Fatimidi

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Imamato (Califfato) fatimide
Imamato (Califfato) fatimide – Bandiera
Imamato (Califfato) fatimide - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Imamato (Califfato) fatimide
Nome ufficiale الدولة الفاطمية
al-Dawla al-Fāṭimiyya
Lingue ufficiali Arabo
Lingue parlate
Capitale Mahdiyya (909-948)
Al-Mansuriya (948-973)
Il Cairo (973-1171)
Politica
Forma di Stato Califfato
Forma di governo Monarchia
Nascita 909 con Ubayd Allah al-Mahdi bi-llah
Fine 1171 con al-'Āḍid li-dīn Allāh
Territorio e popolazione
Bacino geografico Vicino Oriente, Maghreb e Ifriqiya
Massima estensione 5.100.000 km2 nel 969
Economia
Valuta Dinar
Religione e società
Religioni preminenti Islam sunnita
Religione di Stato Islam sciita ismailita
Religioni minoritarie Cristianesimo, Ebraismo, Kharigismo
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of Afghanistan (1880–1901).svg Califfato abbaside
Succeduto da Flag of Ayyubid Dynasty.svg Dinastia Ayyubide
Dinastia almoravide
La massima estensione dell'Imamato Fatimide.

I Fatimidi (in arabo: فاطِميّون, Fāṭimiyyūn) costituirono la dinastia sciita ismailita più importante di tutta la storia dell'Islam.

Devono il loro nome alla discendenza da Fātima bt. Muhammad, figlia del profeta Maometto. che dal suo matrimonio con ʿAlī b. Abī Tālib garantì una discendenza al Profeta.

La prima base del movimento — parte del più vasto movimento carmata — fu nel IX secolo in Siria nella città di Salamiyya, tra Hama e Homs (ar. Hims). Il fatimide ʿUbayd Allāh al-Mahdī bi-llāh si propose però agli inizi del X secolo come l'Imām al-Qāʾim, "l'Imam permanente") che l'Ismailismo credeva si sarebbe manifestato alla fine dei tempi per ricondurre l'Islam alla sua originaria purezza e questo provocò una frattura mai più ricompostasi col resto del movimento carmata.

Sfuggito alle truppe abbasidi e agli stessi avversari carmati che lo consideravano un impostore e un traditore, ʿUbayd Allāh riparò in Egitto e da lì, grazie ad accordi sottoscritti con esponenti della tribù berbera dei Kutāma, nell'Ifrīqiya aghlabide.

In un primo periodo di 4 anni ʿUbayd Allāh (che talora è chiamato anche Saʿīd o ʿAlī) non rivelò le sue intenzioni e la sua identità e si spostò nelle aree sottoposte al controllo dei kharigiti Midraridi per dare ancor meno nell'occhio ma qui fu sottoposto a misure di residenza sorvegliata per 5 anni.

In suo favore agì il responsabile della daʿwa (macchina propagandistica retta da dā‘ī, ovvero "missionari"), Abū ʿAbd Allāh al-Shīʿī, che con un esercito di devoti berberi convertiti sbaragliò le forze aghlabidi ad al-Arbus il 19 marzo del 909. Giunto a Sijilmāsa (Sigilmassa), dove si trovava recluso il suo signore, Abū ʿAbd Allāh al-Shīʿī obbligò il 26 agosto 909 l'emiro rustemide a rilasciare senza indugio il suo prigioniero che, portato a Raqqāda (la capitale aghlabide), si presentò assumendo il 6 giugno 910 il laqab di al-Mahdī ("il Ben Guidato [da Dio]").

La conquista dell'Egitto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia dell'Egitto fatimide.

La conquista dell'Ifrīqiya non contentò i Fatimidi. Essi infatti pretendevano di presentarsi a tutto il mondo islamico come i legittimi eredi politici del Profeta e dell'Ahl al-Bayt e Imam-califfi dunque dell'intera Dār al-Islām.

