Papa Stefano II

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando il papa eletto ma non consacrato, vedi Papa Stefano (eletto).
Papa Stefano II
Pope Stephen II.jpg
92º papa della Chiesa cattolica
Elezione 26 marzo 752
Insediamento 26 marzo 752
Fine pontificato 26 aprile 757
Predecessore papa Zaccaria
Successore papa Paolo I
Nascita Roma, 714/715
Morte Roma, 26 aprile 757
Sepoltura Basilica di San Pietro in Vaticano

Stefano II o III secondo una diversa numerazione (Roma, 714/715Roma, 26 aprile 757) fu il 92º papa della Chiesa Cattolica Romana dal 26 marzo 752 alla sua morte.

Il Papa Eletto[modifica | modifica wikitesto]

Subito dopo la morte di papa Zaccaria, il 23 marzo 752 fu eletto il presbitero Stefano, che morì per un ictus il 26 marzo, quattro giorni dopo l’elezione, senza che fosse stata celebrata la consecratio, motivo per il quale la Chiesa non lo riconosce come papa.

Nella successiva immediata elezione fu scelto un diacono romano omonimo del precedente, della cui vita prima del pontificato non si hanno notizie. Nell’attuale lista ufficiale dei papi questo Stefano è indicato, per il motivo detto sopra, come il II con tale nome, ma la Chiesa stessa, sebbene sull’argomento abbia già detto una parola definitiva, ritiene di voler lasciare un margine a successive eventuali discussioni, e pertanto in alcuni elenchi tutti i papi di nome Stefano riportano una doppia numerazione; in tal modo, il diacono Stefano eletto ed immediatamente consacrato il 26 marzo 752, è anche indicato come “Papa Stefano II (III)”.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La donazione di Pipino il Breve a Papa Stefano II

Violando la tregua stipulata tra re Liutprando e papa Zaccaria, nel 751 i Longobardi del nuovo re Astolfo avevano conquistato Ravenna, capitale dell'Esarcato bizantino in Italia, e avevano cominciato a fare pressione su Roma. Un’ambasceria guidata dal diacono Paolo, fratello del papa, riuscì a rinnovare la tregua ventennale, ma presto Astolfo tornò sulle sue decisioni e pretese da Roma il pagamento di un pesante tributo annuo; a nulla valse una seconda ambasceria. Stefano non poteva contare sull'aiuto di Costantinopoli: alla metà dell'VIII secolo, l'Impero Bizantino era alle prese con la minaccia degli arabi, e le relazioni tra il papato e gli imperatori bizantini della dinastia Isauriana erano molto tese; l’imperatore Costantino V, tra l’altro, chiedeva la restituzione dei territori bizantini che il re Liutprando aveva conquistato e donato alla Chiesa di Roma[1]. L’imperatore però non ignorò completamente la richiesta del papa e, tramite un suo emissario, gli conferì il potere di trattare con il re longobardo: era comunque il riconoscimento dell’autorità, del prestigio e delle capacità diplomatiche del pontefice di Roma come rappresentante delle popolazioni italiche. Potere che il papa trovò più utile girare a suo vantaggio[2]. Stefano provò a far arrivare la richiesta di Costantino ad Astolfo, ma costui, per tutta risposta, chiese la resa incondizionata di Roma e minacciò di assalire la città. Il papa, nonostante la situazione fosse seria, non affrettò i tempi per la soluzione del problema: tenere il popolo di Roma in un continuo stato d’allarme e di tensione, con processioni e prediche in cui si cercava di demonizzare il re longobardo era una tattica che gli avrebbe consentito di fare le sue successive mosse con la tranquillità di non incontrare seri ostacoli interni[3].

