Ducato romano

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Il Ducato romano fu una ripartizione dell'Esarcato d'Italia (fine VI secolo - 751), ovvero dei possedimenti bizantini nella penisola. Comprendeva buona parte dell'odierno Lazio e un'area ridotta dell'Umbria meridionale (Amelia e zone limitrofe). Si estendeva all'incirca da Narni e Viterbo (alto Lazio) fino a Gaeta ed Atina (ai confini con la Terra di Lavoro).
I ducati furono la prosecuzione delle Eparchie (province in greco) nella nuova organizzazione civile e militare creata dai Bizantini dopo l'invasione dei Longobardi in Italia, iniziata nel 568.

Dalle origini al VII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Mappa dell'Impero bizantino del 717. Il Ducato romano corrisponde al punto (3).

Secondo la ripartizione amministrativa voluta dall'imperatore Maurizio (582-602), le Eparchie furono sostituite dall'Esarcato d'Italia, con capitale Ravenna. L'esarca portava il titolo di patricius Romanorum (protettore e difensore dei cittadini romani); tra le sue prerogative vi era anche la custodia della "Sede di Pietro" (ovvero della Chiesa di Roma). L'Esarcato d'Italia era formato da sette ducati, ciascuno comandato da un dux o magister militum: un militare di alto grado di nomina imperiale.

Al vertice del Ducato romano era il dux Romae. Il duca rivestiva le funzioni di capitano delle forze militari di stanza nel territorio. Aveva, con ogni probabilità, un incarico di durata triennale e rispondeva direttamente all'esarca di Ravenna. Le più antiche testimonianze storiche dell'esistenza del dux Romae sono una lettera di Papa Gregorio Magno (592)[1] e, successivamente, una lapide rinvenuta presso Terracina in cui è scolpito il nome di un certo Georgius dux Romae.

Il Senato romano, pur formalmente in carica, era ormai una pallida imitazione di quello delle epoche passate. L'assemblea non era quasi mai al completo, in quanto le guerre gotiche avevano decimato i suoi membri. In una situazione caratterizzata da incertezza ed instabilità, la figura del pontefice divenne sempre più un riferimento stabile.

Per l'imperatore, il papa era un funzionario (la sua elezione doveva essere approvata da Costantinopoli per essere valida). Ma per il popolo, fin dall'epoca di Gregorio Magno (590-604), e forse ancor prima, era divenuto la massima autorità civile dell'Urbe e del Ducato[2]. Gregorio Magno si era dedicato alla difesa di Roma promuovendo la creazione di una milizia locale (exercitus), costituita inizialmente dalle scholae (che radunavano i residenti di varie nazionalità), dalle corporazioni di mestiere e dalle associazioni rionali.
Papa Sabiniano nel 604-606 aveva supplito alla carenza di rifornimenti di grano vendendo le riserve della Chiesa, esercitando di fatto le funzioni di prefectus urbi; papa Onorio (625-638) prese in carico la manutenzione della cinta muraria e dell'acquedotto della città.[3] Grazie alle pressioni dei pontefici, nel VII secolo il titolo di dux Romae cessò di essere trasmesso all'interno di una stessa famiglia, com'era costume negli altri ducati (Ducato di Gaeta, Ducato di Napoli). Anzi accadde spesso che nel Lazio fosse lo stesso esercito bizantino, in caso di carica vacante, ad eleggere autonomamente il dux.

L'approvvigionamento di generi alimentari per la città dipendeva in larga parte dalle tenute di proprietà papale. Il patrimonio terriero del vescovo di Roma era stato accumulato fin dal IV secolo per effetto delle donazioni dei fedeli. Era denominato patrimonium Sancti Petri perché i lasciti erano indirizzati ai santi Pietro e Paolo. Il patrimonium Sancti Petri era distinto dal patrimonium publicum gestito dai vertici militari (duces e magister militum) dell'impero bizantino e ai latifondi delle arcidiocesi di Ravenna e di Milano.