La loro strategia era dunque quella di deporre il califfo abbaside ma, per giungere in Iraq con il loro forte esercito di Berberi e di abitanti dell'Ifrīqiya, era indispensabile conquistare tutti i paesi intermedi: l'Egitto dapprima e la Siria poi.

In Egitto dominava - dopo la riconquista abbaside ai danni dei Tulunidi - la dinastia ikhshidide e fu contro di essa quindi che l'Imam al-Mahdī concentrò tutti i suoi sforzi.

I suoi piani però non ebbero successo, anche perché in Egitto il governo ikhshidide era abbastanza efficiente da saper rispondere colpo su colpo e perché gli stessi Egiziani non mostravano per conto loro alcun desiderio di cambiare padrone. Fallirono quindi due tentativi: il primo condotto nel 914-15 dal generale berbero Ḥabaṣa b. Yūsuf, dei B. Kutāma e il secondo dal figlio stesso dell'Imam, al-Qāʾim, nel 919.

L'azione condotta contro l'Egitto fu successivamente rallentata dall'esplodere di una grave rivolta interna, condotta dall'"Uomo dall'asino", un berbero kharigita ibadita, di nome Abū Yazīd Makhlad b. Kaydād al-Nukkārī, dei Banū Zanāta, che agì tra il 942 e il 947.

Salito però al potere il nuovo Imām al-Muʿizz li-dīn Allāh (reg. 953-975), un terzo tentativo fu portato a buon fine nel 969 dal generale Jawhar al-Siqilli (Jawhar b. ʿAbd Allāh), che aveva puntigliosamente organizzato stavolta il corpo di spedizione fatimide. Una carestia che aveva afflitto l'Egitto e l'opera di generosa corruzione operata nei confronti di numerosi funzionari ikhshididi (tra cui l'abile vizir Abū l-Faraj Yaʿqūb ibn Yūsuf ibn Killis) facilitarono la conquista del Paese.

Entrati a Fusṭāṭ dopo aver colto una vittoria nella battaglia di Giza (30-6-969), i Fatimidi costruivano immediatamente la nuova cittadella fortificata del Cairo, che deve il suo nome al fatto d'essere stata chiamata al-madīnat al-qāhira al-muʿizziyya, cioè "la città soggiogatrice[1] di al-Muʿizz".

Arte[modifica | modifica sorgente]

Architettura[modifica | modifica sorgente]

Moschea di al-Hakim al Cairo.

Il primo esempio di architettura fatimide, nella città di Mahdiyya rientrò nel cosiddetto romanico d'Africa sorto nel IX secolo e prese spunto da elementi classici romani.[2] Intorno alla seconda metà del X secolo vennero eretti moschee, caserme, palazzi ed edifici pubblici nel pieno rispetto della linea fatimide, combinando elementi dello stile tulunide, rimembranze aghlabidi e spunti omayyadi di Cordova, senza trascurare le nozioni artistiche persiane e siriane.

Le moschee dei primi Imam si distinsero per la navata centrale più alta, concludente in un vano a cupola di fronte al mihrab, per le decorazioni a stucco, per i minareti in pietra posti all'estremità di forma cilindrica ed impreziositi da fregi calligrafici, come nel caso della moschea di al-Ḥākim (1013). Nel 1124 venne completata la moschea di al-Akhmar, caratterizzata da evidenti elementi persiani soprattutto nella facciata a portale; interessanti gli pseudo-stalattiti angolari.

Tra le strutture più significative dell'epoca si annoverano le tre grandi porte facenti parte della mura difensiva del Cairo ed i mausolei dei califfi, in una prima fase a baldacchino, e in periodo tardo costituiti da una tomba a cupola.

Complessivamente gli architetti fatimidi influenzarono quelli ayyubidi.

Arti decorative[modifica | modifica sorgente]

Arte fatimide dell'XI secolo (oggetto prodotto nell'Italia meridionale, proveniente dall'abbazia di Saint-Denis e ospitato nel Louvre).