Nel 752 il predecessore di Stefano, papa Zaccaria, aveva incoraggiato la deposizione dell'ultimo re merovingio, Childerico III, ed aveva approvato (se non addirittura ordinato) l'incoronazione del “Maestro di palazzo” Pipino il Breve, che quindi aveva un gran debito col pontefice. Le circostanze consentivano a Stefano di reclamare la contropartita, e all’inizio del 753 inviò in gran segreto al nuovo re dei Franchi una lettera con la richiesta di un incontro, che Pipino ovviamente non poté rifiutare. Stefano partì da Roma il 14 ottobre 753 e, poiché il suo viaggio non poteva passare inosservato, fece tappa a Pavia per incontrare Astolfo. La sosta presso il re longobardo fu un capolavoro di astuzia diplomatica: ufficialmente il passaggio a Pavia era giustificato dalla necessità di ribadire ad Astolfo le richieste del re bizantino Costantino V in merito alla restituzione dei territori dell’Esarcato d'Italia conquistati poco prima. Stefano finse di insistere, ma sapeva perfettamente che avrebbe avuto una risposta negativa, e del resto aveva tutto l’interesse a che quei territori (parte dei quali erano sotto il controllo di Roma) restassero in mano ai Longobardi. Ma Costantino V era accontentato. Il motivo ufficiale del viaggio alla corte di Pipino erano invece problemi di politica interna dei Franchi per cui, per mettere a tacere alcune rimostranze di oppositori interni, era necessario riconsacrare solennemente il re: motivazioni assolutamente inventate, ma Astolfo non poteva saperlo e non poteva avere nulla da obiettare, e lo lasciò passare[4].

Partito da Pavia il 15 novembre, il 6 gennaio 754 il papa giunse alla residenza di Pipino, scortato nell’ultimo tratto del viaggio dal re in persona. Stefano chiese esplicitamente al re dei Franchi di intervenire militarmente in Italia contro i Longobardi per restituire alla Chiesa i territori che le spettavano di diritto in base al “Constitutum Constantini” (“Donazione di Costantino”), il documento che sarebbe stato redatto nel 324 dall’imperatore Costantino I e nel quale costui concedeva al papa Silvestro I e ai suoi successori[5] il primato della Chiesa di Roma sulle Chiese patriarcali orientali, la sovranità su tutti i sacerdoti, la sovranità della Basilica del Laterano su tutte le chiese e soprattutto la superiorità del potere papale su quello imperiale e la giurisdizione civile del pontefice su Roma, l’Italia e l’intero Impero Romano d'Occidente[6]; al pontefice venivano inoltre donate estese proprietà immobiliari, compreso il Palazzo del Laterano[7]. Ciò che in questo momento maggiormente interessava a Stefano era la parte in cui si dichiarava la sovranità del papa su tutti i territori a sud di una linea immaginaria che univa la punta settentrionale della Corsica con la zona di Venezia e l’Istria, fino alla campagna romana a sud di Roma, quindi in pratica tutta l’Italia Centrale. Verso la metà del XV secolo gli umanisti Nicola Cusano e Lorenzo Valla smascherarono il documento come uno dei più clamorosi falsi storici, redatto, secondo lo storico e teologo tedesco Ignaz von Döllinger a Roma (probabilmente dalla Cancelleria pontificia) tra il 752 e il 777; lo storico Franz Xavier Seppelt è ancora più preciso, ponendo la data della stesura intorno al 750-752, immediatamente prima del viaggio di Stefano. Il documento si poneva come un editto in cui la Chiesa era riconosciuta Stato sovrano con Cristo fondatore e sovrano, rappresentato dai pontefici con le stesse prerogative imperiali e che, soli, possono assegnare la corona ai regnanti terreni[8]. Per secoli la Chiesa, sulla base del Constuitutum Constantini , ha preteso di giustificare il suo potere temporale con una legge costantiniana, sostenendone le basi storiche.

Il Papa chiese dunque personalmente al re l'aiuto necessario per contrastare la minaccia longobarda, e Pipino accolse la richiesta, che fu ratificata da un’assemblea dei nobili a Quierzy[9]. Il documento ufficiale che ne seguì, andato perduto, è conosciuto come “Promissio Carisiaca”, con la quale Pipino si impegnava a costringere i Longobardi a restituire le terre già appartenute all'Esarcato d'Italia e al Ducato romano. La ricompensa fu l’unzione, il 28 luglio 754, di Pipino, della moglie e dei due figli, il riconoscimento di Pipino “re per grazia di Dio”, la scomunica per chiunque, non Carolingio, avesse tentato di farsi eleggere re, e la nomina di Pipino e dei due figli Carlo e Carlomanno a “patricius Romanorum”, difensori della Sede apostolica[10] .

