Nerone

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Nerone
Testa in marmo di Nerone presso la Gliptoteca di Monaco di Baviera
Testa in marmo di Nerone presso la Gliptoteca di Monaco di Baviera
Imperatore romano
In carica 5468
Investitura 13 ottobre 54
Predecessore Claudio
Successore Galba
Nome completo Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus
Nascita Antium - oggi Anzio e Nettuno, 15 dicembre 37
Morte Roma, 9 giugno 68
Sepoltura colle Pincio presso la tomba di famiglia dei Domizii Ahenobarbi[1]
Dinastia giulio-claudia
Padre Gneo Domizio Enobarbo
Madre Giulia Agrippina Augusta
Coniugi Claudia Ottavia (53 - 62)
Poppea (62 – 65)
Statilia Messalina (66 - 68)
Figli Claudia Augusta (da Poppea) morta a 4 mesi

Lucio Domizio Enobarbo Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico (in latino: Lucius Domitius Ahenobarbus Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus; Antium - attuali città di Anzio e Nettuno[2], 15 dicembre 37Roma, 9 giugno 68) è stato un imperatore romano.

Nato con il nome di Lucio Domizio Enobarbo, fu il quinto ed ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia succedendo al suo padre adottivo Claudio nell'anno 54 e governò per quasi quattordici anni, fino al suicidio all'età di 30 anni circa.[3] Nerone fu un principe molto controverso; ebbe alcuni innegabili meriti, soprattutto nella prima parte del suo impero, quando governava con la madre Agrippina e con l'aiuto del maestro Seneca, filosofo stoico, ma fu anche responsabile di delitti e atteggiamenti dispotici.

Accusati sommariamente di congiure contro di lui o crimini vari, caddero vittime della repressione la stessa madre, la prima moglie e lo stesso Seneca, costretto a suicidarsi, oltre a vari esponenti della nobiltà romana, e molti cristiani.[4] Per la sua politica assai favorevole al popolo, di cui conquistò i favori con elargizioni e giochi del circo, e il suo disprezzo per il Senato romano, fu - come era già stato per lo zio Caligola - molto inviso alla classe aristocratica (tra i quali i suoi principali biografi, Svetonio e Tacito).

L'immagine di tiranno che di lui fu tramandata venne parzialmente rivista dalla maggioranza degli storici moderni, i quali ritengono che non fosse né pazzo - come lo descrissero alcune fonti - né particolarmente crudele per l'epoca, ma che i suoi comportamenti autoritari fossero simili a quelli di altri imperatori non ugualmente giudicati.[5] Negli ultimi anni la paranoia di Nerone si accentuò, ed egli si rinchiuse in sé stesso e nei suoi palazzi dedicandosi all'arte e alla musica[6], in pratica lasciando il governo nelle mani del prefetto del pretorio, il sanguinario Tigellino.[7]

Anche se il suo comportamento ebbe certamente eccessi violenti e stravaganze, si può dire che non tutto ciò che gli venne imputato dagli storici contemporanei sia vero: ad esempio fu accusato del grande incendio di Roma, con l'obiettivo di ricostruire la città ed edificare la propria maestosa residenza, la Domus Aurea, fatto da cui gli studiosi moderni tendono a discolparlo.[8] Nerone accusò dell'incendio i cristiani, che furono arrestati e condannati in massa.[9][10] Infine, qualche anno dopo, abbandonato anche dai pretoriani e dall'esercito, venne deposto dal Senato (che riconobbe il generale Galba come nuovo princeps) e tentò di fuggire, ma alla fine, vistosi perduto, si tolse la vita nei pressi di Roma, nella villa di uno dei suoi liberti.[11]

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini familiari e anni giovanili (37 - 48)[modifica | modifica sorgente]

Busto di Nerone da ragazzo
Lawrence Alma-Tadema, La proclamazione di Claudio a imperatore. Nerone aveva allora sette anni
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età giulio-claudia, Dinastia giulio-claudia e Albero genealogico giulio-claudio.

Nato ad Antium il 15 dicembre 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo, il futuro imperatore Nerone era discendente diretto di Augusto e della famiglia di Tiberio. Il padre apparteneva alla famiglia dei Domizi Enobarbi, una stirpe considerata di "nobiltà plebea", (cioè recente), mentre la madre era figlia dell'acclamato condottiero Germanico, nipote di Marco Antonio, di Agrippa e di Augusto, nonché sorella dell'imperatore Caligola che quindi era suo zio materno.

Nel 39 Agrippina Minore, sua madre, amante del potere e descritta da molti come spietatamente ambiziosa, fu scoperta coinvolta in una congiura contro il fratello Caligola e venne quindi mandata in esilio nell'isola di Pandataria nel mar Tirreno, nell'arcipelago pontino. In quegli anni il piccolo Lucio visse con la zia Domizia Lepida, che egli amò più della madre e dalla quale avrebbe imparato l'amore per lo spettacolo e per la danza. L'anno seguente il marito di lei, Gneo, morì e il suo patrimonio venne confiscato da Caligola stesso.

Lucio nel frattempo fu affidato alle cure della zia, Domizia Lepida, ed alle nutrici Egogle ed Alessandria. Essendo la zia di non elevata condizione economica, in questi primi anni i precettori furono un barbiere ed un ballerino, i quali anch'essi aiutarono Lucio a coltivare l'amore per le arti e la cultura[12]. Nel 41 Caligola venne assassinato, così Agrippina Minore poté ritornare a Roma ad occuparsi del figlio dell'età di quattro anni, attraverso il quale aveva intenzione di attuare la propria opera di rivalsa. Lucio venne affidato a due liberti greci (Aniceto e Berillo) per poi proseguire gli studi con due sapienti dell'epoca: Cheremone d'Alessandria e Alessandro di Ege, grazie ai quali il giovane allievo sviluppò il proprio filoellenismo.

Carriera politica e ascesa al potere (49 - 54)[modifica | modifica sorgente]

Bassorilievo di Nerone e Agrippina

Nel 49 Agrippina Minore sposò l'imperatore Claudio, che era suo zio, ed ottenne la revoca dell'esilio di Seneca, allo scopo di servirsi del celebre filosofo quale nuovo precettore del figlio. Inoltre, visto che il giovane Lucio dimostrava maggior affetto verso la zia Domizia Lepida, Agrippina per gelosia, la fece accusare di avere complottato contro l'imperatore, ottenendone da Claudio la condanna a morte. Nell'occasione, l'undicenne Lucio fu minacciato e costretto dalla madre a testimoniare contro la zia. Poco dopo, gli fu imposto il fidanzamento con Ottavia, figlia di Claudio, di otto anni[12].

Nerone fu adottato ufficialmente da Claudio. Il principe morì nel 54 per un avvelenamento da funghi, forse ordinato da Agrippina stessa, e poco dopo la stessa sorte sarebbe toccata al figlio Britannico (nato da Claudio e Valeria Messalina), sofferente di epilessia e per questo forse escluso dalla successione dal suo stesso padre. Nerone divenne quindi imperatore all'età di quasi 17 anni, inizialmente sotto la tutela della madre e di Seneca, con Sesto Afranio Burro, pragmatico e abile politico, come prefetto del pretorio.

Il principato (54 - 68)[modifica | modifica sorgente]

Nerone sale al potere nel 54 d.C., alla tenera età di diciassette anni. Il suo principato prende il nome di Principatus Claudius.

Matrimoni e condanne[modifica | modifica sorgente]

Il primo scandalo del regno di Nerone coincise col suo primo matrimonio, considerato incestuoso, con la cugina Claudia Ottavia, figlia di suo zio Claudio; Nerone più tardi divorziò da lei quando s'innamorò di Poppea. Questa, descritta come una donna notevolmente bella, sarebbe stata coinvolta prima del matrimonio con l'imperatore, in una storia d'amore con Marco Salvio Otone, amico di Nerone stesso[13], suo compagno di feste e bagordi[14], e futuro imperatore. Otone sposò Poppea per ordine di Nerone, ma poi rifiutò che il suo matrimonio fosse solo di facciata, e Nerone lo fece divorziare.[15]

Congiure e lotte di potere[modifica | modifica sorgente]

Nel 59 Poppea fu sospettata d'aver organizzato l'omicidio di Agrippina, e di esserne la vera mandante, mentre Otone venne inviato come governatore in Lusitania, l'odierno Portogallo. La madre di Nerone era stata condannata a morte e uccisa da sicari, che precedentemente avevano tentato di simulare incidenti e suicidio, a causa delle sue trame: forse intendeva far uccidere il figlio, per poi mettere sul trono un futuro suo marito e diventarne la co-imperatrice; la condanna venne approvata anche da Seneca e da Burro, il quale ne incaricò Aniceto.[16][17] Questi, alla fine, la fece pugnalare, raccontando poi che lei stessa si era uccisa, dopo la scoperta della sua congiura contro Nerone.

