Lettera agli Ebrei

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Lettera agli Ebrei
P46.jpg
Frammento del Papiro 46
Datazione 50-95
Attribuzione anonimo del I secolo
Manoscritti \mathfrak{p}46 (200)

La Lettera agli Ebrei è un'opera inclusa nel Nuovo Testamento, in cui il profilo e la missione di Gesù sono delineati tramite il confronto con la figura del sommo sacerdote nell'Antico Testamento.

Il suo genere letterario è molto discusso. Ben più che una lettera o un'omelia il testo risulta piuttosto essere un " trattato per i cristiani di origine ebraica ed etnica ora ellenizzati"[1].

Il testo, anonimo, è stata accostato al nome di Paolo di Tarso sin dai tempi più antichi, ma la critica antica e moderna ha escluso quasi concordemente questa attribuzione.

Trasmissione[modifica | modifica sorgente]

Il testo della Lettera agli Ebrei ci è stato trasmesso inserito nell'epistolario paolino. Nei testimoni più antichi, il papiro P46 (ca 200) e i codici unciali B (IV secolo), S (secoli IV-V) e A (secolo V), essa è collocata subito dopo la Lettera ai Romani. Nel codice B è annotata a margine una più antica collocazione fra Galati ed Efesini, testimoniata anche nella versione copta (Saidica di Atanasio). L'attuale collocazione al termine dell'epistolario paolino è quella adottata in tutti i manoscritti delle versioni latine (sia la Vetus Latina che la Vulgata) oltre che nella Peshitta (versione siriaca della Bibbia). Essa è testimoniata anche da Epifanio di Salamina: "Filemone è la tredicesima lettera seguita da Ebrei che è la quattordicesima" [2].

Composizione[modifica | modifica sorgente]

Autore[modifica | modifica sorgente]

L'autore è una persona con una vasta cultura giudaico-ellenistica, che dimostra una profonda conoscenza dell'Antico Testamento, di cui si avvale prevalentemente nella versione dei Settanta[1]. Probabilmente l'autore si rivolge a una comunità di Ebrei ellenistici cristiani; dato che la lettera era nota a Clemente di Roma pochi anni dopo la sua composizione, è possibile che tale comunità fosse a Roma, come suggerito dall'augurio «vi salutano quelli d'Italia» in Ebrei 13,24.[3].

L'ipotesi paolina[modifica | modifica sorgente]

Al testo, che non presenta il nome del mittente e del destinatario, è stato tradizionalmente accostato il nome di Paolo di Tarso. Questa attribuzione è però discussa già nell'antichità, per esempio da Origene (prima metà del III secolo) e Tertulliano (prima metà del III secolo). Eusebio di Cesarea, pur annoverando Ebrei fra le 14 lettere paoline, la cui canonicità era generalmente indiscussa, accenna a resistenze della chiesa di Roma, dovute alla inverosimiglianza dell'attribuzione paolina [4].

Le difficoltà più grandi nell'attribuire la lettera agli Ebrei a Paolo riguardano le differenze stilistiche e contenutistiche con le altre lettere. Lo stile elegante di questo scritto è diverso da quello delle lettere paoline; diverso appare anche l'utilizzo delle parole, delle quali 140 non ricorrono negli scritti di Paolo. I contenuti dottrinari della lettera, benché di chiara ispirazione paolina, presentano inoltre caratteristiche proprie, inusuali per la teologia dello scrittore di Tarso.

Altre ipotesi[modifica | modifica sorgente]

Clemente d'Alessandria pensò come autore all'evangelista Luca, imitato da Origene, che propose anche il nome di Clemente di Roma,[5] mentre Tertulliano [6] l'attribuisce a Barnaba ed Eusebio di Cesarea ad un certo Gaio;[7] Martin Lutero[8] propose Apollo, giudeo di Alessandria d'Egitto di cui si parla negli Atti degli Apostoli,[9] mentre Adolf von Harnack suggerì Priscilla.[10] Furono avanzati anche i nomi di Silvano, Timoteo, Aristione, Filippo e persino di Maria.

Lingua e stile[modifica | modifica sorgente]

La lettera è scritta in greco. Lo stile è sereno, regolare e molto curato[11]: l'opera presenta pregi di eleganza stilistica e ricercatezza letteraria[12].

Nella lettera si alternano parti dedicate al culto ad altre nelle quali i lettori sono incoraggiati a resistere anche nelle difficoltà[13].

Lo scritto, nonostante il nome con cui è noto, non è in realtà una lettera: il suo genere è piuttosto quello del discorso di esortazione. Probabilmente è un'opera di carattere ommiletico proclamata a voce a una comunità cristiana e poi inviata ad altre chiese[11].

