Regno longobardo

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Regno longobardo
Regno longobardo - Stemma
(dettagli)
Regno longobardo - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Regno longobardo
Regno dei Longobardi
Regno d'Italia
Nome ufficiale Regnum Langobardorum
Regnum totius Italiae
Lingue ufficiali Latino
Lingue parlate Latino, longobardo, volgare italiano
Capitale Pavia
Altre capitali Monza, Milano
Politica
Forma di governo Monarchia elettiva
Rex Langobardorum
Rex totius Italiae
Elenco
Organi deliberativi Gairethinx (Assemblea del popolo in armi)
Nascita 568 con Alboino
Causa Invasione longobarda dell'Italia
Fine 774 con Desiderio (Adelchi associato al trono)
Causa Invasione franca dell'Italia
Territorio e popolazione
Bacino geografico Italia
Massima estensione Italia continentale eccetto Venezia, Ducato romano, Napoli, Salento, Calabria nel 753 (conquiste di Astolfo)
Economia
Valuta Tremisse
Religione e società
Religioni preminenti Cattolicesimo
Religione di Stato Arianesimo fino al VII secolo, poi cattolicesimo
Religioni minoritarie Arianesimo, paganesimo, Scisma tricapitolino
Classi sociali Arimanni, aldi, Romanici
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of the Greek Orthodox Church.svg Impero bizantino
Succeduto da Autograf, Karl den store, Nordisk familjebok.png Impero carolingio

Corona ferrea.png Ducato di Benevento
Corona ferrea.png Ducato di Spoleto
bandiera Stato Pontificio

Il Regno longobardo o Regno dei Longobardi (Regnum Langobardorum in latino, fu l'entità statale costituita in Italia dai Longobardi tra il 568-569 (invasione dell'Italia) e il 774 (caduta del regno a opera dei Franchi di Carlo Magno), con capitale Pavia. L'effettivo controllo dei sovrani sulle due grandi aree che costituivano il regno, la Langobardia Maior nel centro-nord (a sua volta ripartita in un'area occidentale, o Neustria, e in una orientale, o Austria) e la Langobardia Minor nel centro-sud, non fu costante nel corso dei due secoli di durata del regno; da un'iniziale fase di forte autonomia dei numerosi ducati che lo componevano, si sviluppò con il tempo una sempre maggior autorità del sovrano, anche se le pulsioni autonomiste dei duchi non furono mai del tutto imbrigliate.

La Corona Ferrea, inizio VII secolo, 22,50 x 15 cm. Monza, Duomo

Il VI secolo[modifica | modifica wikitesto]

La fondazione del regno[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Langobardia Maior e Langobardia Minor.

L'irruzione dei Longobardi pose fine all'effimera riconquista bizantina di Giustiniano e, per la prima volta dai tempi della conquista romana (III-II secolo a.C.), ruppe l'unità politica della penisola italiana che si trovò infatti divisa tra i Longobardi e i Bizantini, secondo confini soggetti a variabilità nel corso del tempo date le caratteristiche dell'insediamento longobardo e le oscillazioni dei rapporti di forza.

I nuovi venuti si ripartirono tra Langobardia Maior (l'Italia settentrionale gravitante intorno alla capitale del regno, Ticinum - oggi Pavia -; da qui il nome dell'odierna regione Lombardia) e Langobardia Minor (i ducati di Spoleto e Benevento), mentre i territori rimasti sotto controllo bizantino erano chiamati "Romània" (da qui il nome dell'odierna regione Romagna) e avevano come fulcro l'Esarcato di Ravenna.

I domini longobardi alla morte di Alboino (572)

All'ingresso in Italia, Alboino affidò il controllo delle Alpi orientali a uno dei suoi più fidi luogotenenti, Gisulfo, che divenne il primo duca del Friuli. Il ducato, con sede a Cividale del Friuli (allora Forum Iulii), sempre in lotta con le popolazioni straniere che si affacciavano dalla Soglia di Gorizia,[1] avrebbe mantenuto fino al regno di Liutprando una maggiore autonomia nei confronti degli altri ducati della Langobardia Maior, giustificata dai suoi eccezionali bisogni militari.

In seguito altri ducati furono creati nelle principali città del regno: la soluzione fu dettata da esigenze in primo luogo militari (i duchi erano prima di tutto comandanti, con il compito di completare il controllo del territorio e tutelarlo da possibili contrattacchi), ma gettò il seme della strutturale debolezza del potere regio longobardo.[2]

Nel 572, dopo la capitolazione di Pavia e la sua elevazione a capitale del regno, Alboino cadde vittima di una congiura ordita a Verona dalla moglie Rosmunda, in combutta con alcuni guerrieri gepidi e longobardi. L'aristocrazia longobarda, comunque, non avallò il regicidio e costrinse Rosmunda alla fuga presso i Bizantini, a Ravenna.

Clefi e il periodo dei Duchi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Periodo dei Duchi e Società longobarda.

Più tardi, in quello stesso 572, i trentacinque duchi riuniti in assemblea a Pavia acclamarono re Clefi. Il nuovo sovrano estese i confini del regno, completando la conquista della Tuscia e cingendo d'assedio Ravenna. Clefi tentò di portare avanti coerentemente la politica di Alboino, che mirava a spezzare istituti giuridico-amministrativi ormai consolidati durante il dominio ostrogoto e bizantino, eliminando buona parte dell’aristocrazia latina, occupandone le terre e acquisendone i patrimoni. Anch'egli, però, nel 574 cadde vittima di un regicidio, sgozzato da un uomo del suo seguito forse istigato dai Bizantini.

Cavaliere, lastrina dello scudo di Stabio, bronzo dorato

In seguito a questo fatto non venne nominato un altro re, e per un decennio[3] i duchi regnarono da sovrani assoluti nei rispettivi ducati, non senza lotte intestine (Periodo dei Duchi o dell'anarchia). A questo stadio dell'occupazione i duchi erano semplicemente i capi delle diverse fare del popolo longobardo; non ancora stabilmente associati alle città, agivano semplicemente in modo indipendente, anche perché subivano le pressioni dei guerrieri nominalmente sotto la loro autorità per approfittare delle ancora larghe possibilità di bottino. Questa situazione instabile, protrattasi nel tempo, portò al definitivo crollo dell’assetto politico-amministrativo romano-italico, che fino all'invasione era stato pressoché mantenuto, tanto che la stessa aristocrazia romano-italica aveva conservato la responsabilità dell’amministrazione civile (basti pensare a Cassiodoro).

