Poena cullei

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La poena cullei (dal latino «pena del sacco») nel diritto romano criminale era la pena inflitta al soggetto che si era reso responsabile di parricidio.

Tullia uccide il padre Servio Tullio

Descrizione del supplizio[modifica | modifica sorgente]

Immediatamente dopo la condanna, il reo veniva tradotto in carcere con soleae ligneae («zoccoli di legno») ai piedi e un cappuccio di pelle di lupo in testa. Il parricida veniva poi frustato con virgae sanguineae («verghe colore del sangue») e quindi veniva cucito in un culleus (sacco) di cuoio impermeabile insieme ad un cane, un gallo o una vipera ed una scimmia,[1] e, dopo essere stato trasportato attraverso la città su di un carro trainato da un bue nero, veniva gettato nel Tevere o in mare.

Il bestiario del parricida[modifica | modifica sorgente]

Il fattore che faceva della pena del sacco forse la più particolare fra le esecuzioni dell'antichità era certamente la presenza degli animali nell'otre. Che fossero tre e proprio quelli nelle fonti più spesso associati al supplizio poco conta: le bestie straziavano e dilaniavano il reo, che non di rado giungeva già morto nel luogo in cui sarebbe stato gettato in acqua insieme ai suoi micidiali compagni[2], rendendo i suoi ultimi momenti di vita particolarmente dolorosi, ma la ragione più importante era quasi certamente di natura simbolica: le caratteristiche attribuite alla vipera, alla scimmia, al cane e al gallo richiamavano immediatamente per gli antichi Romani il carattere e il gesto del parricida.

Il gallo[modifica | modifica sorgente]

Gallo da un mosaico di Madaba

Il gallo cucito nel sacco era il cappone, il "gallo gallinaccio", che nell'antichità era considerato particolarmente feroce: «un animale talmente battagliero da terrorizzare persino i leoni» riporta Plinio il Vecchio[3]. Dal punto di vista funzionale ciò giustifica la sua inclusione nel bestiario del parricida, mentre dal punto di vista simbolico la spiegazione più attendibile sarebbe la presenza non contemporanea nel sacco della vipera e del gallo che, secondo Columella, uccideva le serpi[4]. Questa doppia presenza simboleggiava una catena di uccisioni senza fine e la riproduzione nel culleus di quella rottura della regola fondamentale del vivere civile che il parricida aveva infranto nella città.

Il cane[modifica | modifica sorgente]

Cane da un mosaico di Pompei

A differenza di oggi, dove il cane generalmente è considerato un animale dotato di caratteristiche positive, prime fra tutte la sua fedeltà, nell'antichità greca e romana quest'animale godeva di una pessima fama. Secondo Giovanni Crisostomo il cane è «l'animale più vile», Virgilio definisce le cagne «oscene»[5], Orazio lo considera un animale «immondo»[6], Agostino «disprezzabile e ignobile», «l'ultimo degli uomini e delle bestie»: non stupisce quindi che un animale a cui gli antichi attribuivano tali qualità venisse associato al parricida.

La scimmia[modifica | modifica sorgente]

Scimmia da un mosaico di Volubilis

La scimmia era legata al parricida per un duplice motivo: sempre secondo Plinio, infatti, le scimmie amavano a tal punto i loro piccoli da soffocarli nel loro abbraccio[7]. Inoltre, per la loro somiglianza con l'uomo, erano considerate la sua orripilante caricatura. Nonostante un animale come la scimmia fosse noto a Roma sin da un'epoca antica, non era certo altrettanto facilmente reperibile degli altri tre animali: ciò sta a indicare che l'inserzione delle bestie non era affatto tassativa, né nel numero né nel tipo, ma che avveniva di volta in volta a seconda dei casi, delle possibilità e dei luoghi.

La vipera[modifica | modifica sorgente]

Vipera da un mosaico di Preneste

Secondo Plinio, la vipera femmina partoriva una piccola vipera al giorno per un totale di circa venti: le altre quindi, spazientite dall'attesa, uscivano dal fianco della madre, uccidendola[8]. Questa credenza popolare era molto radicata nel mondo antico, non solo a Roma, ma anche in Grecia e il riferimento simbolico con il parricida è evidentissimo.

