Ravenna bizantina

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Giustiniano I, imperatore d'Oriente (qui con la sua corte), dispose la riconquista dell'Italia.

Ravenna bizantina si riferisce a quella fase nella storia della città in cui Ravenna fece parte dell'impero bizantino come capitale dell'Esarcato d'Italia, territorio bizantino d'oltremare. Questa fase storica ebbe inizio nel 540, quando Ravenna fu conquistata da Belisario, e giunse al termine nel 751, quando la città fu presa da re Astolfo, rimanendo per cinque anni sotto il dominio longobardo.

Età giustinianea: Conquista (540-568)[modifica | modifica sorgente]

Assedio di Ravenna (539-540)[modifica | modifica sorgente]

Le conquiste sotto il regno di Giustiniano I (527-565).
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Ravenna (539-540) e Guerra gotica (535-553).

Giustiniano I, Imperatore romano d'Oriente, intenzionato a recuperare i territori occidentali dell'Impero finiti da più di mezzo secolo in mano ai barbari, decise di ristabilire il dominio imperiale in Italia, estintosi nel 476 con la deposizione dell'ultimo imperatore d'Occidente Romolo Augusto. Nel 535 aggredì, dunque, il regno degli Ostrogoti, che si estendeva su Italia, Provenza, Norico, Dalmazia e Pannonia, affidando la riconquista al generale Belisario, che venne nominato strategos autokrator (generalissimo). Belisario nel giro di un quinquennio conquistò la Sicilia e l'Italia centro-meridionale, compresa Roma. Alla fine del 539, Belisario, sottomessa l'Italia a sud del Po, poté porre assedio alla città di Ravenna, dove si era rifugiato Vitige. L'assedio si rivelò però difficile per la resistenza delle mura. Nel corso dell'assedio, poi, arrivarono all'accampamento due senatori inviati come ambasciatori da Giustiniano che informarono Belisario che l'imperatore avrebbe concesso la pace ai Goti alle seguenti condizioni:

« ...Vitige, serbatasi la metà del regio tesoro, signoreggerà la traspadana regione e l’ imperatore avrà l’altra parte delle ricchezze, ed un tributo annuo da tutti i Cispadani. »
(Procopio, La Guerra Gotica, II, 29.)

Ma Belisario, intenzionato a sottomettere tutta l'Italia, annientando totalmente il regno ostrogoto, e a condurre prigioniero Vitige a Costantinopoli, andò su tutte le furie e rifiutò di negoziare a quelle condizioni.[1]

Nel frattempo i Goti, oppressi dalla fame e scontenti del loro re Vitige, offrirono a Belisario di diventare Imperatore romano d'Occidente in cambio della sottomissione; Belisario finse di accettare l'offerta, non perché volesse usurpare il trono a danni di Giustiniano, ma per ottenere con l'astuzia la resa di Ravenna.[1] I messi goti accettarono quindi la resa a condizione che Belisario non avrebbe per niente molestato i Goti e sarebbe diventato signore degli Italici e dei Goti. Dopo aver ottenuto il giuramento da Belisario, gli oratori lo esortarono ad entrare a Ravenna.[1] L'esercito di Belisario entrò quindi a Ravenna, e all'entrata le mogli dei Goti sputarono in faccia ai mariti, tacciandoli di vigliaccheria. Belisario fece prigioniero Vitige, trattandolo tuttavia bene, e depredò il tesoro dei Goti, pur guardandosi bene dallo spogliare barbaro alcuno, e stando attento a far sì che l'intero esercito imitasse l'esempio suo.[1] Dopo la caduta di Ravenna, molte guarnigioni gote spedirono ambasciatori a Belisario annunciando la loro resa; Belisario marciò allora per occupare Treviso e altre fortezze nella Venezia, ottenendo anche la resa di Cesena, l'unica città della Flaminia ancora in mani nemiche.[1] Successivamente però alcuni generali sembra abbiano calunniato Belisario, accusandolo di volere usurpare la porpora, e Giustiniano, anche perché aveva bisogno di Belisario in Oriente contro i Persiani, lo richiamò a Costantinopoli.[2] Belisario obbedì, generando l'ira dei Goti che ancora pensavano che il generale sarebbe diventato loro re. I Goti ancora in armi nell'Italia transpadana allora elessero re Ildibado, continuando la resistenza armata contro i Bizantini. Belisario, ritornato a Costantinopoli, fu accolto freddamente da Giustiniano, che non volle conferirgli l'onore del trionfo.

Una delle prime opere pubbliche della Ravenna bizantina fu la costruzione di basiliche monumentali. Iniziata nel 532, l'edificazione della Basilica di San Vitale riprese e fu portata a compimento nel 547. Nel 549 terminarono i lavori di costruzione della Basilica di Sant'Apollinare in Classe.

Prosecuzione della guerra sotto Totila e Narsete (540-553)[modifica | modifica sorgente]

Movimenti di truppe durante la Guerra gotica.

Diventata bizantina, Ravenna divenne la sede del nuovo Prefetto del pretorio d'Italia Atanasio. È per la prima volta attestato in Italia all'inizio del 540, durante l'assedio di Ravenna quando esautorò Belisario, che fu allontanato insieme ad altri funzionari di cui non si fidava.[1] Poco tempo dopo la partenza di Belisario giunse a Ravenna anche un rapace esattore fiscale inviato da Giustiniano per aumentare la pressione fiscale nella penisola: Alessandro, detto Forficula ("forbicella") per la sua abilità nel rifilare i bordi delle monete d'oro. Giunto a Ravenna, si attirò le antipatie dei romani e dei soldati imperiali stessi con un avido fiscalismo e la riduzione del soldo.[3]

I generali che sostituirono Belisario non diedero prova di elevate capacità. Neanche i prefetti del pretorio dimostrarono di essere all'altezza: dopo Atanasio fu inviato a Ravenna Massimino, che nulla fece contro la ripresa dei Goti, guidati dal nuovo re Totila. Giustiniano non poté che inviare di nuovo a Ravenna Belisario, cui affidò pieni poteri. Belisario rimase poco tempo a Ravenna: l'ex capitale dell'Impero d'Occidente si trovava troppo lontano dal teatro della guerra, che era il Sud della penisola. Dopo aver richiesto, nell'estate del 545, un robusto aumento di uomini e mezzi all'imperatore, verso la fine dello stesso anno Belisario lasciò definitivamente Ravenna.

« Sono arrivato in Italia senza uomini, cavalli, armi, o soldi. Le province non possono fornire entrate, sono occupate dal nemico; e il numero delle nostre truppe è stato ridotto da larghe diserzioni ai Goti. Nessun generale potrebbe aver successo in queste circostanze. Mandatemi i miei servitori armati e una grande quantità di Unni e di altri Barbari, e inviatemi del denaro. »
(Procopio, De Bello Gothico.)

Nel 552 fece tappa a Ravenna l'esercito di Narsete, che aveva ottenuto di nuovo il comando delle operazioni in Italia. Il generale, alla guida di un esercito di 30.000 uomini, giunse da Costantinopoli via terra, non avendo avuto abbastanza navi a disposizione per attraversare l'Adriatico.[4] Giunse a Ravenna il 9 giugno,[5] e qui sostò per nove giorni, prima di riprendere la marcia verso Sud. La campagna di Narsete fu vittoriosa: sconfisse re Totila (che morì per le ferite riportate in battaglia), costrinse alla resa i Goti che ancora occupavano Roma e sconfisse il successore di Totila, Teia, e quanto rimaneva dell'esercito goto in Italia (ottobre 552).

Narsete ritornò a Ravenna solo nella primavera del 554, dopo un'ulteriore campagna militare, questa volta contro un'alleanza di Franchi e Alamanni. Fissò la sua residenza a Classe.[6] La sua permanenza in città, però, non durò molto: nello stesso anno i Franco-alamanni invasero nuovamente la penisola. La battaglia risolutiva si svolse, come nella campagna precedente, nel Meridione. Narsete riportò la completa vittoria, ponendo fine alle operazioni militari della Guerra gotica.

Governo di Narsete (554-568)[modifica | modifica sorgente]

L'Italia giustinianea, eretta nel 584 ca. a esarcato, suddivisa nelle sue varie province.

Narsete rimase ancora in Italia con poteri straordinari e riorganizzò anche l'apparato difensivo, amministrativo e fiscale. A difesa della penisola furono stanziati quattro comandi militari, uno a Forum Iulii, uno a Trento, uno presso i laghi maggiore e di Como ed infine uno presso le Alpi Graie e Cozie.[7] L'Italia fu organizzata in Prefettura e suddivisa in due diocesi, a loro volta suddivise in province.[7] Ravenna continuò a far parte della provincia di Flaminia, retta da un governatore civile eletto da notabili e vescovi e sede del prefetto del pretorio d'Italia.