I rapporti tra pontefice e dux Romae furono più antagonistici che collaborativi. I vari duchi, in qualità di massimi responsabili militari del territorio, restarono sempre fedeli all'imperatore, quindi schierati con il basileus nei frequenti contenziosi religiosi che sorsero fra il Papa e Costantinopoli. Nel 640 il dux nonché carthularius Maurizio, con l'esarca Isacco, condusse l'assalto al Palazzo del Laterano, costringendo papa Severino alla fuga. Troviamo alcuni duces anche tra i presunti congiurati contro papa Gregorio II.

Anche la sempre minacciosa presenza dei Longobardi fu spesso un fattore d'instabilità. Nel 702 il duca di Benevento Gisulfo I sottrasse al Ducato romano la valle del Liri.

VIII secolo[modifica | modifica wikitesto]

La caduta dell'Esarcato[modifica | modifica wikitesto]

I possedimenti bizantini in Italia al tempo di Liutprando.

A partire dall'VIII secolo si assisté ad un progressivo disimpegno dell'imperatore bizantino nei confronti di Roma. Il Ducato romano, senza la presenza militare assicurata da Costantinopoli, rimase esposto e indifeso di fronte alla minaccia longobarda. Nel 726 i Longobardi di Liutprando (712-744) mossero guerra contro l'Esarcato d'Italia, occupando Bologna e l'intera Pentapoli. Ai Bizantini restarono solo la città di Ravenna, il porto di Classe e la pianura circostante. Nel Lazio, Liutprando si spinse fino alle porte di Roma.

Nel 728 i Longobardi conquistarono la fortezza di Narni, posta a presidio della via Amerina, che conduceva a Todi e Perugia. A presidiare la via Amerina rimasero le fortezze di Amelia ed Orte. Più a sud, difendevano la via Cassia, nel tratto lungo la valle del Tevere, i castra di Sutri, Bomarzo e Blera.[4] Papa Gregorio II (715-731) si rivolse direttamente al re Liutprando, chiedendogli di rinunciare ai territori già conquistati e di restituirli all'esarca bizantino in quanto legittimo possessore. Liutprando, invece, donò il castrum di Sutri al pontefice, nell'atto conosciuto in storiografia come Donazione di Sutri.

Nel 742 Liutprando sottomise i ducati di Spoleto e di Benevento e li annesse ai propri domini. La notizia creò allarme a Roma. Avendo capito che il re longobardo si stava preparando a un nuovo attacco ai domini bizantini d'Italia, papa Zaccaria (741-752), non esitò a trattare direttamente con il monarca. Nella primavera del 743 i due si incontrarono a Terni. Il pontefice ottenne dal re longobardo, la restituzione per donationis titulo di quattro città da lui occupate (tra cui Vetralla, Palestrina, Ninfa e Norma) e di una parte dei patrimoni della Chiesa in Sabina, ad essa sottratti oltre trent'anni prima dai duchi di Spoleto.

Per la seconda volta il papa rivestì il ruolo di rappresentante supremo degli ex-territori bizantini nel Lazio.[5]

(LA)
« Veniens itaque ad civitatem Interamnis, ubi tunc dictus rex cum suis exercitibus erat, cum rex audiret eius adventum, omnes duces exercituum suorum maiores usque ad octo miliaria misit obviam illi. Sed et ipse rex usque ad medium miliare processit obvia Zachariae summo pontifice, illumque cum gaudio magno et summa reverentia intra civitatem suscepit. Cumque in ecclesia beati valentini ambo consedissent.....huius autem sanctis persuasionibus compunctus rex langobardus, ad mandatum pontificis civitates, quas Romanis abstulerat, restituit. »
(IT)
« Mentre, così, stava giungendo [papa Zaccaria] nella città di Interamna [Terni], dove il re si era già attestato con tutto il suo esercito, il re, che era venuto a sapere del suo arrivo, mandò tutti i suoi comandanti di grado più alto fino all'ottavo miglio per accoglierlo. Ma lo stesso re procedette incontro al sommo pontefice Zaccaria e lo accompagnò all'interno della città con grande gioia e massimo rispetto. Dopo essersi assisi ambedue nella chiesa del Beato Valentino.....colpito dalle sante parole persuasive di costui [papa Zaccaria] il re longobardo restituì al pontefice le città che aveva tolto ai Romani »
(Pauli Continuationes, III , 9-18,)
Il falso della donazione di Costantino
Probabilmente al papato di Zaccaria (o di Gregorio III) risale il documento noto come donazione di Costantino. Il potere del pontefice, dopo i problemi politici avuti con Leone III l'Isaurico, non era più sostenuto dall'impero e né poteva considerarsi il papa un feudatario longobardo, vista la superiorità politica e morale con cui era considerata la sede romana agli occhi degli italici e dei cristiani rispetto al potere longobardo. L'incertezza politica in cui versava il ducato romano in quegli anni portò alla produzione di una legittimazione storica dell'indipendenza pontificia, la donazione di Costantino, secondo cui dal primo imperatore cristiano veniva il diritto del Papa a governare il territorio e il senato romano, nonché il primato sugli altri patriarchi della cristianità (in quegli anni Leone aveva spostato sotto il patriarcato di Costantinopoli le diocesi di Puglia, Calabria e Sicilia). In realtà il documento può essere definito come una vera e propria costituzione per cui uno Stato si dichiara autonomo semplicemente aderendo ad un sistema giuridico e legislativo (a quell'epoca ancora non distinto da quello religioso).

