Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (film 1984)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno
Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno - film.jpg
Bertoldo, fra Cipolla e Bertoldino
Titolo originale Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno
Paese di produzione Italia
Anno 1984
Durata 121 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia
Regia Mario Monicelli
Soggetto Leo Benvenuti, Suso Cecchi D'Amico, Piero De Bernardi, Mario Monicelli (liberamente tratto dai racconti e dalle commedie di Giulio Cesare Croce, Apuleio, Esopo, Aristofane, Il Novellino, Giovanni Boccaccio, Le mille e una notte, Geoffrey Chaucer, Till Eulenspiegel, Pietro Aretino, Franco Sacchetti, Niccolò Machiavelli, Ruzante, François Rabelais, Fratelli Grimm, Hans Christian Andersen, Neri Tanfucio e Pellegrino Artusi)
Sceneggiatura Leo Benvenuti, Suso Cecchi D'Amico, Piero De Bernardi, Mario Monicelli
Produttore Luigi De Laurentiis, Aurelio De Laurentiis
Casa di produzione Filmauro
Fotografia Camillo Bazzoni
Montaggio Ruggiero Mastroianni
Effetti speciali Giovanni Corridori
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Gianna Gissi
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
« Io dico che quando il culo è avvezzo al peto, non si può tenerlo cheto. »
(Massima di Bertoldo)

Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno è un film del 1984, diretto dal regista Mario Monicelli.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

In un violento e rozzo alto medioevo, alla corte del re longobardo Alboino giunge il villano Bertoldo, entrato nelle grazie del re con un'astuzia che ha molto divertito il sovrano. Invitato a pranzo, Bertoldo viene messo alla prova dai commensali e dimostra di avere una risposta per ogni quesito. Alboino però gli tende un tranello. Nell'atto di offrirgli un cappone ripieno, giura di fare al villano esattamente quello che egli farà all'animale. Bertoldo la scampa di nuovo, infilando le dita nel didietro del cappone e mangiandone il contenuto.

Tornato ad Acquamorta, il suo villaggio di capanne nella palude, Bertoldo trova il figlio sciocco Bertoldino che sta covando le uova dell'oca Nerina. La moglie Marcolfa ha infatti ceduto il pennuto, una coperta e una fiasca di vino a frà Cipolla da Frosolone, per avere in cambio una strabiliante reliquia: la penna dell'arcangelo Gabriele. Bertoldo mangia la foglia e parte con Bertoldino e il somaro Cavallo all'inseguimento di fra Cipolla.

Raggiuntolo nella grotta in cui si è accampato, il villano scopre una vera e propria riserva di penne dell'arcangelo Gabriele. Minaccia allora il frate di rivelare a tutti la verità, ma Bertoldino manda tutto a monte. Pur avendo recuperato l'oca (Cipolla ha già bevuto tutto il vino), Bertoldo decide di giocare un tiro al sant'uomo. Nottetempo s'introduce nuovamente nella grotta e sottrae le penne, sostituendovi un mucchio di carbone. Cipolla si accorge dello scambio solo l'indomani, durante la messa.

Si trae comunque d'imbarazzo spacciando il carbone per un'altra reliquia (quelli del supplizio di san Lorenzo), e viene finalmente a patti con il villano promettendogli la metà delle offerte dei fedeli. Presso una locanda, Bertoldo e Cipolla dividono il bottino. Per sicurezza, Bertoldo impone a Bertoldino di nascondere il denaro nella biada di Cavallo. Ma Bertoldino viene distratto dalla bella e svampita Menghina e nel frattempo il somaro divora la biada. Menghina suggerisce allora di dare anche le monete in pasto a Cavallo: se Bertoldo ha ordinato di metterle nella biada, e questa si trova ormai nel suo stomaco, è lì che vanno nascoste.

Quando Bertoldo scopre il pasticcio va su tutte le furie. Cipolla invece non si scompone e fa preparare la miracolosa pozione di san Clemente che provoca la defecazione "immantenente". Mentre Cavallo espelle le monete, assistono alla scena i genitori di Menghina, proprietari della locanda. Bertoldo e Cipolla danno loro a intendere che l'asino produca monete e lo vendono. Tempo dopo Alboino riceve gli ambasciatori di Teodoro di Ravenna, detto il Macilento, un brutto esarca bizantino promesso sposo della principessa Anatrude.

Il re si reca poi ad amministrare la giustizia e s'imbatte proprio in Bertoldo, imprigionato a causa della truffa. Trova però anche le donne del reame, fra cui la regina Magonia e la stessa Anatrude: esse si ribellano ai soprusi degli uomini, indossano le cinture di castità e gettano le chiavi in uno stagno. Alboino libera allora Bertoldo in cambio di un consiglio. Il villano lo ripaga con un efficacissimo stratagemma, ricevendo in ricompensa un anello destinato alla regina. Anatrude però è nei guai. La principessa rifiuta di sposare Teodoro e ordina a sua volta a Bertoldo di suggerirle una via d'uscita.

