Pena di morte

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Mastro Titta, il celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio.

La pena di morte, chiamata anche pena capitale (sul piano etimologico: mortificazione[1]), è l'uccisione di un individuo ordinata da un'autorità in seguito alla condanna di un tribunale. Ci sono paesi dove è prevista la pena di morte per reati considerati gravi, come omicidio e alto tradimento; altri, invece, dove ritengono possibile la pena capitale anche per l'esecuzione di altri crimini violenti, come la rapina o lo stupro, o legati al traffico di droga; in alcuni paesi è prevista perfino per reati di opinione come l'apostasia e per orientamenti e comportamenti sessuali come l'omosessualità o l'incesto.

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della pena di morte.
L'illuminista Cesare Beccaria, ideatore del principio contrattualistico per cui nessun uomo può disporre della vita di un altro.
Cartello in aeroporto a Taiwan avverte i viaggiatori in arrivo che il traffico di droga è un reato capitale nello stato Taiwanese.

La pena di morte, inizialmente un prolungamento della guerra, o una vendetta legalizzata, era presente in tutti gli ordinamenti antichi. Il diritto romano, ad esempio, prevedeva la pena di morte, ma per i cittadini romani concedeva una speciale garanzia: una condanna a morte emanata in base all'imperium del magistrato non poteva essere eseguita senza concedere al condannato la facoltà di fare appello ai comizi centuriati per il tramite dell'istituto della provocatio ad populum. Cicerone che, da console, in occasione della Congiura di Catilina aveva fatto eseguire condanne a morte senza concedere la provocatio ad populum, fu condannato all'esilio a seguito della Lex Clodia.

Nel corso della storia, limitarono la pena di morte alcuni imperatori cinesi, l'imperatore romano Tito (che non emise condanne a morte durante il suo principato) e, in Russia, una breve abolizione (o meglio una forte limitazione) avvenne nel 1753 per opera della zarina Elisabetta I. Se si considera l'abolizione "di fatto", lo stato abolizionista più antico è la Repubblica di San Marino, tuttora esistente: l'ultima esecuzione ufficiale risale al 1468, mentre l'abolizione definitiva fu sancita per legge nel 1865.

Il primo stato al mondo ad abolire legalmente la pena di morte fu il Granducato di Toscana il 30 novembre 1786 con l'emanazione del nuovo codice penale toscano (Riforma criminale toscana o Leopoldina, preparata dal giurista Pompeo Neri alcuni anni prima) firmato dal granduca Pietro Leopoldo (divenuto poi Leopoldo II del Sacro Romano Impero), influenzato dalle idee di pensatori come Cesare Beccaria; tale giornata è festa regionale in Toscana. Tuttavia Leopoldo nel 1790 reinserì la pena di morte per i cosiddetti crimini eccezionali. Seguirono il Granducato la Repubblica Romana di ispirazione mazziniana (che tuttavia ebbe breve esistenza) nel 1849, il ricordato San Marino (1865) e altri. L'Italia l'abolì, tranne che per crimini di guerra e regicidio, nel 1889, per poi reinserirla con il codice Rocco del 1930, e abolirla definitivamente nel 1948. Il Regno Unito l'abolì negli anni sessanta, mentre la Francia nel 1981.

Un altro importante capitolo della storia della pena di morte viene scritto il 18 dicembre 2007, quando, dopo una campagna ventennale portata avanti dall'associazione Nessuno Tocchi Caino e dal Partito Radicale Transnazionale, da Amnesty International e dalla Comunità di Sant'Egidio, l'Onu approva una storica risoluzione su iniziativa italiana per la moratoria universale della pena di morte, ossia per una sospensione internazionale delle pene capitali.

Posizioni filosofiche nella storia[modifica | modifica sorgente]

Nella Bibbia[modifica | modifica sorgente]

Nella Bibbia sono elencate situazioni in cui nelle leggi, che Dio dà a Mosè per esporle al popolo ebraico, si stabilisce la pena capitale come punizione per determinate colpe: ad esempio, nell'Antico Testamento è scritto:

« Colui che colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte. »   (Esodo 21,12)

Nell'Antico Testamento (Genesi, 4,23-24), esistono passi in cui Dio condanna la vendetta umana, minacciando punizioni peggiori («sette volte» e «settanta volte sette») per chi avesse ucciso Caino e Lamech.

Diversi passi, in prevalenza dell'Antico Testamento, affermano la legittimità della pena di morte quando è violata la legge di Mosè. A questi si aggiungono gli episodi di guerra e della storia del popolo eletto, dove i nemici periscono per volontà divina. Riguardo alla violazione della legge ebraica, nella Lettera agli Ebrei 10,28: «Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni». In Levitico 24,16 viene messo a morte «Chi bestemmia il nome del Signore», in Levitico 20,10 chi commette adulterio, in 27,29 «Nessuna persona votata allo sterminio potrà essere riscattata; dovrà essere messa a morte», e in Levitico 24,17 «Chi percuote a morte un uomo». In Esodo 21,17 viene messo a morte chi maledice il padre o la madre.

