Musei capitolini

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Coordinate: 41°53′34.6″N 12°28′57.54″E / 41.892944°N 12.48265°E41.892944; 12.48265

Musei Capitolini
Palazzo dei Conservatori (Piazza del Campidoglio), entrata principale al Museo Capitolino
Palazzo dei Conservatori (Piazza del Campidoglio), entrata principale al Museo Capitolino
Tipo arte romana, rinascimentale, barocca
Data fondazione 1734
Indirizzo Piazza del Campidoglio, 1 00186 Roma
Visitatori 452.232 persone.[1] (2008)
Sito sito ufficiale del museo

I Musei Capitolini costituiscono la principale struttura museale civica comunale di Roma e fanno parte del "Sistema dei Musei in comune". Utilizzano una superficie espositiva di 12.977 mq.[1] Si parla di "musei", al plurale, in quanto alla originaria raccolta di sculture antiche fu aggiunta da Benedetto XIV, nel XVIII secolo, la Pinacoteca, costituita da opere illustranti soggetti prevalentemente romani.

Aperti al pubblico nell'anno 1734, sotto Clemente XII, sono considerati il primo museo al mondo, inteso come luogo dove l'arte fosse fruibile da tutti e non solo dai proprietari[2].

Visitatori[modifica | modifica sorgente]

Nel 2008 sono stati visitati da 452.232 persone. Qui di seguito trovate una tabella riassuntiva dell'andamento complessivo degli ultimi due decenni dei "Musei capitolini", secondo quanto riportato nei Dossier Musei del Touring Club Italiano:[1][3]

anno visitatori totali visitatori paganti  % paganti vs totale
2008[1]
452.232
N.d.
N.d.
2007[1]
516.420
N.d.
N.d.
2002[3]
360.649
226.771
63%
2001[3]
389.822
248.054
64%
2000[3]
316.877
213.895
68%
1999[3]
76.806
44.529
58%
1998[3]
343.406
169.820
49%
1997[3]
380.122
181.481
48%

Storia[modifica | modifica sorgente]

La grande piazza del Campidoglio con a sinistra Palazzo dei Conservatori, a destra Palazzo Nuovo, al centro al statua equestre di Marco Aurelio.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Donazioni di Sisto IV ai Musei Capitolini.

La sede storica dei Capitolini è costituita dal Palazzo dei Conservatori e dal Palazzo Nuovo, edifici che affacciano sulla michelangiolesca Piazza del Campidoglio.

La creazione del museo può essere fatta risalire al 1471, quando Papa Sisto IV donò alla città una collezione di importanti bronzi provenienti dal Laterano (tra i quali la Lupa capitolina), che fece collocare nel cortile del Palazzo dei Conservatori e sulla piazza del Campidoglio: ciò lo rende il più antico museo pubblico al mondo.

La raccolta antiquaria si arricchì nel tempo con donazioni di vari papi (Paolo III, Pio V che voleva espellere dal Vaticano le sculture pagane), e fu meglio allocata con la costruzione del Palazzo Nuovo nel 1654.

Il museo fu aperto a visite pubbliche per volere di Papa Clemente XII quasi un secolo più tardi, nel 1734. Il suo successore, Benedetto XIV, inaugurò la Pinacoteca capitolina, acquisendo le collezioni private della famiglia Sacchetti e della famiglia Pio.

Dagli scavi condotti dopo l'Unità d'Italia per i lavori di Roma capitale emersero grandi quantità di nuovi materiali, che, raccolti nel Magazzino Archeologico Comunale, in seguito denominato Antiquarium, furono nel tempo parzialmente esposti ai Capitolini.

Nel 1997 è stata aperta una sede distaccata nell'ex Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini nel quartiere Ostiense, creando una soluzione originale di fusione tra archeologia industriale e classica.

Oggi i Musei Capitolini fanno parte del Sistema dei Musei in comune.

Il Museo e le collezioni esposte[modifica | modifica sorgente]

Replica della statua equestre di Marco Aurelio in Campidoglio, al centro dei palazzi che ospitano i Musei Capitolini

L'opera forse più famosa che vi è conservata è la statua equestre di Marco Aurelio; quella al centro della piazza è una copia, mentre l'originale, dopo essere stato sottoposto a lavori di restauro, è ora collocato nella nuova aula vetrata, l'Esedra di Marco Aurelio, nel Giardino Romano, dietro Palazzo dei Conservatori.

La visita nell'altro edificio dei musei, il Palazzo Nuovo, è compresa nello stesso biglietto di entrata; vi si può accedere sempre dalla piazza o da una galleria sotterranea scavata (Galleria di congiunzione) negli anni trenta e attualmente allestita come Galleria Lapidaria (cioè preposta all'esposizione delle epigrafi), che dà accesso anche al Tabularium e unisce i due edifici. Qui si trova la pinacoteca dei musei nel cui catalogo c'è il famoso dipinto del San Giovanni Battista, opera del Caravaggio.