Bertoldo le consiglia di farsi dipingere a sua volta, tremendamente imbruttita, per un ritratto da inviare al promesso sposo. Truccata in modo grottesco, Anatrude si fa ritrarre dal pittore Ruperzio, ma per ironia della sorte se ne innamora. Bertoldo intanto, nel tentativo angoscioso di proteggere il prezioso anello dall'avidità dei compaesani, va incontro a una serie di sventure e assiste impotente alla distruzione della sua capanna. Dopo aver ingerito il monile, decide che è il momento di renderlo alla regina. Magonia non immagina le modalità della restituzione e gli ordina di compiere il gesto alla sua presenza. Bertoldo obbedisce, ed evacua di fronte alla sovrana.

Un simile affronto non può restare impunito, e il re impone allora al villano di compiere un gesto di sottomissione: dovrà inchinarsi di fronte a lui. Per sicurezza fa poi apporre alla porta una sbarra, a mezz'altezza, così che Bertoldo non possa entrarvi che a capo chino. Bertoldo entra invece all'indietro mostrando le natiche. È troppo: Alboino lo condanna a morte. Bertoldo chiede allora un'ultima grazia: poter scegliere la pianta dove venire impiccato. Mentre parte alla ricerca dell'albero, torna inattesa la delegazione bizantina a comunicare il rifiuto di Teodoro per Anatrude.

Su tutte le furie, Alboino fa evirare gli ambasciatori e decapitare un eunuco. Ma poi scopre il ritratto di sua figlia e ordina di giustiziare il pittore. Anatrude e Ruperzio fuggono insieme. Dopo quest'ultimo smacco, Alboino cade malato. Saltimbanchi e guaritori si avvicendano alla sua corte nel tentativo di farlo ridere, dietro promessa di una lauta ricompensa ma sotto minaccia di gravi punizioni. Fra i tanti si presenta anche fra Cipolla, che si è fatto la fama di possedere reliquie miracolose e viene tradotto a corte con la forza. Naturalmente fallisce e si avvia ad essere giustiziato.

Nel frattempo torna Bertoldo: ha scelto la pianta sulla quale morire: è una piantina appena nata e occorrerà aspettare che cresca. Di fronte all'ennesima arguzia, Alboino scoppia a ridere fragorosamente e i condannati hanno salva la vita. Anatrude ottiene inoltre il permesso di sposare Ruperzio, mentre Cipolla, Bertoldo e la sua famiglia sono condotti a corte con tutti gli onori. Ma Bertoldo anela alla libertà: non resistendo in tanta opulenza, non digerendo i cibi raffinati di corte, si ammala e peggiora di giorno in giorno.

Fa infine testamento delle sue povere cose ed elargisce le sue ultime perle di saggezza, poi muore; Alboino affranto scrive il suo epitaffio. La tristezza è comunque di breve durata: Menghina è incinta di Bertoldino e dà alla luce un bambino che è il ritratto vivente del nonno. Trionfante, re Alboino leva in aria il piccolo accingendosi a dargli un nome, ma il neonato gli deposita i suoi escrementi in faccia e viene di conseguenza chiamato Cacasenno.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Riprese e location[modifica | modifica wikitesto]

Il castello del re Alboino è situato in Italia: si tratta del Forte di Exilles in Valsusa, antica fortificazione del Ducato di Savoia. Gli esterni furono invece girati a Marano Lagunare, piccolo paese friulano, e in Cappadocia (Turchia).

Commento[modifica | modifica wikitesto]

Ispirato alla novella di Giulio Cesare Croce, con riferimenti alla novella Frate Cipolla del Decameron di Boccaccio, ma con spunti di molti altri autori classici, medievali e moderni, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno è una sgangherata commedia in costume che riprende, sia pure con minor fortuna, una formula già sperimentata da Monicelli ne L'armata Brancaleone. Ne esce un film molto diverso dall'illustre precedente, che non incontra i favori dei critici (Morandini) anche a causa del paragone. È comunque una colorata (e colorita) favola, con grottesche caricature (i decadenti e rigidi bizantini simili a quelli già visti ne L'armata Brancaleone, lo stralunato fra Cipolla che esclama "mmmmm... maramiu!"), bizzarri accostamenti (l'altera regina di colore che si esprime in napoletano) e, di nuovo come in Brancaleone, un linguaggio improbabile derivato stavolta da un mélange di dialetti settentrionali, più l'idioma partenopeo di Lello Arena e quello arcaizzante, misto di parlate centrali, di Alberto Sordi; il tutto in un quadro macchiettistico dell'ambiente storico medievale. Fra gli interpreti, oltre al mattatore Tognazzi che propone alcune interessanti espressioni del dialetto cremonese, si nota un Arena abile nel caratterizzare un insofferente, iracondo e imprevedibile re Alboino dai repentini cambiamenti d'umore: dalla rabbia violenta, alla solennità regale, all'ilarità sfrenata e trascinante.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

cinema Portale Cinema: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cinema