Il passo è ripreso nel Nuovo Testamento, da Vangelo di Marco 7,10: «Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte». In Numeri 35,30, si afferma che non si può accettare un prezzo di riscatto da un omicida: «Se uno uccide un altro, l'omicida sarà messo a morte in seguito a deposizione di testimoni, ma un unico testimone non basterà per condannare a morte una persona. Non accetterete prezzo di riscatto per la vita di un omicida, reo di morte, perché dovrà essere messo a morte».

La morte del colpevole avveniva per lapidazione. Questa forma di esecuzione coinvolge tutta la comunità locale adulta, che collettivamente è chiamata ad applicare la legge, e risparmia l'individuazione di un singolo come boia.

Nel Nuovo Testamento Gesù richiama più volte al perdono e condanna l'episodio della lapidazione della donna adultera:

« Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. »   (Giovanni 8,7)

Pensatori antichi[modifica | modifica sorgente]

La maggioranza dei filosofi antichi giustifica la pena di morte, anche se spesso contestando l'uso spregiudicato che se ne faceva nel mondo greco-romano e orientale. Tra gli stoici, sostenitori del diritto naturale, si levarono alcune voci contro le condanne troppo facili e numerose; tra essi, Seneca, pur essendo favorevole alla pena capitale per gravi delitti, invita l'imperatore Nerone alla clemenza, comminando la massima pena solo in casi estremi, e seguendo la ragione e non l'impulso del momento e citando esempi di generosità.[2] Seneca ricorda poi alcune motivazioni dettate dalla ragione, che anticipano di sedici secoli quelle di Cesare Beccaria:

« Ma i costumi dei cittadini si correggono maggiormente con la moderazione nelle punizioni: il gran numero di delinquenti, infatti, crea l’abitudine di delinquere, e il marchio della pena risulta meno grave quando è attenuato dalla moltitudine delle condanne, e il rigore, quando è troppo frequente, perde la sua principale virtù curativa, che è quella di ispirare rispetto. »
(De clementia, III, 20, 2)
« Nello Stato in cui gli uomini vengono puniti raramente, si instaura una sorta di cospirazione a favore della moralità, della quale ci si prende cura come per un bene pubblico. I cittadini si considerino privi di colpe e lo saranno; e si adireranno maggiormente con quelli che si allontaneranno dalla rettitudine comune, se vedranno che sono pochi. È pericoloso, credimi, mostrare ai cittadini quanto più numerosi siano i cattivi. »
(De clementia, III 21, 2)

Pensatori cristiani[modifica | modifica sorgente]

Ad Agostino di Ippona (354- 430) si deve la prima condanna esplicita e argomentata della pena di morte nella storia del pensiero cristiano. Nella lettera 153 del proprio epistolario, Agostino risponde a Macedonio, un luogotenente imperiale che lamentava la continua intercessione dei vescovi africani per impedire le esecuzioni capitali. Agostino risponde che risparmiare i colpevoli non è affatto un segno di approvazione verso la colpa. Al contrario, il disprezzo per la colpa non può essere disgiunto dall'amore per la creatura umana che l'ha commessa.

« Quanto più ci dispiace il peccato, tanto più desideriamo che il peccatore non muoia senza essersi emendato. È facile ed è anche inclinazione naturale odiare i malvagi perché sono tali, ma è raro e consono al sentimento religioso amarli perché sono persone umane, in modo da biasimare la colpa e nello stesso tempo riconoscere la bontà della natura; allora l'odio per la colpa sarà più ragionevole poiché è proprio essa a macchiare la natura che si ama »
(Agostino, Lettera 153)

Agostino chiama in causa diversi passi evangelici che invitano al perdono. È legittimo supporre che[senza fonte] la sua condanna della pena di morte sia una conseguenza in campo giuridico della dottrina della grazia indebita e predestinata: se la salvezza dipende solo dall'intervento imprevedibile della grazia divina, irriconoscibile agli uomini, è ipocrita da parte degli uomini infliggere condanne definitive.

« Ma pensi tu, forse, o uomo, che condanni chi fa tali azioni e poi le fai tu stesso, di sfuggire alla condanna di Dio? Ti burli forse dell'immensa bontà, pazienza e tolleranza di Lui? Ignori forse che la pazienza di Dio t'invita al pentimento? Tu invece con la tua durezza di cuore impenitente ti ammassi sul capo un cumulo di punizioni per il giorno della collera e del giudizio finale, in cui Dio, rendendo pubblico il Suo verdetto, darà a ciascuno secondo quel che avrà fatto in vita »
(Agostino, Lettera 153)

Tommaso d'Aquino sostenne la liceità della pena di morte sulla base del concetto della conservazione del bene comune. Il teologo sosteneva tuttavia che la pena andasse inflitta solo al colpevole di gravissimi delitti, mentre all'epoca veniva utilizzata con facilità e grande discrezionalità[senza fonte]. L'argomentazione di Tommaso d'Aquino è la seguente:

« Come è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, così quando una persona è divenuta un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, essa viene eliminata per garantire la salvezza della comunità »
(Summa theologiae II-II, q. 29, artt. 37-42.)

Lo Stato pontificio ha mantenuto nel suo ordinamento la pena di morte fino al XX secolo, abolendola nel 1969, benché inapplicata dopo il 9 luglio 1870, data dell'ultima esecuzione capitale. Per la posizione attuale della Chiesa cattolica, vedi più avanti.