Ma vi si trova anche il simbolo della città, il bronzo della Lupa Capitolina, a lungo tempo ritenuta un'opera etrusca del V secolo a.C. e solo recentemente ritenuta da alcuni restauratori come risalente al XII secolo; con molta probabilità la statua originaria non comprendeva i gemelli della leggenda Romolo e Remo, che sembra furono aggiunti nel Rinascimento. La colossale testa di Costantino I risale al IV secolo d.C. Un'altra scultura in bronzo è il Cavallo dal vicolo delle Palme.

Capolavoro della scultura medievale è il Ritratto di Carlo I d'Angiò di Arnolfo di Cambio (1277), il primo ritratto verosimile di un personaggio vivente scolpito in Europa che ci sia pervenuto dall'epoca post-classica.

Qui vennero col tempo esposte altre e numerose collezioni storiche, come come la Protomoteca (collezione di busti ed erme di uomini illustri trasferiti dal Pantheon al Campidoglio, per volontà di Pio VII nel 1820); la collezione del cardinale Alessandro Albani; quella donata da Augusto Castellani nella seconda metà dell'800, costituita da materiali ceramici arcaici (dall'VIII al IV secolo a.C.), di area prevalentemente etrusca, ma anche di produzione greca e italica.

Palazzo dei Conservatori[modifica | modifica sorgente]

Palazzo dei Conservatori, dove inizia la visita guidata ai Musei Capitolini
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Palazzo dei Conservatori.

Il Palazzo dei Conservatori è situato in Piazza del Campidoglio a destra del Palazzo Senatorio e di fronte al Palazzo Nuovo. Il Palazzo dei Conservatori deve il suo nome al fatto di essere stato la sede della magistratura elettiva cittadina, i Conservatori appunto, che insieme al Senatore amministrava la città eterna. Il Palazzo in questa posizione fu fatto erigere da Niccolò V. Michelangelo Buonarroti, a cui era stato commissionato il lavoro della complessiva risistemazione della piazza, ne disegnò la nuova facciata, che però non riuscì a vedere terminata in quanto morì durante i lavori (nel 1564). Il suo progetto ridisegnava la facciata medievale del palazzo, sostituendo il portico con due ordini: quello corinzio formato da alte paraste poste su grandi piedistalli a tutta altezza, e quello ionico che sorregge le volte del portico. Tra questi ordini erano poste una serie di ampie finestre, tutte delle stesse dimensioni. I lavori furono continuati da Guido Guidetti e terminati nel 1568 da Giacomo Della Porta che seguì quasi fedelmente i disegni michelangioleschi, derogandovi solo per costruire una più ampia sala di rappresentanza al primo piano e, conseguentemente, anche una finestra più grande, rispetto a tutte le altre presenti sulla facciata del palazzo. Si ebbero poi trasformazioni anche all'interno del palazzo, sia per la costruzione di un ambio scalone monumentale, sia per la nuova ridistribuzione delle sale dell'"Appartamento dei Conservatori", che portarono alla distruzione del ciclo di affreschi degli inizi del Cinquecento che decorava le stanze che si affacciavano su Piazza del Campidoglio.

Piano terra[modifica | modifica sorgente]

Superati gli spazi di servizio (biglietteria, guardaroba, libreria) si accede al cortile.

Cortile[modifica | modifica sorgente]

Cortile dei Conservatori

Il Cortile del Palazzo dei Conservatori, ha sempre rappresentato, fin dagli inizi, un punto di attrazione per la conservazione della memoria dell'antico: le opere che affluivano nel palazzo rappresentavano quella continuità culturale ereditata dal mondo antico, quasi rappresentassero un ponte nel collegamento virtuale con un passato glorioso.

Sul lato destro si trovano i frammenti della statua colossale di Costantino I (testa, mani, piedi, parte delle braccia), rinvenute sotto Papa Innocenzo VIII nel 1486. La statua sorgeva nell'abside occidentale della basilica di Massenzio, dove ne sono stati trovati alcuni suoi resti; la mancanza del corpo ha fatto supporre che fosse un acrolito, costruito parte in marmo e parte in bronzo dorato su di una struttura portante in legno e mattoni, per un'altezza complessiva che doveva raggiungere i 12 metri. La sola testa misura 2,60 metri e il piede 2. La datazione dell'opera oscilla tra il 313 (anno in cui la basilica venne dedicata a Costantino I) ed il 324 (quando nei ritratti dell'imperatore romano comincia ad apparire il diadema).

Sul lato sinistro del cortile sono invece stati sistemati i rilievi raffiguranti le province provenienti dal tempio di Adriano a Piazza Pietra. Alcuni di questi rilievi vennero trovati alla fine del XVI secolo, altri più tardi nel 1883. L'antico tempio venne eretto in onore dell'imperatore Adriano, divinizzato dopo la sua morte. È probabile che il cantiere dell'edificio fosse stato già avviato dallo stesso Adriano in memoria della moglie Vibia Sabina, morta e divinizzata nel 136. La vera e propria costruzione si deve al suo successore, Antonino Pio, che lo portò a termine intorno al 145.[4]

Sul fondo del cortile, sotto il portico costruito da Alessandro Specchi, sono conservate: due colossali statue di Daci in marmo bigio morato (provenienti dal Foro di Traiano), acquistate da Papa Clemente XI nel 1720 dalla collezione Cesi e poste ai lati; al centro una statue della dea Roma seduta, sul modello delle statue greche di Fidia, che apparteneva verosimilmente ad un arco del I secolo d.C.; vi sono infine altre due statue di Daci, sempre provenienti dalla collezione Cesi, acquistate per i Musei capitolini.