In Italia i Longobardi si imposero quindi in un primo momento come casta dominante al posto di quella preesistente, soppressa o scacciata. I prodotti della terra venivano ripartiti con i sudditi romanici che la lavoravano, riservando ai Longobardi un terzo (tertia) dei raccolti. I proventi non andavano a singoli individui, ma alle fare, che li amministravano nelle sale (termine che ricorre tuttora nella toponomastica italiana). Il sistema economico della tarda antichità, imperniato su grandi latifondi lavorati da contadini in condizione semi-servile, non fu rivoluzionato, ma solo modificato affinché avvantaggiasse i nuovi dominatori[4].

L'insediamento definitivo: Autari, Agilulfo e Teodolinda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arte longobarda.
Teodolinda, affresco degli Zavattari, Cappella di Teodolinda, Monza, 1444.

Dopo dieci anni di interregno, la necessità di una forte monarchia centralizzata era ormai chiara anche ai più indipendentisti dei duchi; Franchi e Bizantini premevano e i Longobardi non potevano più permettersi una struttura del potere troppo fluida, utile soltanto per compiere scorrerie in cerca di saccheggio. Nel 584 i duchi si accordarono per incoronare re il figlio di Clefi, Autari, e consegnarono al nuovo monarca la metà dei loro beni (per poi probabilmente rifarsi con un nuovo giro di vite ai danni della superstite proprietà fondiaria romana.[5]) Autari poté così impegnarsi nella riorganizzazione dei Longobardi e del loro insediamento in forma stabile in Italia. Assunse, come i re ostrogoti, il titolo di Flavio, con il quale intendeva proclamarsi protettore anche di tutti i Romanici presenti sul suo territorio: era un esplicito richiamo, fatto in chiave anti-bizantina, all'eredità dall'Impero Romano d'Occidente.[6]

Dal punto di vista militare, Autari sconfisse sia i Franchi sia i Bizantini e ne spezzò la coalizione, adempiendo al mandato che gli stessi duchi gli avevano affidato al momento della sua elezione. Nel 585 respinse i Franchi nell'attuale Piemonte e indusse i Bizantini a chiedere, per la prima volta da quando i Longobardi erano entrati in Italia, una tregua. Allo scadere, occupò l'ultimo bastione bizantino in Italia settentrionale: l'Isola Comacina nel Lago di Como. Per garantire una pace stabile con i Franchi, Autari tentò di sposare una principessa franca, ma il progetto non riuscì. Allora il re, con una mossa che avrebbe influenzato le sorti del regno per più di un secolo, si rivolse ai tradizionali nemici dei Franchi, i Bavari, per sposarne una principessa, Teodolinda, che per di più era di sangue letingio (discendeva cioè da Vacone, re dei Longobardi tra il 510 e il 540 e figura circondata da un'aura di leggenda, esponente di una stirpe regale di grande ascendente sui Longobardi). L'alleanza con i Bavari portò a un riavvicinamento tra Franchi e Bizantini, ma Autari riuscì (nel 588 e di nuovo, nonostante alcuni gravi rovesci iniziali, nel 590) a respingere gli attacchi franchi. Il periodo di Autari segnò, secondo Paolo Diacono, la conquista di una prima stabilità interna al regno longobardo:

(LA)

« Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore »

(IT)

« C'era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c'erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c'erano furti, non c'erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore »

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 16)

Autari morì in quello stesso 590, probabilmente avvelenato in una congiura di palazzo e, stando alla leggenda riportata da Paolo Diacono,[7] la successione al trono fu decisa in maniera romanzesca. Fu la giovane regina vedova Teodolinda, bavara ma portatrice del sangue dei Letingi, a scegliere l'erede al trono e suo nuovo marito: il duca di Torino, Agilulfo. L'anno successivo (591) Agilulfo ricevette l'investitura ufficiale da parte dell'assemblea dei Longobardi, riunita a Milano. L'influenza della regina sulla politica di Agilulfo fu notevole e le decisioni principali vengono attribuite a entrambi.[8]

I domini longobardi alla morte di Agilulfo (616)

Stroncata nel 594 la ribellione di alcuni duchi, Agilulfo e Teodolinda svilupparono una politica di rafforzamento in Italia, garantendo i confini attraverso trattati di pace con Franchi e Avari. Le tregue con i Bizantini furono sistematicamente violate e il decennio fino al 603 fu segnato da una marcata ripresa dell'avanzata longobarda. Nel nord Agilulfo occupò, tra le varie città, anche Parma, Piacenza, Padova, Monselice, Este, Cremona e Mantova, mentre anche a sud i duchi di Spoleto e Benevento ampliavano i domini longobardi.

Il rafforzamento dei poteri regi, avviato da Autari prima e Agilulfo poi, segnò anche il passaggio ad una nuova concezione territoriale basata sulla stabile divisione del regno in ducati. Ogni ducato era guidato da un duca, non più solo capo di una fara ma funzionario regio, depositario dei poteri pubblici. Le sedi dei ducati venivano stabilite in centri strategicamente importanti, favorendo quindi lo sviluppo di molti nuclei urbani posti lungo le principali vie di comunicazione del tempo (Cividale del Friuli, Trento, Treviso, Verona, Brescia, Bergamo, Ivrea, Torino, Lucca). Nella gestione del potere pubblico i duchi erano affiancati da funzionari minori, detti sculdasci (sculdahis in longobardo) e da gastaldi, che gestivano le grandi aziende rurali.