Cesare Beccaria[modifica | modifica sorgente]

Nel 1764 la pubblicazione del pamphlet (trattato breve, libello) Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria stimolò la riflessione sul sistema penale vigente. Nel trattato (in particolare nel capitolo XXVIII), Beccaria si esprimeva contro la pena di morte, argomentando che con questa pena lo Stato, per punire un delitto, ne commetterebbe uno a sua volta:

« Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio. »

Tuttavia, la condanna di Beccaria verso la pena di morte, pur nella sua portata storicamente innovativa, non era espressa in termini assoluti:

« La morte di un cittadino non può credersi necessaria, che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza, che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di un cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell'anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi. »

Friedrich Nietzsche[modifica | modifica sorgente]

In controtendenza rispetto alle idee moderne fu Friedrich Nietzsche, che contestò il concetto filosofico di libero arbitrio e la funzione rieducativa della pena, considerando la morte del criminale come l'unico atto che restituisce dignità al suo gesto (come il suicidio nella morale greco-romana), assolvendolo dalla colpa e liberandolo dall'umiliazione del pentimento, imposto dalla morale cristiana:

« Per colui che soffre talmente di se stesso, non vi è redenzione, se non la rapida morte »
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, "Del pallido delinquente")

Ne la Genealogia della morale (1887), Nietzsche sostenne che il valore della pena non debba essere quello di destare il senso di colpa né di rieducare il criminale, ma soltanto quello di punire in chiave extramorale «un cagionatore di danni, un irresponsabile frammento di fatalità». Separando nettamente il diritto dalla morale, e ribaltando la prospettiva di Cesare Beccaria in chiave diametralmente opposta, Nietzsche considerò positivamente la situazione in cui il criminale si senta moralmente sollevato dal proprio gesto allorché si trovi «nell’impossibilità di avvertire come riprovevole la sua azione, la specie del suo atto in sé: vede infatti esercitata al servizio della giustizia esattamente la stessa specie di atti, e quindi approvata, esercitata con tranquilla coscienza»[3].

Pur non prendendo esplicitamente posizione a favore della pena di morte, il pensiero di Nietzsche risulta fortemente avverso a quegli stessi principi filosofici che, in occidente, portarono alla progressiva abolizione della pena capitale e all'idea dei diritti umani. Il suo pensiero è considerato tuttora di grande attualità da parte di coloro che non riconoscono il fondamento filosofico di tali diritti[4].

Al momento però di esprimere un giudizio sull'applicazione pratica della pena capitale, egli sembra schierarsi contro:

« Come è che ogni esecuzione ci offende più di un omicidio? È la freddezza dei giudici, sono i meticolosi preparativi, è il sapere che qui un uomo viene usato come mezzo per spaventarne altri. Giacché la colpa non viene punita, se anche ce ne fosse una: questa è negli educatori, nei genitori, nell’ambiente, in noi, non nell'omicida, intendo le circostanze determinanti. »
(Friedrich Nietzsche, La gaia scienza[5])

Dottrina cattolica odierna[modifica | modifica sorgente]

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1997) parla della pena di morte all'interno della trattazione sul quinto comandamento, "Non uccidere", e più specificamente nel sottotitolo che tratta della legittima difesa.

In questo contesto dice (n. 2266-2267):

« 2266: Corrisponde ad un'esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello Stato inteso a contenere il diffondersi di comportamenti lesivi dei diritti dell'uomo e delle regole fondamentali della convivenza civile. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre che a difendere l'ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole. »
« 2267: L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.

Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.

Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo "sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti" [Evangelium vitae, n. 56]. »

Il catechismo, pubblicato due anni dopo, ha sostanzialmente recepito ciò che Giovanni Paolo II ha precisato nell'enciclica Evangelium vitae, anche grazie a pressioni della società civile e all'interno della stessa Chiesa, ma ancora lasciandone la possibilità in casi eccezionali.
L'enciclica recita:

« il problema della pena di morte ... registra, nella Chiesa come nella società civile, una crescente tendenza che ne chiede un'applicazione assai limitata ed anzi una totale abolizione ... È chiaro che ... la misura e la qualità della pena devono essere attentamente valutate e decise, e non devono giungere alla misura estrema della soppressione del reo se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non fosse possibile altrimenti. Oggi, però, a seguito dell'organizzazione sempre più adeguata dell'istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti. »
(Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae, 56: AAS 87 (1995) 464)

D'altra parte, la teologia più volte ha ribadito l'importanza del diritto alla vita e che la vita è per i cristiani un dono di Dio, che è l'unico ad avere il diritto di donarla e di toglierla, come si legge nel catechismo n° 2280:

« Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. È lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo. »

In base a questo principio, e riprendendo Tommaso d'Aquino, si basa anche la possibilità della legittima difesa (n° 2263):

« La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un'eccezione alla proibizione di uccidere l'innocente, uccisione in cui consiste l'omicidio volontario. «Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l'altro è l'uccisione dell'attentatore... Il primo soltanto è intenzionale, l'altro è involontario.»[6] »

Importanti esponenti della Chiesa cattolica sono attualmente in prima fila per chiedere l'abolizione della pena di morte nel mondo. Lo stesso Giovanni Paolo II ha più volte espresso tale posizione[7]; durante la sua ultima visita negli Stati Uniti, il 27 gennaio 1999 il pontefice ha dichiarato:

« La nuova evangelizzazione richiede ai discepoli di Cristo di essere incondizionatamente a favore della vita. La società moderna è in possesso dei mezzi per proteggersi, senza negare ai criminali la possibilità di redimersi. La pena di morte è crudele e non necessaria e questo vale anche per colui che ha fatto molto del male. »

La pena di morte in Città del Vaticano non era prevista per alcun reato già dal 1967, su iniziativa di papa Paolo VI; tuttavia venne rimossa dalla Legge fondamentale solo il 12 febbraio 2001, su iniziativa di Giovanni Paolo II.