Scalone[modifica | modifica sorgente]

Dal cortile per salire al primo piano si accede ad uno scalone dove sono presenti alcuni rilievi, tre dei quali facevano parte di un Arco trionfale dedicato a Marco Aurelio e giunsero in Campidoglio fin dal 1515. Essi appartenevano ad una serie di dodici rilievi (otto dei quali furono reimpiegati sull'arco di Costantino e un ultimo, scomparso, di cui resta un frammento, a Copenaghen). I rilievi, scolpiti in due riprese, nel 173 e nel 176 erano stati attribuiti ad un arcus aureus o arcus Panis Aurei in Capitolio citato dalle fonti medioevali e che sorgeva sulle pendici del Campidoglio, all'incrocio tra la via Lata e il clivus Argentarius, non lontano dalla chiesa dei Santi Luca e Martina, dove i tre rilievi dei Musei Capitolini erano stati riutilizzati.[5] o forse nei pressi della colonna di Marco Aurelio quale entrata monumentale al porticato circostante il monumento "colchide".[6]

Altri due invece appartenevano ad un arco trionfale detto "di Portogallo" (trasferiti in Campidoglio nel 1664, dopo la distruzione dell'arco), riguardanti invece la figura dell'imperatore Publio Elio Traiano Adriano. Adriano assiste nel primo pannello all'apoteosi della moglie Vibia Sabina, nel secondo è salutato dalla dea Roma e dal Genio del Senato e del Popolo Romano. Un terzo pannello proviene invece da piazza Sciarra, riguardante sempre l'imperatore Adriano, e venne acquistato nel 1573 dai Conservatori per completare il ciclo decorativo.

Troviamo poi due meravigliosi mosaici con tigre e vitello, quasi simmetrici tra loro (entrambi 1,24 m di altezza per 1,84 m di larghezza). Si tratterebbe di due pannelli in opus sectile, costruiti in marmi colorati (opere romane del secondo quarto del IV secolo d.C.), provenienti dalla Basilica di Giunio Basso sull’Esquilino, il console romano del 317. Altri due pannelli più piccoli sono invece conservati presso il Museo nazionale romano di palazzo Massimo.

Piano nobile[modifica | modifica sorgente]

Pianta del piano nobile del Palazzo dei Conservatori.

Dallo scalone si accede, frontalmente, all'"Appartamento dei Conservatori", composto da 9 sale. Questo "Appartamento" era strettamente legato alla funzione che svolgevano i Conservatori che, insieme al Priore dei Capo Rioni, rappresentavano i tre Magistrati romani a partire dal 1305.[7]

A partire però dalla fine del XV/inizi del XVI secolo, a seguito della commissione del primo ciclo di affreschi nelle sale di rappresentanza, oltre all'introduzione di alcune importanti sculture in bronzo, si ebbe una vera e propria rinascita artistica e decorativa del palazzo dei Conservatori. I soggetti utilizzati in questa prima fase di affreschi a noi pervenuti, si ispirarono alla storia di Roma (Ab Urbe condita libri) di Tito Livio, più precisamente alla nascita della città ed alle massime virtù di alcuni dei più rappresentativi personaggi della storia repubblicana. Tra questi spiccano gli affreschi presenti nella "Sala di Annibale" e nella "Sala della Lupa".

In seguito, anche gli affreschi commissionati negli anni successivi, continuarono a seguire questo criterio decorativo, nel quale i soggetti degli episodi narrati sull'antica storia di Roma, continuavano a costituire il perno centrale dell'intera caratterizzazione artistica di questo "appartamento", seppure fossero stati eseguiti in contesti culturali e storici completamente differenti.

I - Sala degli Orazi e Curiazi[modifica | modifica sorgente]

Sala degli "Orazi e Curiazi".
Firma ufficiale del trattato di Roma del 1957, nella "sala degli Orazi e Curiazi" del Palazzo dei Conservatori.

Nella grande sala si riuniva, dopo la ristrutturazione michelangiolesca, il Consiglio Pubblico. Anche oggi viene utilizzata spesso per importanti cerimonie, come ad esempio per la firma del trattato di Roma del 1957, che istituì la Comunità economica europea.

Nel 1595 venne commissionato a Giuseppe Cesari, detto Cavalier d'Arpino, una nuova serie di affreschi, in sostituzione del precedente. Il Cesari realizzerà nell'intera struttura dei Conservatori opera come: il Ritrovamento della lupa (1595-1596), la Battaglia tra i Romani e i Veienti (1597) e il Combattimento tra gli Orazi e i Curiazi (1612-1613); tornerà per completare il ciclo nel 1636 per eseguire il Ratto delle Sabine, Numa Pompilio istituisce il culto delle Vestali a Roma e la Fondazione di Roma.