La nuova organizzazione del potere, meno legata ai rapporti di stirpe e di clan e più alla gestione del territorio, segnò una tappa fondamentale del consolidamento del regno longobardo in Italia, che progressivamente perse i caratteri di un'occupazione militare pura e si avvicinò a un modello più propriamente statale.[9] L'inclusione dei vinti (i Romanici) era un passaggio inevitabile, e Agilulfo compì alcune scelte simboliche volte al tempo stesso a rafforzare il proprio potere e ad accreditarlo presso la popolazione di discendenza latina. La cerimonia di associazione al trono del figlioletto Adaloaldo, nel 604, seguì un rito bizantineggiante; scelse come capitale non più Pavia, ma l'antica metropoli romana di Milano e Monza come residenza estiva; definì se stesso, in una corona votiva, Gratia Dei rex totius Italiae ("Per grazia di Dio re di tutta Italia", quindi non più soltanto rex Langobardorum, "Re dei Longobardi").[10]

Evangeliario di Teodolinda (legatura), oro, smalti e pietre preziose

In questa direzione mosse anche la forte pressione, svolta soprattutto da Teodolinda, verso la conversione al cattolicesimo dei Longobardi, fino a quel momento ancora in gran parte pagani o ariani. Dopo un sostegno iniziale agli scismatici (al patriarca Giovanni nel 606) i sovrani si adoperarono per la ricomposizione dello Scisma tricapitolino (che contrapponeva Roma al Patriarcato di Aquileia), tennero rapporti diretti con papa Gregorio Magno (è stato conservato un suo scambio epistolare con Teodolinda) e favorirono la creazione di monasteri, come quello fondato da san Colombano a Bobbio.

Anche l'arte visse, con Agilulfo e Teodolinda, una stagione fiorente. In architettura Teodolinda fondò la Basilica di San Giovanni e il Palazzo Reale di Monza, mentre dell'oreficeria sono arrivati fino a noi capolavori quali la Croce di Agilulfo, la Chioccia con i pulcini, l'Evangeliario di Teodolinda e la celeberrima Corona Ferrea.

Il VII secolo[modifica | modifica wikitesto]

La ripresa degli ariani: Arioaldo, Rotari[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diritto longobardo e Editto di Rotari.

Alla morte di Agilulfo, nel 616, il trono passò al figlio minorenne Adaloaldo. La reggenza (che di fatto proseguì anche dopo l'uscita del re dalla minorità[11]) fu esercitata dalla regina madre Teodolinda, che affidò il comando militare al duca Sundarit. Teodolinda proseguì la sua politica filo-cattolica e di pacificazione con i Bizantini, suscitando però una sempre più decisa opposizione da parte della componente ariana e guerriera dei Longobardi. Il conflitto esplose nel 624 e fu capeggiato da Arioaldo, duca di Torino e cognato di Adaloaldo (aveva sposato sua sorella Gundeperga). Adaloaldo fu deposto nel 625 e al suo posto si insediò Arioaldo.

I domini longobardi alla morte di Rotari (652)

Il "colpo di Stato" ai danni della dinastia Bavarese di Adaloaldo e Teodolinda, che portò al trono Arioaldo, aprì una stagione di conflitti tra le due componenti religiose del regno. Dietro o accanto alle scelte di fede, tuttavia, la contrapposizione aveva coloriture politiche, in quanto opponeva i fautori di una politica di pacificazione con i Bizantini e con il Papato e di integrazione con i Romanici (Bavaresi) ai propugnatori di una politica più aggressiva ed espansionista (nobiltà ariana).[12] Il regno di Arioaldo (626-636), che riportò la capitale a Pavia, fu travagliato da questi contrasti, oltre che dalle minacce esterne; il re riuscì a respingere in Friuli un attacco degli Avari, ma non a limitare il crescere dell'influenza dei Franchi nel regno. Alla sua morte la leggenda narra che, con procedura identica a quella seguita con sua madre Teodolinda, la regina Gundeperga ebbe il privilegio di scegliersi il nuovo sposo e re.[13] La scelta cadde su Rotari, duca di Brescia e anch'egli ariano.

Rotari regnò dal 636 al 652 e condusse numerose campagne militari, che portarono quasi tutta l'Italia settentrionale sotto il dominio del regno longobardo. Conquistò (643) la Liguria, compresi il capoluogo Genova e Luni, e Oderzo, mentre neppure una schiacciante vittoria ottenuta sull'esarca bizantino di Ravenna, sconfitto e ucciso insieme a ottomila suoi uomini nella battaglia dello Scultenna (presso il fiume Panaro), riuscì a costringere l'Esarcato a sottomettersi ai Longobardi.[14] In ambito interno, Rotari rafforzò il potere centrale a danno dei ducati della Langobardia Maior, mentre al sud anche il duca di Benevento Arechi I (che a sua volta stava espandendo i domini longobardi) riconobbe l'autorità del re di Pavia.

La memoria di Rotari è legata al celebre Editto; promulgato nel 643, era scritto in lingua latina nonostante fosse rivolto soltanto ai Longobardi, secondo il principio della personalità della legge. I Romanici restavano soggetti al diritto romano. L'Editto ricapitolava e codificava le norme e le usanze germaniche, ma introduceva anche significative novità, segno del progredire dell'influsso latino sugli usi longobardi. L'Editto proibì la faida (vendetta privata) a favore del guidrigildo (risarcimento in denaro) e conteneva anche drastiche limitazioni all'uso della pena di morte.

La dinastia bavarese[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dinastia Bavarese.

Dopo il brevissimo regno del figlio di Rotari, Rodoaldo (652-653), i duchi elessero re Ariperto I, duca di Asti e nipote di Teodolinda. Ritornava così sul trono la dinastia Bavara, segno del prevalere della fazione cattolica su quella ariana; il regno di Ariperto si segnalò infatti per la dura repressione dell'arianesimo. Alla sua morte (661) il testamento di Ariperto divise il regno tra i due figli, Pertarito e Godeperto. La procedura era usuale tra i Franchi,[15] ma tra i Longobardi rimase un unicum. Forse anche perché la partizione entrò immediatamente in crisi: tra Pertarito, insediato a Milano e Godeperto, rimasto a Pavia, si accese un conflitto che coinvolse anche il duca di Benevento, Grimoaldo. Il duca intervenne con consistenti forze militari per sostenere Godeperto, ma appena giunse a Pavia uccise il sovrano e ne prese il posto. Pertarito, in evidente inferiorità, fuggì presso gli Avari.

Grimoaldo ottenne l'investitura dei nobili longobardi, ma dovette comunque confrontarsi con la fazione legittimista, che allacciò alleanze internazionali per riportare sul trono Pertarito. Grimoaldo ottenne dagli Avari la restituzione del sovrano deposto e Pertarito, non appena fu rientrato in Italia, dovette fare atto di sottomissione all'usurpatore prima di riuscire a fuggire presso i Franchi di Neustria, che nel 663 attaccarono Grimoaldo. Il nuovo re, inviso alla Neustria poiché alleato dei Franchi di Austrasia, li respinse a Refrancore, presso Asti, e restò padrone della situazione.