Nel giugno 2004, l'allora cardinale Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI, inviò, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, una lettera al cardinale Theodore Edgar McCarrick - arcivescovo di Washington - e all'arcivescovo Wilton Daniel Gregory - presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti - nella quale affermava che può tuttavia essere consentito [...] fare ricorso alla pena di morte:

« Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell'aborto e dell'eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull'applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell'applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull'applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all'aborto e all'eutanasia. »
(Joseph Ratzinger, nota inviata alla Conferenza episcopale americana, giugno 2004[8])

Il dibattito nell'opinione pubblica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Moratoria universale della pena di morte.
1921: Manifestazioni di protesta a Londra a favore degli anarchici Sacco e Vanzetti, giustiziati negli Stati Uniti d'America.
Immagine commemorativa della vittoria per la moratoria universale sulla pena di morte, raffigurante Mariateresa Di Lascia, fondatrice di Nessuno Tocchi Caino

L'opinione pubblica di molti Paesi è divisa. In quelli nei quali vige la pena di morte, primo fra tutti gli Stati Uniti, esiste un movimento che ne chiede l'abolizione[9]. Viceversa, in altri nei quali tale pena non è contemplata dai codici, tra cui l'Italia, riaffiorano periodicamente, a seguito soprattutto di crimini particolarmente efferati, richieste per la sua reintroduzione nel Diritto penale. L'opinione pubblica contro la pena capitale si divide inoltre in abolizionisti (come Amnesty International) e sostenitori della moratoria (come l'associazione radicale Nessuno tocchi Caino).

C'è chi considera la moratoria (ordinanza di sospensione), soprattutto a livello internazionale, un primo e migliore passo, poiché gli stati autoritari possono revocare l'abolizione, che comunque è più difficile da ottenere e non si può imporre o decidere da parte di organismi sovranazionali. Il 18 dicembre 2007 l'ONU, con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti, ha approvato la Moratoria universale della pena di morte, promossa dall'Italia a partire dal 1994.

Motivazioni favorevoli[modifica | modifica sorgente]

Chi sostiene la necessità di mantenere la pena di morte, o la possibilità di ripristinarla laddove non è vigente, avanza i seguenti argomenti:

  • è un efficace deterrente, attraverso il suo carattere di esemplarità;[10]
  • essa costituisce giustizia retributiva verso chi si macchia volontariamente del crimine di omicidio[10]. Secondo la teoria retributiva sulla funzione della pena (in opposizione alla teoria preventiva), essa è un male che interviene come reazione morale e giuridica al male che è stato commesso con il reato, alla cui gravità è proporzionato, in modo da configurarsi come castigo morale e non come vendetta[11];
  • nell'equiparazione tra il gesto dell'omicida e la pena inflitta, la condanna a morte rivela una natura meno punitiva rispetto all'ergastolo e più rispettosa della dignità del condannato in relazione al suo gesto, in particolare laddove il condannato non si riconosca pentito e non accetti il principio secondo cui la pena avrebbe funzione rieducativa. Inoltre, chi sostiene che la pena di morte rispetti la dignità umana del condannato, ricorda come agli ergastolani non sia consentito di commettere suicidio e come, nonostante ciò, siano numerosi i casi di suicidio. Si ricorda anche il caso del criminale americano Gary Gilmore, che nel 1977 fece scalpore: Gilmore lottò perché gli fosse applicata la condanna a morte contro le posizioni abolizioniste favorevoli alla grazia, diventando il primo condannato a morte da quando, nel 1976, negli Stati Uniti fu ripristinata la pena capitale.
  • la pena di morte elimina l'eventualità di recidiva da parte del reo, evitando ulteriori costi per la società;[10]
  • garantisce la certezza della pena e assicura un risarcimento morale ai parenti delle vittime di omicidio, eliminando così la tentazione di vendette private[11];
  • aiuterebbe a risolvere i problemi di affollamento e di non funzionamento del sistema carcerario;[senza fonte]
  • evita allo Stato le spese derivanti dal mantenimento improduttivo e a vita dei criminali condannati all'ergastolo[11]
  • contrapponendosi all’idea filosofica che esistano principi giuridici e morali universali, lo strumento della pena di morte salvaguardia il diritto particolare di ogni società di dotarsi degli strumenti legislativi che, in un certo momento storico, sono ritenuti necessari alla propria tutela. Chi è favorevole alla pena di morte, o contrario alla sua abolizione, in genere non riconosce principi giuridici universali se non quelli riposti nel diritto naturale, contestando sul piano filosofico il fondamento dei diritti umani.[12]