Dal 552 fino ad almeno al 554 fu prefetto del pretorio d'Italia a Ravenna Antioco, che, stando ad Agnello Ravennate (autore del Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis), restaurò, durante il suo mandato, la città di Forum Cornelii, probabilmente verso la fine del 552.[8] Antioco ricevette durante il suo mandato, nel 554, un l'importante documento legislativo emanato da Giustiniano: la «Prammatica sanzione sulle richieste di papa Vigilio» (Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii). Con essa Giustiniano, ritenendo l'Italia ormai pacificata (pur con sacche di resistenza al Nord, soprattutto nelle Venezie)[9], estese la legislazione dell'Impero all'intera penisola. Oltre che ad Antioco, il documento fu indirizzato anche al generalissimo Narsete.[10]

La guerra aveva inflitto all'Italia danni ingenti. I Goti avevano distrutto numerose città. Ravenna aveva avuto una sorte migliore. A differenza di altre zone della penisola, talmente devastate da essere irrecuperabili, era stata risparmiata quasi del tutto dalla guerra.[11] Il suo vescovo ricevette da Giustiniano la promozione ad arcivescovo, e Ravenna divenne la sede del governo bizantino nella penisola; la sua curia, che si occupava della riscossione delle tasse, sopravvisse fino al VII secolo, e vi sono evidenze di restauri: l'arcivescovo fece costruire dei bagni pubblici nel VI secolo e l'acquedotto fu restaurato nel VII secolo.[11] I contatti commerciali con Costantinopoli, resi di nuovo stabili, giovarono inoltre alla città.[11]

Dopo il governo di Antioco, che ebbe termine in data tuttora ignota, l'immediato successore fu "Fl. Mariano Michelio Gabrielio Pietro Giovanni Narsete Aureliano Limenio Stefano Aureliano", di cui però nulla si sa.[12]

Archeologia del periodo giustinianeo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arte bizantina e Arte ravennate.

Ravenna era divisa in 30 regiones[13]. Lungo i corsi d'acqua principali si affacciavano, oltre alle chiese e agli edifici pubblici, vari opifici, botteghe, scholae e mulini. L'idrografia urbana era assai complessa; la sua incessante evoluzione influenzò notevolmente gli interventi urbanistici dei bizantini. Dopo l'interrimento della Fossa Augusta deciso da Onorio nel 402, in epoca bizantina le acque cittadine furono convogliate lungo un fiume che scorreva poche centinaia di metri più ad ovest: il Padenna (sul suo tracciato vi è oggi via Mazzini)[14]. Le strade romane basolate che costeggiavano il Padenna (sui due lati) furono rilastricate.

Tra il 540 e il 600, Ravenna e il suo porto, Classe, furono abbellite di diverse chiese, molte delle quali finanziate dal banchiere ravennate Giuliano Argentario; anche gli arcivescovi di Ravenna finanziarono le costruzioni di chiese, grazie alle donazioni di ricchi esponenti locali, a partire dal vescovo Ecclesio dopo il suo ritorno da Costantinopoli nel 525. In ogni modo, anche se i vescovi locali, Ecclesio prima e Ursicino poi, finanziarono la costruzione di importanti chiese, la maggior parte delle costruzioni furono completate solo dopo la conquista bizantina del 540.[15]

I nuovi ed importanti edifici religiosi testimoniano lo stretto legame fra Ravenna e il mondo costantinopolitano che caratterizza l'arte ravennate[16]. In una zona nuova, oltre il fiumicello Padenna, furono edificati: la Basilica di San Vitale, la Basilica di Sant'Agata Maggiore, le chiese di Santa Maria Maggiore, San Zaccaria, Santo Stefano Maggiore e S. Giovanni Battista. Ad esse si aggiunse quella di S. Apollinare in Veclo.

Teodora e le sue dame
Basilica di San Vitale

Sempre nel 547 venne consacrata la Basilica di San Vitale, iniziata grazie ai finanziamenti di Giuliano Argentario, ricco banchiere ravennate, su ordine del vescovo Ecclesio nel 525, vivente ancora Teoderico, e consacrata nel 547 dall'arcivescovo Massimiano, quando Ravenna era ormai da sette anni sotto il dominio bizantino. Questo edificio, summa dell'architettura ravennate, elabora e trasforma precedenti occidentali e orientali portando alle estreme conclusioni il discorso artistico iniziato poco dopo l'editto di Costantino del 313. Fu completato grazie anche alla cospicua donazione del banchiere Giuliano l'Argentario che offrì 26 000 denari e che oggi è raffigurato nei mosaici dell'abside nel corteo di dignitari di Giustiniano, tra l'Imperatore e il vescovo.

Celeberrimi sono i mosaici collocati entro due pannelli sotto le lunette dell'ordine inferiore in posizione speculare, con il corteo dell'Imperatore Giustiniano e della moglie Teodora in tutto lo sfarzo che richiedeva il loro status politico e religioso. Le figure sono ritratte frontalmente, secondo una rigida gerarchia di corte, con al centro gli augusti, circondati da dignitari e da guardie. Accanto a Giustiniano è presente il vescovo Massimiano, l'unico segnato da iscrizione, per cui può darsi che fosse anche il sovrintendente dei lavori, dopo essere stato nominato primo arcivescovo di Ravenna.

Le figure accentuano una bidimensionalità che caratterizza la pittura tutta di linee e luce dell'età giustinianea, che accelera il percorso verso una stilizzazione astrattizzante che non contraddice lo sforzo verso il realismo che si nota nei volti delle figure, nonostante l'idealizzato ruolo semidivino sottolineato dalle aureole. Non esiste prospettiva spaziale, tanto che i vari personaggi sono su un unico piano, hanno gli orli delle vesti piatti e sembrano pestarsi i piedi l'un l'altro. La decorazione di San Vitale mostra tutta la sintesi tipica del periodo giustinianeo nella volontà di asseverare il fondamento apostolico della chiesa ravennate, il potere teocratico dell'Impero e la linea dell'ortodossia contro le eresie, specialmente quella nestoriana, attraverso la riaffermazione trinitaria e la prefigurazione della Salvezza nella Scrittura.

Poco lontano fu edificata la chiesa di San Michele in Africisco, sorta nel punto in cui si incrociano i due fiumi cittadini (Padenna e Lamone).

Chiesa di San Michele in Africisco

Anche la Chiesa di San Michele in Africisco, oggi sconsacrata, fu finanziata dal ricco banchiere Giuliano Argentario e, in questo caso, da un suo parente, chiamato Bacauda, come voto all'arcangelo Michele. Fu dedicata il 7 maggio 545 dal vescovo Vittore[17] e consacrata dall'arcivescovo Massimiano nel 547. Etimologicamente, il termine "Africisco" parrebbe in relazione con la Frigia, regione dell'Asia Minore; localmente indicava il quartiere nel quale sorgeva la chiesa. L'edificio era decorato al suo interno da mosaici parietali e pavimentali, tra cui spiccava quello posto nel catino absidale, dove campeggiano le tre figure solenni degli arcangeli Michele e Gabriele con al centro un Cristo imberbe che regge una lunga croce e un codex aperto. Nell'arco trionfale l'iconografia si ripete, con un Cristo seduto in trono, affiancato dagli arcangeli e dai sette angeli dell'Apocalisse. Ai lati si trovavano S. Cosma e S. Damiano, mentre l'intradosso dell'arco è decorato con motivi vegetali e colombe. Al centro è raffigurato l'Agnello entro un medaglione.

Lungo la Platea Maior, la via più importante della città, fu edificata la basilica detta oggi «di Sant'Apollinare Nuovo»

basilica di Sant'Apollinare Nuovo

La basilica di Sant'Apollinare Nuovo, fatta erigere dal re goto Teoderico nel 505 come chiesa di culto ariano[18] con il nome di Domini Nostri Jesu Christi e chiesa palatina[18] del celebre re ostrogoto[19], subì delle modifiche in seguito alla conquista della città da parte dell'Impero bizantino (540). Per ordine di imperatore Giustiniano tutti i beni immobili già posseduti dagli ariani passarono in proprietà della Chiesa cattolica e tutti gli edifici legati ai goti e all'arianesimo furono riconsacrati al culto cattolico. La basilica ex teodoriciana venne riconsacrata a San Martino di Tours, difensore della fede cattolica e avversario di ogni eresia[19]. Sant'Apollinare Nuovo porta i segni tangibili di quest'operazione: la fascia sopra gli archi che dividono le navate era corredata da un ciclo di mosaici con temi legati alla religione ariana. Su iniziativa del vescovo Agnello, il ciclo fu cancellato e la fascia ridecorata ex novo. Furono risparmiati solo gli ordini più alti (con le "Storie di Cristo" e con i santi e profeti), mentre nella fascia più bassa, quella più grande e più vicina all'osservatore, si procedette a una vera e propria ridecorazione, che salvò solo le ultime scene con le vedute del Porto di Classe e del Palatium di Teodorico, sebbene epurate per una damnatio memoriae[19] di tutti i ritratti, che probabilmente appartenevano a Teodorico stesso e ai suoi dignitari.

Una basilica dedicata a Sant'Apollinare fu costruita a Classe nel luogo in cui, all'interno di una necropoli, si trovava la sepoltura del santo.

basilica di Sant'Apollinare in Classe

Nel 547 venne consacrata la basilica di Sant'Apollinare in Classe, costruita nella prima metà del VI secolo, finanziata da Giuliano Argentario per il vescovo Ursicino e consacrata nel 547 dal primo arcivescovo Massimiano; fu dedicata a sant'Apollinare, il primo vescovo di Ravenna[21]. La basilica è a tre navate, con corpo mediano rialzato e abside poligonale affiancata da due cappelle absidate. Tutta la decorazione del catino absidale risale circa alla metà del VI secolo e si può dividere in due zone:

  1. Nella parte superiore un grande disco racchiude un cielo stellato nel quale campeggia una croce gemmata, che reca all'incrocio dei bracci il volto di Cristo. Sopra la croce si vede una mano che esce dalle nuvole, la mano di Dio. Ai lati del disco, le figure di Elia e Mosè. I tre agnelli, spostati verso il basso, simboleggiano gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni.
  2. Nella zona più bassa si allarga una verde valle fiorita, con rocce, cespugli, piante e uccelli. Al centro si erge solenne la figura di sant'Apollinare, primo vescovo di Ravenna, con le braccia aperte in atteggiamento orante, cioè ritratto nel momento di innalzare le sue preghiere a Dio perché conceda la grazia ai fedeli affidati alla sua cura, qui rappresentati da dodici agnelli bianchi.