Grimoaldo, che nello stesso 663 aveva respinto un tentativo di riconquista dell'Italia da parte dell'imperatore bizantino Costante II, esercitò i poteri sovrani con una pienezza fino ad allora mai raggiunta dai suoi predecessori.[16] Alla fedeltà del suo ducato di Benevento, affidato al figlio Romualdo, aggiunse quella dei ducati di Spoleto e del Friuli, dove impose duchi a lui leali. Favorì l'opera di integrazione tra le diverse componenti del regno e offrì ai suoi sudditi un'immagine che prendeva a modello quella del suo predecessore Rotari, al tempo stesso saggio legislatore (Grimoaldo aggiunse nuove leggi all'Editto), mecenate (eresse a Pavia una chiesa intitolata a sant'Ambrogio) e valente guerriero.[17]

Fibula longobarda, VII secolo

Alla morte di Grimoaldo, nel 671, Pertarito rientrò dall'esilio e pose fine all'effimero regno di Garibaldo, figlio di Grimoaldo e ancora bambino. Si accordò immediatamente con l'altro figlio di Grimoaldo, Romualdo I di Benevento, al quale impose fedeltà in cambio del riconoscimento dell'autonomia del suo ducato. Pertarito sviluppò una politica in linea con la tradizione della sua dinastia e sostenne la Chiesa cattolica a danno dell'arianesimo e degli aderenti allo Scisma tricapitolino. Cercò e ottenne la pace con i Bizantini, che riconobbero la sovranità longobarda su gran parte dell'Italia, e rintuzzò la ribellione del duca di Trento, Alachis, anche se a costo di dure cessioni territoriali (il duca ottenne per sé anche il Ducato di Brescia).

Alachis tornò a sollevarsi, coalizzando intorno a sé gli oppositori alla politica filo-cattolica dei Bavaresi, alla morte di Pertarito, nel 688. Il suo figlio e successore Cuniperto fu inizialmente sconfitto e costretto a rifugiarsi sull'Isola Comacina; soltanto nel 689 riuscì a venire a capo della ribellione, sconfiggendo e uccidendo Alachis nella battaglia di Coronate, presso l'Adda. La crisi derivava dalla divergenza che vedeva contrapposte le due regioni della Langobardia Maior: da un lato le regioni occidentali (Neustria), fedeli ai sovrani Bavaresi, filo-cattoliche e sostenitrici della politica di pacificazione con Bisanzio e Roma; dall'altra le regioni orientali (Austria), legate alla tradizione longobarda che, dietro all'adesione a paganesimo e arianesimo, non si rassegnava a una mitigazione del carattere guerriero del popolo. La fronda dei duchi d'Austria contestava la crescente "latinizzazione" di costumi, pratiche di corte, diritto e religione, che accelerava la disgregazione e la perdita d'identità germanica della gente longobarda.[18] La vittoria consentì tuttavia a Cuniperto, già da tempo associato al trono dal padre e attore non secondario della sua politica, di proseguire nell'opera di pacificazione del regno, sempre in chiave filo-cattolica. Un sinodo, convocato a Pavia nel 698, sancì il riassorbimento dello Scisma tricapitolino, con il ritorno degli scismatici all'obbedienza romana.

L'VIII secolo[modifica | modifica wikitesto]

La crisi dinastica[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Cuniperto, nel 700, segnò l'apertura di una grave crisi dinastica. L'ascesa al trono del figlio minorenne di Cuniperto, Liutperto, fu immediatamente contestata dal duca di Torino, Ragimperto, anche lui esponente del casato Bavarese. Ragimperto sconfisse a Novara i sostenitori di Liutperto (il suo tutore Ansprando, duca di Asti, e il duca di Bergamo, Rotarit) e, agli inizi del 701, salì al trono. Morì tuttavia dopo appena otto mesi lasciando il trono al figlio Ariperto II; Ansprando e Rotarit reagirono immediatamente e imprigionarono Ariperto, restituendo il trono a Liutperto. Ariperto, a sua volta, riuscì a fuggire e a scontrarsi con i tutori del suo antagonista. Nel 702 li sconfisse a Pavia, imprigionò Liutperto e occupò il trono. Poco dopo stroncò definitivamente l'opposizione: uccise Rotarit, soppresse il suo ducato e fece affogare Liutperto. Solo Ansprando riuscì a sfuggire, rifugiandosi in Baviera. Poco più tardi Ariperto stroncò una nuova ribellione, quella del duca del Friuli Corvolo, e poté sviluppare una politica di pacificazione, sempre favorendo l'elemento cattolico del regno.

Nel 712 Ansprando tornò in Italia con un esercito raccolto in Baviera e si scontrò con Ariperto; la battaglia fu incerta, ma il re diede prova di viltà e fu abbandonato dai suoi sostenitori.[19] Morì mentre tentava la fuga verso il regno dei Franchi, affogato nel Ticino dove sprofondò a causa del peso dell'oro che portava con sé.[9] Con lui ebbe termine la presenza della dinastia Bavarese sul trono dei Longobardi.

Liutprando: l'apogeo del regno[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rinascenza liutprandea.
I domini longobardi alla morte di Liutprando (744)

Ansprando morì dopo appena tre mesi di regno, lasciando il trono al figlio Liutprando. Il suo regno, il più lungo di tutti quelli longobardi in Italia, fu caratterizzato dall'ammirazione quasi religiosa che veniva tributata al re dal suo popolo, che riconosceva in lui audacia, valentia e lungimiranza politica;[20] Liutprando riuscì a sfuggire a due attentati alla propria vita (uno organizzato da un suo parente, Rotari) grazie a queste doti, e diede prove non inferiori nella condotta delle tante guerre del suo lungo regno. A questi valori tipici della stirpe germanica Liutprando, re di una nazione ormai in stragrande maggioranza cattolica, unì quelle di piissimus rex (nonostante avesse tentato più volte di impadronirsi di Roma). In due occasioni, in Sardegna e nella regione di Arles (dove era stato chiamato dal suo alleato Carlo Martello) si contrappose con successo ai pirati Saraceni, accrescendo la sua reputazione di re cristiano.