Motivazioni contrarie[modifica | modifica sorgente]

Diversi movimenti oggi si battono per l'abolizione della pena di morte, in nome dei diritti umani. Tra le motivazioni contrarie alle pena di morte si cita che essa:[13]

  • è una punizione crudele e disumana. La sofferenza fisica causata dall'azione di uccidere un essere umano non può essere quantificata, né può esserlo la sofferenza mentale causata dalla previsione della morte che verrà. Secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani: "Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti".
  • non è un deterrente efficace. Omicidi vengono commessi in momenti in cui la valutazione razionale dell'assassino è spesso modificato da forti emozioni, sostanze psicotrope, o instabilità psicologica, pertanto la previsione della pena di morte non ne modificherebbe in maniera rilevante le scelte. Inoltre, una vera deterrenza consiste nell'aumentare le probabilità che chi commette un reato sia arrestato e condannato, altrimenti un calcolo permetterebbe comunque di decidere razionalmente di commettere un reato grave con premeditazione, pensando di non essere preso o valutando maggiormente la ricompensa rispetto alla pena eventuale.
  • è un omicidio premeditato da parte di uno Stato, che non potrà essere punito come prevede la legge dello Stato stesso. La pena di morte è sintomo di una cultura di violenza, e lo stato che la esegue dimostra la stessa prontezza nell'uso della violenza fisica. Secondo alcuni studi, il tasso di omicidi è maggiore negli stati dove è presente la pena di morte, ed aumenta rapidamente dopo ogni esecuzione. Come sostiene Cesare Beccaria «La pena di morte, rendendo meno sacro e intoccabile il valore della vita, incoraggerebbe, più che inibire, gli istinti omicidi». Già secondo il controverso filosofo francese Marchese De Sade, il diritto dello Stato di uccidere un reo sarebbe ipocrita quando lo Stato stesso punisce con la pena di morte l'omicidio da parte di cittadini.
  • è sinonimo di discriminazione e repressione. La pena di morte è eseguita sproporzionatamente contro le persone e classi più svantaggiate, che non hanno accesso alle risorse necessarie per affrontare in maniera efficace un processo. Inoltre, essa è spesso utilizzata contro minorenni (al tempo dei fatti), persone soggette a disturbi mentali, o oppositori politici nel caso di regimi autoritari.
  • non dà necessariamente conforto ai familiari della vittima. La messa a morte dell'assassino non ridà vita alla vittima né può cancellare la sofferenza dei suoi familiari. La lunghezza del processo ne prolunga anzi la sofferenza. Al momento dell'esecuzione pochissimi possono ricordarsi del condannato e del crimine commesso, ad eccezione delle persone legate alla vittima. Al più essa è simile ad una "vendetta legalizzata".
  • può uccidere un innocente in caso di errore giudiziario. Una difesa legale inadeguata, le false testimonianze e le irregolarità commesse da polizia e accusa sono tra i principali fattori che determinano la condanna a morte di un innocente. In numerosi stati, non sono previste procedure di equo processo che dìa garanzie all'imputato. Secondo il filosofo illuminista Voltaire, l'omicidio di un innocente, compiuto per legge, è il crimine "più orribile di tutti".[14]
  • infligge inutile sofferenza ai familiari e amici dei condannati. Costoro, che non hanno nulla a che fare con il reato per il quale è stato condannato, provano lo stesso atroce senso di perdita avvertito dai familiari, dagli amici e dai conoscenti della vittima di un omicidio.
  • nega qualsiasi possibilità di riabilitazione del condannato. In ciò, la pena di morte respinge l'umanità della persona che ha commesso un crimine. Bisogna piuttosto dare al reo la possibilità di redimersi e di rendersi utile alla comunità cui ha arrecato danno. Al fine di evitare casi di recidiva, vanno eventualmente riviste le procedure per la libertà condizionata ed avviato un serio monitoraggio psicologico durante la detenzione.
  • non rispetta i valori di tutta l'umanità. Diverse tradizioni, religioni e culture hanno dato vita agli standard internazionali di diritti umani, oggi riconosciuti da tutti gli stati membri delle Nazioni Unite come standard verso i quali tendere. In ogni zona del mondo e attraversando ogni confine religioso e culturale esistono paesi che hanno abolito la pena di morte per legge o nella pratica. Esistono pene alternative più che pesanti per punire chi ha commesso un grave reato.
  • è inutilmente costosa. Secondo uno studio dello Urban istitute su 1.227 omicidi commessi nel Maryland dal 1978 al 1999, una condanna alla pena di morte costa allo stato circa tre volte una condanna detentiva, in termini di processi, ricorsi, e sorveglianza in carcere[15]

Modalità di esecuzione storiche[modifica | modifica sorgente]

Stampa dell'epoca. L'uomo al banchetto è Vlad III di Valacchia, solito nel punire le vittime con l'impalamento.

