al-Nasir li-din Allah

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Al-Nasir li-din Allah
Moneta del Khwarezm, coniata durante il regno di Muhammad II (1200-1220), portante il nome di al-Nāṣir li-dīn Allāh, sovrano nominale del Khwrezem. La scritta in arabo riporta a sinistra (recto) la basmala, mentre a destra (verso) recita: al-sulṭān al-aʿẓam ʿalā al-dunyā wa l-dīn Muḥammad ibn Sulṭān, cioè: "Il signore eccelso nobiltà del mondo e della religione Muḥammad ibn Sulṭān".
Moneta del Khwarezm, coniata durante il regno di Muhammad II (1200-1220), portante il nome di al-Nāṣir li-dīn Allāh, sovrano nominale del Khwrezem. La scritta in arabo riporta a sinistra (recto) la basmala, mentre a destra (verso) recita: al-sulṭān al-aʿẓam ʿalā al-dunyā wa l-dīn Muḥammad ibn Sulṭān, cioè: "Il signore eccelso nobiltà del mondo e della religione Muḥammad ibn Sulṭān".
Califfo di Baghdad
In carica 1180 - 1225
Predecessore al-Mustaḍiʾ bi-amr Allāh
Successore al-Ẓāhir bi-amr Allāh
Nome completo Abu 'Abbas Ahmad al-Nasir li-din Allah
Nascita 1158
Morte 2 o 6 ottobre 1225
Casa reale Abbasidi
Padre al-Mustaḍiʾ bi-amr Allāh
Madre Zumurrud (Esmeralda)
Figli al-Ẓāhir bi-amr Allāh

Abū l-ʿAbbās Aḥmad, detto al-Nāṣir li-dīn Allāh (in arabo: أبو العباس أحمد الناصر لدين الله; 11581225) fu il 34° califfo del califfato abbaside che a Baghdad regnò dal 1180 al 1225. Il significato del laqab è Colui che è reso vincitore per la religione di Dio.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato nel 1158, Abū l-ʿAbbās Aḥmad fu figlio del califfo al-Mustaḍiʾ bi-amr Allāh e di una umm walad turca di nome Zamurrud (nome traducibile come Esmeralda)[1] ed ascese al trono quando il padre al-Mustadi' morì nel 1180.

Agli inizi del suo regno, il califfo abbaside era poco più di un simbolo essendo la sua autorità effettiva ridotta ai dintorni delle città di Baghdad e Samarra, sotto la tutela dei vari Amīr al-umarāʾ e ai diversi sultani ma, il suo lungo e saggio governo ridiede nuovo (anche se effimero) prestigio al califfato.

Regno[modifica | modifica wikitesto]

Guerre[modifica | modifica wikitesto]

Non appena ascese al trono, infatti, al-Nāṣir, impose il proprio controllo sul circondario di Baghdad, estromettendo gli ufficiali turchi che de facto lo gestivano in nome del califfo ma per conto del sultano selgiuchide.

In secondo luogo, grazie all'alleanza con lo Scià corasmio Ala al-Din Tekish, intraprese una lunga guerra contro il debole Impero selgiuchide, governato da Toghrul III, sconfiggendone ripetutamente l'esercito.

Nel 1194, quando Toghrul III fu ucciso ed il suo corpo esposto a Baghdad in segno di vittoria, l'autorità diretta del Califfo si era estesa su gran parte del moderno Iraq da Tikrit al Golfo Persico e su diverse province persiane, in precedenza controllate e governate dai Turchi selgiuchidi.

Allora, al-Nāṣir inviò il suo vizir presso lo Scià Tekish con vari doni, ma l'imprudente vizir indispose a tal punto l'impulsivo Tekish che questi ordinò alle proprie truppe di attaccare le forze califfali, mettendole in rotta.

L'Asia nel 1200: in verde chiaro il territorio direttamente governato da al-Nāṣir, corrispondente grosso modo all'Iraq.

A causa di ciò, le relazioni diplomatiche con i Corasmi, peggiorarono sempre di più. Infatti, il califfo fece assassinare un governatore di Tekish usando un emissario ismailita. Tekish replicò riesumando e decapitando il cadavere del vizir di al-Nāṣir, morto durante una campagna militare contro di lui. Irritato da questo macabro atto e da altre azioni ostili, il califfo si vendicò maltrattando indegnamente i pii pellegrini che si erano mossi da est sotto il vessillo corasmio; probabilmente la sola vendetta del tollerante califfo.

Il figlio di Tekish, Muhammad II (1200-1220) del Khwārezm, urtato dalle azioni del califfo, elevò alla dignità califfale (senza averne peraltro alcuna autorità legale) un califfo di fede sciita per annullare qualsiasi credibilità spirituale di al-Nāṣir.