La sua alleanza con i Franchi, coronata da una simbolica adozione del giovane Pipino il Breve, e con gli Avari, ai confini orientali, gli consentì di avere le mani relativamente libere nello scacchiere italiano, anche se presto arrivò a uno scontro con i Bizantini e con il Papato. Un primo tentativo di approfittare di un'offensiva araba contro Costantinopoli, nel 717, riscosse scarsi risultati; per riavvicinarsi al papato dovette quindi aspettare lo scoppio delle tensioni causate dall'inasprirsi della tassazione bizantina e la spedizione condotta nel 724 dall'esarca di Ravenna per destituire il ribelle papa Gregorio II. Più tardi sfruttò le dispute fra il papa e Costantinopoli sull'iconoclastia (dopo il decreto dell'imperatore Leone III Isaurico del 726) per impadronirsi di molte città dell'Esarcato e della Pentapoli, atteggiandosi a protettore dei cattolici. Per non inimicarsi il papa, rinunciò all'occupazione del borgo di Sutri; Liutprando restituì però la città non all'imperatore, ma "agli apostoli Pietro e Paolo", secondo quanto riferisce Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum.[21] Questa donazione, nota come Donazione di Sutri, fornì il precedente legale per attribuire un potere temporale al papato, che avrebbe infine prodotto lo Stato della Chiesa.

Anello con sigillo, VIII secolo

Negli anni successivi Liutprando stipulò un'alleanza con l'esarca contro il papa, senza rinunciare a quella precedente con il papa contro l'esarca; coronò questo classico doppio gioco con un'offensiva che portò i ducati di Spoleto e di Benevento sotto la sua autorità, riuscendo infine a negoziare una pace tra papa ed esarca vantaggiosa per i Longobardi. Mai nessun re longobardo aveva ottenuto simili risultati nelle guerre con le altre potenze sul territorio italiano. Nel 732 suo nipote Ildebrando, che gli succederà sul trono, riuscì addirittura, per breve tempo, a impadronirsi di Ravenna, da dove tuttavia fu cacciato poco dopo dai Veneziani chiamati dal nuovo papa, Gregorio III.

Liutprando fu l'ultimo sovrano longobardo a poter contare sulla coesione del suo regno; dopo di lui nessun re riuscì a eliminare le opposizioni e a regnare indisturbato, anzi varie defezioni dei duchi e i continui tradimenti avrebbero portato alla sconfitta definitiva. La solidità del suo potere si fondava, oltre che sul carisma personale, anche sulla riorganizzazione delle strutture del regno che aveva intrapreso fin dai primi anni. Rafforzò la cancelleria del Palazzo reale di Pavia e definì in modo organico le competenze territoriali (giuridiche e amministrative) di sculdasci, gastaldi e duchi. Molto attivo fu anche nel settore legislativo: i dodici volumi di leggi da lui emanate introdussero riforme legali ispirate al diritto romano, migliorarono l'efficienza dei tribunali, modificarono il guidrigildo e, soprattutto, tutelarono i settori più deboli della società (minorenni, donne, debitori, aldii, schiavi).[22]

Già a paritre dal VII secolo la struttura socio-economica del regno era andata progressivamente modificandosi. La crescita demografica favorì la frammentazione dei fondi, tanto che crebbe il numero dei Longobardi che cadeva in stato di povertà, come attestano le leggi mirate ad alleviare le loro difficoltà; per contro, anche alcuni Romanici cominciarono ad ascendere nella scala sociale, arricchendosi con il commercio, con l'artigianato, con le professioni liberali o con l'acquisizione di terre che i Germani non avevano saputo amministrare proficuamente. Liutprando intervenne anche in questo processo, riformando la struttura amministrativa del regno e liberando dagli obblighi militari i Longobardi più poveri[23].

Gli ultimi re[modifica | modifica wikitesto]

Il regno di Ildebrando durò solo pochi mesi, poi venne rovesciato da una rivolta capeggiata dal duca Rachis. I contorni dell'episodio non sono chiari, essendo la fondamentale testimonianza di Paolo Diacono terminata con un panegirico in morte di Liutprando. Ildebrando era stato consacrato re nel 737, durante una grave malattia di Liutprando (che non gradì affatto: "Non aequo animo accepit", scrisse Paolo Diacono[24]), anche se una volta ristabilitosi accettò la scelta. Il nuovo re, quindi, almeno inizialmente godette del sostegno della maggior parte dell'aristocrazia, se non di quella del grande monarca. Rachis, il duca del Friuli che salì al trono al suo posto, proveniva da una famiglia con una lunga tradizione di ribellioni al potere centrale e di rivalità con la famiglia reale, ma d'altro canto doveva la vita e il titolo ducale a Liutprando, che lo aveva perdonato dopo aver scoperto un complotto capeggiato da suo padre Pemmone.

Rachis fu un sovrano debole: dovette da una parte concedere maggior libertà d'azione agli altri duchi, dall'altra prestare estrema attenzione a non esasperare i Franchi e, soprattutto, il loro maggiordomo di palazzo e re de facto Pipino il Breve, figlio adottivo del re di cui aveva spodestato il nipote. Non potendo fidarsi delle tradizionali strutture d'appoggio alla monarchia longobarda, cercò sostegno presso i gasindi, cioè la piccola nobiltà legata al re da patti di protezione[25] e soprattutto presso i Romanici, cioè i sudditi non longobardi. Queste sue innovazioni dell'antico costume, accanto ad atteggiamenti pubblici filo-latini (si sposò con una donna romana, Tassia, e con rito romano; adottò il titolo di princeps al posto del tradizionale rex Langobardorum) gli inimicarono sempre più la base dei Longobardi, che lo costrinse a cercare un totale rovesciamento di fronte, con un attacco improvviso alle città della Pentapoli. Il papa, però, lo convinse a rinunciare all'assedio di Perugia. Dopo questo fallimento il prestigio di Rachis crollò e i duchi elessero come nuovo re suo fratello Astolfo, che già gli era succeduto come duca a Cividale e che ora, dopo una breve lotta, lo costrinse a rifugiarsi a Roma e infine a farsi monaco a Montecassino.