Nella sala sono inoltre presenti una statua in marmo di Gian Lorenzo Bernini che raffigura Urbano VIII Barberini (eseguita tra il 1635 ed il 1640) ed una in bronzo di Alessandro Algardi che raffigura Innocenzo X Pamphili (eseguita tra il 1646 ed il 1650). La sala venne infine collegata da tre porte in legno di noce, tutte intagliate con stemmi e formelle raffiguranti alcune scene tratte dalla storia di Roma.

II - Sala dei Capitani[modifica | modifica sorgente]

"Sala dei Capitani": in primo piano la statua di Marcantonio Colonna, sullo sfondo il dipinto di Tommaso Laureti dal titolo "Muzio Scevola e Porsenna".

Affrescata dal pittore siciliano, Tommaso Laureti tra il 1586 ed il 1594, secondo uno stile riferibile a Giulio Romano, Michelangelo Buonarroti e Raffaello. L'esaltazione delle virtù dell'antica Roma continuano anche nelle rappresentazioni di questa sala, nella quale sono presenti i seguenti dipinti: "Muzio Scevola e Porsenna" (che si ispira al Buonarroti), "Orazio Coclite sul ponte Sublicio", "La giustizia di Bruto" (di evidente ispirazione alla pittura di Raffaello) e "La vittoria del Lago Regillo". Questi quattro affreschi si ispirano soprattutto allo storico romano Tito Livio ed alla sua Ab Urbe condita libri.

Questa sala era per dimensioni e ricchezza decorativa seconda solo alla precedente, "Sala degli Orazi e Curiazi". Venne inoltre scelta per celebrare oltre alle virtù degli antichi Romani, anche quelle di quegli uomini contemporanei della fine del XVI secolo che si erano distinti per meriti e valori nello Stato Pontificio. Vennero così poste sulle pareti delle lapidi in loro memoria, oltre ad una serie di grandi statue celebrative di condottieri, riutilizzando antichi reparti in parte monchi (tra cui Alessandro Farnese, Marcantonio Colonna, vincitore di Lepanto nel 1571). Nel 1630 per celebrare Carlo Barberini, fratello di Papa Urbano VIII, venne riutilizzata il tronco loricato di un'antica statua alla quale, lo scultore Alessandro Algardi realizzò gambe, braccia, oltre allo scudo; Gian Lorenzo Bernini portò a termine la statua realizzandone il busto. Vi sono poi altre due sculture ad opera di Ercole Ferrata, una dedicata a Tommaso Rospigliosi, l'altra a Gianfrancesco Aldobrandini.

III - Sala di Annibale[modifica | modifica sorgente]

L'affresco che dà il nome alla "Sala di Annibale".

Unica sala ad aver conservato gli affreschi originari dei primi decenni del XVI secolo (attorno al 1516). Recenti studi hanno messo in discussione l'esecuzione dell'affresco principale, che si riteneva appartenesse al pittore Jacopo Ripanda. La serie di affreschi presenti nella sala appartiene al ciclo delle guerre romano-puniche. Sotto le scene troviamo tutta una serie di busti dipinti di condottieri militari romani. Gli episodi narrati sono: "Trionfo di Roma sulla Sicilia", "Annibale in Italia", "Trattative di pace tra Lutazio Catulo e Amilcare" e la "Battaglia Navale", che la tradizione attribuisce alla battaglia delle Isole Egadi del 241 a.C..

IV - Cappella[modifica | modifica sorgente]

La cappella dell'"Appartamento dei Conservatori".

Dedicata alla Madonna e ai santi Pietro e Paolo patroni della città, fu affrescata negli anni 1575-1578 dai pittori Michele Alberti e Iacopo Rocchetti. In origine i conservatori potevano assistere alle funzioni dalla confinante "sala degli Orazi e Curiazi", attraverso una grata. Tornati nella sala di Annibale, si può accedere alla sala successiva "degli Arazzi". I recenti lavori di ristrutturazione hanno visto la ricomposizione dell'altare (smontato dopo il 1870), adornato di preziosi marmi colorati che fu probabilmente realizzato sotto Papa Urbano VIII (1623-1644). È sormontato da un dipinto di Marcello Venusti denominato "Madonna con Bambino fra i Santi Pietro e Paolo" (1577-1578).

La sala è inoltre arricchita da alcune tele del pittore Giovanni Francesco Romanelli, che trattano della vita dei due santi e degli Evangelisti. Vi è pure l'affresco chiamato "Madonna con bambino e angeli", attribuibile a Andrea d'Assisi.

V - Sala degli Arazzi[modifica | modifica sorgente]

Arazzo con la dea Roma.

Destinata nel 1770 ad accogliere il baldacchino papale. Gli arazzi furono eseguiti dalla Fabbrica pontificia di San Michele a Ripa. I soggetti degli arazzi furono eseguiti da Domenico Corvi e riproducevano opere conservate in Campidoglio, come il "Romolo e Remo" di Pieter Paul Rubens, la scultura della dea Roma (detta "Roma Cesi", conservata nel Cortile del Palazzo dei Conservatori), la "Vestale Tuccia" e il "Camillo e il maestro di Falerii".