La scelta del tema è strettamente legata alla lotta all'arianesimo, poiché ribadisce la natura umana e divina di Gesù Cristo, quest'ultima negata dagli ariani. Inoltre la rappresentazione di Apollinare tra gli apostoli figurati era una legittimazione per Massimiano come primo arcivescovo di una diocesi direttamente collegata ai primi seguaci di Cristo, essendo Apollinare, secondo la leggenda, discepolo di San Pietro.
Negli spazi tra le finestre sono rappresentati quattro vescovi, fondatori delle principali basiliche ravennati: Ursicino, Orso, Severo ed Ecclesio, vestiti in abito sacerdotale e recanti un libro in mano.

Invasione longobarda (568-584)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Migrazione longobarda, Alboino e Periodo dei duchi.

Nel 568 Giustino II, in seguito alle proteste dei Romani per l'eccessiva pressione fiscale[22], rimosse dall'incarico di governatore Narsete, sostituendolo con Longino. Il fatto che Longino sia indicato nelle fonti primarie[23] come prefetto indica che governasse l'Italia in qualità di prefetto del pretorio, anche se non si può escludere che fosse anche il generale supremo delle forze italo-bizantine.[24]

Proprio nel 568 l'Italia venne invasa dai Longobardi condotti da re Alboino. L'invasione non trovò quasi alcuna opposizione da parte dei Bizantini e del loro prefetto, che si limitò a costruire delle opere difensive a Cesarea, nelle vicinanze di Ravenna.[25] Alboino, sottomessa l'intera Italia settentrionale, venne poi ucciso nel 572 in una congiura da Elmechi; quest'ultimo tentò di impadronirsi del potere, ma fallì perché i Longobardi, addolorati per l'assassinio di Alboino, volevano ucciderlo vendicando il regicidio. Rosmunda, moglie di Alboino e una dei congiurati, chiese aiuto a Longino chiedendogli asilo politico a Ravenna. Longino mandò da loro una nave, che portò Rosmunda, Elmechi, Alpsuinda e tutto il tesoro dei Longobardi a Ravenna. Qui Longino istigò Rosmunda a uccidere Elmechi, promettendo di sposarla.[26] Rosmunda, lusingata dall'ambizione di diventare signora di Ravenna, avvelenò Elmechi ma quest'ultimo, scoperto di essere stato avvelenato, costrinse Rosmunda a bere anche lei il veleno. In questo modo entrambi morirono. Dopo questi avvenimenti Longino inviò a Costantinopoli dall'Imperatore Alpsuinda e il tesoro dei Longobardi. Taluni sostengono che venne inviato a Costantinopoli anche Peredeo, a cui vennero cavati gli occhi; Peredeo poi si vendicò uccidendo due funzionari bizantini.[27]

È ignota la data della morte di Longino. È ancora attestato come prefetto nel 574/575 da un'epigrafe.[28] Proprio nel 575/576 arrivò a Ravenna con un consistente esercito Baduario, genero dell'Imperatore Giustino II, che potrebbe essere lo stesso Baduario che costruì una chiesa a Ravenna. Baduario era stato inviato per cacciare i Longobardi dall'Italia o sottometterli riconquistando l'intera Italia, ma la scarna fonte che ci informa della spedizione narra che la spedizione fallì, nonostante il Regno longobardo si fosse frantumato in 36 ducati indipendenti tra di loro:

(LA)
« Baduarius gener Iustini principis in Italia a Longobardis proelio vincitur et non multo plus post inibi vitae finem accipit. »
(IT)
« Baduario genero del principe Giustino viene vinto in battaglia dai Longobardi e non molto tempo dopo trovò la fine della sua vita. »
(Giovanni di Biclaro, Cronaca, anno 576.)
Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna: "Il porto di Classe.". Mosaico di scuola ravennate italo-bizantina, completato entro il 526 d.C. dal cosiddetto "maestro di Sant'Apollinare".

La sconfitta di Baduario aveva permesso ai Longobardi di espandersi ulteriormente e non è da escludere che proprio in seguito alla sconfitta del generale di Tiberio II i Longobardi abbiano costituito i ducati di Spoleto e Benevento iniziando ad espandersi anche in Italia meridionale. Il Liber Pontificalis narra che in quei anni molte fortezze furono costrette ad arrendersi ai Longobardi per fame e che la stessa Roma fu da essi assediata nel 579. Nonostante i disperati appelli provenienti da Roma, l'Imperatore Tiberio II, essendo impegnato nella gravosa guerra contro la Persia, era impossibilitato a inviare nuove truppe, e si limitò a restituire le 3.000 libbre all'ambasceria inviata dal senato romano, suggerendo al senato di utilizzarle per corrompere i duchi longobardi, convincendoli a passare dalla parte dell'Impero, o, in alternativa, per convincere i Franchi ad attaccare i Longobardi.[29] L'anno dopo fu inviata dal senato romano un'altra ambasceria e questa volta l'Imperatore si risolse a mandare un piccolo esercito in Italia.[30] Tale esercito risultò però insufficiente a fermare l'avanzata dei Longobardi, che occuparono dagli anni tra il 578 al 582 Classe, il porto di Ravenna:

(LA)
« Hac etiam tempestate Faroald, primus Spolitanorum dux, cum Langobardorum exercitu Classem invadens, opulentam urbem spoliatam cunctis divitiis nudam reliquit. »
(IT)
« Pure in questo periodo Faroaldo, primo duca degli Spoletini, invasa Classe con un esercito di Longobardi, lasciò nuda l'opulenta città, spogliata di tutte le ricchezze. »
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 13)
L'Italia nel 580, suddivisa in eparchie, secondo Giorgio Ciprio. Cartina basata sulla ricostruzione di PM Conti, non esente da critiche.

Intorno al 580, stando alla Descriptio orbis romani di Giorgio Ciprio, sembra che Tiberio II divise in cinque province o eparchie l'Italia bizantina:

  • Annonaria, comprendente i residui possedimenti bizantini in Flaminia, Alpi Appennine, Emilia orientale e nella Venezia e Istria.
  • Calabria, comprendente i residui possedimenti bizantini in Lucania e in Apulia meridionale.
  • Campania, comprendente i residui possedimenti in Campania, in Sannio e nel Nord dell'Apulia.
  • Emilia, comprendente i residui possedimenti bizantini nella parte centrale dell'Emilia, a cui si aggiungono l'estremità sud-orientale della Liguria (con Lodi Vecchio) e l'estremità sud-occidentale della Venezia (Cremona e zone limitrofe).
  • Urbicaria, comprendente i residui possedimenti bizantini in Liguria, Alpi Cozie, Tuscia, Valeria, Piceno, e l'estremo Nord della Campania.

Tale riforma amministrativa dell'Italia sembra motivata, secondo Bavant, dalla necessità di riorganizzare l'amministrazione dell'Italia in modo da mantenere i territori residui minacciati dai Longobardi rendendoli in grado di respingere i loro attacchi; essendo fallito, infatti, ogni tentativo (compresa la spedizione di Baduario) per sloggiarli e prendendo dunque atto che per ora non era possibile risospingere al di là delle alpi la nazione longobarda, fu introdotto con la riforma il sistema dei tratti limitanei, anticipando la riforma dell'Esarcato, che fu realizzata alcuni anni dopo.[31]

Ravenna fu inserita così nell'eparchia Annonaria, ma all'incirca quattro anni dopo la suddivisione dell'Italia in eparchie fu soppressa e sostituita dall'esarcato.

Esarcato (584-751)[modifica | modifica sorgente]

L'istituzione dell'esarcato (584)[modifica | modifica sorgente]

Il palazzo di Teodorico divenne residenza degli esarchi.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esarcato d'Italia e Esarca.

L'esarcato nacque nel 584 circa, come conseguenza della militarizzazione dei residui territori bizantini in Italia, dovuta all'esigenza di migliorarne le difese, vista la minaccia longobarda; l'autorità civile non venne subito soppressa, ma perse sempre maggiore importanza a vantaggio degli ufficiali militari, che ora accentravano poteri sia civili che militari.[32] La riforma, avvenuta nei primi anni dell'Imperatore Maurizio, prevedeva che a capo dell'esarcato vi fosse un esarca, che aveva piena autorità sia civile che militare, e risiedeva a Ravenna, nel palazzo di Teodorico; nominato direttamente dall'Imperatore, reggeva teoricamente tutta l'Italia ("ad regendam omnem Italiam") ed era spesso un eunuco di provenienza orientale, che deteneva la carica di patrizio.[32] Il primo esarca di cui si ha notizia potrebbe essere stato Decio,[33], un patrizio citato in un'epistola del 584 di Papa Pelagio forse identificabile[34] con l'innominato esarca citato nella medesima epistola (la lettera è ambigua)[35]: nella medesima lettera si comprende come la situazione a Ravenna fosse disperata perché viene affermato che l'exarchus non poté portare aiuto a Roma contro i Longobardi in quanto già a stento riusciva a difendere Ravenna. L'esarca aveva alle proprie dipendenze duces o magistri militum a capo degli eserciti regionali, mentre a presidio delle singole città erano posti reggimenti (numeri) di 500 soldati circa a capo dei quali vi era un tribunus o un comes.[36]