Astolfo fu espressione della corrente più aggressiva dei duchi, che rifiutava un ruolo attivo alla componente romanica della popolazione. Per la sua politica espansionistica però dovette riorganizzare l'esercito in modo da includervi, seppur nella posizione subalterna di fanteria leggera, tutte le componenti etniche del regno. Ad essere soggetti agli obblighi di leva erano tutti i liberi del regno, sia quelli di origine romanica sia quelli di origine longobarda; le norme militari emanate da Astolfo citano più volte i mercanti, indice di come ormai la classe fosse divenuta rilevante.[26]

I domini longobardi dopo le conquiste di Astolfo (751)

Inizialmente Astolfo colse notevoli successi, culminati nella conquista di Ravenna (751); qui il re, risiedendo nel Palazzo dell'esarca e battendo moneta di tipo bizantino, espose il suo programma: raccogliere sotto il suo potere tutti i Romanici fino ad allora soggetti all'imperatore, senza necessariamente fonderli con i Longobardi. L'Esarcato non fu omologato agli altri possedimenti longobardi in Italia (non fu cioè eretto a ducato), ma mantenne la sua specificità come sedes imperii: in questo modo Astolfo si proclamava erede diretto, agli occhi dei Romanici italiani, dell'imperatore bizantino e dell'esarca, suo rappresentante.[27] Le sue campagne portarono i Longobardi a un dominio quasi completo dell'Italia, con l'occupazione (750-751) anche dell'Istria, di Ferrara, di Comacchio e di tutti i territori a sud di Ravenna fino a Perugia. Con l'occupazione della roccaforte di Ceccano accentuò la pressione sui territori controllati dal papa Stefano II, mentre nella Langobardia Minor riuscì a imporre il suo potere anche a Spoleto e, indirettamente, a Benevento.

Proprio nel momento in cui Astolfo pareva ormai avviato a vincere tutte le opposizioni sul suolo italiano, nelle Gallie Pipino il Breve, vecchio nemico degli usurpatori della famiglia di Liutprando, riuscì a rovesciare definitivamente la dinastia merovingia deponendo Childerico III e divenendo re anche de jure; decisivi furono l'appoggio del Papato, nonostante fossero in corso anche trattative (presto fallite) tra Astolfo e il papa, e il tentativo di indebolire Pipino incitandogli contro il fratello Carlomanno.

La cripta di Sant'Eusebio a Pavia

A causa della minaccia che questa mossa costituiva per il nuovo re dei Franchi, un accordo fra Pipino e Stefano II stabilì, in cambio della solenne unzione regale, la discesa in Italia dei Franchi. Nel 754 l'esercito longobardo, schierato a difesa delle Chiuse in Val di Susa, fu sgominato dai Franchi. Astolfo, arroccato a Pavia, dovette accettare un trattato che imponeva consegne di ostaggi e cessioni territoriali, ma due anni dopo riprese la guerra contro il papa, che a sua volta richiamò i Franchi. Sconfitto di nuovo, Astolfo dovette accettare patti molto più duri: Ravenna fu restituita non ai Bizantini ma al papa, incrementando il nucleo territoriale del Patrimonio di San Pietro; Astolfo dovette accettare una sorta di protettorato franco, la perdita della continuità territoriale dei suoi domini e il pagamento di un forte indennizzo. I ducati di Spoleto e di Benevento si affrettarono ad allearsi coi vincitori. Astolfo morì poco dopo questa grave umiliazione, nel 756.

Il fratello Rachis uscì dal monastero e tentò, inizialmente con qualche successo, di ritornare sul trono. Si oppose Desiderio, messo da Astolfo a capo del Ducato di Tuscia con sede a Lucca; non apparteneva alla dinastia friulana, malvista dal papa e dai Franchi, e riuscì ad ottenere il loro appoggio. I Longobardi gli si sottomisero per evitare un'altra discesa dei Franchi e Rachis fu convinto dal papa a ritornare a Montecassino.

La basilica di San Salvatore a Brescia

Desiderio con un'abile e discreta politica riaffermò poco a poco il controllo longobardo sul territorio facendo di nuovo leva sui Romanici, creando una rete di monasteri governati da aristocratici longobardi (sua figlia Anselperga fu creata badessa di San Salvatore a Brescia), trattando col successore di papa Stefano II, Paolo I, e riconoscendone il dominio nominale su molti territori in realtà in suo potere, come i riconquistati ducati meridionali. Inoltre attuò una disinvolta politica matrimoniale, dando in moglie sua figlia Liutperga al duca di Baviera, Tassilone (763), avversario storico dei Franchi e, alla morte di Pipino il Breve, facendo sposare l'altra figlia Desiderata (che nella tragedia Adelchi Alessandro Manzoni immortalò dandole il nome di Ermengarda) al futuro Carlo Magno, offrendogli un utile appoggio nella lotta contro il fratello Carlomanno.

Nonostante le alterne fortune del potere politico centrale, l'VIII secolo rappresentò l'apogeo del regno, periodo di benessere anche economico. L'antica società di guerrieri e sudditi si era trasformata in una vivace articolazione di ceti e classi, con proprietari fondiari, artigiani, contadini, mercanti, giuristi; conobbero grande sviluppo, anche economico, le abbazie, soprattutto benedettine, e si espanse l'economia monetaria, con la consuegente creazione di un ceto bancario[28]. Dopo un primo periodo durante il quale la monetazione longobarda coniava esclusivamente monete bizantine d'imitazione, i re di Pavia svilupparono una monetazione autonoma, aurea e argentee. Il ducato di Benevento, il più indipendente dei ducati, ebbe anche una propria monetazione autonoma.