È possibile che determinante fu l'odio di Poppea per la futura suocera, che secondo Tacito aveva tentato anche l'incesto con Nerone, pur di estrometterla dal potere, e garantirlo a se stessa. Nerone l'aveva così allontanata dalla corte, e, alla fine aveva approvato anche l'omicidio.[18] Dopo un funerale nascosto e una sepoltura in un luogo non completamente noto del corpo di Agrippina, tuttavia, Nerone manifestò rimorso per la morte della madre, approvata a causa della debolezza del suo carattere e dell'ascendente che Poppea aveva su di lui. Confermò, con una lettera al Senato, "che avevano scoperto, con un'arma, il sicario Agermo, uno dei liberti più vicini ad Agrippina, e che lei, per rimorso, come se avesse preparato il delitto, aveva scontato quella colpa".[19] L'imperatore fu perseguitato da incubi su Agrippina per molto tempo.[20] Nel 62, infine, Nerone sposò Poppea dopo aver ripudiato Claudia Ottavia per sterilità e averla relegata in Campania. Alcune manifestazioni popolari in favore della prima moglie, convinsero l'imperatore delle necessità di eliminarla, dopo averla accusata di tradimento, costringendola al suicidio.[21].

Il rimorso dell'imperatore Nerone dopo l'assassinio di sua madre (1878) di John William Waterhouse
Poppea, seconda moglie di Nerone

Lo stesso anno Burro morì, forse avvelenato per ordine di Nerone (secondo Svetonio) o di malattia[22] secondo altri storici[23], e Seneca per un lungo periodo si ritirò a vita privata, a causa dei primi dissapori con Nerone e dell'odio del popolo che lo accusava della morte di Agrippina, che era rispettata dalla plebe e dai pretoriani in quanto figlia dell'amato Germanico.[24]; la carica di prefetto del Pretorio venne assegnata a Tigellino (già esiliato da Caligola per adulterio con Agrippina), uomo senza scrupoli, che non era nemmeno cauto come Burro nel nascondere i delitti di Stato. Tigellino, di natali non ricchi, divenne quindi molto ricco e potente.[7] Contemporaneamente vennero introdotte una serie di leggi sul tradimento, che provocarono l'esecuzione di numerose condanne capitali.[25]

Nel 63 Nerone e Poppea ebbero una figlia, Claudia Augusta, che tuttavia morì ancora in fasce.[26] Nel 65-66, come scrive Tacito, Poppea, in attesa del secondogenito di Nerone, morì, a Roma oppure nella sua villa di Oplontis, alle falde del Vesuvio, a causa di incidente di gravidanza[12], e non a causa di un calcio sferratole dal marito come è opinione comune[27], irritato per un commento fatto dalla moglie su una commedia recitata da Nerone stesso.[28]

Svetonio lo accusa anche di numerosi altri crimini e depravazioni (come lo stupro della vestale Rubria, un crimine passibile di pena capitale[29]) che molti storici moderni hanno ritenuto invenzioni propagandistiche.[30] Dopo la morte di Poppea, nel 66 Nerone sposò Statilia Messalina, la sua terza e ultima moglie. Lo stesso storico delle Vite dei Cesari attribuisce a Nerone anche alcune relazioni omosessuali, specialmente con alcuni suoi liberti, frequentazioni di prostitute, tra cui Caelia Adriana, donna di cui fu perdutamente innamorato, e feste con grande dispendio di denaro pubblico, derivata dalla tassazione aumentata.[31]

Amministrazione interna e provinciale[modifica | modifica sorgente]

Il grande incendio di Roma[modifica | modifica sorgente]
Rappresentazione del grande incendio di Roma. Sullo sfondo Nerone e le rovine della città in fiamme, da un dipinto di Karl Theodor von Piloty (1861 ca.).
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Grande incendio di Roma.

Allo scoppio del grande incendio di Roma del 64, l'imperatore si trovava ad Antium, ma raggiunse immediatamente l'Urbe per conoscere l'entità del pericolo e decidere le contromisure, organizzando in modo efficiente i soccorsi, partecipando in prima persona agli sforzi per spegnere l'incendio. Nerone mise sotto accusa i Cristiani residenti a Roma, per evitare dicerie che lo accusavano direttamente.

Dai duecento ai trecento cristiani vennero messi a morte[12]. La persecuzione non era indirizzata ai cristiani in quanto tali, come avvenne ad esempio per altri imperatori successivi, ma essi furono usati come capro espiatorio. Durante la persecuzione neroniana, tra il 64-65 e il 67 furono uccisi anche san Pietro e san Paolo: Nerone avrebbe ordinato la decapitazione di Paolo di Tarso e, più tardi (o prima), secondo la tradizione cattolica, anche la crocifissione di Pietro.

Per quanto oramai gli studiosi siano abbastanza concordi nel ritenere che il grande incendio di Roma dell'anno 64 d.C. non fu causato da Nerone, che anzi si diede molto da fare per prestare soccorso alla popolazione colpita dalla tragedia e che in seguito si occupò personalmente della ricostruzione, la falsa immagine iconografica dell'imperatore che suona la lira dal punto più alto del Palatino mentre Roma bruciava[32] è ancora assai radicata nell'immaginario collettivo. L'imperatore aprì addirittura i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione e si attirò l'odio dei patrizi facendo sequestrare imponenti quantitativi di derrate alimentari per sfamarla[12].

Gli storici antichi lo accusano o restano incerti, o criticano comunque il suo comportamento nell'accusare e punire i cristiani, pur essendo questi una setta detestata dall'opinione popolare e aristocratica:

« Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l'accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d'auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo »
(Tacito, Annales, XV, 44)

In occasione dei lavori di ricostruzione, Nerone dettò nuove e lungimiranti regole edilizie, destinate a frenare gli eccessi della speculazione (molto probabilmente furono proprio gli speculatori a causare l'incendio, forse alimentando un precedente incendio accidentale) e tracciare un nuovo impianto urbanistico, sul quale è tuttora fondata la città[12]. In seguito all'incendio egli recuperò una vasta area distrutta, facendo realizzare il faraonico complesso edilizio noto come Domus Aurea, la sua residenza personale (sostituendo la Domus Transitoria), che giunse a comprendere il Palatino, le pendici dell'Esquilino (Oppio) e parte del Celio, per un'estensione di circa 2,5 km quadrati (250 ettari).[33] Ciò non può essere un possibile movente, in quanto egli avrebbe potuto requisire comunque i terreni necessari e già molti erano in suo possesso.[12]

La congiura di Pisone[modifica | modifica sorgente]
La morte di Seneca, olio su tela di Noël Sylvestre, Béziers, Musée des beaux-Arts.

Nel 65 venne scoperta la congiura di Pisone (così chiamata da Gaio Calpurnio Pisone) e i cospiratori, alcuni dei quali, secondo la tesi avanzata in passato dallo storico Giuseppe Caiati e ripresa recentemente da Dimitri Landeschi, avevano avuto una qualche parte anche nell'incendio dell'anno precedente, vennero costretti al suicidio: il più celebre tra loro era senza dubbio Lucio Anneo Seneca. La stessa sorte toccò anche Gneo Domizio Corbulone. Le motivazioni che portarono alla congiura furono per lo più rancori personali dei singoli membri verso Nerone, dovuti principalmente ai suoi eccessi o ai suoi atti crudeli, mentre molti personaggi avevano visioni politiche diverse riguardo alle sorti dell'impero (anche una restaurazione della repubblica), ma alla fine si accordarono per far eleggere imperatore Pisone stesso[34]. I congiurati, almeno 41 persone, tra cui senatori, cavalieri, militari e letterati[35], miravano a uccidere l'imperatore Nerone.