La concentrazione di autorità civile e militare da parte dei militari non determinò subito la scomparsa delle autorità civili, segno che la formazione dell'esarcato fu un processo graduale, non un cambiamento brusco.[37] Fino ad intorno la metà del VII secolo la carica di prefetto del pretorio continuò a sopravvivere, sebbene come subordinato dell'esarca in ambito civile; residente a Classe (il porto di Ravenna), il prefetto d'Italia si occupava principalmente della gestione delle finanze e aveva come dipendenti, ancora agli inizi del VII secolo, i vicarii di Roma e dell'Italia (quest'ultimo risiedente a Genova dopo la conquista longobarda di Milano); anch'essi si occupavano della gestione delle finanze, e sebbene, in teoria, costituissero la massima autorità civile delle due diocesi in cui era suddivisa l'Italia imperiale, la crescente importanza assunta dai militari e le conquiste dei Longobardi resero la loro effettiva autorità quasi nulla.[38] L'officium del prefetto d'Italia era composto da molti funzionari pubblici detti praefectiani. Al governo delle province vi erano ancora, fino almeno alla metà del VII secolo, dei governatori civili (Iudices Provinciarum), ma, anche in questi casi, la loro autorità venne minata dalla crescente importanza rivestita dai duces militari al comando degli eserciti regionali. La crescente importanza dei militari portò, alla fine, alla scomparsa degli Iudices Provinciarum verso la metà del VII secolo: questi sono per l'ultima volta attestati dalle Epistole di Papa Onorio I (625-638).

Guerre contro i Longobardi (584-603)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno longobardo.

Per la carenza di truppe a disposizione in Italia ed essendo impossibilitato a inviare rinforzi, i tentativi di riconquista effettuati dai Bizantini nel primo decennio di regno di Maurizio furono tentati cercando l'appoggio dei Franchi, che scesero in Italia nel 584, 585, 588 e 590. Il supporto dei Franchi tuttavia si rivelò poco fruttuoso, dato che i Longobardi ottenevano la ritirata franca o comprandola con del denaro oppure vincendoli in battaglia. E se la campagna del 590 ottenne qualche successo, con la sottomissione di Modena, Altino e Parma, l'improvviso ritiro dei Franchi impedì di ottenere una vittoria definitiva sui Longobardi.

In compenso la politica bizantina di corrompere i duchi longobardi con il denaro, spingendoli a passare dalla parte bizantina, iniziava a dare i suoi primi frutti: il duca longobardo Droctulfo passò infatti al servizio dell'esarca Smaragdo (585-589), e se non riuscì a difendere la città di Brescello dagli assalti del re longobardo Autari, ottenne una grande vittoria su Faroaldo I, duca di Spoleto, recuperando per l'Impero Classe:

« ...Amò sempre le insegne del popolo romano,
sterminò la sua stessa gente.
Per amor nostro, sprezzò gli amati genitori,
reputando che qui, Ravenna, fosse sua patria
Prima gloria fu occupare Brescello.
E in quel luogo restando, terrifico fu pei nemici.
Poi sostenne con forza le sorti delle insegne romane,
Cristo gli diè da tenere il primo vessillo.
E, mentre Faroaldo con frode trattiene ancora Classe,
egli prepara le armi e la flotta per liberarla.
Battendosi su poche tolde sul fiume Badrino,
ne vinse infinite dei Bardi, e poi superò
l'Avaro nelle terre orientali, conquistando
la massima palma per i suoi sovrani...
 »
(Epitaffio, riportato in Paolo Diacono, III,19.)

Per le sue vittorie su Longobardi e Avari, i cittadini di Ravenna furono talmente grati a Droctulfo da concedergli l'onore di essere sepolto davanti alla soglia del martire Vitale e da dedicargli un epitaffio (inizi VII secolo).

Nel 591, inoltre, il duca di Spoleto, Ariulfo, appena asceso al ducato, iniziò a condurre una politica espansionistica a danni dei Bizantini, conquistando le città del corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna e assediando la Città Eterna stessa, da cui si ritirò solo dopo aver estorto alla città assediata un tributo; nel frattempo anche Napoli era minacciata dai Longobardi di Benevento. L'esarca non intervenne in aiuto di Roma, nonostante le richieste di aiuto di Papa Gregorio, il quale, dopo l'assedio, scrisse all'arcivescovo di Ravenna, Giovanni, lamentandosi per il comportamento dell'esarca, che «...rifiuta di combattere i nostri nemici e vieta a noi di concludere la pace».[39] Papa Gregorio, infatti, premeva per una tregua tra Imperiali e Longobardi affinché ritornasse la pace nella penisola e si ponesse fine alle devastazioni belliche, ma Romano non era d'accordo e fece di tutto per ostacolarlo.[40]

Papa Gregorio Magno fu uno degli oppositori alla politica dell'esarca Romano.

Nel 592 Romano, venuto a conoscenza che Papa Gregorio era in trattative con il ducato di Spoleto per una pace separata, si mosse per rompere le trattative, un po' perché non tollerava l'insubordinazione del Pontefice, che stava trattando con il nemico senza alcuna autorizzazione imperiale, un po' perché concludere la pace in quel momento avrebbe riconosciuto il corridoio umbro in mani longobarde, cosa che l'esarca non intendeva che accadesse. Nel luglio 592, quindi, l'esarca, partendo da Ravenna, raggiunse via mare Roma e dalla Città Eterna partì alla riconquista delle città del Corridoio umbro: dopo una breve campagna, riuscì a riconquistarle.[41] Questa campagna, come previsto, ruppe le trattative di pace che Papa Gregorio aveva avviato con i Longobardi, provocando un ulteriore peggioramento dei rapporti con il pontefice, che si lamentò in seguito del comportamento dell'esarca, che aveva impedito che si giungesse a una tregua «senza alcun costo per l'Impero» con i Longobardi. La campagna di Romano non generò però solo lo sdegno del pontefice, ma anche la reazione di re Agilulfo, che da Pavia marciò in direzione di Perugia, dove giustiziò il duca longobardo traditore Maurisione, reo di aver consegnato la città all'Impero, e poi assediò Roma (593), da cui si ritirò solo dopo aver estorto un tributo.[42]

Papa Gregorio Magno continuò ad insistere per una pace, cercando di convincere lo scolastico[chi è?] di Romano, Severo, a convincere l'esarca a firmare una tregua con i Longobardi,[43] ma senza alcun risultato apprezzabile; anzi, i suoi tentativi subirono la disapprovazione dell'Imperatore Maurizio.[44] Le trattative di pace non andarono avanti, perché sempre ostacolate dall'esarca Romano, «la cui malizia è persino peggiore delle spade dei Longobardi, tanto che i nemici che ci massacrano sembrano dolci in comparazione con i giudici della Repubblica che ci consumano con la rapina...»[45] (così scrisse Papa Gregorio Magno al vescovo di Sirmio nella prima metà del 596), e, nel 596, alcuni affissero su una colonna a Ravenna uno scritto satirico insultante il Pontefice e la sua politica per il raggiungimento della pace, il quale volle scomunicare gli autori del gesto. Le trattative con i Longobardi, comunque, continuarono, e subirono un'accelerazione quando l'esarca Romano perì e gli succedette Callinico, maggiormente favorevole alla pace. Alla fine del 598, Longobardi e Imperiali firmarono finalmente una pace, che probabilmente però era solo una tregua armata di tre anni, nonostante Paolo Diacono la definisca "fermissima". Il sogno di papa Gregorio Magno si era realizzato, ma solo tre anni dopo la pace venne violata dall'esarca. La guerra tuttavia durò poco e già a partire dal 603 la pace tra Longobardi e Bisanzio veniva rinnovata ogni anno per tutta la durata del regno di Agilulfo.

Periodo di pace con i Longobardi e turbolenze interne (603-643)[modifica | modifica sorgente]

La pace con i Longobardi durò per tutto il regno di Agilulfo, venendo rinnovata periodicamente dall'esarca Smaragdo, che sostituì Callinico nel 603. A Smaragdo, attestato per l'ultima volta nel 608, succedette forse Fozio, un presunto esarca menzionato soltanto nell'agiografia di San Teodoro da Sikeon, ma di cui nulla si sa. A succedere Fozio fu Giovanni, che continuò a rinnovare la pace con i Longobardi. Il mancato pagamento del soldo generò tuttavia una seria sedizione dell'esercito a Ravenna nel 616, a cui dovette forse prendere parte anche la popolazione, inasprita dall'eccessivo fiscalismo, che generò l'assassinio dell'esarca Giovanni e dei giudici della Repubblica.[46] Quasi contemporaneamente anche Napoli si rivoltava, eleggendo un sovrano autonomo da Bisanzio, Giovanni Consino.

L'Imperatore Eraclio reagì immediatamente: inviò il suo cubiculario Eleuterio con la carica di esarca con un esiguo esercito per sedare le sedizioni in Italia. Giunto a Ravenna evidentemente con truppe sufficienti allo scopo prefissatosi, Eleuterio represse con durezza la rivolta, punendo severamente tutti coloro che erano stati coinvolti nell'assassinio dell'esarca e dei "giudici della Repubblica", giustiziandoli.[47][48] Dopo aver effettuato una sosta a Roma, dove fu ricevuto calorosamente da Papa Adeodato, si diresse verso la città partenopea, espugnando e sedando la rivolta di Giovanni di Conza, giustiziato, insieme ai suoi seguaci, per ordine di Eleuterio.[49] Ritornato a Ravenna, pagò ai soldati la roga, ovvero il soldo arretrato, e, secondo il biografo di Papa Deusdedit, ciò determinò il ritorno della pace in Italia, segno che le rivolte erano dovute a un ritardo nelle paghe.[50]

Papa Bonifacio V: Eleuterio aveva l'intenzione di dirigersi a Roma per farsi incoronare da lui "Imperatore d'Occidente".