Storicamente sono apparsi molti modi per applicare la pena di morte secondo le varie epoche e culture:

Nel mondo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte nel mondo.
La carta d'imbarco di Singapore contiene un avvertimento ai visitatori sulla pena di morte per traffico di droga.
La pena di morte nel mondo:

██ Abolita per tutti i crimini

██ Riservata a circostanze eccezionali (come crimini commessi in tempo di guerra)

██ Non utilizzata da molto tempo

██ Utilizzata come forma di punizione legale

Amnesty International riporta che 58 stati continuano ad applicare la pena di morte nei loro ordinamenti, mentre 139 non la applicano, di diritto o in pratica. Tra questi ultimi, 97 l'hanno abolita per tutti i reati, 8 l'hanno abolita per reati comuni (mantenendone la previsione solo per reati particolari, come quelli commessi in tempo di guerra) e 35, pur mantenendo la norma giuridica, non la applicano da oltre 10 anni (abolizionisti de facto).[16] Il 15 novembre 2007 la Terza commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti una risoluzione, fortemente sostenuta dall'Italia, che chiede la moratoria universale della pena di morte[17].

L'Assemblea Generale ha votato la risoluzione il 18 dicembre 2007 con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti. La moratoria è stata approvata con 5 voti in più rispetto alla votazione della Terza commissione il 17 novembre 2007[18].

Arabia Saudita[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Arabia Saudita.

Cina[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Cina.

Città del Vaticano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte nella Città del Vaticano.

Corea del Nord[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Corea del Nord.

Francia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Francia.

Germania[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Germania.

India[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in India.

Iran[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Iran.

Israele[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Israele.


Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Italia.

Tranne che per il regicidio, l'alto tradimento e delitti commessi in tempo di guerra, la pena di morte in Italia fu abolita la prima volta durante il Regno d'Italia, nel 1889, nel codice penale opera del ministro liberale Giuseppe Zanardelli. Fu reintrodotta dal regime fascista con il codice Rocco nel 1930, poi abolita nel 1944 e ripristinata l'anno seguente; con l'avvento della Repubblica (1946) è stata espressamente vietata dalla costituzione del 1948, tranne i casi previsti da leggi di guerra. Solo nel 1994 e precisamente il 25 ottobre, per effetto della legge n. 589/1994, è stata abolita completamente anche nel codice penale militare di guerra e sostituita dalla pena massima prevista dall'ordinamento, ovvero l'ergastolo. L'ultima esecuzione è avvenuta a Torino nel 1947; in essa vennero fucilati tre uomini colpevoli della strage di Villarbasse.

Nel 2007 è stata espunta dalla Costituzione anche con riferimento alle leggi militari di guerra (per effetto della legge costituzionale 2 ottobre 2007, n. 1: "Modifica all'articolo 27 della Costituzione, concernente l'abolizione della pena di morte").

Mongolia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Mongolia.

Pakistan[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Pakistan.

Regno Unito[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte nel Regno Unito.

Romania[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Romania.

Russia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Russia.

San Marino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte a San Marino.

Spagna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Spagna.

Stati Uniti d'America[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte negli Stati Uniti.
Applicazione della pena di morte nei vari stati USA: colorati in rosso gli stati dove è attualmente in uso, in blu quelli dove non è prevista, in arancione dove è stata dichiarata anticostituzionale e infine in verde dove vige un'abolizione de facto dal 1976. Il Governo Federale prevede l'utilizzo della pena capitale mentre per le forze armate l'ultima esecuzione risale al 1976. Non sono presenti gli stati in moratoria volontaria solo da anni recenti.

Gli Stati Uniti sono l'unico paese industrializzato, completamente libero e democratico, assieme al Giappone, che applica ancora la pena di morte. La pena capitale è legale a livello federale (non applicata da alcuni anni: uno degli ultimi casi fu - nel 2001 - l'esecuzione del militare colpevole della strage di Oklahoma City del 1995), per 42 reati (alto tradimento, tradimento, spionaggio che metta in pericolo la sicurezza nazionale, omicidio di agenti federali, omicidio compiuto in parchi nazionali, omicidi in ambito militare, gravi atti di terrorismo ecc.). Pertanto, può essere inflitta in tutto il territorio degli Stati Uniti. È fortemente contrastata dai governi dei territori non incorporati, come Porto Rico.