Data di composizione[modifica | modifica sorgente]

Clemente di Roma attinge ampiamente a questa lettera nella sua Lettera ai Corinzi: il testo era quindi già noto a Roma nell'ultimo quarto del I secolo[1]. Sulla data di composizione sono state avanzate tre ipotesi: la fase conclusiva del regno di Claudio (morto nel 54), gli ultimi anni del dominio di Nerone (morto nel 68) e il regno di Domiziano (81-96). L'ipotesi più probabile è la seconda: la liturgia del tempio è infatti descritta come ancora in atto, anche se ormai prossima alla scomparsa[11]. In generale, la nostalgia dei destinatari per il culto mosaico fa infatti pensare a una datazione precedente alla distruzione del Tempio di Erode, quindi non oltre il 69[14]; poiché i riferimenti nella lettera al tempio sono prevalentemente simbolici è comunque possibile proporre anche una datazione successiva al 70[1].

Destinatari[modifica | modifica sorgente]

Non è facile individuare i destinatari della lettera. Il titolo con il quale conosciamo la lettera è infatti successivo alla composizione del testo[15]: l'autore cita gli ebrei in modo indiretto ("stirpe di Abramo", "tribù di Giuda"), senza però implicare che siano i destinatari. Questi ultimi sono invece i membri di una comunità precisa (13,23), che conosce Timoteo. Il riferimento all'Italia (13,24) fa propendere per una comunità romana.

Sono state avanzate anche altre soluzioni. Tra le possibili località proposte ci sono Gerusalemme (la lettera sarebbe stata scritta da Cesarea nel 57-59 durante la prigionia di Paolo in quella città oppure da Roma nel 66 o dopo il 70), la Samaria, Cesarea, Antiochia di Siria, Colossi, Efeso, Cipro, Alessandria d'Egitto[16].

I destinatari della lettera sono stati tradizionalmente identificati con un gruppo di giudeo-cristiani: in realtà, oggi si ritiene che la lettera sia indirizzata piuttosto a cristiani pervenuti già da tempo alla fede, forse dei gentili[12]. dei quali si vuole rinsaldare la vocazione[11].

La lettera e il canone[modifica | modifica sorgente]

Nella chiesa antica l'inserimento della Lettera agli Ebrei nel canone del Nuovo Testamento incontrò alcune resistenze [12]: non appare contenuta, ad esempio, nel Canone muratoriano (II secolo).

La lettera, comunque, fu accettata e apprezzata da molti Padri della Chiesa. Molti suoi versetti furono utilizzati nelle controversie cristologiche fra le due grandi scuole antiochena e alessandrina a riprova dell'autorevolezza di cui la lettera godeva.

Nuovi dubbi emersero al tempo della Riforma, tanto che Lutero spostò Ebrei, Apocalisse, la Lettera di Giacomo e quella di Giuda in fondo alla Bibbia in lingua tedesca. Di fatto, però, Ebrei restò nel canone della Bibbia protestante e Lutero stesso ne esaltò la cristologia.

Struttura e contenuto[modifica | modifica sorgente]

La lettera presenta Gesù come il vero sacerdote che ha espiato i peccati[17] e affronta i temi dell'avvento del Regno di Dio, della debolezza della volontà e dell'ostilità del mondo[12]. La lettera, in particolare, è il solo scritto del Nuovo Testamento che si avvale in modo dettagliato della liturgia giudaica della riconciliazione (Yom Kippur) per presentare il sacerdozio di Cristo[1].

La Lettera agli Ebrei può essere divisa in due parti, una prima parte 1,1-10,18 di contenuto prettamente dogmatico ed una seconda 10,19-13,17 di carattere prevalentemente pratico-moralistico.

Prima parte[modifica | modifica sorgente]

La prima parte è incentrata sulla figura di Gesù Cristo, re dell'universo, anche in relazione ad altri personaggi biblici dell'Antico Testamento. L'intento dell'autore sembra essere quello di dare una nuova interpretazione del vero significato della legge mosaica e dimostrarne il carattere simbolico e transitorio, sottolineando, al tempo stesso, l'importanza della nuova alleanza rispetto all'antica. Viene in tal modo fornita una visione dottrinaria del significato messianico del sacrificio di Cristo e dell'unicità ed universalità del suo sacerdozio.

Seconda parte[modifica | modifica sorgente]

Nella seconda parte, l'autore si sofferma sui pericoli derivanti dall'apostasia ed esorta i destinatari della lettera alla perseveranza nella fede. Una riflessione sulla parusia precede quindi la presentazione di esempi di fede dell'Antico Testamento, da Abramo a Raab e un nuovo approfondimento sulla figura di Gesù.