Dopo aver tentato con insuccesso di combattere con i Longobardi, e costretto a pagare un tributo, Eleuterio decise nel 619 di usurpare la porpora, proclamandosi Imperatore romano d'Occidente: secondo lo studioso Bertolini, l'intento dell'esarca ribelle era quello di «ridare all'Italia un impero indipendente, pari di rango all’impero in Oriente»,[51] anche se non si può escludere, come sostiene T.S. Brown, che «le sue ambizioni contemplassero soltanto l'instaurazione, nell'Italia bizantina, di un governo autonomo».[46] La rivolta, come sembra confermare la biografia di Papa Bonifacio V, iniziò all'incirca nel dicembre 619, poco prima l'ordinazione del nuovo pontefice.[52] Dalle monete fatte coniare dalla zecca di Ravenna da Eleuterio a suo nome durante la rivolta risulta che l'esarca ribelle avesse assunto, usurpando la porpora, il nome imperiale di Ismailius, altrimenti taciuto dalle fonti. Poco tempo dopo aver assunto la porpora, Eleuterio/Ismailius si recò dall'arcivescovo di Ravenna Giovanni IV, con ogni probabilità per farsi da lui incoronare (all'epoca era prassi che un nuovo imperatore fosse incoronato da un ecclesiastico)[53]; l'arcivescovo, tuttavia, evitò di prendersi questa responsabilità, forse temendo l'ira di Eraclio nel caso l'usurpazione fosse stata repressa; consigliò[54], piuttosto, Eleuterio di recarsi a Roma per farsi incoronare nell'antica Caput Mundi,[55] o dal papa (secondo Ravegnani)[53] o dal senato romano (secondo Bertolini).[51]

Eleuterio, reputando valido il consiglio, iniziò i preparativi per il viaggio.[56] Secondo lo studioso Classen, si trattava della «prima marcia di incoronazione a Roma della storia del mondo».[57] Il viaggio verso Roma si concluse però in tragedia: infatti, giunto nei pressi di Castrum Luceoli con i pochi che lo accompagnavano, l'esarca ribelle fu ucciso da soldati fedeli a Eraclio,[58] che secondo Bertolini, dovrebbero essere i soldati del Castrum Luciolis, che avrebbero sbarrato la strada a Eleuterio e ai pochi che lo accompagnavano ("paucis comitantibus"), e una volta vinto l'esercito di Eleuterio e fatto prigioniero l'esarca, lo uccisero;[59] tuttavia, secondo la biografia di Papa Bonifacio V contenuta nel Liber Pontificalis, Eleuterio fu ucciso da soldati ravennati ("militibus ravennatis").[60] Il Liber Pontificalis[61] e Agnello Ravennate[62] riferiscono che, ucciso con la spada, venne decapitato e la sua testa spedita in un sacco a Eraclio a Costantinopoli. L'Impero d'Occidente cadde di nuovo, venendo nuovamente inglobato in quello d'Oriente.

Dopo un breve periodo dal 619 al 625 in cui fu forse esarca il "patrizio Gregorio" che secondo Paolo Diacono si rese reo dell'uccisione proditoria dei duchi del Friuli Tasone e Caco, nel 625 giunse a Ravenna un nuovo esarca, Isacio, di stirpe armena, probabilmente appartenente alla casata dei Kamsarakan.[63] Appena arrivato, l'esarca ricevette un'epistola da Papa Onorio I, che gli chiedeva di aiutare il re longobardo Adaloaldo a recuperare il trono usurpatogli da Arioaldo, ma l'esarca decise di rimanere neutrale, favorendo Arioaldo, che così poté mantenere il trono.[64] Secondo una notizia di dubbia attendibilità del cronista dei Franchi Fredegario, intorno al 630 Arioaldo contattò Isacio, chiedendogli di uccidere proditoriamente il duca ribelle di Tuscia Tasone, offrendogli in cambio la riduzione del tributo che l'esarcato doveva versare ai Longobardi da tre a due centenaria.[65] Isacio, allora, contattò Tasone, invitandolo a recarsi a Ravenna disarmato per stringere con lui un'alleanza; quando, però, Tasone entrò nella capitale dell'esarcato, fu assalito all'improvviso dai soldati dell'esarca, che lo uccisero; Arioaldo, soddisfatto del risultato, mantenne la promessa della riduzione del tributo.[65] Il racconto di Fredegario, tuttavia, è ritenuto sospetto in quanto molto simile, seppur con delle differenze,[66] con l'episodio dell'uccisione dei duchi del Friuli Tasone e Caco ordita a Oderzo (nel Veneto) dal patrizio Gregorio tra il 619 e il 625 narrato da Paolo Diacono.[64]

Nel 640, infine l'esarca Isacio fu coinvolto nella contesa tra Roma e Bisanzio per la questione monotelita: Papa Severino non volle accettare l'Ectesi di Eraclio, un editto imperiale affermante che in Cristo agiva una sola volontà, affermazione ritenuta eretica dal Papa, ed Isacio passò alle maniere forti. Nel 640, sfruttando il malcontento dei soldati per i forti ritardi della paga, il chartularius Maurizio istigò i militari a fare rappresaglia contro il Pontefice, accusato di aver sottratto il compenso dovuto, e quindi, dopo tre giorni di assedio, fu sequestrato il tesoro della Chiesa romana custodito nel Laterano.[67] Poco dopo arrivò a Roma anche Isacio, che bandì alcuni ecclesiastici, fece l'inventario del tesoro sequestrato e lo inviò in parte a Costantinopoli ad Eraclio e parte lo tenne per sé.[68] In seguito (intorno al 642), Isacio dovette fronteggiare la rivolta a Roma dello stesso Maurizio, che ottenne l'appoggio dei soldati nelle fortezze circostanti accusando l'esarca di avere l'intenzione di usurpare la porpora.[69] Isacio inviò il sacellario e magister militum Dono nella Città Eterna per sedare la rivolta,[69] missione coronata dal successo: Maurizio, abbandonato dai suoi stessi uomini, fu catturato in una chiesa di Roma detta Ab Praesepe[69] e, per ordine dell'esarca, decapitato a Cervia e la sua testa esposta al circo di Ravenna.[70] Gli altri prigionieri, messi in carcere in attesa di conoscere la loro pena, si salvarono grazie all'improvviso decesso dell'esarca (avvenuto, secondo la testimonianza ostile del Liber Pontificalis, per intervento divino), che determinò la loro liberazione.[70] È possibile che Isacio sia stato ucciso dai Longobardi durante la battaglia dello Scultenna nel 643 (si veda più sotto).[71]

L'Italia dopo le conquiste di Rotari.

Nel frattempo, con l'ascesa al trono di re Rotari, avvenuta nel 636, a settentrione cresceva la pressione longobarda. Rotari attaccò ed espugnò nel 639 Oderzo e Altino, le ultime città nell'entroterra veneto ancora in mano bizantina, costringendo gli abitanti di Oderzo a trasferirsi a Eraclea, mentre quelli di Altino a Torcello.[72] Nel 643 Rotari attaccò l'esarcato e, secondo Paolo Diacono, inflisse nella battaglia dello Scultenna una grave sconfitta all'esercito bizantino (probabilmente anche l'esarca stesso perì nel corso della battaglia), anche se la vittoria longobarda va ridimensionata poiché Rotari non riuscì a conquistare Ravenna né i suoi dintorni, segno che, pur perdendo, i Bizantini erano riusciti a fermare l'avanzata del re longobardo.[71] Il vuoto di potere creatosi nell'Italia bizantina in seguito alla battaglia (e al probabile decesso dell'esarca) permise comunque a Rotari di occupare la Liguria bizantina.[73]

Isacio fu sepolto a Ravenna ed è sopravvissuto un epitaffio:

« 1. Qui giace colui che fu valorosamente stratego custodendo inviolati Roma ed il Ponente

2. per tre volte sei anni ai sereni signori, Isaacio, l’alleato degli imperatori,
3. il grande ornamento di tutta l’Armenia; costui era infatti armeno e di nobile stirpe.
4. Essendo deceduto gloriosamente, la casta moglie Susanna, alla maniera di una venerabile tortora
5. geme incessantemente, essendo stata privata del marito, un uomo che ottenne fama dalle fatiche
6. nel Levante e nel Ponente; comandò infatti l’esercito di Ponente e d’Oriente. »

(Iscrizione commemorativa, CIG 9869)

Un'altra iscrizione, in cui l'esarca piange la scomparsa a soli 11 anni di un nipote per parte di padre, Gregorio, sembra suggerire che Isacco si fosse portato in Italia la sua famiglia.[74]

Contesa tra Roma e Bisanzio e l'autocefalia (643-687)[modifica | modifica sorgente]

Nel 643 l'imperatore Costante II nominò Teodoro nuovo esarca d'Italia: resse l'Esarcato per due anni, per poi venire richiamato a Costantinopoli, sostituito da Platone. Richiamato anche Platone a Costantinopoli nel 649, fu sostituito da Olimpio, inviato in Italia per arrestare o assassinare Papa Martino I: questo Papa si era reso infatti reo di essersi opposto alla politica religiosa imperiale, condannando in un sinodo lateranense sia l'Ectesi di Eraclio I che il Tipo di Costante II, accusati di favorire l'eresia monotelita.[75] Fallito però il tentativo di assassinare il Papa, l'esarca si riconciliò con lui schierandosi addirittura contro l'Imperatore e staccando temporaneamente l'Italia dall'Impero.[76]

Deceduto Olimpio nel 652 in Sicilia a causa di una pestilenza, nel 653 Costante II inviò di nuovo a Ravenna Teodoro Calliope, al suo secondo mandato, con l'ordine di arrestare papa Martino I. Teodoro giunse a Roma accompagnato dall'esercito e il pontefice venne fatto prigioniero nella basilica del Salvatore in Laterano (17 giugno 653) e costretto ad imbarcarsi alla volta di Costantinopoli. Teodoro tornò poi in fretta a Ravenna, temendo una sollevazione popolare. Pare che avesse una moglie di nome Anna e dei figli[77].