Nei singoli stati è in vigore per l'omicidio di primo grado (cioè l'omicidio premeditato), ma anche, in alcune giurisdizioni, come nel Texas, per traffico di droga, omicidio con particolare violenza, e altri reati. Non è in vigore nel District of Columbia e nel territorio di Porto Rico. Dei 50 Stati effettivi degli USA, solo 16, compresi alcuni stati considerati "conservatori", non prevedono la pena di morte nel loro statuto: Alaska, Connecticut, Hawaii, Iowa, Maine, Massachusetts, Michigan, Minnesota, North Dakota, Rhode Island, Vermont, West Virginia, Wisconsin, New Jersey, Illinois e Nuovo Messico. In altri 3 stati la pena di morte non è più applicata dal 1976: Kansas, New Hampshire, New York; quest'ultimo è considerato abolizionista, poiché la pena capitale è stata anche dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema dello Stato, e quindi non applicabile, ma non ancora formalmente abolita dal Congresso dello Stato; le sentenze possono essere emesse ma non eseguite: la maggioranza di esse sono state commutate in ergastolo o sospese. In Oregon è in vigore una moratoria dal 1997 e tutte le condanne sono sospese.[19]Anche il Kentucky (dal 2008) e l'Arkansas (2005) sono in moratoria. Il Nebraska ha dichiarato incostituzionale la sedia elettrica, non la pena di morte in sé, che viene applicata.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato, a livello federale, che potrebbero essere considerate punizioni crudeli (e quindi, in teoria, assimilate a tortura e proibite dall'ottavo emendamento del Bill of Rights della Costituzione degli Stati Uniti) la sedia elettrica, l'impiccagione e la camera a gas (in alcuni stati sono però ancora utilizzabili, ad esempio in Florida il condannato può optare per la sedia elettrica), ma non le ha espressamente proibite, mentre non è stata considerata incostituzionale la pena di morte applicata con l'iniezione letale o la fucilazione, quest'ultima quasi mai applicata: solo nello Utah il condannato può scegliere la fucilazione (legge del 2004), se preferisce ciò (le ultime volte in cui avvenne un'esecuzione col plotone in USA furono 1996 e 2010, sempre nello Utah). Sono 22 Stati, più il distretto federale, a non contemplare, di legge (17) o di fatto (5), la pena di morte. In conclusione sono comunque 28 gli Stati che, più o meno regolarmente, per quanto riguarda i reati di competenza statale, applicano ancora l'esecuzione capitale. Lo stato più attivo nelle esecuzioni è da sempre il Texas: l'unica esecuzione commutata in ergastolo negli ultimi decenni è stata quella di Kenneth Foster jr., condannato a morte per concorso in omicidio di primo grado e rapina.

Taiwan[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte a Taiwan.

Isole Tonga[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte nelle Tonga.

Turchia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pena di morte in Turchia.

Nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

Il poeta François Villon parla della pena di morte nella sua La ballata degli impiccati (1462). Villon, che attende di essere condannato all'impiccagione, che riuscirà ad evitare, invita alla pietà, in senso religioso e civile, verso sé stesso e i suoi compagni condannati. La redenzione è al centro della ballata. Villon riconosce di essersi preoccupato troppo del suo essere di carne a discapito della sua spiritualità. Questa constatazione è rafforzata dalla cruda e insopportabile descrizione dei corpi marcescenti (che fu probabilmente ispirata dal macabro spettacolo del «carnaio degli innocenti») che produce un forte contrasto con l'evocazione dei temi religiosi. Gli impiccati esortano in primo luogo i passanti a pregare per loro; poi, nel corso dell'appello, la preghiera si generalizza verso tutti gli esseri umani.

Franz Kafka descrive nel racconto Nella colonia penale (1919) i tentativi che un ufficiale fa per convincere un esploratore a difendere l'esemplare procedura di esecuzione in uso nella colonia. Il vecchio comandante aveva inventato e realizzato una macchina che causava la morte del reo incidendogli sulla schiena la regola o il comando da lui non rispettato fino a trapassarlo da parte a parte. Accortosi che tale procedura suscitava orrore sia all'esploratore sia al nuovo comandante della colonia, decide egli stesso di sottoporvisi. La macchina si guasterà e con l'ufficiale, ultimo suo sostenitore, moriranno l'antica procedura e il suo strumento.

Anche ne Il processo (1925) si descrive la condanna a morte di una persona.

Una ricostruzione della pena di morte in Italia, sotto il profilo giuridico, la si può ritrovare nel testo di Italo Mereu, La morte come pena, pubblicato nel 1982.

Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij, condannato a morte ma in seguito graziato, nei primi capitoli de L'idiota fa pronunciare al protagonista del romanzo una violenta requisitoria contro la pena di morte.

« Ora, può darsi che il supplizio più grande e più forte non stia nelle ferite, ma nel sapere con certezza che, ecco, tra un'ora, poi tra dieci minuti, poi tra mezzo minuto, poi adesso, ecco, in quell'istante, l'anima volerà via dal corpo e tu non esisterai più come uomo, e questo ormai con certezza; l'essenziale è questa certezza. [...] La punizione di uccidere chi ha ucciso è incomparabilmente più grande del delitto stesso. L'omicidio in base a una sentenza è incomparabilmente più atroce che non l'omicidio del malfattore. »
(L'idiota, Fëdor Michajlovič Dostoevskij)

Anche un altro scrittore, Lev Tolstoj, si pronuncia contro la pena di morte:

« [...] ho visto a Parigi decapitare un uomo con la ghigliottina, in presenza di migliaia di spettatori. Sapevo che si trattava di un pericoloso malfattore; conoscevo tutti i ragionamenti che gli uomini hanno messo per iscritto nel corso di tanti secoli per giustificare azioni di questo genere; sapevo che tutto veniva compiuto consapevolmente, razionalmente; ma nel momento in cui la testa e il corpo si separarono e caddero diedi un grido e compresi, non con la mente, non con il cuore, ma con tutto il mio essere, che quelle razionalizzazioni che avevo sentito a proposito della pena di morte erano solo funesti spropositi e che, per quanto grande possa essere il numero delle persone riunite per commettere un assassinio e qualsiasi nome esse si diano, l'assassinio è il peccato più grave del mondo, e che davanti ai miei occhi veniva compiuto proprio questo peccato.[20] »