L'accusa di antigiudaismo[modifica | modifica sorgente]

Alcune frasi della Lettera agli Ebrei hanno dato adito a un certo antigiudaismo ecclesiastico, alla convinzione cioè che l'Antico Testamento sia ormai morto e che il giudaismo sia stato sostituito dal cristianesimo. Confrontando, per esempio, l'Antica Alleanza con la Nuova si afferma: "ciò che diventa antico e invecchia è prossimo a scomparire" (Eb 8,13). La rilettura del testo dopo il concilio Vaticano II, alla luce cioè della Dichiarazione Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, ha fatto scoprire nel testo un equilibrio di valutazione non sufficientemente notato in precedenza. La "lettera", infatti, si guarda bene dall'affermare l'esistenza di due religioni contrapposte, anche se provenienti dalla stessa radice. La religione è una sola, anche se occorre distinguere fra "un giudaismo cristiano e un giudaismo non cristiano, un cristianesimo che ha realizzato in pieno il giudaismo (giudeocristianesimo) e un giudaismo che non ha ancora preso contatto con il cristianesimo"[18].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e Cesare Marcheselli-Casale, Lettera agli Ebrei, Paoline 2005.
  2. ^ Adversus Haereses in Migne, Patrologiae graecae cursus completus 41, 810-811
  3. ^ Perrin, The New Testament: An Introduction, p. 138.
  4. ^ Storia ecclesiastica, III,5.
  5. ^ Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica VI, 14,13; 25,12-14
  6. ^ Tertulliano, De pudicitia 20
  7. ^ Eusebio di Cesarea, IV, 20,3.
  8. ^ Martin Lutero, Werke XLIV, 709
  9. ^ Atti degli apostoli 18,24.
  10. ^ Adolf von Harnack, Geschichte der altchristlichen Literatur, Leipzig 1893–1904, e Zeitschrift fur die Neutestamentliche Wissenschaft und die Kunde der aelteren Kirche, Berlin 1900, I, 16–41: ma l'autore della lettera scrive di sé al maschile (11,32): «ἐπιλείψει με γὰρ διηγούμενον ὁ χρόνος»
  11. ^ a b c d Franco Manzi, Lettera agli Ebrei, 2001.
  12. ^ a b c d Franz J. Schierse, Lettera agli ebrei, 1968.
  13. ^ Gerd Theissen, Il Nuovo Testamento, Carocci, 2002.
  14. ^ Secondo Bruce, la lettera è probabilmente stata scritta prima, o non molto dopo, la persecuzione a Roma nel 65, cfr. Frederick Fyvie Bruce, The Epistle to the Hebrews, 1990.
  15. ^ Il titolo "agli Ebrei" non appartiene originariamente a questo scritto ed è stato aggiunto per motivi ignoti, cfr. Franco Manzi, Lettera agli Ebrei, 2001.
  16. ^ Frederick Fyvie Bruce, The Epistle to the Hebrews, 1990.
  17. ^ Piero Stefani, La Bibbia, Il Mulino, 2004.
  18. ^ G. Deiana, cit. p.732.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Attridge H.W., La Lettera agli Ebrei. Commento storico esegetico (= Letture Bibliche 12), Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1999, 723 pp.
  • Frederick Fyvie Bruce, The Epistle to the Hebrews, 1990.
  • Di Giovambattista, Il giorno dell’Espiazione nella Lettera agli Ebrei (= Tesi Gregoriana; Serie Teologica 61), Roma, Pontificia Università Gregoriana, 2000, 223 pp.
  • Koester C.R., Hebrews: A New Translation with Introduction and Commentary, Doubleday, New York, 2001 (= The Anchor Bible 36), XXIII+604pp.
  • Franco Manzi, Lettera agli Ebrei, 2001.
  • Cesare Marcheselli-Casale, Lettera agli Ebrei, 2005.
  • Molinaro I., “Ha parlato nel Figlio”. Progettualità di Dio e risposta del Cristo nella lettera agli Ebrei (= Studium Biblicum Franciscanum. Analecta 55), Jerusalem, Franciscan Printing Press, 2001, 360 pp.
  • Franz J. Schierse, Lettera agli ebrei, 1968.
  • Strobel A., La lettera agli Ebrei (= Nuovo Testamento. Seconda Serie 9/2), Brescia, Paideia, 1997, 270 pp.
  • Vanhoye A., La Lettre aux Hébreux. Jésus-Christ, médiateur d’une nouvelle alliance (= Jésus et Jésus-Christ, 84), Paris, Desclée, 2002, 239 pp.; traduzione: Gesù Cristo. Il mediatore nella Lettera agli Ebrei (= Commenti e Studi Biblici s.n.), Assisi, Cittadella, 2007, 272 pp.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

  • Papiro 46, un papiro del III secolo contenente la lettera.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]