Nel frattempo reggeva l'arcidiocesi ravennate Mauro, il quale essendo ambizioso di sottrarre la Chiesa Ravennate dalla giurisdizione del Papa, sembra, stando al Liber Pontificalis di Agnello Ravennate, che si fosse recato più volte in Oriente dall'Imperatore per ottenere l'autocefalia, cioè l'indipendenza dal Papato.[78] Potrebbe essere stato proprio Mauro, come supporto per le sue rivendicazioni, a forgiare una falsa "Donazione di Valentiniano", un documento non autentico attribuito falsamente all'Imperatore Valentiniano III che avrebbe stabilito, intorno alla metà del V secolo, che il vescovo di Ravenna avrebbe avuto da allora in poi il rango di "metropolitano".[78] Nel frattempo (663) l'Imperatore Costante II sbarcò a sorpresa in Italia e tentò di conquistare il ducato di Benevento ma invano: il duca Romualdo, assistito da suo padre Grimoaldo, re dei Longobardi, respinse gli assalti imperiali a Benevento e a Forino e Costante II fu costretto a rinunciare ai suoi piani di conquista. Visitata Roma nel 663, nello stesso anno pose la propria residenza a Siracusa, da dove continuò a perseguire una politica ostile al Papa, suo avversario religioso: nel 666, infatti, emanò un diploma a favore dell'arcivescovo di Ravenna Mauro in cui veniva concessa alla Chiesa Ravennate l'autocefalia; da in quel momento in poi l'arcivescovo sarebbe stato consacrato da tre dei suoi vescovi suffraganei ma non dal Papa; nel diploma in questione, inoltre, al nuovo esarca Gregorio viene ordinato di sostenere con le armi l'arcivescovo.[78] Il pontefice Vitaliano reagì scomunicando l'arcivescovo ravennate Mauro, il quale replicò rimuovendo il nome del Papa dalla liturgia ravennate.[78] Il successore di Mauro, Reparato, ottenne inoltre da Costantinopoli privilegi fiscali.[78] Intorno al 667 Grimoaldo, re dei Longobardi, distrusse Forlimpopoli per punire la popolazione per essersi opposta al suo passaggio mentre accorreva per soccorrere il ducato di Benevento, invaso dai Bizantini.

Mosaico di Sant'Apollinare in Classe a Ravenna, rappresentante l'imperatore Costantino IV (centro), il figlio e i fratelli. Da sinistra a destra: Giustiniano II, i due fratelli, Costantino IV, due arcivescovi di Ravenna e tre diaconi.

Nel 668, con l'assassinio di Costante II a Siracusa, salì al trono Costantino IV, figlio di Costante, che perseguì una politica favorevole al Papato: tra il 678/682, si ebbe la riconciliazione tra il Papato e Costantinopoli, voluta da Costantino IV, con la condanna del monotelismo al Concilio di Costantinopoli nel 680 e la revoca, tra il 678 e il 682, dell'autocefalia concessa da Costante II alla Chiesa di Ravenna nel 666.

A quei tempi era esarca Teodoro II che, narra Agnello Ravennate, rimasto senza segretario, chiese ai suoi funzionari di trovarne un altro. Quando gli presentarono il candidato, Giovanniccio (avo di Agnello Ravennate), che era deforme di aspetto fisico, Teodoro II, giudicando dal suo solo aspetto, sembra stesse per mandarlo via, ma, persuaso dai suoi funzionari, decise di concedergli una possibilità.[79] Mise alla prova le sue conoscenze in greco e latino e, constatando che padroneggiava perfettamente entrambe le lingue, lo assunse; le capacità di Giovanniccio vennero, tra l'altro sfruttate anche dall'arcivescovo di Ravenna, che gli affidò il compito di spiegare i canti eseguiti la domenica.[79] Secondo Agnello Ravennate, suo trisnipote, Giovanniccio era molto religioso, al punto che fu osservato pregare per ore intere, disteso per terra, in chiesa di notte.[79] Tre anni dopo, la sua fama era giunta fino a Costantinopoli, dove l'Imperatore Giustiniano II, ammirati i componimenti che Giovanniccio gli aveva dedicato, intendeva conoscerlo di persona e, a tal fine, chiese che fosse inviato a Costantinopoli: giunto a Costantinopoli, Giovannicio si fece talmente apprezzare che nel giro di pochi giorni divenne uno dei primates della corte.[79] Il mandato di Teodoro II, ricordato per il suo buon governo, ebbe fine intorno al 687, quando è esarca Giovanni Platyn.

L'inizio della crisi (687-726)[modifica | modifica sorgente]

Nel 687 era esarca Giovanni Platyn che, durante il conclave per eleggere un nuovo pontefice, ricevette da uno dei candidati al soglio pontificio, Pasquale, la richiesta di fare in modo che venisse eletto papa, in cambio di una grossa somma di denaro. Nonostante l'esarca avesse ordinato ai suoi sottoposti di influire sul conclave in modo che venisse eletto Pasquale, i suoi tentativi di influire sull'elezione non funzionarono e, essendosi divisi gli elettori tra due candidati (Pasquale e Teodoro), fu eletto Papa un altro candidato, Sergio. Su richiesta di Pasquale, l'esarca giunse a Roma nel tentativo di imporre come Papa proprio Pasquale, ma non poté cambiare la decisione: non volendo però rinunciare alle 100 libbre d'oro promesse, si rifiutò di riconoscere per Papa Sergio se prima non gli avesse pagato la somma promessa da Pasquale. Dopo aver ricevuto tale somma, riconobbe Sergio come Papa e ritornò a Ravenna.

Con Giustiniano II i rapporti con il Pontefice romano tornarono a deteriorarsi a seguito delle decisioni adottate dal Concilio Trullano in antitesi con il culto occidentale, riguardanti il matrimonio del clero ed il digiuno del sabato. Dopo l'opposizione di papa Sergio I, l'imperatore inviò il protospatario Zaccaria per catturarlo e portarlo a Costantinopoli, similmente a quanto successo a Martino I alcuni decenni prima.[80] Alla notizia, gli eserciti italiani si opposero e lo stesso Zaccaria finì per chiedere protezione al Pontefice, nascondendosi addirittura sotto il suo letto.[80] L'esarca sembra che non avesse preso parte a quest'operazione, molto probabilmente perché la carica era al momento vacante. Nel 701 divenne esarca Teofilatto, contro cui si rivoltarono gli eserciti italiani, per motivi ignoti, forse per motivazioni di natura economica.[81] In difesa dell'esarca, in quel momento a Roma, si schierò Papa Giovanni VI, che riuscì a calmare i ribelli, permettendo all'esarca di raggiungere Ravenna.[81]

Nel frattempo nel 708 all'arcivescovo Damiano succedette Felice, che se si recò a Roma a farsi consacrare da Papa Costantino, rifiutò la richiesta del pontefice di rinunciare alla pretensione dell'autocefalia. Il Pontefice si rivolse quindi all'Imperatore. Nel 709 Giustiniano II si inserì nella disputa tra le chiese romana e ravennate dovuta alla volontà della seconda di sottrarsi al predominio della prima, alleandosi con il pontefice romano e ordinando una feroce repressione nei confronti dell'Arcivescovo di Ravenna, Felice, con lo scopo di mantenere l'appoggio papale e vendicarsi del ruolo dell'arcivescovo avuto all'epoca di Zaccaria e di Teofilatto. L'Imperatore ordinò a Teodoro, stratego della Sicilia, di raggiungere Ravenna con la flotta, appoggiata anche da navi venetiche e illiriche, per compiere la spedizione punitiva. Costui, una volta approdato, invitò numerosi aristocratici locali in un banchetto in senso di amicizia, ma questi, attirati con l'inganno nelle navi, furono qui arrestati e portati a Costantinopoli, dove vennero tutti uccisi meno l'Arcivescovo, quest'ultimo accecato. Ravenna, si dice, fu saccheggiata dalle milizie bizantine. Poco tempo dopo, a Ravenna tra il 710 e il 711, la popolazione insorse condotta da un certo Giorgio, figlio di Giovanniccio, e l'esarca Giovanni Rizocopo fu trucidato: Giorgio suddivise poi i ribelli in diversi reggimenti che presero nome dalle insegne: Ravenna, Bandus Primus, Bandus Secundus, Bandus Novus, Invictus, Constantinopolitanus, Firmens, Laetus, Mediolanensi, Veronense, Classensis, partes pontificis cum clericis.[82]. La rivolta dilagò anche a Forlì, Forlimpopoli, Cervia, ma il nuovo esarca, Entichio, riuscì ad affrontarla con successo.