Evoluzione dell'istituto nel tempo[modifica | modifica sorgente]

Erennio Modestino afferma, al pari di Cicerone[9], che la poena cullei fu istituita more maiorum, cioè appartiene al nucleo più antico delle regole giuridiche romane: secondo la tradizione infatti fu il re etrusco Tarquinio a usarla per primo per punire il decemviro M. Atinio colpevole di aver divulgato i sacri riti civili. L'estensione della pena ai parricidi sarebbe avvenuta solo successivamente, non si sa se per consuetudine o per intervento legislativo.

La poena cullei, tipica dell'età arcaica e successivamente abolita dalla Lex Pompeia de parricidio, venne ripristinata dall'Imperatore Augusto. Questo delitto è sempre stato molto frequente nell'antica Roma: Tacito e Svetonio raccontano che all'epoca dell'imperatore Claudio la pena del sacco era applicata più spesso della crocifissione.

All'epoca dell'Imperatore Costantino, fra le novelle che portano una chiara impronta delle concezioni cristiane del legislatore, si evidenzia quella che abrogò de facto, anche se non de iure, l'antico diritto del padre di disporre della vita dei figli (lo «ius vitae ac necis»), stabilendo una punizione in forma di poena cullei sia per l'uccisione del padre da parte del figlio sia viceversa.

Mazzeratura[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mazzeratura.

Analoga alla poena cullei è la mazzeratura, di cui si hanno testimonianze medievali di inflizione ai traditori. Essa consisteva nell'annegamento in un sacco zavorrato, senza necessariamente la ritualità del bestiario.

Una menzione ricorre nella Divina Commedia di Dante Alighieri, Canto XXVIII dell'Inferno. Altre se ne conoscono dal Decameron di Boccaccio (V, 2) e IV, 3).

Fu anche adottata, con l'aggiunta dell'uso romano dei serpenti, da Federico II di Svevia per punire alcuni dei traditori che avevano cospirato contro di lui nella congiura di Capaccio del 1246[10].

Stando alla Nova Cronica del cronista fiorentino Giovanni Villani, Federico II vi avrebbe fatto ricorso già cinque anni prima, per punire alcuni alti prelati fatti prigionieri nella battaglia dell'isola del Giglio del 1241[11].

La stessa pena toccò ad Alaimo di Lentini, eroe dei Vespri siciliani, e marito di Macalda di Scaletta, caduto in disgrazia presso gli Aragonesi: insieme a suo nipote Adinolfo da Mineo, fu gettato in mare presso Marettimo, dopo aver rivisto la Sicilia all'orizzonte, condannati sommariamente per tradimento da Giacomo II di Aragona[12][13].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ per approfondimenti sul materiale di cui era fatto il sacco, sulla tecnica della sua costruzione e sui suoi possibili usi, vedi E. Nardi "L'otre dei parricidi e le bestie incluse", Milano 1980, p. 13 segg.
  2. ^ Cantarella, I supplizi capitali in Grecia e a Roma, p. 288
  3. ^ Plinio, Naturalis Historia, X, 47
  4. ^ Columella, Rerum rusticarum, III,9
  5. ^ Virgilio, Georgiche, I, v. 470
  6. ^ Orazio, Epistulae, I, epistola II, v. 39
  7. ^ Plinio, Naturalis Historia, VIII, 216
  8. ^ Plinio, Naturalis Historia, X, 159
  9. ^ Cicerone, Pro Roscio Amerino, XXV, 70
  10. ^ Errico Cuozzo, Congiura di Capaccio (1246), Enciclopedia Fridericiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  11. ^ Nova Cronica, VII, 25 – Della sentenzia che papa Innocenzo diede al concilio a Leone sovra Rodano sopra Federigo imperadore
  12. ^ Bartolomeo di Neocastro, Historia Sicula, cap. CIX
  13. ^ Francesco Giunta, «ALAIMO (Alaimus, Alaimu, Alamo) da Lentini (di Latino, di Leontino)»,Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Eva Cantarella, I supplizi capitali in Grecia e a Roma, Milano 1996, p. 264 segg., ISBN 88-17-11673-4
  • Eva Cantarella "Corso di istituzioni di diritto romano - parte prima", Milano 1998, p. 254 segg.
  • Max Radin, The Lex Pompeia and the Poena Cullei, in "The Journal of Roman Studies", Vol. 10, 1920 (1920), pp. 119-130 doi:10.2307/295798

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]