Nel 65 il gruppo si riunì a Baia, nella villa di Pisone, e lì stabilirono che, durante i giochi dedicati a Nerone al Circo Massimo, il console designato Plauzio Laterano si sarebbe dovuto gettare ai piedi dell'imperatore da supplice, accoltellandolo durante l'azione; gli altri complici sarebbero intervenuti in seguito[36], in modo che avvenisse un'esecuzione plateale, al pari dei grandi spettacoli popolari che lo stesso Nerone era uso organizzare. Morto l'Imperatore, Gaio Calpurnio Pisone sarebbe stato proclamato nuovo princeps dalla Guardia pretoriana, grazie all'appoggio di Fenio Rufo (forse il vero capo della congiura), allora Prefetto del pretorio congiuntamente a Tigellino, del tribuno militare Subrio Flavio e del centurione Sulpicio Aspro. Grazie ad alcune delazioni la congiura fu scoperta e furono attuate dure repressioni.[37][38]

Viaggio in Grecia: l'eliminazione del governo provinciale[modifica | modifica sorgente]

Nel 67, l'imperatore viaggiò fra le isole della Grecia, a bordo di una lussuosa galea sulla quale divertiva gli ospiti (fra questi anche tutti gli stupefatti notabili delle città visitate e tributarie di Roma, compresa Atene) con prestazioni artistiche, mentre a Roma, Ninfidio Sabino (collega di Tigellino, che aveva preso il posto dei congiurati pisoniani) andava procurandosi il consenso di pretoriani e senatori, partecipando anche ai giochi olimpici.[39]

Prima di lasciare la Grecia, diede nuovamente prova della sua predilezione per l'ellenismo, annunciando personalmente - ponendosi al centro dello stadio d'Istmia, presso Corinto, prima della celebrazione dei giochi panellenici - la decisione di restituire la libertà alle poleis, eliminando il governo provinciale di Roma, un fatto che provocò nuovi malumori dei nobili, soprattutto per la perdita dei tributi:

« L'imperatore dice: «Volendo contraccambiare la nobilissima Grecia della benevolenza e venerazione nei miei confronti, ordino che il maggior numero di persone di questa provincia siano presenti a Corinto il 28 novembre».

Essendo convenuta la folla in adunanza, egli proclamò quanto segue: «Greci! Concedo a voi un dono inatteso, quantunque non del tutto insperato da parte della mia magnanimità, tanto grande quanto non siete arrivati a chiedere: tutti voi Greci che abitate l'Achaia e quello che fino ad ora è stato il Peloponneso ricevete la libertà e l'immunità (eleutheria, aneisphoria), che neanche nei periodi più felici avete tutti avuto, perché eravate schiavi o di stranieri o l'uno dell'altro. Oh! se avessi potuto concedere questo dono quando la Grecia era all'apice della potenza, perché più persone potessero godere del mio favore! Per questo biasimo il tempo che ha consumato la grandezza del mio favore. E ora vi reco questo beneficio non per pietà, ma per benevolenza e contraccambio gli dei, la cui benevola presenza ho sempre sperimentato sia per terra sia per mare, per il fatto che mi hanno concesso di beneficiare in maniera così grande. Infatti anche altri hanno liberato città e capi, ma Nerone ha liberato l'intera provincia». Il sacerdote a vita degli Augusti e di Nerone Claudio Cesare Augusto [...] »

(Iscrizione del discorso di Nerone[40])

Politica estera[modifica | modifica sorgente]

La Britannia nel 68 alla morte dell'imperatore Nerone.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne armeno-partiche di Corbulone, Prima guerra giudaica, Rivolta di Budicca e Spedizione romana alle fonti del Nilo.

Nerone era poco interessato alle campagne militari e se ne occupò lo stretto necessario (prese parte solo ad una spedizione in Armenia), e non fu mai molto popolare nei ranghi dell'esercito.[41] Sotto Nerone, il re della Partia Vologese I pose sul trono del regno d'Armenia il proprio fratello Tiridate, sul finire del 54. Questo convinse Nerone che fosse necessario avviare preparativi di guerra in vista di un'imminente campagna.

Domizio Corbulone fu inviato a sedare le continue scaramucce tra le popolazioni locali e sparuti gruppi di romani. In realtà non vi fu una vera guerra fino al 58 d.C. Dopo la conquista di Artaxata nel 58 e della città di Tigranocerta, nel 59, pose sul trono dei parti re Tigrane IV, nel 60. Il nuovo re non era molto favorevole all'influenza dei romani ed il fratello Tiridate si sostituì al medesimo nel 64. Si spense così l'ultimo focolaio di guerra e Nerone poté fregiarsi del titolo di Imperator (Pacator) invitando a Roma il re Tiridate I.

Inaugurò, nel contempo, solenni festeggiamenti per la ricorrenza del trecentesimo anniversario della prima chiusura delle porte del tempio di Giano Gemino (236 a.C.) per celebrare la "pace ecumenica" raggiunta in tutto l'impero, volendo emulare Alessandro Magno, ed ancora, per far dimenticare al popolo il disastroso incendio della città del mese di luglio. Per le ingenti spese sostenute, Nerone attuò riforma del conio ed emise una nuova moneta sulla quale, nel dritto appare la sua figura con il capo incoronato e l'aspetto fiero con la scritta: "IMP NERO CAESAR AVG GERM" e sul rovescio, il tempio di Giano "a porte chiuse" con la scritta: "PACE P R UBIQ PARTA IANVM CLVSIT -S C -"(senatus consulto).

Per la prima volta dunque, a Roma, un comandante si fregiò del titolo ufficiale di Imperatore. Il re Tiridate, timoroso del mare, arrivò a Roma dopo un viaggio durato ben otto mesi, nell'inverno del 65 e, pertanto, nella primavera del 66 furono ripetuti i festeggiamenti alla presenza del popolo e dell'esercito. Nerone tolse la tiara dal capo di Tiridate incoronandolo Re con un diadema, e facendolo sedere alla sua destra.[42] Nel corso del suo principato continuò la conquista della Britannia, anche se negli anni 60-61 fu interrotta da una rivolta capeggiata da una certa Budicca. Infine, nonostante in patria fosse tollerante con gli ebrei ortodossi, su richiesta della filosemita Poppea, inviò Vespasiano, che l'aveva seguito nel viaggio in Grecia, e con cui aveva avuto malumori[43] e il figlio di questi, Tito, a sedare le prime rivolte ebraiche nazionaliste in Giudea, convinto che solo lui ne avesse le capacità.[44]

Politica sociale e opere pubbliche[modifica | modifica sorgente]

Moneta di Nerone

L'imperatore Claudio fu il primo a far costruire un nuovo porto a circa 4 km (o 2,5 miglia) a nord di Ostia, detto appunto Portus, su di un'area di circa 70 ettari, dotato di due lunghi moli aggettanti sul mar Tirreno, con un'isola artificiale ed un faro. La costruzione di questo faro si attuò con il riempimento di una grossa nave che aveva trasportato dall'Egitto un grande obelisco utilizzato per decorare il circo vaticano. Fu portato a termine dal figlio adottivo, Nerone, il quale ne celebrò la fine dei lavori con la monetazione. Nerone diede il nome di Portus Augusti al nuovo porto.

Fu fatto costruire un arco trionfale in onore dell'imperatore Nerone, decretato dal Senato nel 58, in occasione della vittoria contro i Parti, sebbene sia stato effettivamente costruito solo nel 62. Era collocato sulla via di accesso al Campidoglio, ma venne distrutto probabilmente poco dopo, o per la damnatio memoriae o nell'incendio del colle del 69. Le raffigurazioni sulle monete lo mostrano ad un solo fornice, con colonne corinzie libere al di sopra di piedistalli sporgenti dalla facciata che sorreggevano statue e una ricca decorazione scultorea.

Nel 64, sotto il suo regno, uno spaventoso incendio quasi rase al suolo l'intera città, distruggendo interamente tre delle zone augustee e danneggiandone gravemente sette, lasciandone integre solo quattro. Per favorire un'ordinata ricostruzione e impedire il diffondersi di nuovi incendi, venne emanato un nuovo piano regolatore, attuato però solo in parte, come riporta Tacito, tramite la realizzazione di strade più larghe, affiancate da portici, senza pareti in comune tra gli edifici, di altezza limitata e con un uso quasi bandito di materiali infiammabili, sostituiti da pietra e mattoni. Approfittando della distruzione Nerone costruì la sua Domus Aurea, che occupò gli spazi compresi tra Celio, Esquilino (Oppio) e Palatino con un'enorme villa, segno tangibile delle mire autocratiche dell'imperatore. Altri edifici pubblici neroniani furono il mercato del Celio (Macellum Magnum) e le Terme di Nerone del Campo Marzio, la cui pianta regolare e simmetrica fece da modello per tutti gli edifici termali futuri, inaugurando la tipologia di terme "imperiali".