Questi continui episodi di rivolta dimostrano come a partire dalla seconda metà del VII secolo, le tendenze autonomistiche delle aristocrazie locali ed il sempre maggior ruolo politico temporale della Chiesa di Roma avessero portato ad un progressivo indebolimento dell'autorità imperiale in Italia.

La caduta dell'Esarcato (751)[modifica | modifica sorgente]

I possedimenti italici nel 744.

Nel 726 l'Imperatore Leone III proibì il culto delle immagini sacre, ma questo provvedimento trovò una dura opposizione in Italia e, già in fermento per l'aumento delle tasse, gli eserciti della Venezia marittima, della Pentapoli e dell'Esarcato si ribellarono ed elessero loro capi. L'esarca Paolo venisse assassinato dai rivoltosi.[83] Una flotta fu inviata dalla Sicilia per vendicare Paolo, ma venne distrutta dalle milizie ravennati.

Nel 728 fu nominato suo successore Eutichio. Nel 730 l'Iconoclastia divenne dottrina religiosa e gli adoratori delle immagini cominciarono pertanto ad essere perseguitati. Il nuovo pontefice, Gregorio III, condannò la dottrina, con la conseguenza che l'imperatore Leone confiscò alla Chiesa molte proprietà in Calabria e Sicilia.[84] Eutichio, invece, decise prudentemente di stabilire buone relazioni con il Papa, facendogli dei doni ed evitando di applicare i decreti iconoclasti.[84]

Intanto, approfittando delle dispute religiose tra Impero e Chiesa di Roma, la pressione dei Longobardi sui territori dell'esarcato aumentò notevolmente. Nel 732[84] Ravenna venne conquistata per la prima volta da Ildeprando, nipote di Liutprando, e da Peredeo, duca di Vicenza. Eutichio riparò nella laguna veneta. Da qui, aiutato dalla flotta del veneziano duca Orso, riuscì a rientrare a Ravenna: Ildeprando venne catturato e Peredeo ucciso.[84]

Nel 743 re Liutprando, che progettava di riconquistare Ravenna, attaccò l'Esarcato impossessandosi di Cesena. Eutichio, sentendosi direttamente minacciato, chiese aiuto a Papa Zaccaria, il quale si recò di persona a Pavia per convincere il sovrano a restituire all'esarca i territori conquistati in quell'anno: riuscì nel suo intento.[85]

I territori bizantini in Italia dopo la caduta dell'esarcato, nel 751, ad opera di Astolfo.

Liutprando morì nel 744: gli succedettero prima Ildeprando e poi Ratchis. Quest'ultimo interruppe le campagne di conquista dei suoi predecessori e firmò una pace con l'Esarcato.[86] Nel 749, tuttavia, invase la Pentapoli; il Papa gli chiese di ritirarsi. Ratchis lo fece, ma al suo ritorno pagò la scelta venendo deposto dalla fazione contraria alla pace. Fu eletto nuovo re Astolfo.[86] Questi, riorganizzato e rafforzato l'esercito,[87] passò immediatamente all'offensiva contro i territori italiani ancora soggetti (anche se più di nome che di fatto) all'Impero bizantino. Nel 750 invase da nord l'Esarcato occupando Comacchio e Ferrara; nell'estate del 751 riuscì a conquistare l'Istria e poi la stessa Ravenna, capitale e simbolo del potere bizantino in Italia.[86] Si insediò nel palazzo dell'esarca, che venne parificato al palazzo regio di Pavia come centro del regno longobardo.[88]

L'Imperatore Costantino V tentò di recuperare l'Esarcato con la forza della diplomazia inviando ambasciatori presso Astolfo nel tentativo di spingerlo a restituire i territori conquistati all'Impero. Ma ovviamente l'ambizioso re longobardo non era disposto a rinunciare alle sue conquiste e ambiva a conquistare anche Roma, minacciando apertamente il pontefice Stefano II. Il Papa allora decise di rivolgersi ai Franchi, all'epoca governati da Pipino il Breve.[89] Il re franco accettò la richiesta di aiuto del pontefice; discese due volte in Italia (754 e 756), sconfiggendo Astolfo e costringendolo a cedere Esarcato e Pentapoli al Papa invece che all'Impero.[90] Costantino V ovviamente protestò e inviò due messi presso il re franco, intimandolo di restituire l'Esarcato al legittimo padrone, ovvero l'Impero d'Oriente; ma Pipino rispose negativamente, congedando i due ambasciatori.[91]

Archeologia del periodo esarcale[modifica | modifica sorgente]

Il palazzo di Teodorico venne scelto come sede dell'esarca, e fu definito da allora sacrum palatium, come accadeva per il palazzo degli imperatori a Costantinopoli.[92] In ogni modo, nonostante il cambio di regime, gli esarchi non apportarono modifiche rilevanti all'edificio: infatti, molte statue di Teodorico collocate dentro e intorno al palazzo rimasero al loro posto fino ad almeno il IX secolo[92]. La sede esarcale era situata sulla Plateia Maior (l'odierna via di Roma). A poche centinaia di metri di distanza si trova (tuttora) la Cattedrale. Per consentire all'esarca di spostarsi con tutto il suo seguito fino alla Cattedrale, la via che congiungeva i due edifici fu interamente porticata. Il tragitto Palazzo-Cattedrale divenne il percorso ufficiale dell'esarca, l'unica principale in cui appariva in pubblico.[93]

A circa metà strada la via attraversava il fiume Padenna con il Pons Apollinaris, anch'esso porticato. Un secondo ponte sul Padenna si trovava poche centinaia di metri a sud, vicino al punto in cui confluiva il torrente Lamisa (Fossa Lamisa). A nord, vi era un ponte, probabilmente a due teste, che scavalcava il Padenna e il Flumisellum (dove oggi è piazza A. Costa). Il ponte più a nord era in corrispondenza dell'incrocio tra le attuali via Ponte Marino e via IV novembre.

Nel periodo esarcale Ravenna continuò ad essere una città cosmopolita, popolata sia dalla popolazione nativa, sia da cittadini romani provenienti dalla Grecia e dall'Oriente: soldati e ufficiali che, dopo aver servito l'imperatore durante tutta la carriera, comperavano terre nei dintorni di Ravenna, avendo deciso di insediarsi permanentemente in Italia.[92] È attestata in questo periodo l'esistenza di una scuola di medicina a Ravenna, che utilizzava testi in greco, ma in ogni modo il latino rimase la principale lingua d'uso.[92] Comunque, anche se l'esarca e gli ufficiali imperiali dell'esercito erano in genere di stirpe e di madrelingua greca, sembra che gli esattori delle tasse, ma anche altri burocrati, fossero scelti tra la popolazione locale.[92] I documenti dell'epoca attestano, inoltre, fino alla fine del VI secolo, la permanenza di Goti a Ravenna.[92]

