fatimide

Gli Aghlabidi, o Aglabiti, furono all'inizio del IX secolo la prima dinastia musulmana autonoma all'interno del califfato abbaside. Costituirono anche un tentativo di dominazione araba su popolazioni berbere dell'Ifrīqiya.

Il nome della dinastia deriva dal nome proprio dell'eponimo, il turco al-Aghlab b. Sālim, un antico seguace di Abū Muslim, giunto nel 760 nell'Occidente islamico dalle natie regioni transoxiane al seguito di Muhammad b. al-Ashʿath per poi essere incaricato dal califfo al-Mansūr di combattere i kharigiti ibaditi, diventando wālī (governatore) d'Ifrīqiya fra il 765 e il 768.

Suo figlio Ibrāhīm ricevette un'ottima educazione tanto militare quanto umanistica e giuridica e fu nominato governatore dello Zāb (attuale regione dell'Algeria) col medesimo scopo di contenere le pericolose spinte eversive kharigite che si rifugiavano nelle regioni maghrebine più occidentali, lì dove non poteva giungere l'autorità e il braccio militare degli Abbasidi.

Il califfo Hārūn al-Rashīd nominò nell'800 Ibrāhīm amīr (comandante) dell'Ifrīqiya, con autorità civile e militare e con amplissima autonomia impositiva per stroncare una volta per tutte il fenomeno del kharigismo nelle regioni sotto la sua diretta sovranità.
Per garantire la necessaria continuità d'azione il califfo dispose anche la possibilità che Ibrāhīm e i suoi successori designassero in piena libertà da Qayrawān i loro successori, riservando a sé stesso e ai suoi successori il diritto di veto sulle nomine, diritto che fu esercitato una sola volta, all'epoca in cui Emiro diventò Ibrāhīm II che, deposte le vesti emirali, indossò i panni del combattente dirigendosi verso la Sicilia e la "Terra Grande", trovando tuttavia morte sotto le mura della città di Cosenza.
Gli Aghlabidi s'impegnarono a versare un tributo agli Abbasidi per circa 40 000 dīnār annui: introito che s'accompagnava per le esauste casse erariali califfali al risparmio di 100 000 dīnār, altrimenti da versare alla wilāya (governatorato) d'Egitto da cui dipendeva Qayrawān, una parte delle quali sarebbe stato inevitabilmente destinato all'Ifrīqiya per le sue necessità militari.

Sotto gli Aghlabidi fu organizzata nell'827 la spedizione (tramutatasi in conquista) che si diresse alla volta della Sicilia bizantina ma, se il pericolo kharigita fu tenuto convenientemente sotto controllo dai governanti di Raqqāda (la nuova capitale aghlabide nei pressi di Tunisi che sostituì Qayrawān), quello di maggior pericolo fu per lungo periodo ignorato o sottostimato. Gli ismailiti Fatimidi, indisturbati, ebbero infatti la possibilità di fare proseliti e di lanciare le operazioni che portarono alla rovina il regime emirale sunnita degli Aghlabidi.

Il deterioramento dell'emirato si avviò sotto Abū l-Gharānīq Muhammad II quando un potente esercito aghlabida fu annientato durante una grave rivolta di popolazioni berbere dell'ovest. Regnante Abū Ishāq Ibrāhīm II dovettero patire una pesante sconfitta da parte del tulunide al-‛Abbās ibn Ṭūlūn (già ribellatosi al padre Ahmad ibn Tulun). La vittoria fatimide di Dār Mallūl aprì la stagione delle conquiste per i Fatimidi, seguita dall'ancor più nitida affermazione di Dār Madyān e dal definitivo trionfo di al-Urbus (19 marzo 909), cui seguì poco dopo la presa di Qairawān da parte del missionario sciita Abū ‛Abd Allāh. L'amīr aghlabide Ziyādat Allāh III b. ʿAbd Allāh si rifugiò in Egitto e l'Ifrīqiya passò sotto il controllo fatimide.

Arte degli Aghlabiti[modifica | modifica wikitesto]

Si sviluppò intorno al IX secolo in Tunisia, divenendo una delle correnti dell'arte islamica abbaside maggiormente fiorente.

Gli Aghlabidi, si dimostrarono abili nella realizzazione di moschee, di fortificazioni militari, di palazzi, di ponti, di acquedotti.

I loro modelli costruttivi furono influenzati sia dall'arte abbaside, per quanto riguarda i rivestimenti ceramici di piastrelle e per l'uso degli archi spezzati, sia dagli Omayyadi per quanto riguarda l'uso della pietra al posto del mattone e per la progettazione di minareti quadrati.

Il più celebre esempio di architettura è senza dubbio la moschea aghlabide di Qayrawan, caratterizzata da un minareto a piani arretrati, sulla falsariga delle ziggurat, e da una sala di raccoglimento con pianta a T.

Anche nelle arti decorative gli Aghlabidi furono fortemente influenzati dagli Abbasidi, sia per la produzione della ceramica a lustro - conosciuta come "Samarra" e originaria di Baghdad - sia per gli intagli in legno e i motivi floreali di cui abbondarono i bassorilievi.[1]

Lista degli amīr aghlabidi[modifica | modifica wikitesto]

  1. Ibrāhīm b. al-Aghlab (800-812)
  2. Abū l-ʿAbbās ʿAbd Allāh I (812-817)
  3. Abū Muhammad Ziyādat Allāh I (817-838)
  4. Abū ʿIqāl al-Aghlab (838-841
  5. Abū l-ʿAbbās Muhammad I (841-856)
  6. Abū Ibrāhīm Ahmad (856-863)
  7. Ziyādat Allāh II (863-864)
  8. Abū l-Gharānīq Muhammad II (864-875)
  9. Abū Ishāq Ibrāhīm II (875-902)
  10. Abū l-ʿAbbās ʿAbd Allāh II (902-903)
  11. Abū Mudar Ziyādat Allāh III (903-909)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "Le muse", De Agostini, Novara, 1964, Vol. 1 pp. 75-76

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Jamil M. Abun-Nasr, A History of the Maghrib in the Islamic period, Cambridge, Cambridge U.P., 1987
  • Michele Amari, Storia dei musulmani di Sicilia, nuova edizione annotata da C. A. Nallino, 3 volumi in 5 tomi, Catania, Romeo Prampolini, 1933-9
  • (FR) Charles-André Julien, Histoire de l'Afrique du Nord, (2ème édition revue et mise à jour par Roger Le Tourneau), Parigi, Payot, 1969
  • (EN) Hugh Kennedy, The Prophet and the Age of the Caliphates, Londra-New York, Longman, 1986
  • (FR) V. Guerin, Voyage archéologique dans la région de Tunis, Parigi, 1952

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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