Si ipotizza anche una ricostruzione dopo il grande incendio del 64, contemporaneamente allo spostamento e ingrandimento della casa delle Vestali: il tempio venne infatti rappresentato in monete dell'epoca di Nerone e dei successivi imperatori Flavi. E ancora a Nerone si deve:

  • il taglio dell'istmo di Corinto e un canale lungo la costa dall'Averno a Roma.[45] La prima opera, già tentata dal tiranno Peliandro, dal Re di Macedonia Demetrio I Poliorcete, da Giulio Cesare e da Caligola sembrava non portare fortuna a chi la intraprendeva, tutti morti in modo violento. Gli scavi furono segnati da episodi nefasti e si interruppero con la morte dell'ideatore.
  • Il canale dall'Averno a Roma (lungo 250 km), ancora più mastodontico di quello di Corinto assorbì risorse umane e economiche immense e non fu mai completato a causa degli infiniti problemi tecnici.
Opere pubbliche neroniane
Immagine Valore Dritto Rovescio Datazione Peso; diametro Catalogazione
NERONE-RIC I 178-87000967 PORTUS.jpg sesterzio NERO CLAVD CAESAR AVG GER P M TR P IMP P P, testa laureata di Nerone verso destra, con un globo alla base del busto; AUGUSTI (in alto) S PORTO S T C, porto di Claudio con sette navi; in alto si nota un faro sormontato da una statua di Nettuno; sotto la personificazione del Tevere sdraiato, tiene un timone e un delfino; a sinistra un molo a forma di mezzaluna con portico ed un altare, a destra, a forma di mezzaluna, fila di frangiflutti. 64 37 mm, 28.77 gr, 6 h (zecca di Roma antica); RIC I 178; WCN 120.
NERONE-RIC I 393-2580351 ARCHTRIUMPH.jpg sesterzio IMP NERO CLAVDIUS CAESAR AVG GER P M TR P P P, testa laureata di Nerone verso sinistra, con un globo alla base del busto; Arco di trionfo sormontato da un gruppo di statue di Nerone in quadriga, scortate dalla Vittoria e dalla Pace, affiancate da alcuni soldati; la statua di Marte in una nicchia a lato dell'arco. 65 36 mm, 26.67 gr, 6 h (zecca di Lugdunum); RIC I 393; WCN 414.
Rome macellum.jpg dupondio NERO CLAVDIUS CAESAR AVG GER P M TR P IMP P P, testa laureata di Nerone verso sinistra, con un globo alla base del busto; MAC AUG S-C, facciata del macellum Magnum costruito da Nerone, una statua di fronte alla base di un'entrata a quattro colonne cilindrica, nella parte alta una struttura a tre colonne sormontata da una cupola conica; portico a due ordini da entrambe le parti (sinistra-destra). 65 14.60 gr, 7 h (zecca di Lugdunum); RIC I 402; BMCRE 336; Cohen 129.
NERONE-RIC I 62-155505 VESTA.jpg denario NERO CAESAR AVGVSTVS, testa laureata di Nerone verso destra; VESTA in alto, tempio a sei colonne con quattro gradini; Vesta seduta di fronte, la testa verso sinistra, tiene una patera ed uno scettro. 65/66 18 mm, 3.51 gr, 6h (zecca di Roma antica); RIC I 62; WCN 61; BMCRE 104; RSC 335.

Furono importanti anche le riforme in favore del popolo, come quella monetaria, e la distribuzione di generi alimentari, le elargizioni di denaro togliendo fondi per l'organizzazione di giochi del circo ai governatori provinciali.[46] Riguardo alla riforma monetaria di Nerone, l'aureo, secondo quanto afferma Plinio il Vecchio:

« Postea placuit XXXX signari ex auri libris, paulatimque principes inminuere pondus, et novisissime Nero ad XXXXV. »
(Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXIII,)

fu deprezzato, passando nel tempo, poco a poco, da un peso teorico di 1/40 di libbra (epoca di Cesare) a 1/45 sotto Nerone, con una svalutazione dell'11%. Il denario che, sotto Cesare ed Augusto, aveva un peso teorico di circa 1/84 di libbra, ridotto da Tiberio ad 1/85, fu svalutato da Nerone fino ad 1/96 (pari ad una riduzione del peso della lega del 12,5%). Contemporaneamente, oltre alla riduzione del suo peso, vi era anche una riduzione del tuo titolo (% di argento presente nella lega), che passò dal 97-98% al 93,5% (per una riduzione complessiva del solo argento del 16,5% ca).[47]

In sostanza il sistema che si andava così creando sui metalli "nobili" (oro e argento), andava a vantaggio di quest'ultimo. Secondo il Mazzarino, Nerone voleva così favorire gli strati sociali medio-bassi (come equites e liberti), che insieme al popolo costituivano la sua principale fonte di consenso.[48] Secondo Plinio il Vecchio, invece, il prezzo dell'oro sarebbe sceso (a vantaggio di quello dell'argento), grazie alla scoperta di una miniera d'oro in Dalmazia che produceva ben 18.250 libbre del prezioso metallo all'anno[49], pari a quelle presenti nella Spagna romana.[50]

Caduta, morte e sepoltura[modifica | modifica sorgente]

La cosiddetta Tomba di Nerone lungo la Via Cassia.

Nel frattempo, Gaio Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunense, si ribellò dopo il ritorno dell'imperatore a Roma,[51] e questo spinse Nerone ad una nuova ondata repressiva: fra gli altri ordinò il suicidio al generale Servio Sulpicio Galba, allora governatore nelle province ispaniche: questi, privo di alternative e non intenzionato ad eseguire l'ordine, col sostegno del suo esercito, dichiarò la sua fedeltà al Senato ed al popolo romano, non riconoscendo più l'autorità di Nerone.[52]

Si ribellò quindi anche Lucio Clodio Macero, comandante della III legione Augusta in Africa, bloccando la fornitura di grano per la città di Roma. Nimfidio corruppe i pretoriani, che si ribellarono a loro volta a Nerone, con la promessa di somme di denaro da parte di Galba.[53] Infine il Senato lo depose ufficialmente e Nerone fuggì dal suo palazzo dove era rimasto solo e senza protezione, e si suicidò il 9 giugno 68, nella villa suburbana del liberto Faonte,[3][54] pugnalandosi alla gola con l'aiuto del suo segretario Epafrodito. Prima di morire, secondo Svetonio, pronunciò la frase "Qualis artifex pereo!" ("Quale artista muore con me!").[55]

Il senato decretò per lui la damnatio memoriae ma permise comunque le esequie private, alla presenza di pochi fedelissimi rimasti, tra i quali l'ex amante e concubina Claudia Atte, liberta della famiglia dell'imperatore, e le sue due nutrici Egloge e Alessandria.[56] Il corpo di Nerone fu cremato, avvolto nelle coperte bianche intessute d'oro da lui usate alle ultime Calende di gennaio, e le sue ceneri deposte in un'urna di porfido, sormontata da un altare di marmo lunense, nel mausoleo della famiglia paterna.[57] Il luogo di sepoltura era il Sepolcro dei Domizi al Campo Marzio, sotto l'attuale basilica di Santa Maria del Popolo, sul colle Pincio. La plebe, favorita da Nerone, rimase in balia dell'aristocrazia fondiaria, dei ricchi finanzieri e dei militari, al punto che molti cittadini indigenti sperarono che Nerone non fosse morto e fosse fuggito lontano da Roma: nacquero delle leggende sul suo prossimo ritorno come difensore del popolo e dei poveri (ad esempio anche l'imperatore Otone fu acclamato come Nerone redivivo).[58]

Vasiliy Smirnov, La morte di Nerone

Ecco le parole di Svetonio, che pure gli era ostile, sulla morte di Nerone:

(LA)
« Obiit tricensimo et secundo aetatis anno, die quo quondam Octaviam interemerat, tantumque gaudium publice praebuit, ut plebs pilleata tota urbe discurreret. et tamen non defuerunt qui per longum tempus vernis aestivisque floribus tumulum eius ornarent ac modo imagines praetextatas in rostris proferrent, modo edicta quasi viventis et brevi magno inimicorum malo reversuri. Quin etiam Vologaesus Parthorum rex missis ad senatum legatis de instauranda societate hoc etiam magno opere oravit, ut Neronis memoria coloretur. denique cum post viginti annos adulescente me extitisset condicionis incertae qui se Neronem esse iactaret, tam favorabile nomen eius apud Parthos fuit, ut vehementer adiutus et vix redditus sit. »
(IT)
« Morì nel suo trentaduesimo anno d'età, nel giorno anniversario dell'uccisione di Ottavia e fu tale la gioia di tutti che il popolo corse per le strade col pileo. Tuttavia non mancarono quelli che, per lungo tempo, ornarono di fiori la sua tomba, in primavera e in estate, e che esposero sui rostri ora le immagini di lui vestito di pretesta, ora gli editti con i quali annunciava, come se fosse ancora vivo, il suo prossimo ritorno per la rovina dei suoi nemici. Per di più, Vologeso, re dei Parti, quando mandò ambasciatori al Senato per riconfermare l'alleanza, fece chiedere anche, insistentemente, che si onorasse la memoria di Nerone. Infine, vent'anni dopo la sua morte, durante la mia adolescenza, venne fuori un tale, di ignota estrazione, che pretendeva di essere Nerone e questo nome gli valse tanto favore presso i Parti che essi lo sostennero energicamente e solo a malincuore lo riconsegnarono. »
(Svetonio, Vite dei Cesari, Nero LVII)

Con la sua morte terminò la dinastia giulio-claudia.