La sala in precedenza (nel 1544) era stata dipinta con un affresco su Scipione Africano, attribuito a Daniele da Volterra. Il soffitto venne realizzato a cassettoni esagonali del XVIII secolo, con fondo azzurro, dove sono posti intagli dorati, elmi, scudi ed armi varie.

Da qui, per continuare il percorso secondo l'ordine di numerazione delle sale, si deve tornare nella sala dei Capitani, da cui si passa nella

VI - Sala dei Trionfi[modifica | modifica sorgente]

La "Vittoria di Alessandro su Dario" di Pietro da Cortona.

La prima delle sale che guardano verso la città è chiamata "Sala dei Trionfi" poiché nel 1569 vennero commissionati alcuni affreschi al suo interno, ai pittori Michele Alberti e Iacopo Rocchetti (entrambi allievi di Daniele da Volterra). Il fregio rappresenta il trionfo del console romano Lucio Emilio Paolo su Perseo di Macedonia, avvenuto nel 167 a.C. secondo quanto ci ha tramandato lo storico Plutarco. E sempre per questa sala sono stati realizzati altri dipinti come: "La deposizione" di Paolo Piazza (del 1614), "Santa Francesca Romana" di Giovanni Francesco Romanelli (del 1638), la "Vittoria di Alessandro su Dario" di Pietro da Cortona.

Il soffitto ligneo si deve a Flaminio Boulanger,[8] che eseguì i lavori nel 1568.

Troviamo, infine, alcuni celebri bronzi di epoca romana: lo Spinario, il Camillus (donati da Papa Sisto IV nel 1471), il cosiddetto ritratto di Lucio Giunio Bruto (donato dal cardinale Rodolfo Pio nel 1564), comunente detto Bruto capitolino, e uno splendido cratere bronzeo di Mitridate VI Eupatore.

VII - Sala della Lupa[modifica | modifica sorgente]

Sala della Lupa, con al centro la Lupa capitolina.

Questa sala, alle cui pareti sono affissi i Fasti consulares (dal 483 al 19 a.C.) e quelli triumphales (dal 753 al 19 a.C.), trovati nel Foro romano nel XV secolo (ed ornanti arco partico di Augusto del 19 a.C.), era anticamente una loggia che si apriva verso la città, ornata con affreschi pittorici ormai quasi del tutto andati perduti. Questi affreschi furono pressoché distrutti con l'inserimento nelle pareti degli antichi Fasti e delle lapidi di due importanti condottieri del tempo, Alessandro Farnese (1545-1592) e Marcantonio Colonna (1535-1584). Si trattava di dipinti databili attorno agli anni 1508-1513 (attribuibili a Jacopo Ripanda), i cui soggetti sembra che fossero il "trionfo di Lucio Emilio Paolo" e una "Campagna contro i Tolistobogi".

Al centro della sala è esposta la cosiddetta "Lupa Capitolina" (donata da Papa Sisto IV), mentre nel 1865 venne eseguito l'attuale soffitto ligneo a cassettoni.

VIII - Sala delle Oche[modifica | modifica sorgente]

Il ricco soffitto della "Sala delle Oche".

Ospita la testa di Medusa di Gian Lorenzo Bernini, che rappresenta Costanza Piccolomini Bonarelli, un settecentesco ritratto di Michelangelo Buonarroti e tutta una serie di piccole opere in bronzo che erano state acquistate da Papa Benedetto XIII. Ricordiamo anche un vaso bronzeo dove troviamo raffigurato il busto di Iside; il ricco soffitto a cassettoni con vasi e scudi dorati; poco sotto un fregio dove si inquadrano vari paesaggi. Al centro della sala una mensa decorata con scene della vita di Achille.

Il gruppo di opere fu messo in relazione con il sacco di Roma da parte dei Galli Senoni del 390 a.C., quando le oche sacre del tempio capitolino di Giunone avvisarono Marco Manlio, console del 392 a.C., del tentativo di ingresso da parte dei Galli assedianti, facendo così fallire il loro piano.

IX - Sala delle Aquile[modifica | modifica sorgente]

Trattasi di un piccolo ambiente decorato con numerose vedute di Roma, come la piazza del Campidoglio (poco dopo che era stata trasferita la statua equestre di Marco Aurelio), il Colosseo e altre ancora, oltre ad un ricco soffitto ligneo, nel quale sono rappresentate scene dipinte e rosoni dorati. Vi è poi una piccola scultura della dea Diana-Artemide Efesina.