Nel frattempo Astolfo, che doveva aver sospettato qualcosa, aveva convinto il fratello di Pipino, Carlomanno, che si era ritirato nell’Abbazia di Montecassino, a compiere una missione di pace per far desistere il fratello da eventuali azioni di guerra contro i Longobardi, raccomandandogli il rispetto dell’alleanza. Stefano intervenne immediatamente, prima che Carlomanno potesse rovinare i suoi piani, lo fece arrestare per aver lasciato l’Abbazia di Montecassino senza permesso e fu rinchiuso nel monastero di Vienne, dove morì poco dopo[11].

Pipino tentò con tre diverse ambascerie di convincere Astolfo a riconsegnare i territori; visti vani i tentativi nell’agosto 754 scese in Italia insieme al papa, e a Susa sconfisse il re longobardo, che si rifugiò a Pavia chiedendo la pace, offrendo ostaggi, pagando un tributo e promettendo la restituzione dei territori. Pipino accompagnò Stefano a Roma e se ne tornò indietro. Ma Astolfo non aveva alcuna intenzione di mantenere la parola data, e appena si sentì libero, nel gennaio 756 intraprese una campagna di riconquista dei territori appena ceduti, spingendosi fino alle porte di Roma. Il papa di nuovo invocò l’aiuto del re franco, che però tardava ad intervenire, ed il tono della missiva di Stefano era disperato e minaccioso nei confronti di Pipino che lo aveva abbandonato: la lettera veniva presentata come ispirata direttamente da San Pietro, cioè scritta da lui in prima persona per mano del papa; si chiedeva di fermare con le armi l'avanzata dei Longobardi e oltre a San Pietro, che si rivolgeva alla popolazione dei Franchi chiamandoli «figli adottivi» e al popolo romano chiamandolo «confratello», trovavano spazio anche commenti della Vergina Maria e di vari santi, angeli e martiri. La pena per i Franchi, se non avessero liberato Roma dai Longobardi, sarebbe stato l'inferno e la scomunica dei re[12][13]. Che ci avesse creduto veramente o avesse fatto finta di crederci, finalmente nel 756 il re franco si mosse, e la sola notizia del suo arrivo convinse Astolfo a togliere il lungo assedio a Roma e a tornare indietro, si arrese praticamente senza combattere e gli fu lasciata soltanto Pavia; tutto il resto, che comunque era molto meno di quanto richiesto inizialmente, fu di nuovo consegnato a Stefano[14] e affidato all’abate Fulrado di Saint Denis, consigliere e uomo di fiducia di Pipino. Nell’estate del 756 le chiavi di tutte le città passate sotto la giurisdizione papale, nonché la “Promissio Carisiaca”, vennero solennemente deposti sulla tomba di San Pietro, diventando proprietà eterna della Chiesa[15]. Se la cessione dei primi territori a papa Zaccaria da parte del re longobardo Liutprando costituiva un primo abbozzo di un potere temporale della Chiesa di Roma, questo atto sanciva definitivamente la nascita dello Stato della Chiesa.

Non torna a onore di Stefano il tono insultante e astioso della lettera con cui comunicò a Pipino la morte, di lì a poco, di Astolfo che, peraltro, era sempre stato corretto nei confronti della Chiesa e i cui contrasti con il papa erano sempre stati solo di carattere politico[16]. Il nuovo re longobardo, Desiderio, salito al trono il 7 marzo 757 forse (secondo gli Annales Regni Francorum) per esplicita volontà di Pipino[17], preferì una politica di amicizia con il papa, e anzi gli donò altre città rimaste ai Longobardi[18].

Wiligelmo e seguaci, Stefano II benedice Anselmo, portale dell'Abbazia di Nonantola (XII secolo).

Dal punto di vista più strettamente religioso, Stefano ricevette a Roma Anselmo del Friuli, che, desideroso di farsi monaco, aveva fondato l'abbazia di Nonantola, presso Modena. Il papa gli donò alcune reliquie di san Silvestro e lo nominò abate di Nonantola. Di un certo interesse anche la sua attività edilizia, con il restauro della basilica di San Lorenzo e, soprattutto, l’erezione del campanile dell’Antica Basilica di San Pietro in Vaticano. Organizzò una vasta rete di locande per pellegrini, i cui proventi costituirono una rilevante entrata per il giovane Stato pontificio[19].

Stefano morì il 26 aprile 757, e fu sepolto in San Pietro.