Inoltre fece muovere le sue armate su Baghdad ed in merito, alcuni cronisti medievali scrissero che al-Nāṣir avrebbe fatto appello allo stesso Genghis Khan per bloccare l'avanzata di Muhammad. La veridicità del fatto è però oggetto di controversie tra gli storici sebbene non sia improbabile che il califfo avesse tenuto contatti con i Mongoli[2], ancora non musulmani, ma seguaci per lo più dello Sciamanesimo.

Muhammad, che intanto aveva intrapreso una campagna verso l'Iraq, fu costretto a ripiegare nel Khwārezm a causa dell'inverno rigido nei Monti Zagros e da quel momento non fu una minaccia per al-Nāṣir.

Infatti, Muhammad, nel 1218, ebbe la pessima idea di decapitare gli ambasciatori mongoli di Gengis Khan che due anni dopo marciarono contro le forze corasmie, radendo al suolo tutte le città che incontravano. Muhammad, incapace di radunare le forze dei signori suoi feudatari, fuggì in direzione di Rayy e, poi, verso Hamadan. I generali mongoli (spesso in realtà turchi) lo tallonarono con 25 000 uomini ma ne persero le tracce in Iran. Muhammad morì poco dopo di polmonite su un'isola del mar Caspio (dicembre 1220) e gli successe il figlio Jalal al-Din Mankubirni.

Politica interna[modifica | modifica wikitesto]

Il regno di al-Nāṣir li-dīn Allāh è particolare anche per l'ascesa dei gruppi di futuwwa, ai quali si collegavano i cosiddetti ayyarun (lett. "vagabondi")[3]. Questi gruppi sociali urbani esistevano da tempo a Baghdad e altrove, ed erano spesso coinvolti nei disordini cittadini, animati per lo più da un acceso spirito settario.

Al-Nāṣir, invece, li rese uno strumento del suo governo, riorganizzandoli in base alla più nobile e altruista ideologia sufi, fino a trasformarli in una sorta di cavalleria islamica. Inoltre, riorganizzò l'esercito e la forza pubblica di Baghdad e, per alleviare le sorti delle classi più povere, diede impulso all'agricoltura e al commercio riparando strade ed impianti di irrigazione e infine attivò una notevole ed efficace politica di lavori pubblici: rafforzò le difese delle città, ne restaurò gli edifici e fu un buon mecenate.

Bilancio[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi tre anni di vita al-Nāṣir rimase parzialmente paralizzato e quasi cieco[4]; morì, dopo 45 anni di regno, il 2 o il 6 ottobre del 1225, lasciando il trono al figlio al-Zahir.

Durante il suo lungo regno, estese il proprio controllo su gran parte dell'Iraq da Tikrit fino al Golfo Persico mentre la capitale e i territori da lui governati conobbero un lungo periodo di pace che consentì la costruzione di scuole, biblioteche, abitazioni per poveri e altri lavori pubblici di grande rilevanza. Per tali motivi è ricordato da molti storici come l'ultimo effettivo califfo.[5]

In ogni caso, se anche non avesse inviato ai mongoli l'appello affinché intervenissero contro i Corasmi, appariva oramai prossima la loro venuta, mentre l'indebolimento dell'impero corasmio aveva loro aperto le porte verso Baghdad che sarebbe caduta nel 1258.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ ʻIzz al-Dīn Ibn al-Athīr, Years 589-629/1193-1231: The Ayyūbids After Saladin and the Mongol Menace, transl. D.S. Richards, (Ashgate Publishing, 2008), 260.
  2. ^ Jack Weatherford, Genghis Khan and the making of the modern world, p.135
  3. ^ Gruppi di guerrieri itineranti che si legavano ad un signore
  4. ^ ʿIzz al-Dīn Ibn al-Athīr, Years 589-629/1193-1231: The Ayyūbids After Saladin and the Mongol Menace, 260.
  5. ^ Eric J. Hanne, Putting the Caliph in His Place: Power, Authority, and the Late Abbasid Caliphate, (Fairleigh Dickinson University Press, 2007), 204.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (AR) العباسيون/بنو العباس في بغداد
  • (EN) William Muir: The Caliphate, its rise, decline and fall Chapter LXXVII, 575-640 A.H., An-Nasir, his Son and Grandson, Khwarizm Shah, Jenghiz Khan
  • (FR) Janine et Dominique Sourdel, Dictionnaire historique de l'islam, Parigi, Éd. PUF, (SBN 978-2-130-54536-1)
  • (DE) Angelika Hartmann, An-Nasir li-Din Allah: Politik, Religion und Kultur in der späten Abbasidenzeit (Studien zur Sprache, Geschichte und Kultur des islamischen Orients), Berlino, Walter de Gruyter & Co, 1975.
Predecessore Califfo di Baghdad Successore
al-Mustaḍiʾ bi-amr Allāh 1180 - 1125 al-Ẓāhir bi-amr Allāh