X-XI-XII - Sale Castellani[modifica | modifica sorgente]

In queste tre sale sono esposti oggetti provenienti dalle donazioni di Augusto Castellani degli anni 1867 ("raccolta di vasi tirreni") e 1876 (vasta collezione di oggetti antichi). Qui giunti, per mantenere l'ordine concettuale della visita è opportuno ritornare allo scalone d'ingresso. Augusto Castellani fu un orafo, collezionista e mercante antiquario attivo a Roma, con una grande clientela internazionale. A differenza del fratello Alessandro, l'obiettivo della sua attività fu principalmente - e rimase sempre - quello di incrementare la propria collezione che, come egli stesso affermò, "deve restare a Roma". Al momento dell'Unità d'Italia, Augusto partecipò attivamente all'instaurazione della nuova capitale, contribuendovi anche come membro fondatore della Commissione archeologica comunale (che in quegli anni di febbre edilizia ebbe a disposizione una impressionante quantità di nuovi reperti), e del Museo Artistico Industriale di Roma, fondato nel 1872 dai due Castellani e dal principe Baldassarre Odelscalchi, sul modello degli analoghi di Parigi, Londra e Vienna[9]. In questo contesto fu anche nominato, dal 1873, direttore onorario dei Musei Capitolini.

La collezione Castellani comprende 700 reperti circa, provenienti dall'Etruria, dal Latium vetus e dalla Magna Grecia, in un arco cronologico che va dall'VIII al IV secolo a.C.. Il primo gruppo di reperti era costituito dai ritrovamenti delle necropoli etrusche di Veio, Cerveteri, Tarquinia e Vulci, oltre a siti laziali come quelli di Palestrina, di alcuni centri della Sabina e dell'agro falisco (Civita Castellana), oltre ovviamente a Roma stessa. Il fratello Alessandro cedette ad Augusto molti matgeriali provenienti dalle sue collezioni campane e dell'Italia meridionale.

Le sale sono così organizzate: nella prima sono state ordinate le ceramiche, comprese quelle importate dalla Grecia, nella seconda quelle prodotte localmente. I numerosi vasi attici trovati soprattutto nelle necropoli etrusche permettono così agli archeologi di ricostruire della storia della produzione artistica, non solo dell'antica Grecia, ma anche di tutte le altre civiltà presenti nel Mediterraneo dei secoli VIII-IV a.C..

Dal pianerottolo si accede alle sale XIII e XIV.

XIII e XIV - Sale dei fasti moderni[modifica | modifica sorgente]

Queste sale, dove su tavole marmoree sono incisi nei Fasti consulares capitolini i nomi dei magistrati civici (senatores) della città dal 1640 al 1870. A partire dalla successiva sala XV cominciano le gallerie contenenti materiali provenienti dagli scavi di fine ottocento nei vari Horti suburbani, che venivano edificati intensivamente in quel periodo per ospitare la popolazione della nuova capitale (raddoppiata nei primi trent'anni dell'unità d'Italia), tra l'Esquilino, il Quirinale e il Viminale. Testimone e attivo protagonista di questi scavi fu Rodolfo Lanciani, che ne diede ampia documentazione, anche nella sua qualità di segretario della Commissione archeologica comunale[10].

XV, XVI, XVII e XVIII - Sale degli Horti Lamiani[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Horti Lamiani.

Sono raccolti qui materiali provenienti da scavi nella zona dell'Esquilino, tra piazza Vittorio e piazza Dante. Tra questi, parte di uno splendido pavimento in alabastro e frammenti della decorazione architettonica in opus sectile di un criptoportico, la Venere Esquilina e il famoso Ritratto di Commodo come Ercole.

XIX e XX - Sale degli Horti Tauriani e Vettiani[modifica | modifica sorgente]

Galleria degli horti con al centro un cratere con scene bacchiche.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Horti Tauriani e Horti Vettiani.

XXI, XXII e XXIII - Sale degli Horti di Mecenate[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Horti Maecenatis.

Qui sono esposti fra l'altro il Marsia al supplizio e la cosiddetta testa di Amazzone, Rhyton di Pontios (fontana neoattica dagli Horti Maecenatis.

XXIV - Galleria[modifica | modifica sorgente]

Qui sono esposti due grandi crateri ornamentali e i ritratti di Adriano, Vibia Sabina e Matidia provenienti dagli Horti Tauriani. Da qui si passa nella nuova

XXV - Esedra di Marco Aurelio[modifica | modifica sorgente]

L'"esedra di Marco Aurelio", nuova ala del museo inaugurata nel 2005

Questa esedra è stata ricavata dall'architetto Carlo Aymonino sull'area del Giardino romano, dove già Virgilio Vespignani, nel 1876, aveva collocato un padiglione dove venivano esposti i migliori reperti emersi dagli scavi di quel periodo. I due principali pezzi oggi esposti stabilmente nella grande esedra vetrata sono la statua equestre di Marco Aurelio originale, messa al coperto dopo il restauro, l'Ercole in bronzo dorato proveniente dal Foro Boario, i frammenti della statua colossale in bronzo di Costantino appartenenti alla donazione iniziale di Sisto IV (insieme alle Lupa capitolina). Nel dicembre del 2005 è stata infatti inaugurata questa nuova ala che con un'aula vetrata allarga lo spazio espositivo dei Musei. Il progetto prevede anche la nuova sistemazione delle fondazioni del tempio di Giove Capitolino (vedi sotto). L'apertura di questa nuova ala fa parte di un più vasto progetto ("Grande Campidoglio") di risistemazione ed ampliamento dei musei, che ha visto l'allestimento della Galleria Lapidaria (chiusa diversi anni prima per lavori di ristrutturazione), l'acquisizione di Palazzo Clementino, ora sede del Medagliere Capitolino (collezione di numismatica), e la risistemazione del Palazzo Caffarelli. Nelle sale adiacenti sono sistemate le vetrine della Collezione Castellani, donata al Comune di Roma da Augusto Castellani.