Emersero gli intagli in pietra, legno e stucco adatti per ornare palazzi e moschee. Lo stile, inizialmente derivante dall'arte abbaside, assunse caratteri autonomi, quali una maggiore eleganza, l'introduzione di arabeschi su un fondo neutro che ricordano gusti copti. Fra i legni fatimidi più significativi si ricordano temi di cacce, danze, musica e floreali.

Si diffusero anche pitture decorative, come nella moschea di Qayrawan (1060), eseguiti da una scuola fatimide impegnata nella decorazione dei soffitti dei palazzi profani, arricchiti di immagini di musici e festini, concessi da una certa larghezza di vedute dell'ambiente sciita rispetto al divieto di riprodurre immagini.[2] Qualche frammento di queste pitture è visibile ancora oggi nella Cappella Palatina a Palermo.

Un grande sviluppo ricevettero anche i tessuti con temi geometrico-astratti, prodotti dalla manifattura statale, il tirāz, oltre alla lavorazione del cristallo di rocca e del vetro intagliato e ornato a lustro. Tra i pezzi più pregiati si ricordano la brocca a pera del Tesoro di San Marco a Venezia ed il grifone del camposanto di Pisa.

Per quanto riguarda la produzione ceramica, l'Egitto fatimide poté contare anche su artigiani emigrati da Samarra: nel complesso la produzione si suddivise in una a smalto bianco di impronta mesopotamica con motivi animali e naturali, e in una con incisioni a motivi a champlevé.

Lista degli Imām fatimidi[modifica | modifica sorgente]

  1. ʿUbayd Allāh al-Mahdī bi-llāh (909-934)
  2. Muhammad al-Qāʾim bi-amri llāh (934-946)
  3. Ismāʿīl al-Manṣūr bi-naṣri llāh (946-953)
  4. al-Muʿizz li-dīn Allāh (953-975)
  5. Abū Manṣūr Nizār al-ʿAzīz bi-llāh (975-996)
  6. al-Hākim bi-amri llāh (996-1021)
  7. ʿAlī al-Zāhir (1021-1036)
  8. al-Mustanṣir bi-llāh (1036-1094)
  9. al-Mustaʿlī (1094-1101)
  10. al-Āmir bi-aḥkāmi llāh (1101-1130)
  11. al-Ḥāfiz (1130-1149)
  12. al-Zāfir (1149-1154)
  13. al-Fāʾiz (1154-1160)
  14. al-ʿĀḍid (1160-1171)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'aggettivo aveva una duplice valenza. Oltre a quella più banalmente comprensibile, il termine derivava dal fatto che - come si usava in tutto il mondo islamico e anche in quello cristiano - era affidato agli astrologi individuare il momento più favorevole per fondare una città nuova e, appunto, si attese che la fondazione della cittadella coincidesse col momento in cui il pianeta Marte si trovava in ascendente.
  2. ^ a b Le Muse, De Agostini, Novara, 1966, Vol. IV, pagg. 462-463

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • K.A.C. Kreswell, The Muslim Architecture of Egypt and Fatimids, Oxford, 1952
  • U. Tarchi, L'architettura e l'arte musulmana in Egitto, Torino, 1923
  • W. Ivanow, The origins of Ismā‘īlism, Cambridge, Cambridge U.P., 1940.
  • Hugh Kennedy, The Prophet and the Age of the Caliphates, Londra-New York, Longman, 1986.
  • Carl F. Petry (ed.), The Cambridge History of Egypt. Islamic Egypt, 640-1517, Cambridge, U.P., 1998.
  • Jamil M. Abun-Nasr, A History of the Maghrib in the Islamic period, Cambridge, Cambridge U.P., 1993 (3th ed.).
  • Farhad Daftary, The Ismā‘īlis: their history and doctrines, Cambridge-New York, Cambridge U.P., 1990.
  • Farhat Dachraoui, Le Califat fātimide au Maghreb (909-969). Histoire politique et institutions, Tunis, 1969.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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