La caduta del regno[modifica | modifica wikitesto]

Adelchi, sconfitto da Carlo Magno, opta per l'esilio

Proprio quando, nel 771, Desiderio stava per cogliere i frutti della sua abile politica riuscendo a fare accettare al nuovo papa, Stefano III, la sua protezione, la morte di Carlomanno lasciò mano libera a Carlo Magno che, ormai saldo sul trono, ripudiò la figlia di Desiderio. L'anno successivo un nuovo papa, Adriano I, del partito avverso a Desiderio, ne ribaltò il delicato gioco di alleanze, pretendendo la consegna dei territori mai ceduti da Desiderio e portandolo così a riprendere la guerra contro le città della Romagna. Carlo Magno, nonostante avesse appena cominciato la campagna contro i Sassoni, venne in aiuto del papa, temendo la conquista di Roma da parte dei Longobardi e la perdita di prestigio conseguente. Tra il 773 e il 774 scese in Italia - ancora una volta la difesa delle Chiuse fu inefficace, per colpa delle divisioni fra i Longobardi[29] - e, avendo la meglio contro una dura resistenza, conquistò la capitale del regno, Pavia. Il figlio di Desiderio, Adelchi, trovò rifugio presso i Bizantini; Desiderio e la moglie furono deportati in Gallia. Carlo si fece chiamare da allora Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum ("Per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi"), realizzando un'unione personale dei due regni; mantenne le Leges Langobardorum, ma riorganizzò il regno sul modello franco, con conti al posto dei duchi.

« Così finì l'Italia longobarda, e nessuno può dire se fu, per il nostro Paese, una fortuna o una disgrazia. Alboino e i suoi successori erano stati degli scomodi padroni, più scomodi di Teodorico, finché erano rimasti dei barbari accampati su un territorio di conquista. Ma oramai si stavano assimilando all'Italia e avrebbero potuto trasformarla in una Nazione, come i Franchi stavano facendo in Francia.
Ma in Francia non c’era il Papa. In Italia, sì. »
(Indro Montanelli - Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli bui)

Giudizi storiografici[modifica | modifica wikitesto]

L'età del regno longobardo è stata, soprattutto in Italia, a lungo svalutata come regno delle barbarie[30] nel pieno dei "Secoli bui". Un periodo di confusione e dispersione, segnato dalle abbandonate vestigia di un glorioso passato e ancora in cerca di nuova identità; lo testimoniano, per esempio, i versi dell'Adelchi manzoniano:

Figura zoomorfa, lastrina dello scudo di Stabio, bronzo dorato
« Dagli atri muscosi, dai Fori cadenti,
dai boschi, dall'arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta. »
(Alessandro Manzoni, Adelchi, Coro dell'Atto Terzo.)

L'economista Giorgio Ruffolo, riprendendo il giudizio sui Longobardi di Gabriele Pepe[31], ne parla in termini assai poco lusinghieri: «Diciamo la verità: all'Italia, forse per una oscura legge di contrappasso, sono toccati, in definitiva, i barbari meno intelligenti e più grossolani d'Europa. Totalmente incapaci di fondersi con il popolo vinto, allevatori di maiali e cacciatori forsennati, totalmente incapaci di lavoro produttivo, gente rozza senza idealità, senza poesia, senza leggi, senza ricchezza, senza patria (si scannavano tra loro, tradendosi continuamente), sono stati per l'Italia una vera maledizione. Hanno segnato il secolo più infelice della nostra storia»[32].

Sergio Rovagnati arriva a definire il perdurante pregiudizio negativo sui Longobardi «una sorta di damnatio memoriae», comune a quella spesso riservata a tutti i protagonisti delle Invasioni barbariche.[33] Gli orientamenti storiografici più recenti, tuttavia, hanno ampiamente rivalutato l'età longobarda della storia d'Italia. Lo storico tedesco Jörg Jarnut ha puntualizzato[34] l'insieme degli elementi che costituiscono l'importanza storica del regno longobardo. Alla separazione tra Langobardia Maior e Langobardia Minor risale la bipartizione storica dell'Italia che ha, per secoli, fatto orientare il nord verso l'Europa centro-occidentale e il sud, invece, verso l'area mediterranea, mentre il diritto longobardo condizionò a lungo l'impianto giuridico italiano, tanto da non essere del tutto abbandonato nemmeno dopo la riscoperta del diritto romano, tra XI e XII secolo. Ampio il contributo del longobardo, lingua germanica, alla formazione della lingua italiana, che proprio nei secoli del regno longobardo maturava il proprio distacco dal latino volgare per assumere forme autonome.

Per quanto concerne il ruolo ricoperto dai Longobardi in seno alla nascente Europa, Jarnut[35] evidenzia che, dopo il declino del regno dei Visigoti e durante il periodo di debolezza del regno dei Franchi in epoca merovingia, Pavia era stata sul punto di assumere una funzione guida per l'Occidente, dopo aver determinato, strappando gran parte dell'Italia al dominio dei basileus, la definitiva linea di confine tra l'Occidente latino-germanico e l'Oriente greco-bizantino; a spezzare bruscamente l'ascesa europea dei Longobardi intervenne però il rafforzamento del regno franco sotto Carlo Magno, che inflisse agli ultimi sovrani longobardi le sconfitte decisive. Alla disfatta militare, tuttavia, non corrispose un annullamento dell'elemento longobardo: Claudio Azzara precisa che «la stessa Italia carolingia si configurò, in realtà, come un'Italia longobarda, nei meccanismi costitutivi della società e nella cultura».[36]

Il regno longobardo nelle arti[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Giulio Cesare Croce

Il persistente pregiudizio storiografico sui "Secoli bui" ha a lungo gettato ombre sul regno longobardo, distogliendo l'interesse dei letterati da quel periodo storico. Poche sono state dunque le opere letterarie ambientate nell'Italia tra VI e VIII secolo; tra queste, eccezioni rilevanti sono quelle di Giulio Cesare Croce e Alessandro Manzoni. In epoca più recente al regno longobardo ha dedicato una trilogia narrativa lo scrittore friulano Marco Salvador.

Bertoldo[modifica | modifica wikitesto]

La figura di Bertoldo, umile e astuto contadino originario di Retorbido e vissuto durante il regno di Alboino (568-572), ispirò numerose tradizioni orali durante tutto il Medioevo e la prima Età moderna; a esse si ispirò il letterato secentesco Giulio Cesare Croce nel suo Le sottilissime astutie di Bertoldo (1606), al quale nel 1608 aggiunse il seguito Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino, figlio di Bertoldo. Nel 1620 l'abate Adriano Banchieri, poeta e compositore, elaborò un ulteriore seguito: Novella di Cacasenno, figliuolo del semplice Bertoldino. Da allora le tre opere vengono generalmente pubblicate in unico volume, sotto il titolo di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Adelchi[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Manzoni in un ritratto di Francesco Hayez

Ambientata durante l'estremo scorcio del regno longobardo, la tragedia manzoniana Adelchi narra le vicende dell'ultimo re dei Longobardi, Desiderio e dei suoi figli Ermengarda (il cui vero nome era Desiderata) ed Adelchi: la prima sposa ripudiata di Carlo Magno, e il secondo ultimo difensore del regno longobardo contro l'invasione franca. Manzoni ha utilizzato il regno longobardo come scenario, adattandolo alla sua interpretazione dei personaggi (vero centro dell'opera) e ha fornito ai Longobardi un ruolo di precursori dell'unità e dell'indipendenza nazionale italiana, pur riprendendo l'immagine allora dominante di un periodo di barbarie dopo gli splendori della classicità.