A partire dal VII secolo, comunque, Ravenna cominciò a declinare, dal punto di vista demografico, economico e produttivo: evidenze archeologiche e storiche attestano una diminuzione degli scambi commerciali a lunga distanza, oltre che a una diminuzione del numero di mercanti, banchieri, notai e altri professionisti.[94] Nonostante ciò, ancora agli inizi dell'VIII secolo, Ravenna era ancora descritta dal geografo locale Guidone come nobilissima, cioè allo stesso rango di Roma e Costantinopoli. Anche la popolazione cominciò a declinare: secondo Cosentino, nei secoli VIII e IX Ravenna non contava più di 7.000-7.500 abitanti, in calo rispetto ai 9.000-10.000 di età giustinianea.[95]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f Procopio, La Guerra Gotica, II, 29.
  2. ^ Procopio, La Guerra Gotica, II, 30.
  3. ^ Procopio, De Bello Gothico, III,1.
  4. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 55.
  5. ^ Agnello, Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, 62.
  6. ^ Agazia, I, 19.
  7. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 62.
  8. ^ Agnello, 79.
  9. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 63.
  10. ^ Giustiniano, Nov. App. VII, promulgata il 13 agosto 554 e indirizzata, oltre che a Narsete, ad «Anthioco v(iro) magnifico praef(ecto) per Italiam».
  11. ^ a b c Deliyannis, p. 201.
  12. ^ PLRE IIIb, p. 1495.
  13. ^ Gian Franco Andraghetti, Aquae Condunt Urbis, Ravenna, Media News, 2007.
  14. ^ P. Fabbri, Il Padenna. L'uomo e le acque nel Ravennate dalla antichità al Medioevo, Ravenna 1975.
  15. ^ Deliyannis, pp. 219-220.
  16. ^ Il sepolcro di Galla Placidia in Ravenna. URL consultato il 4/01/2013.
  17. ^ Cristina Di Zio, Fonti della tradizione liturgico-musicale in notazione ravennate (secc. XI-XII). Il repertorio dei canti per la Messa, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Padova, 2008, p. 15
  18. ^ a b Basilica di Sant'Apollinare Nuovo, Ufficio Turismo del Comune di Ravenna. URL consultato il 22 giugno 2011.
  19. ^ a b c Piero Adorno e Adriana Mastrangelo, Sant'Apollinare Nuovo in Segni d'arte, Casa editrice G. D'Anna, 2007, pp. 219-222, ISBN 88-8104-843-4.
  20. ^ Dopo la conquista bizantina, i dignitari goti di questo mosaico furono frettolosamente rimpiazzati da tende per cancellare ogni traccia dei precedenti dominatori. Rimangono diverse tracce del mosaico precedente: per esempio un pezzo di un braccio sulla terza colonna da sinistra.
  21. ^ De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 195.
  22. ^ I Romani chiesero all'Imperatore di rimuovere Narsete dal governo dell'Italia in quanto si stava meglio sotto i Goti che sotto il suo governo, minacciando di consegnare l'Italia e Roma ai barbari. V. P. Diacono, Historia Langobardorum, II, 5 e Ravegnani 2004, op. cit., p. 69.
  23. ^ P. Diacono, II, 5.
  24. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 70.
  25. ^ Agnello Ravennate, 95.
  26. ^ Paolo Diacono, II, 29
  27. ^ Paolo Diacono, II, 30.
  28. ^ CIL XI, 317.
  29. ^ Menandro Protettore, frammento 49.
  30. ^ Menandro Protettore, frammento 62.
  31. ^ Le duché byzantin de Rome. Origine, durée et extension géographique, pp. 49-50..
  32. ^ a b Ravegnani, op. cit., pp. 81-82.
  33. ^ "Pelagii Papae II, Epistolae", in J. P. Migne (a cura di), Patrologia Latina, Parisii 1878, 72, coll.700-760 (epistola 1).
  34. ^ Pierre Goubert, Byzance avant l'Islam. II, Byzance et l'Occident sous les successeurs de Justinien. 2, Rome, Byzance et Carthage, Paris 1965, pp.75-76.
  35. ^ Secondo Ottorino Bertolini "Appunti per la storia del senato di Roma durante il periodo bizantino", in Ottavio Banti (a cura di), Scritti scelti di storia medievale, Livorno 1968, I, pp.228-262, Decio non era l'esarca citato nella lettera ma un patrizio romano.
  36. ^ Ravegnani, op. cit., pp. 82-83.
  37. ^ Diehl, Exarchat, p. 162.
  38. ^ Diehl, Exarchat, pp. 161-162.
  39. ^ Ravegnani 2004, p. 95.
  40. ^ Ravegnani 2004, pp. 95-99.
  41. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 8.
  42. ^ Ravegnani, p. 98.
  43. ^ Papa Gregorio Magno, Epistole, V,36.
  44. ^ Ravegnani, p. 99.
  45. ^ Papa Gregorio Magno, Epistole, V,42.
  46. ^ a b Eleuterio in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  47. ^ AA. VV., Vita di Deusdedit in Liber Pontificalis.: «Huius temporibus/Eodem tempore veniens Eleutherius patricius et cubicularius Ravenna et occidit omnes qui in nece Iohanni exarchi et iudicibus rei publicae fuerant mixti.» ("Ai suoi tempi [di Papa Deusdedit]/A quei tempi, Eleuterio patrizio e cubiculario venne a Ravenna e uccise tutti coloro che erano coinvolti nell'assassinio di Giovanni esarca e dei giudici della Repubblica").
  48. ^ Secondo una versione più tarda della Vita di Papa Deusdedit (cfr. AA. VV., Vita di Deusdedit in Liber Pontificalis.), Eleuterio «...multavit pena pecuniaria vel occidit omnes, qui in nece Johannis Esarchi hac dignitate pollentis et iudicium rei publicae mixti fuerunt.» ("inflisse una pena pecuniaria o uccise tutti i coinvolti nell'assassinio di Giovanni esarca..."). Il particolare della "pena pecuniaria" non è presente nella versione originale del Liber Pontificalis.
  49. ^ AA. VV., Vita di Deusdedit in Liber Pontificalis.: «Qui egressus de Roma venit Neapolim, qui tenebatur a Iohanne Compsino intarta contra quem/qui pugnando Eleuterius patricius ingressus est Neapolim et interfecit eundem tyrannum, simul cum eo alios multos» ("Uscito da Roma, giunse a Napoli, che era sotto il potere di Giovanni Compsino ribelle, combattendo il quale Eleuterio patrizio entrò a Napoli e uccise questo tiranno, e molti altri con lui")
  50. ^ AA. VV., Vita di Deusdedit in Liber Pontificalis.: «reversus est Ravenna et data roga militibus facta est pax magna in tota Italia.» ("Ritornò a Ravenna e, pagato il soldo ai soldati, una grande pace fu ottenuta in tutta l'Italia").
  51. ^ a b Bertolini, op. cit., p. 302.
  52. ^ AA. VV., Vita di Bonifacio V in Liber Pontificalis.: «Eodem tempore ante diem ordinationis eius Eleuterius patricius et exarchus/eunuchus factus intarta adsumpsit regnum» ("A quei tempi, prima della sua ordinazione [di Papa Bonifacio V], Eleuterio patrizio e esarca/eunuco, fattosi ribelle, assunse il regno").
  53. ^ a b Ravegnani 2004, p. 107.
  54. ^ Continuatore di Aquitano, Auctari Auniensis Extrema, 23.: «...venerabilis viri Iohannis adhortatur...»
  55. ^ Continuatore di Aquitano, Auctari Auniensis Extrema, 23.: «...ut ad Romam pergeret, atque ibi, ubi imperii solium maneret, coronam sumeret.»
  56. ^ Continuatore di Aquitano, Auctari Auniensis Extrema, 23.: «quod consilium ratum iudicans obaudivit.»
  57. ^ P. Classen, Die erste Romzug in der Weligeschichte. Zur Geschichte des Kaisertum im Westen und der Kaiserkrönung in Rom zwischen Theodosius dem Grossen und Karl dem Grossen, in Historische Forschungen für Walter Schlesinger, a cura di H. Beumann, Köln-Wien 1971, pp. 325-347.
  58. ^ Continuatore di Aquitano, Auctari Auniensis Extrema, 23.: «Nam, cum [Eleutherius] a Ravenna profectus pergeret Romam, apud castrum Luciolis paucis iam suo itinere comitantibus a militibus interficitur.»
  59. ^ Papa Bonifacio V in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011..
  60. ^ AA. VV., Vita di Bonifacio V in Liber Pontificalis.: «Et veniente eum ad civitatem Romanam in castrum, que dicitur Luciolis, ibidem a milites Ravennates interfectus est.» ("E mentre si stava dirigendo in direzione della città romana venne ucciso nella fortezza, che viene detta Luciolis, dai soldati ravennati").
  61. ^ AA. VV., Vita di Bonifacio V in Liber Pontificalis.: «Cuius caput ductus Constantinopolim ad piissimum principem.» ("La sua testa venne inviata a Costantinopoli al principe piissimo [Eraclio]").
  62. ^ Agnello Ravennate, Vita di Giovanni in Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis.: «Qui egressus de Ravenna Romam vellet ire, a militibus in castro Lucceolis gladio peremptus est; cuius caput cunditum sacco Constantinopolim imperatori delatum est.» ("Uscito da Ravenna con l'intenzione di andare a Roma, venne ucciso dai soldati con la spada nel castrum Luceolis; la sua testa, messa in un sacco, venne inviata all'Imperatore a Costantinopoli")
  63. ^ C. Toumanoff, Les Dynasties de la Caucasie Chrétienne de l’Antiquité jusqu’au XIXe siècle. Tables généalogiques et chronologiques, Roma 1990, pp. 272-273 (53. Karin- Pahlavides-Kamsarakan).
  64. ^ a b Ravegnani 2004, p. 106.
  65. ^ a b Fredegario, IV, 69.
  66. ^ PLRE IIIb, pp. 1218.
  67. ^ AA. VV., Vita di San Severino in Liber Pontificalis. in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, Gesta pontificarum Romanorum, p. 175.
  68. ^ AA. VV., Vita di San Severino in Liber Pontificalis. in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, Gesta pontificarum Romanorum, p. 176.
  69. ^ a b c AA. VV., Vita di Teodoro in Liber Pontificalis. in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, Gesta pontificarum Romanorum, p. 178.
  70. ^ a b AA. VV., Vita di Teodoro in Liber Pontificalis. in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, Gesta pontificarum Romanorum, p. 179.
  71. ^ a b Ravegnani 2004, p. 109.
  72. ^ Ravegnani 2006, pp. 30-32.
  73. ^ Fredegario, IV,71.
  74. ^ CIG 9870.
  75. ^ Liber Pontificalis, Vita di Martino I, pp. 336-338.
  76. ^ Liber Pontificalis, Vita di Martino I.
  77. ^ A. Vesi, Storia di Romagna dal principio dell'era volgare ai giorni nostri, vol. I, Bologna 1845, p. 298
  78. ^ a b c d e Deliyannis, p. 283.
  79. ^ a b c d Giovanniccio in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  80. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 120.
  81. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 121.
  82. ^ Agnello Ravennate, Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, Vita di Felice
  83. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 127.
  84. ^ a b c d Ravegnani 2004, op. cit., p. 132.
  85. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 134.
  86. ^ a b c Ravegnani 2004, op. cit., p. 135.
  87. ^ Jarnut, Storia dei Longobardi, pp. 111-112.
  88. ^ Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 112.
  89. ^ Ravegnani 2004, op. cit., pp. 135-136.
  90. ^ Ravegnani 2004, op. cit., pp. 137-138.
  91. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 138.
  92. ^ a b c d e f Deliyannis, pp. 208-209.
  93. ^ Le basi dei pilastri della via porticata sono stati rinvenuti casualmente nell'estate 2004.
  94. ^ Deliyannis, p. 290.
  95. ^ Deliyannis, p. 291.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie

Fonti secondarie

  • Ravegnani, I Bizantini in Italia, Mulino, Bologna, 2004.
  • Ravegnani, Bisanzio e Venezia, Mulino, Bologna, 2006.
  • Deborah Mauskopf Deliyannis, Ravenna in Late Antiquity, Cambridge University Press, New York, 2010. ISBN 978-0-521-83672-2