Successione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Anno dei quattro imperatori.

Non essendoci più discendenti di Cesare, Augusto e Tiberio, né parenti stretti di Nerone, si accese la lotta per la successione. Il Senato, con l'appoggio dei pretoriani, nominò Galba, l'anziano generale che aveva guidato la rivolta, come nuovo imperatore. L'anno successivo fu però deposto e ucciso in una congiura militare, che portò al potere Otone, ex marito di Poppea e amico dell'imperatore defunto, che tentò ulteriormente di accreditarsi come il vero erede di Nerone cercando di sposare l'ultima moglie di questi, Statilia Messalina, la quale rifiutò, e richiamando al palazzo imperiale numerosi cortigiani e collaboratori del precedente imperatore. Otone si suicidò dopo la sconfitta militare subita da parte del generale Vitellio, un altro pretendente. L'imperatore Vitellio, infine, venne sconfitto e ucciso dalla truppe di Vespasiano, generale delle Province orientali, che divenne principe e iniziò una nuova dinastia, i Flavii.[59]

Aspetto fisico, personalità e interessi[modifica | modifica sorgente]

Testa di Nerone al Museo del Palatino a Roma
Un busto di Nerone

Il nome Nerone ("Nero"), conferitogli dopo l'adozione di Claudio, era diffuso nella gens di quest'ultimo, ed è una parola di origine sabina che significa "forte e valoroso".[60] Come tipico della famiglia paterna, gli Enobarbi ("barba di bronzo"), Nerone aveva i capelli castano chiaro tendenti al biondo, la barba - talvolta viene raffigurato invece con le basette o sbarbato- di colore quasi rosso e gli occhi azzurri. Era di altezza media, robusto ma con gambe gracili.[61] Era molto miope e per vedere oggetti e persone lontane utilizzava un particolare smeraldo lavorato e levigato.[62]

Fu detto anche "il porrofago" perché era ghiotto di porri. Questo ortaggio, diceva, gli serviva per schiarirsi la voce.[63] Nutrì, secondo Svetonio, oltre che una sfrenata passione per la musica e il canto, anche una discreta passione per la pittura e la scultura[64]. Svetonio parla anche delle sue personali qualità artistiche ricordando come avesse scritto molti componimenti poetici originali.

(LA)
« Itaque ad poeticam pronus carmina libenter ac sine labore composuit nec, ut quidam putant, aliena pro suis edidit. venere in manus meas pugillares libellique cum quibusdam notissimis versibus ipsius chirographo scriptis, ut facile appareret non tralatos aut dictante aliquo exceptos, sed plane quasi a cogitante atque generante exaratos; ita multa et deleta et inducta et superscripta inerant. »
(IT)
« Essendo incline alla poesia, compose versi volentieri e senza fatica e non pubblicò mai, come insinuano alcuni, quelli degli altri spacciandoli per suoi. Mi sono capitati tra mano taccuini e libretti che contengono alcuni suoi versi assai noti, scritti di sua mano ed è facile vedere che non sono stati né copiati né scritti sotto dettatura, ma sicuramente composti da un uomo che medita e crea, perché vi sono molte cancellature, annotazioni e inserimenti. »
(Svetonio, Vite dei Cesari, Nero LII)
Jan Styka, Nerone a Baia, raffigurato nella sua villa con una tigre, a simboleggiare il suo interesse per le stravaganze e l'esotico. Alle spalle il Vesuvio.

Si cimentò anche pubblicamente come suonatore di cetra, nonché come attore teatrale, esibendosi ripetutamente in numerose parti, specialmente nel teatro sotterraneo da lui fatto costruire a Napoli, sui resti di uno precedente.[65] Petronio Arbitro, nobile cortigiano e scrittore, suicidatosi perché incorso nell'ira di Nerone, avrebbe lasciato una lettera in cui derideva sarcasticamente le capacità artistiche e letterarie dell'imperatore, nota vicenda rielaborata nel romanzo storico Quo vadis?.[66] "Era stranamente tollerante verso gli autori di epigrammi" satirici contro di lui.[67] Nerone amava moltissimo gli spettacoli musicali, le tragedie greche, e le commedie latine, nonché le corse con le bighe, mentre non amava molto i giochi gladiatorii e il circo in generale, considerati dispendiosi e violenti, che tuttavia organizzava spesso per il popolo. Quando vi assisteva, concedeva sempre la grazia agli sconfitti.[68]

Organizzò inoltre a Roma i Neronia, sul modello dei giochi olimpici, a cui partecipò due anni dopo in Grecia, vincendo gare di poesia e la corsa con i carri (cadde e gli altri sfidanti si ritirarono per timore di superarlo).[69] Secondo Svetonio vinse quasi tutte le gare, corrompendo gli altri concorrenti, perché molto nervoso, e concesse la cittadinanza romana ai giudici di gara.[70] La notizia secondo cui avesse assistito all'incendio di Roma suonando questo strumento è un falso storico: allo scoppio dell'incendio, Nerone si trovava nella sua villa di Anzio e si precipitò a Roma per dirigere l'opera di spegnimento e i soccorsi, ai quali partecipò in prima persona.

Se fosse stato nel luogo attribuito, il Palatino, Nerone sarebbe morto nell'incendio. Nerone disprezzava le religioni e non aveva molta fede negli dei, nonostante il suo incarico pubblico, in quanto cesare, di Pontefice massimo; tuttavia, proprio come Tiberio, credeva molto nell'astrologia, negli indovini, nei presagi e negli oracoli, come quello di Delfi, in Grecia, che consultò personalmente.[71] Stando al trattato storico-politico di Tacito, Nerone amava inoltre passare il suo tempo libero nella residenza estiva di Torre di Gianus, dove amava deliziare il palato dei suoi ospiti con delicati manicaretti da lui stesso preparati.[72] Pare che, a differenza di altri della sua famiglia, godesse sin da ragazzo di ottima salute fisica.[73]

Titolatura imperiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monetazione dei Giulio-Claudii.
Titolatura imperiale Numero di volte Datazione evento
Tribunicia potestas 14 anni: la prima volta (I) il 4 dicembre del 54 e poi rinnovatagli ogni anno, il 13 ottobre.
Consolato 5 volte: nel 55, 57, 58, 60 e 68.
Salutatio imperatoria 13 volte: I (al momento dell'assunzione del potere imperiale) nel 54, (II) nel 56, (III-IV) nel 57, (V-VI) nel 58, (VII) nel 59, (VIII-IX) nel 61, (X) nel 64, (XI) nel 66 e (XII-XIII) nel 67.
Altri titoli Pater Patriae e Pontifex Maximus nel 55.

Nerone nella storiografia[modifica | modifica sorgente]

« Il popolo amava Nerone. Perché opprimeva i grandi ma era lieve con i piccoli »
(Napoleone Bonaparte)

Nerone fu considerato un tiranno e un folle, ma a differenza di imperatori come Commodo e Caligola, non pare verosimile che avesse problemi mentali, né che fosse particolarmente crudele, o perlomeno era assai simile ai predecessori Tiberio e Claudio, molto severi con gli oppositori. Furono Tacito, senatore e nemico di Nerone, Svetonio e gli storici cristiani a rivestirlo della "leggenda nera" che ancora lo accompagna, soprattutto quella che lo vuole folle incendiario. È innegabile che fu responsabile di gravi persecuzioni, ma in maniera simile ad altri governanti.[74] Nella dinastia giulio-claudia erano all'ordine del giorno gli omicidi fra parenti.[75] Sui delitti di Nerone molto si è detto: spesso si tratta di falsi storici, delitti ed esecuzioni volti a difendere la propria persona da possibili congiure[76], assassinii voluti da altri in nome suo.[74][77].