XXVI - Area del Tempio di Giove Capitolino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tempio di Giove Ottimo Massimo.

Lo spazio espositivo alla fine del percorso presenta reperti provenienti dai templi arcaici di VI secolo a.C. scavati a metà del XX secolo nell'area di Sant'Omobono, e un settore che illustra i risultati degli scavi più recenti effettuati negli strati inferiori di quest'area del colle capitolino, che ne documentano l'occupazione a partire dal X secolo a.C.

Secondo piano[modifica | modifica sorgente]

Pinacoteca capitolina[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pinacoteca capitolina.

La Pinacoteca capitolina, proveniente inizialmente dalla collezione della famiglia dei marchesi Sacchetti e dei principi Pio di Savoia. fa parte del complesso dei Musei Capitolini, ospitati sul Campidoglio nel Palazzo dei Conservatori e nel Palazzo Nuovo. Le raccolte capitoline - le collezioni pubbliche più antiche del mondo - hanno avuto origine nel lontano 1471, con la donazione, da parte del pontefice Sisto IV della Rovere, di alcuni bronzi antichi: nel gruppo era compresa la celebre Lupa, all'epoca ancora senza i gemelli, aggiunti in seguito. Nel 1734 venne fondato il Museo Capitolino, sistemato nelle sale del Palazzo Nuovo. Il merito della creazione della Pinacoteca va diviso tra il pontefice Benedetto XIV ed il suo segretario di stato, il cardinale Silvio Valenti Gonzaga, uno dei principali mecenati e collezionisti della Roma settecentesca. Nel 1748 furono acquistati oltre 180 dipinti dalla famiglia Sacchetti, proprietaria di una delle più importanti raccolte romane, formata durante il Seicento per opera di Marcello Sacchetti e di suo fratello, il cardinale Giulio. Nel corso del tempo il patrimonio della Pinacoteca è notevolmente aumentato grazie all'arrivo di numerosi dipinti, giunti in Campidoglio per acquisti, lasciti e donazioni. Con la donazione Cini del 1880 entrarono a far parte della raccolta numerosi oggetti d'arte decorativa, fra i quali una notevole collezione di porcellane. Amministrata, nei primi cento anni di vita, dalle strutture pontificie del Camerlengato e dei Sacri Palazzi Apostolici, la Pinacoteca Capitolina è posta sotto la giurisdizione del Comune di Roma dal 1847.

Palazzo Clementino-Caffarelli[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Palazzo Clementino Caffarelli.

Secondo piano[modifica | modifica sorgente]

Il medagliere nasce in seguito a un lascito di Ludovico Stanzani del 1872, e fu costituito in seguito all'interessamento di Augusto Castellani. Successivamente sono confluiti nella collezione un ampio gruppo di aurei e solidi romani e bizantini, prevenienti dalla Giampietro collezione Campana e un di denarii repubblicani di quella di Giulio Bignami. Nel 1942 entra a far parte del Medagliere il tesoro di via Alessandrina, ritrovato duranti le demolizioni per la realizzazione di via dell'Impero, l'attuale via del Fori Romani, nell'abitazione di un antiquario che li aveva nascosti nella propria casa. Il tesoro era composto da 17 chili d'oro, tra monete e gioielli. Il medagliere è stato aperto al pubblico nel 2003[11].

Terzo piano[modifica | modifica sorgente]

  • Terrazza e bar

Tabularium[modifica | modifica sorgente]

Galleria interna del Tabularium.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tabularium.

Secondo l'opinione comune, l'edificio sarebbe stato destinato a ospitare gli archivi pubblici di Stato: gli atti pubblici più importanti dell'antica Roma, dai decreti del Senato ai trattati di pace. Questi documenti erano incisi su tabulae bronzee (da qui il nome di tabularium per un qualunque archivio del mondo romano). Il nome dell'edificio capitolino, tuttavia, deriva da un'iscrizione, conservata nell'edificio nel Rinascimento, menzionante un archivio: poteva trattarsi di uno o più ambienti, non necessariamente di un presunto 'archivio di stato' che occupava l'intero complesso. Tra l'altro gli archivi dell'amministrazione statale erano sparsi in vari edifici della città.

Attualmente il Tabularium fa parte del complesso dei Musei capitolini e vi si accede dalla Galleria Lapidaria che collega Palazzo Nuovo a Palazzo dei Conservatori. Il basamento lungo m 73,60, con mura di blocchi di tufo dell'Aniene e di peperino, sostiene l'odierno palazzo Senatorio, sede del comune di Roma. In un primo tempo si poteva accedere al Tabularium dal Foro attraverso una scala di 67 gradini, ancora ottimamente conservata, ma al tempo di Domiziano con la costruzione del Tempio di Vespasiano l'ingresso sul foro fu bloccato.