Consanguineità con altri pontefici[modifica | modifica wikitesto]

Secondo antiche genealogie, la famiglia Orsini discenderebbe da Orso, nobile romano sposatosi per due volte e padre di cinque figli. Dal primo matrimonio sarebbero nati Giordano e Costanzo. Secondo queste antiche genealogie, di cui peraltro non esistono prove certe,papa Stefano ed il fratello Paolo sarebbero diretti discendenti di Costanzo figlio di Orso. Se fosse così, anche Stefano e il successore papa Paolo I, sarebbero membri di una famiglia che ha già dato alla Chiesa altri tre Papi: Celestino III, Niccolò III e Benedetto XIII.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ J. Misch, Il regno longobardo d’Italia, pp. 189 e seg.
  2. ^ P. Brezzi, La civiltà del Medioevo europeo, vol. I, p. 177.
  3. ^ C. Rendina, I Papi. Storia e segreti, p. 222.
  4. ^ C. Rendina, op. cit., pp. 222, 224.
  5. ^ Pier Giorgio Ricci, “Donazione di Costantino”, in Enciclopedia dantesca, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, Roma, 1970.
  6. ^ Ambrogio Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, ed. PIEMME, Casale Monferrato, 2005.
  7. ^ «In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali.»
  8. ^ C. Rendina, op. cit., pp. 223 e seg. - G. Pepe, Il Medioevo barbarico d’Italia, pp. 333 e segg.
  9. ^ Pipino dovette faticare non poco per convincere la classe dirigente franca, che ovviamente non aveva alcun interesse diretto ed immediato ad intraprendere una guerra contro gli alleati Longobardi. Prevalse la linea della religiosità e della fedeltà a San Pietro, più che al papa (G. Pepe, op. cit., p. 219 – P. Brezzi, op. cit., p. 178).
  10. ^ C. Rendina, op. cit., p. 225. - G. Pepe, Il Medioevo barbarico d’Italia, p. 220 – J. Misch, op. cit., p. 191 – P. Brezzi, op. cit., p. 179 e seg.
  11. ^ C. Rendina, ibidem. – J. Misch, op. cit., pp. 191 e seg. – P. Brezzi, op. cit., pp. 179.
  12. ^ Louis Mayeul Chaudon, Gioacchino Maria Olivier-Poli, Nuovo dizionario istorico pagina 410, M. Morelli, 1794. - Paolo Delogu, Enciclopedia dei Papi (2000), Treccani.
    «Per persuadere meglio i Franchi, una delle lettere venne scritta in nome dello stesso apostolo Pietro, che rivolgendosi ai re, ai grandi ed al popolo franco, come a suoi figli adottivi, chiedeva loro di liberare il confratello popolo romano».
  13. ^ Uno dei concetti alla base della richiesta era che il vicario di Pietro non avrebbe potuto svolgere la sua funzione di guida della cristianità se non avesse potuto godere della libertà di azione territoriale e diplomatica. Concetto ribadito e sancito anche nel trattato e Concordato stipulato nel 1929 tra la Santa Sede e lo Stato italiano (P. Brezzi, op. cit., p. 181)
  14. ^ G. Pepe, op. cit., pp. 221 e seg. – J. Misch, op. cit., pp. 192 e seg.
  15. ^ C. Rendina, op. cit., pp. 225 e segg. – P. Brezzi, op. cit., pp. 180 e segg.
  16. ^ G. Brezzi, op. cit., p. 182.
  17. ^ Stefano Gasparri, Italia longobarda, Laterza, Roma, 2012, p. 108.
  18. ^ C. Rendina, op. cit., p. 227. – J. Misch, ibidem.
  19. ^ C. Rendina, ibidem.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Claudio Rendina, I Papi. Storia e segreti, Newton Compton, Roma, 1983.
  • Gabriele Pepe, Il Medioevo barbarico d’Italia, Einaudi, Torino, 1971.
  • Jürgens Misch, Il regno longobardo d’Italia, Eurodes, Roma, 1979.
  • Paolo Brezzi, La civiltà del Medioevo europeo, vol. I, Eurodes, Roma, 1978.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Papa della Chiesa cattolica Successore Emblem of the Papacy SE.svg
Papa Zaccaria 26 marzo 752 - 26 aprile 757 Papa Paolo I
Controllo di autorità VIAF: (EN15562412 · LCCN: (ENnb2007020856 · ISNI: (EN0000 0000 7821 0324 · GND: (DE118617753