Storiografia antica[modifica | modifica sorgente]

Nerone venne descritto, sia da Tacito, sia da Svetonio e Cassio Dione (ed in generale dagli storici antichi) in maniera estremamente negativa, a volte quasi eccessiva per essere vera.[78] Svetonio descrive così alcuni eccessi comportamentali di Nerone:

« La sua impudenza, la sua libidine, la sua lussuria, la sua cupidigia e la sua crudeltà si manifestarono da principio gradualmente e in forma clandestina, come una follia di gioventù, ma anche allora nessuno ebbe dubbi che si trattasse di vizi di natura e non dovuti all'età. Dopo il crepuscolo, calzato un berretto o un parrucchino, penetrava nelle taverne, vagabondava per i diversi quartieri facendo follie, non certo inoffensive, perché consistevano, generalmente, nel picchiare la gente che ritornava da cena, nel ferirla e immergerla nelle fogne se opponeva resistenza, come pure nel rompere e scardinare le porte delle botteghe; installò nel suo palazzo una cantina dove si prendeva il frutto del bottino diviso e messo all'asta. Spesso, nelle risse di questo genere, rischiò di perdere gli occhi e anche la vita e una volta fu ferito quasi mortalmente da uno dell'ordine senatoriale, del quale aveva preso la moglie tra le braccia. Per questo non si avventurò più in città a quell'ora senza essere discretamente seguito, alla distanza, da alcuni tribuni. Qualche volta, anche durante il giorno, si faceva portare segretamente a teatro in lettiga e dall'alto del proscenio assisteva alle dispute che scoppiavano attorno ai pantomimi e ne dava anche il segnale. Un giorno che si era venuti alle mani e che si battagliava a colpi di pietra e di pezzi di sgabelli, anche lui gettò sulla folla un bel po'di proiettili e perfino ferì gravemente un pretore alla testa. »
(Svetonio, Nerone, XXVI)

Nerone nella storiografia cristiana[modifica | modifica sorgente]

Una martire cristiana, olio su tela del pittore Henryk Siemiradzki, 1897, Varsavia, National Museum.

L'immagine di Nerone è stata tramandata dagli storici cristiani[quali?] quale autore della prima persecuzione contro i cristiani, nonché responsabile del martirio di moltissimi cristiani e dei vertici della Chiesa Romana, cioè San Pietro e San Paolo. Vi è la probabilità, secondo qualche storico, che un provvedimento di Nerone nei confronti dei Cristiani, forse sollecitato da Poppea (la quale favoriva i capi ebrei di Roma) fosse il cosiddetto Editto di Nazaret, databile per alcuni al 62[79]; molti storici attribuiscono invece a Tiberio o Claudio il provvedimento, che vietava l'asportazione dei cadaveri dai sepolcri, sotto minaccia di pena capitale, che sarebbe comunque precedente però all'incendio di cui il popolo e Nerone accusarono i cristiani.

La voce che circolava - infondata - era che l'imperatore fosse il responsabile dell'incendio. Nella verità l'imperatore offrì l'uso della reggia ai senzatetto e organizzò squadre di pompieri (e non suonò la cetra mentre Roma bruciava). In realtà emise condanne contro i cristiani non per la loro religione ma seguendo le leggi molto severe nei confronti dei non cittadini romani. Il primo editto ufficialmente anti-cristiano risale invece all'epoca di Domiziano. Facendo un esempio, anche Traiano, imperatore amato dalla storiografia cristiana, perseguitò esplicitamente la Chiesa delle origini, anche se non accanitamente, comunque per la fede cristiana stessa, che egli riteneva illecita e pericolosa[80], anziché per un crimine comune, l'omicidio tramite incendio doloso, come fece Nerone.[81]. Traiano subì però la sorte opposta a quella di Nerone presso i posteri: ad esempio Dante Alighieri lo posiziona in Paradiso[82], anche se pagano, nella sua Divina Commedia, mentre Nerone, e molti altri imperatori, citati come esempi negativi, sono collocati all'Inferno, probabilmente nella schiera dei tiranni, violenti contro il prossimo.[83]

Al riguardo occorre però senz'altro ricordare che nello stesso periodo San Paolo, per avere giustizia, si era appellato proprio al giudizio di Nerone, finendo assolto delle colpe imputategli nel 62. Ancora San Paolo, nella sua Epistola ai Romani, raccomandava l'obbedienza a Nerone. All'epoca di Nerone i cristiani, che erano praticamente una setta fra tante dell'ebraismo, erano assai malvisti anche per via delle agitazioni messianiche che si manifestavano spesso nella comunità giudaica, e per alcune posizioni estremiste e minoritarie tra i cristiani stessi, che identificavano Roma con Babilonia, affermando che la città doveva scomparire nel fuoco, e festeggiando addirittura l'incendio, venendo deplorati dai capi come Pietro, molto più moderati.[84][85] Si è ritenuto, addirittura, che Nerone fosse l'anticristo poiché la somma del valore numerico delle lettere che compongono le parole "Cesare Nerone" in lingua ebraica è 666, il numero della seconda Bestia dell'Apocalisse.[86]

Storiografia moderna[modifica | modifica sorgente]

L'immagine di tiranno sanguinario e folle, secondo gli storici moderni, appare parzialmente immeritata per un principe che fu clemente con molti, soprattutto nei primi anni, non amava particolarmente gli spettacoli gladiatori, e promosse opere sociali e pubbliche di grande valore, come l'interrotta riforma fiscale che avrebbe colpito i ceti abbienti in favore della plebe[87]. Inoltre nei suoi ultimi anni, causa la debole personalità dell'imperatore, Nerone era spesso mal consigliato da Tigellino, che non avrebbe esitato a tradirlo per Galba, in cambio di somme di denaro, oltre che da Poppea. I primi a occuparsi di Nerone seriamente furono l'umanista Girolamo Cardano, con il suo Encomius Neronis[88], e l'illuminista ed enciclopedista Denis Diderot, che analizzò il periodo di Claudio e Nerone, i costumi dell'epoca e gli scritti di Seneca, onde gettare nuova luce sui due imperatori[89], mentre Voltaire non era convinto che Nerone avesse a che fare con l'incendio, in quanto non ne aveva nessun interesse credibile.[90]

Lo studioso Carlo Pascal fu il primo a mettere seriamente in dubbio, e poi a negare decisamente, che Nerone fosse coinvolto nell'incendio di Roma: egli pensa invece che non tutti i cristiani erano completamente innocenti, una tesi ripresa anche da altri.[91] Schiller[92] descrisse le condizioni effettive del mondo romano in quel periodo, anziché la corte di Nerone e i suoi comportamenti istrionici. Secondo Henderson[93], a parte, come egli scrive, "l'indole perversa, Nerone fu spodestato da una rivolta organizzata dalla Gallia, non dai crimini in patria", concetto ribadito da Momigliano.[94] Noto è anche il lavoro storico-biografico divulgativo di Massimo Fini, in cui l'autore rivaluta Nerone, che egli considera una vittima di enormi calunnie, diminuendo la portata dei crimini di cui fu accusato, confutando la teoria dell'incendio e mettendo in luce le riforme neroniane e l'amore del popolo romano verso di lui.[95]

Cultura di massa su Nerone[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sepolcro dei Domizi#La distruzione del sepolcro.