Successivamente Papa Zaccaria organizzò il territorio intorno alla città, fondando le prime domus cultae, vere e proprie aziende agricole facenti capo alla Diocesi, che assicurarono l'approvvigionamento della città.

Il patrimonium Sancti Petri dopo la donazione di Pipino (Populonia, Ronciglione e Viterbo).

La donazione del Ducato al Patrimonio di San Pietro[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Promissio Carisiaca.

Con l'ascesa di Astolfo al titolo di Re d'Italia e dei Longobardi i germani ripresero una politica espansionistica ai danni dei "romani" (intesi come la somma di latini e bizantini). Nel 751 Astolfo conquistò l'Istria e Ravenna insediandosi nella sede dell'esarcato e acquisendo i titoli palatini connessi. Le minacce di re Astolfo raggiunsero anche Roma: egli pretese infatti dal papa Stefano II il pagamento dei tributi per le donazioni ricevute dai suoi predecessori; nel 753 arrivò a conquistare Ceccano, in Ciociaria. Stefano II chiese allora l'intervento dei Franchi di Pipino il Breve. Benché Astolfo ebbe assediato poi più volte Roma, fu sconfitto dalla calata del sovrano d'oltralpe che lo costrinse a pagare un tributo al regno dei Franchi e a cedere sotto la sovranità del pontefice l'Esarcato d'Italia, la Pentapoli e il corridoio con Perugia.
Com'era avvenuto in precedenza per il patrimonium Sancti Petri, tutti i poteri dell'Esarcato, della Pentapoli e del cosiddetto corridoio bizantino che si contrapponevano giuridicamente alle proprietà della diocesi di Roma furono subordinati all'autorità del pontefice, senza più la mediazione imperiale di Costantinopoli. Allo stesso tempo, i territori del nord Italia in mano ai longobardi furono definitivamente separati da quelli del centro-sud (756).

Ducati confinanti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Girolamo Arnaldi, Le Origini dello Stato della Chiesa, Torino, UTET Libreria, 1987, pag. 28, ISBN 88-7750-141-3
  2. ^ «Con l'istituzione del Ducato di Roma [...] cominciava a profilarsi una nuova antitesi fra una romanità, a un tempo ecclesiastica e civile, incarnata pressoché esclusivamente dal clero locale e dal suo capo, e una romanità militare, di frontiera, incarnata dal duca bizantino...». Cfr. Girolamo Arnaldi, op. cit., pag.28
  3. ^ Antonio Carile, Materiali di storia bizantina, Bologna, Lo Scarabeo, 1994.
  4. ^ O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi, pp. 370-371.
  5. ^ Sull'importanza storica dei contenuti dell'incontro si può vedere un vecchio saggio ancora molto importante come quello di Oreste Bertolini, Il problema delle origini del potere temporale dei papi nei suoi presupposti teoretici iniziali: il concetto di 'restitutio' nelle prime cessioni territoriali alla chiesa di Roma in Scritti scelti di storia medievale, vol II, 'Il Telegrafo', Livorno 1968, pp. 487-550

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]