Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio

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Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio
Portrait of Niccolò Machiavelli by Santi di Tito.jpg
Niccolò Machiavelli ritratto da Santi di Tito
Autore Niccolò Machiavelli
1ª ed. originale 1531
Genere saggio
Lingua originale italiano

I Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio sono un'opera di Niccolò Machiavelli. Frutto di una lunga elaborazione che durò alcuni anni. La stesura iniziò probabilmente intorno al 1513, e si concluse probabilmente entro il 1519 (Sasso, Inglese), anno di morte di uno dei due dedicatari dell'opera, o attorno al 1524 (Bausi). Comunque non si può escludere che una prima idea dell'opera possa risalire anche agli anni della segreteria a Firenze.

Ciclo degenerativo di cui, secondo Machiavelli, sono parte tutte le forme di governo. Unica eccezione: la Repubblica Romana. Nell'elaborarlo, è probabile che Machiavelli si sia basato sul VI libro delle Storie di Polibio

L'opera è dedicata a Zanobi Buondelmonti e a Cosimo Rucellai, due tra i maggiori esponenti degli Orti Oricellari a Firenze, dove si riunivano giovani aristocratici per discutere di politica, arte e letteratura. Come molte altre opere di Machiavelli i Discorsi furono di pubblicazione postuma nel 1531.

I Discorsi non hanno una struttura unitaria, ma già nel titolo suggeriscono l'idea di una serie di divagazioni condotte a partire da un testo-base: la prima Deca della storia di Roma del grande storico latino Tito Livio. Non si tratta dunque di un commento vero e proprio, ma di una serie di riflessioni e appunti che vorrebbero costituire i fondamenti di una moderna teoria politica basata sugli insegnamenti della storia della Roma antica.

Struttura dell'opera[modifica | modifica sorgente]

L'opera è costituita da una serie di divagazioni ispirate dall'opera dello storico latino Tito Livio ed è divisa in tre libri:

  • Libro I: per molti aspetti il più importante dei tre, il primo libro si estende per 60 capitoli e tratta di politica interna: organizzazione dello Stato, le leggi e l'importanza della religione come strumento politico nelle mani di chi è al potere. Machiavelli rimpiange i culti pagani dei romani, che inducevano il cittadino ad immedesimarsi nello Stato. Allo stesso modo accusa la religione cristiana di distogliere la popolazione dagli interessi civili e dall'amore patrio. In questi capitoli (cap. XI-XV) è notevole come nel pensiero di Machiavelli la religione venga analizzata da un punto di vista puramente utilitaristico nell'ambito politico, senza porre nessuna attenzione alla veridicità o mendacità delle religioni stesse.
  • Libro II: composto da 33 capitoli in cui parla della politica estera, e della politica militare che aveva avuto Roma. Anche in questo secondo capitolo grande attenzione è posta sulle religioni; inoltre si individua nella virtù dei cittadini un grande fattore di stabilità e grandezza dello stato.
  • Libro III: di argomento misto. Si dilunga per 49 capitoli parlando di come Roma sia stata resa grande dalle azioni di uomini "particolari", dalla corruzione che esisteva all'epoca e dalla crisi di Firenze. Contiene capitoli di grande importanza: in particolare il primo, in cui si tratta il tema del 《ritorno a'principii》; il sesto in cui si tratta delle congiure (la grande fortuna dell'estratto è anche attestata dalla circolazione autonoma del capitolo). Comunque nell'insieme questo ultimo capitolo manca di una compiuta organicità e di una svolgimento unitario.

Infine, l'autore critica anche la Chiesa Romana accusandola di non aver mantenuto il compito conferitogli dal suo creatore, ma di aver sviluppato un potere politico autonomo. Inoltre l'autore addossa la responsabilità della frammentazione politica dell'Italia del tempo proprio allo stato ecclesiastico, accusandolo da una parte di non aver consentito la conquista della penisola da parte di un unico principe, dell'altra di non avere abbastanza potere per conquistarla. (Tematica trattata anche nell'ultimo capitolo de Il Principe, opera sempre dello stesso autore)

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