Contrariamente alla storiografia ufficiale, il popolo della città continuò a tributargli una sorta di spontaneo culto popolare[96] fino al XII secolo, quando papa Pasquale II interruppe la tradizione di portar fiori al mausoleo dei Domizi Enobarbi, ov'era sepolto Nerone, facendolo demolire e costruire al suo posto una cappella che sarebbe poi divenuta Santa Maria del Popolo. Il papa, superstizioso e volendo costruire una nuova chiesa, decise per il luogo dove si trovavano le rovine del mausoleo, tagliò il noce millenario, e, si dice, ritrovò l'urna con le ceneri, che venne distrutta.[97] Nella tradizione popolare romana molti sono i luoghi riferiti e intitolati a Nerone per la semplice presenza di resti antichi. In particolare un sarcofago monumentale marmoreo lungo la Via Cassia ha dato il nome Tomba di Nerone ad una vasta area circostante. Basta però guardare il lato dell'avello opposto al tracciato stradale per leggere l'epigrafe che lo attribuisce al console Publio Vibio Mariano. I romani del popolo credevano che le ceneri di Nerone, la cui memoria era durata nei secoli come quella di un governante rimpianto, forse buttate nel Tevere, erano state invece traslate in questo sepolcro.[98][99]

Peter Ustinov interpreta Nerone in Quo vadis? (1951)

Il marchese de Sade e i decadenti lo consideravano un esteta che voleva superare ogni limite umano.[100] Il poeta greco Konstantinos Kavafis scrisse una lirica che narra gli ultimi tempi di Nerone e l'ascesa di Galba, intitolata La scadenza di Nerone. Nerone è noto anche nella cultura popolare e nel cinema: spesso ne vengono accentuati i tratti stravaganti e dispotici. Il più celebre film è Quo vadis?, interpretato tra gli altri da Peter Ustinov, che ricevette una nomination agli Oscar del 1952 per il ruolo dell'imperatore. Solo in epoca recente la figura di Nerone è stata storicizzata anche nel cinema, eliminando le rappresentazioni caricaturali: un esempio di ciò è Nerone, miniserie in due episodi prodotta da Lux Vide e Rai Fiction nel 2004. La figura dell'imperatore viene qui rivista come quella di un attore e artista che fu coinvolto suo malgrado dall'ambizione della madre nell'impero, cui egli non era in grado di far fronte, se non con il proprio particolare temperamento artistico, appunto.[101]

Nel 2010 la città di Anzio, che occupa parte del territorio di Antium,[102] la città romana che diede i natali a Caligola e Nerone, ha inaugurato il primo monumento al mondo dedicato a Nerone, una statua bronzea, con la seguente targa commemorativa: "Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico, nato ad Anzio il 15/12/37 d.C. con il nome di Lucio Domizio Enobarbo, figlio di Gneo Domizio Enobarbo e di Agrippina Minore, sorella dell'imperatore Caligola. Nel 54 d.C. divenne imperatore per acclamazione dei pretoriani. Durante il suo principato l'impero conobbe un periodo di pace, di grande splendore e di importanti riforme. Morì il 9/06/68 d.C." In passato la stessa cittadina gli aveva dedicato una via, in quanto "cittadino" famoso che ha reso noto il nome di Anzio in tutto il mondo.[103]

Letteratura su Nerone

Nerone appare, tra l'altro, in:

  • Quo vadis? (1895) di Henryk Sienkiewicz
  • Cristo, Nerone e il segreto di Maddalena (2006) Francesco Arcucci, Katia Ferri
  • L'aquila sul Nilo (2010) di Guido Cervo
  • Nerone. Il fuoco di Roma (2011) di Andrea Biscaro
  • Roma in fiamme. Nerone, principe di splendore e perdizione (2011). Serie Il romanzo di Roma di Franco Forte
  • Il primo apostolo di James Becker (2011)
  • "Nerone" di Jurgen Malitz, il Mulino,2003
Opere musicali su Nerone

Filmografia su Nerone[modifica | modifica sorgente]

Albero genealogico[modifica | modifica sorgente]

Nerone, Imperatore romano Padre:
Console Gneo Domizio Enobarbo
Nonno paterno:
Console Lucio Domizio Enobarbo
Bisnonno paterno:
Console Gneo Domizio Enobarbo
Trisnonno paterno:
Console Gneo Domizio Enobarbo
Trisnonna paterna:
 ?
Bisnonna paterna:
Emilia Lepida
Trisnonno paterno:
Console Mamerco Emilio Lepido Liviano
Trisnonna paterna:
Cornelia Silla
Nonna paterna:
Antonia maggiore
Bisnonno materno:
Marco Antonio
Trisnonno materno:
Marco Antonio Cretico
Trisnonna paterna:
Giulia Antonia
Bisnonna paterna:
Ottavia minore
Trisnonno paterno:
Gaio Ottavio
Trisnonna paterna:
Azia maggiore
Madre:
Giulia Agrippina, Imperatrice consorte romana
Nonno materno:
Console Germanico Giulio Cesare
Bisnonno materno:
Console Druso maggiore
Trisnonno materno:
Pretore Tiberio Claudio Nerone
Trisnonna materna:
Livia Drusilla, Imperatrice consorte romana
Bisnonna materna:
Antonia minore
Trisnonno materno:
Marco Antonio
Trisnonna materna:
Ottavia minore
Nonna materna:
Agrippina maggiore
Bisnonno materno:
Console Marco Vipsanio Agrippa
Trisnonno materno:
Lucio Vipsanio Agrippa
Trisnonna materna:
 ?
Bisnonna materna:
Giulia maggiore
Trisnonno materno:
Cesare Ottaviano Augusto, Imperatore romano
Trisnonna materna:
Scribonia