Mark Twain scrisse anche lui un resoconto di un'esecuzione, che lo farà diventare un abolizionista:

« La tensione dentro di me, invece, era insopportabile (...) Gli restavano venti momenti di vita, poi quindici, dieci, cinque, quattro, tre - santo cielo come correva il tempo! - eppure lui se ne stava lì tranquillo anche se sapeva che lo sceriffo stava per afferrare la leva che azionava il trabocchetto mentre il cappuccio nero gli veniva calato sulla testa. E poi giù! Legato con tutte quelle cinghie, caduto nel buco dell'impalcatura con la velocità di una freccia! Un tremendo sussulto è cominciato all'altezza delle spalle, e poi giù lungo tutto il corpo, violentemente, fino a spegnersi in quell’irrigidimento verso il basso delle dita dei piedi, come due pugni chiusi - e tutto era finito!

Ho visto tutto. Ho preso appunti precisi su ogni dettaglio - anche il modo garbato con cui aiutò a sistemare le cinghie che gli legavano le gambe e la calma con cui scostò le sue ciabatte - e spero di non dover assistere ad una simile scena mai più. »

(Cronaca di un'impiccagione[21])

J. R. R. Tolkien scrive:

« - [...] Merita la morte.

- Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze. »

(Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello, Libro I, Capitolo II di J. R. R. Tolkien)

Tolkien, cattolico, pensa che solo Dio possa togliere o dare la vita.

Un importante romanzo sul tema è Lo straniero (L'Étranger 1942), di Albert Camus, autore che nel 1957 pubblicò anche un saggio contro la pena capitale.

Jack London scrisse contro la pena capitale, facendo pronunciare ad un suo personaggio:

« L'uso peggiore che si possa fare di un uomo è quello di impiccarlo». No, non ho alcun rispetto per la pena di morte. Si tratta di un'azione sporca, che non degrada solo i cani da forca pagati per compierla ma anche la comunità sociale che la tollera, la sostiene col voto e paga tasse specifiche per farla mettere in atto. La pena di morte è un atto stupido, idiota, orribilmente privo di scientificità: «... ad essere impiccato per la gola finché morte non sopravvenga» recita il famoso frasario della società... »
(Jack London, Il vagabondo delle stelle)

Tra i romanzi dedicati alla campagna contro la pena di morte da segnalare La Penna di Donney - Miracolo d'amore, pubblicato nel 2005, scritto da Ruggero Pegna, in cui l'autore, colpito da una improvvisa leucemia acuta, s'immagina nella sua camera d'ospedale come un detenuto innocente condannato a morte, recluso in una prigione americana.

Opere che parlano della pena di morte[modifica | modifica sorgente]

Di seguito un elenco parziale di libri che trattano della pena di morte[22]:

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Anche il cinema si è spesso battuto contro la pena di morte, o ne ha parlato nelle sue trame. Di seguito ecco un elenco di film che trattano l'argomento.

Canzoni sulla pena capitale[modifica | modifica sorgente]

Il mondo della musica ha spesso trattato il tema, dalle canzoni popolari e politiche alla musica leggera. Tra le numerose canzoni che toccano l'argomento in vario modo, ricordiamo:

Cities for Life[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cities for Life.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Mortificare in Vocabolario – Treccani
  2. ^ Lucio Anneo Seneca, De clementia, I, 1-2,; II, 2-3;
  3. ^ Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale.
  4. ^ Slavoj Žižek, Contro i diritti umani, Il Saggiatore, Milano 2005.
  5. ^ citato qui
  6. ^ San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, 64, 7.
  7. ^ Opinioni di Giovanni Paolo II sulla pena di morte, Comunità di Sant'Egidio. URL consultato il 28-3-2010.
  8. ^ (EN) Joseph Ratzinger, Worthiness to Receive Holy Communion — General Principles, CatholicCulture.org. URL consultato il 29-3-2010.
  9. ^ Mario Marazziti, «Processo» alla pena di morte: anche in America crescono i no, Comunità di Sant'Egidio. URL consultato il 28-3-2010.
  10. ^ a b c Luca Spadini, Elogio della Pena di Morte, 2007
  11. ^ a b c La Repubblica
  12. ^ Slavoj Žižek, Contro i diritti umani, Il Saggiatore, Milano 2005.
  13. ^ Amnesty International - 10 motivi
  14. ^ Illuminismo e pena di morte. URL consultato l'8 gennaio 2014.
  15. ^ Corriere della Sera, 25 febbraio 2009
  16. ^ Amnesty International
  17. ^ Pena di morte, primo sì dell'Onu alla moratoria in La Repubblica, 15 novembre 2007. URL consultato il 29-3-2010.
  18. ^ Pena di morte, l'Onu dice sì alla moratoria in Corriere della Sera, 18 dicembre 2007. URL consultato il 29-3-2010.
  19. ^ Oregon: sospesa la pena capitale
  20. ^ Lev Tolstoj, Che fare?, traduzione di Luisa Capo, Gabriele Mazzotta editore, Milano, 1979, pp. 18-19, ISBN 88-202-0250-6.
  21. ^ [1]
  22. ^ Libri italiani sulla pena di morte, repubblica.it, 11-03-2007. URL consultato l'08-08-2010.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]