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Ben tre sono state le pellicole ispirate dalle novelle di Croce e Banchieri e ambientate nel periodo iniziale del regno longobardo (interpretato assai liberamente):

Di gran lunga più celebre è l'ultima delle tre pellicole, che vantava un cast composto, tra gli altri, da Ugo Tognazzi (Bertoldo), Maurizio Nichetti (Bertoldino), Alberto Sordi (fra Cipolla) e Lello Arena (re Alboino).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 37; VI, 24-26 e 52.
  2. ^ Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, pagg. 48-50.
  3. ^ O dodici anni, secondo l'Origo gentis Langobardorum e Fredegario.
  4. ^ Jarnut, pp. 46-48.
  5. ^ Jarnut, cit., pag. 37.
  6. ^ Paolo Diacono, cit., III, 16.
  7. ^ Ivi, III, 35.
  8. ^ Jarnut, cit., pag. 44.
  9. ^ a b Ibidem.
  10. ^ Ivi, pag. 43.
  11. ^ Paolo Diacono, cit., IV, 41.
  12. ^ Jarnut, cit., pag. 61.
  13. ^ Ivi, pag. 56.
  14. ^ Paolo Diacono, cit., IV, 45.
  15. ^ A tal proposito si ricorda la partizione che Pipino il Breve fece del suo regno tra i due figli Carlomanno e Carlo (futuro Carlo Magno), e la divisione predisposta dallo stesso Carlo Magno in favore dei tre eredi.
  16. ^ Jarnut, cit., pag. 59.
  17. ^ Paolo Diacono, cit., IV, 46.
  18. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, pag. 86.
  19. ^ Ivi, VI, 35.
  20. ^ Jarnut, cit. pag. 97.
  21. ^ Paolo Diacono, cit., VI, 49.
  22. ^ Jörg Jarnut, cit., pag. 82; Sergio Rovagnati, I Longobardi, pagg. 75-76.
  23. ^ Jarnut, pp.98-101.
  24. ^ Paolo Diacono, cit., VI, 55.
  25. ^ Leges Langobardorum, Ratchis Leges, 14, 1-3.
  26. ^ Jarnut, cit., pag. 111.
  27. ^ Ivi, pag. 112.
  28. ^ Jarnut, p. 102.
  29. ^ Ivi, pag. 125.
  30. ^ Claudio Azzara, L'Italia dei barbari, pag. 135.
  31. ^ Gabriele Pepe, Il Medio Evo barbarico d'Italia.
  32. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, p. 299.
  33. ^ Rovagnati, cit., pag. 1.
  34. ^ Jarnut, cit., pagg. 135-136.
  35. ^ Ivi, pagg. 136-137.
  36. ^ Azzara, cit., pag. 138.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura storiografica[modifica | modifica wikitesto]

  • Claudio Azzara, Stefano Gasparri, Le leggi dei Longobardi, storia, memoria e diritto di un popolo germanico, Roma, Viella, 2005, ISBN 88-8334-099-X.
  • Claudio Azzara, L'Italia dei barbari, Bologna, Il Mulino, 2002, ISBN 88-15-08812-1.
  • Paolo Delogu. Longobardi e Bizantini in Storia d'Italia, Torino, UTET, 1980. ISBN 8802035105.
  • Sandrina Bandera, Declino ed eredità dai Longobardi ai Carolingi. Lettura e interpretazione dell'altare di S. Ambrogio, Morimondo, Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, 2004.
  • Carlo Bertelli, Gian Pietro Broglio, Il futuro dei Longobardi. L'Italia e la costruzione dell'Europa di Carlo Magno, Skira, Milano, 2000, ISBN 88-8118-798-1.
  • Ottorino Bertolini, Roma e i Longobardi, Roma, Istituto di studi romani, 1972, BNI 7214344.
  • Gian Piero Bognetti, L'Editto di Rotari come espediente politico di una monarchia barbarica, Milano, Giuffre, 1957.
  • Franco Cardini, Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier, 2006, ISBN 88-00-20474-0.
  • Stefano Gasparri, I duchi longobardi, Roma, La Sapienza, 1978.
  • Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-464-4085-4.
  • Indro Montanelli, Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli bui, Milano, Rizzoli, 1965.
  • Carlo Guido Mor, Contributi alla storia dei rapporti fra Stato e Chiesa al tempo dei Longobardi. La politica ecclesiastica di Autari e di Agigulfo in Rivista di storia del diritto italiano (estratto), 1930.
  • Christie Neil, I Longobardi. Storia e archeologia di un popolo, Genova, ECIG, ISBN 88-7545-735-2.
  • Gabriele Pepe, Il Medio Evo barbarico d'Italia, Torino, Einaudi, 1941.
  • Paolo Possenti, Le radici degli italiani. Vol. II: Romania e Longobardia, Milano, Effedieffe, 2001, ISBN 88-85223-27-3.
  • Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003, ISBN 88-7273-484-3.
  • Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Torino, Einaudi, 2004, ISBN 88-06-16804-5.
  • Amelio Tagliaferri, I Longobardi nella civiltà e nell'economia italiana del primo Medioevo, Milano, Giuffrè, 1965, BNI 6513907.
  • Giovanni Tabacco, Storia d'Italia. Vol. I: Dal tramonto dell'Impero fino alle prime formazioni di Stati regionali, Torino, Einaudi, 1974.
  • Giovanni Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1999, ISBN 88-06-49460-0.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Singoli aspetti dell'età longobarda[modifica | modifica wikitesto]

Il contesto storico europeo[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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