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Svetonio, Nero 50.
  2. ^ Paola Brandizzi Vittucci, Antium. Anzio e Nettuno in epoca romana, Roma, Bardi Editore, 2000. ISBN 88-85699-83-9
  3. ^ a b Secondo Giuseppe Flavio (La guerra giudaica, IV, 9.2), Nerone governò per tredici anni, otto mesi e otto giorni.
  4. ^ Svetonio, Vita di Nerone, XVI, XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII
  5. ^ Massimo Fini, Nerone. Duemila anni di calunnie
  6. ^ Svetonio, op. cit. XIX, XLII
  7. ^ a b Tacito, Annales XV
  8. ^ Massimo Fini, op. cit.
  9. ^ Tacito, Annales - Nerone
  10. ^ Svetonio, op. cit. XVI
  11. ^ Svetonio, op. cit. XLVIII, XLIX
  12. ^ a b c d e f g da Nerone di Massimo Fini
  13. ^ Il pettegolezzo su questo presunto triangolo si riscontra in molte fonti (Plutarco Galba 19.2-20.2; Svetonio Otone 3.1-2; Tacito due versioni: Storie 1.13.3-4; Annali 13.45-46; e Cassio Dione 61.11.2-4)
  14. ^ Svetonio, op. cit., XXVI
  15. ^ Svetonio, op. cit. XXXV
  16. ^ Svetonio, op. cit. XXXIV
  17. ^ Tacito, Annales XIV
  18. ^ Tacito, Annales, XIV, 8
  19. ^ Tacito, op. cit XIV, 10
  20. ^ Tacito, Annales, XIV, 10
  21. ^ Dawson, Alexis, Whatever Happened to Lady Agrippina?, The Classical Journal, 1969, p. 254
  22. ^ forse un tumore alla gola
  23. ^ Tacito, op. cit. XIV, 10
  24. ^ Tacito, op. cit., XIV, 11
  25. ^ Tacito, Annales XV, XVI
  26. ^ Svetonio, op. cit. XXXV
  27. ^ Svetonio, op. cit., XXXV
  28. ^ Secondo altri, invece, Nerone l'avrebbe ripudiata per sposare Statilia Messalina e Poppea, ritiratasi nella sua villa del Vesuviano, sarebbe morta nel 79 durante l'eruzione del Vesuvio.
  29. ^ Svetonio, op. cit. XXVIII-XXIX, XXXV-XXXVII)
  30. ^ Massimo Fini, op. cit.
  31. ^ Svetonio, op. cit. XXVIII, XXIX
  32. ^ Svetonio, op. cit. XXXVIII
  33. ^ Svetonio, op. cit. XXXI
  34. ^ Tacito, Annales, XV, 49
  35. ^ Tacito, Annales, XV, 48
  36. ^ Tacito, Annales, XV, 53
  37. ^ Tacito, Annales, XV
  38. ^ Svetonio, op. cit. XXXV, XXXVI, XXXVII
  39. ^ Svetonio, op. cit. XXXVI
  40. ^ Dell'evento parla Svetonio (Nero XIX, 24) e il testo del discorso di Nerone è pervenuto tramite un'iscrizione (Dittenberger SIG III ed. 814 = SIG II ed. 376)
  41. ^ Svetonio, op. cit., XVIII
  42. ^ Svetonio, op. cit. XIII
  43. ^ Svetonio, op. cit., Vespasiano, IV
  44. ^ Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, III
  45. ^ Svetonio, op. cit. XIX
  46. ^ Massimo Fini, op. cit.
  47. ^ A.Savio, Monete romane, pp. 171 e 329.
  48. ^ Santo Mazzarino, L'impero romano, pp. 147-148.
  49. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXIII, 67.
  50. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXIII, 78.
  51. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 8.1.
  52. ^ Svetonio, op. cit., XLII
  53. ^ Svetonio, op. cit. XLVII
  54. ^ Svetonio, op. cit., XLVII
  55. ^ Svetonio, Vita di Nerone XLIX
  56. ^ Svetonio, op. cit. XLIX, L
  57. ^ Svetonio, op. cit. L
  58. ^ Nerone, un imperatore amato dal popolo
  59. ^ Svetonio, Vite dei Cesari: Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano
  60. ^ Svetonio, op. cit., vita di Tiberio
  61. ^ Svetonio, op. cit. LI
  62. ^ Enrico De Lotto, Dallo smeraldo di Nerone agli occhiali del Cadore
  63. ^ Porri in salsa per Nerone
  64. ^ «Habuit et pingendi fingendique non mediocre studium» - Vite dei Cesari, Nero LII
  65. ^ Il teatro di Nerone a Napoli
  66. ^ Una sera come tante
  67. ^ Svetonio, op. cit. XXXIX
  68. ^ Svetonio, op. cit. XII
  69. ^ Gazzetta dello Sport: i giochi di Nerone
  70. ^ Svetonio, op. cit. XXIII, XXIV
  71. ^ Svetonio, op. cit. LVI
  72. ^ Tacito, op. cit.
  73. ^ Svetonio, op. cit. LI
  74. ^ a b Massimo Fini, Nerone. Duemila anni di calunnie, Mondadori, Milano, 1993, ISBN 88-04-38254-6
  75. ^ vedesi la "strage" della famiglia di Caligola da parte di Tiberio e Seiano, la condanna della moglie Valeria Messalina da parte di Claudio. Anche altri sovrani antichi non risparmiarono delitti all'interno della famiglia (ad esempio Mitridate VI del Ponto).
  76. ^ comunissimi tra gli imperatori romani: ad esempio Costantino I fece uccidere il proprio figlio Crispo, così come Nerone condannò Seneca
  77. ^ Come quello di Britannico che fu fatto eliminare da Agrippina, dopo la morte di Claudio, Ottavia e forse la stessa Agrippina la cui condanna fu sollecitata da Poppea, pur con l'approvazione di Nerone stesso.
  78. ^ Massimo Fini, op. cit.
  79. ^ Erhard Grzybek, Marta Sordi, L'Edit de Nazareth et la politique de Neron a l'egard des Chretiens, in Zeitschrift fur Papyrologie und Epigraphik, 120, 1998, pp. 279–91
  80. ^ C. Lepelley (I cristiani e l'Impero romano in AA.VV., Storia del Cristianesimo – Vol. 1 a cura di L. Pietri Il nuovo popolo: dalle origini al 250, 2003, Borla / Città Nuova, Roma, p. 235)
  81. ^ Tacito, Annales, 15, 44
  82. ^ Dante, Paradiso, canto XX
  83. ^ Dante, Inferno, canto XII
  84. ^ Leo Zen, L'invenzione del cristianesimo, pag. 144, 2003
  85. ^ Quei cristiani fondamentalisti che incendiarono l'antica Roma, Corriere della sera, Luciano Canfora
  86. ^ Massimo Fini, op. cit.
  87. ^ Massimo Fini, Nerone. Duemila anni di calunnie, op.cit.
  88. ^ Elogio di Nerone di G. Cardano, Amsterdam, 1640
  89. ^ D. Diderot, Essai sur le règne de Claude et de Neron et sur les møurs et les écrits de Sénèque, Parigi 1779.
  90. ^ Voltaire, Trattato sulla tolleranza, (1762)
  91. ^ Carlo Pascal, L'incendio di Roma e i primi Cristiani, Torino, E. Loescher, 1900.
  92. ^ H. Schiller, Gesch. des röm. Kaiserreichs unter Nero, Berlino 1872
  93. ^ B. W. Henderson, The life and principate of the emp. Nero, Londra 1903
  94. ^ A. Momigliano, Osservazioni sulle fonti per la storia di Caligola, Claudio e Nerone, in Rendiconti dei Lincei, s. 6ª, VIII (1933), p. 293 segg.
  95. ^ Massimo Fini, Nerone. Duemila anni di calunnie (1993)
  96. ^ Svetonio, op. cit. L, LVII
  97. ^ Massimo Fini, op. cit.
  98. ^ Eugenia Equini Schneider, La «tomba di Nerone» sulla via Cassia. Studio sul sarcofago di Publio Vibio Mariano, Roma, Bretschneider Giorgio, 1984. ISBN 978-88-7689-091-8
  99. ^ Pizz – Il rudere che si erge sulla Cassia col nome di "Tomba di Nerone" costituisce veramente il sepolcro dell'imperatore? – articolo in Il Tevere del 5 dicembre 1932 - Il Messaggero – 4 agosto 1939
  100. ^ Alberto Perconte Licatese, Nerone fu davvero un genio del male?
  101. ^ "Aveva un sogno: diventare un grande attore. È stato costretto a fare l'imperatore. L'impero è stato il suo palcoscenico" (tagline del film TV).
  102. ^ L'odierna Anzio sorse nell'Ottocento, allorché, con effetto giuridico dal 1° gennaio 1857, il pontefice Pio IX aveva istituito il "Comune di Anzio", cedendogli una parte di Nettuno. Entrambi le città occupano il territorio che nell'antichità fu di Antium (Giancarlo Baiocco et al., Nettuno. La sua storia, Pomezia, Arti grafiche s.r.l, 2010; Giuseppe Brovelli Soffredini, Neptunia, Roma, 1923; Paola Brandizzi Vittucci, Antium. Anzio e Nettuno in epoca romana, 2000).
  103. ^ Monumento a Nerone. Il nome di Anzio sui più importanti giornali del mondo

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Ernest Renan, L'Antéchrist, Paris, Fréres, 1873; trad. it.: L'Anticristo Nerone, a cura di Angelo Treves, Milano, Edizioni Corbaccio, 1936.
  • Philipp Vandenberg, Nero: Kaiser und Gott, Künstler und Narr, Monaco, C. Bertelsmann, 1981.
  • Massimo Fini, Nerone: duemila anni di calunnie, Milano, Mondadori, 1993. ISBN 88-04-38254-6
  • Girolamo Cardano, Elogio di Nerone: mansuetudine, acume politico e saggezza di un esecrato tiranno, Milano, Gallone Editore, 1998. ISBN 88-8217-015-2
  • Albino Garzetti, L'Impero da Tiberio agli Antonini, Bologna, Cappelli, 1960 (v. pp. 153 e ss.: Nerone)
  • Miriam T. Griffin, Nerone: la fine di una dinastia, Torino, SEI - Società Editrice Internazionale, 1994. ISBN 88-0505-382-1
  • Mario Attilio Levi, Nerone e i suoi tempi, Milano, Rizzoli, 1995 e successive rist.; altra ediz.: RCS Quotidiani-Corriere della Sera, Milano, 2006.
  • Girolamo Cardano, Nero: an Exemplary Life, Inkstone Books, 2012.
  • Jürgen Malitz, Nero, München, Beck, 1999. ISBN 3-406-44605-1.
  • Santo Mazzarino, L'Impero romano, 3 voll., Roma-Bari, Laterza, 1973 e 1976 (v. vol. I); riediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. I)
  • Mario Pani, Lotte per il potere e vicende dinastiche. Il principato fra Tiberio e Nerone in Andrea Schiavone e Arnaldo Momigliano (a cura di), Storia di Roma, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, tomo 2; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Milano, Ediz. de Il Sole 24 ORE, 2008 (v. il vol. XVI)
  • Helmuth Schneider, Nero in Manfred Clauss (a cura di), Die römischen Kaiser, München, Beck, 2001. ISBN 3-406-47288-5.
  • Gerhard H. Waldherr, Nero. Eine Biografie, Regensburg, Friedrich Pustet, 2005. ISBN 3-7917-1947-5.
  • Brian H. Warmington, Nerone: realtà e leggenda, Roma-Bari, Laterza 1973; nuova ediz., dal titolo Nerone: vita e leggenda, 1982; ripubblicata anche dalle Ediz. de Il Giornale, Milano (senza data)
  • Dimitri Landeschi, Terrore e morte nella Roma di Nerone, Boopen, 2011

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