Galleria lapidaria[modifica | modifica sorgente]

Tra le tante iscrizioni ricordiamo quella dell'ex voto alla dea Caelestis per un viaggio felice (III sec.). Il testo dedicatorio recita: "A Caelestis vittoriosa Iovinus sciolse il suo voto".

Tabularium galleria[modifica | modifica sorgente]

Palazzo Nuovo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Palazzo Nuovo (Roma).

Il palazzo fu costruito solo nel XVII secolo, probabilmente in due fasi, sotto la direzione di Girolamo Rainaldi e poi del figlio Carlo Rainaldi che lo ultimò nel 1663. Tuttavia il progetto, quanto meno del corpo di facciata, deve essere attribuito a Michelangelo Buonarroti.[14] Fu costruito di fronte al Palazzo dei Conservatori (chiudendo la vista della Chiesa di Santa Maria in Aracoeli dalla piazza) di cui riprende fedelmente la facciata disegnata da Michelangelo con il portico al piano terra e l'orientamento leggermente obliquo, rispetto al Palazzo Senatorio, in modo da completare il disegno simmetrico della piazza caratterizzato da una forma trapezoidale. Fin dal XIX secolo fu utilizzato a scopo museale. Le decorazioni interne in legno ed in stucco dorato sono ancora quelle originali.

Atrio[modifica | modifica sorgente]

Lo spazio interno al pianterreno ospita un porticato con statue di grandi dimensioni (come quella di Minerva o di Faustina maggiore-Cerere), un tempo appartenuti alla Collezione del Belvedere Vaticano ed in seguito donate alla città di Roma.

Cortile[modifica | modifica sorgente]

A metà dell'atrio si apre il cortile, dove troviamo la fontana sormontata dalla statua detta del Morforio, così appellata a seguito del suo rinvenimento nel Cinquecento, nel Foro di Marte (Martis Forum, nome che gli antichi attribuivano al Foro di Augusto). Il Marforio fu sistemato nel cortile con un contorno di statue antiche; due nicchie rettangolari incorniciate in travertino accolsero, dopo vari rimaneggiamenti, le due statue di Satiri che recano sulla testa un cesto di frutta. Sono due statue speculari raffiguranti il dio Pan, probabilmente utilizzate come telamoni nella struttura architettonica del teatro di Pompeo, e conservate per un lungo periodo non lontane dal luogo di ritrovamento, nel cortile del Palazzo della Valle (non a caso sono detti Satiri della Valle). Il trattamento del marmo e la resa del modellato permettono di datarle alla tarda età ellenistica. Il trattamento del marmo e la resa del modellato permettono di datarle alla tarda età ellenistica.

Sulla nuova fontana a sfondo del cortile, Clemente XII appose, nel 1734, una lapide commemorativa per l'inaugurazione del Museo Capitolino, sormontandola con il proprio stemma.

E sempre nel cortile è attualmente esposta una statua colossale di Marte, rinvenuta nel XVI secolo presso il Foro di Nerva. Identificata fino al Settecento con Pirro, re dell'Epiro, in seguito venne riconosciuta come il dio della guerra in tenuta militare, sulla cui corazza sono scolpiti due grifi alati ed una medusa. Vi è poi un gruppo caratterizzato da Polifemo, che trattiene un giovane prigioniero ai suoi piedi.

Sala dei monumenti egizi[modifica | modifica sorgente]

Durante il pontificato di Clemente XI vennero acquisite una serie di statue rinvenute nell'area della Villa Verospi Vitelleschi (Horti Sallustiani) che decoravano il padiglione egizio fatto costruire dall'imperatore romano, Adriano. Si trattava di quattro statue, che vennero collocate nel Palazzo Nuovo. In seguito però (dal 1838), quasi tutte le sculture egizie vennero trasferite in Vaticano.

Alla Sala dei Monumenti egizi si accede oggi attraverso il cortile; dietro una grande parete a vetri si collocano le grandi opere in granito. Tra le opere più rappresentative un grande cratere a campana proveniente dalla Villa Adriana e una serie di animali simbolo delle più importanti divinità egizie: il coccodrillo, due cinocefali, uno sparviero, una sfinge, uno scarabeo, ecc.

Stanzette terrene a destra[modifica | modifica sorgente]

La denominazione di "stanzette terrene" individua i tre ambienti del piano terreno a destra dell'atrio che accolgono monumenti epigrafici di notevole interesse; tra tutti è importante menzionare i frammenti di calendari romani post-cesariani in cui risulta il nuovo anno, che Cesare definì di 365 giorni, oltre ad elenchi di magistrati detti Fasti Minori, in relazione ai più celebri Fasti consulares, conservati nel Palazzo dei Conservatori.

Nella prima stanza sono raccolti numerosi ritratti di privati romani, tra i quali si segnala quello forse di Germanico Giulio Cesare, figlio di Druso maggiore, o dello stesso Druso; il cinerario di T. Statilio Apro e Orcivia Anthis; il Sarcofago con rilievi raffiguranti un episodio della vita di Achille.

Scalone[modifica | modifica sorgente]

Galleria[modifica | modifica sorgente]

La Galleria ai cui lati si allieneano sculture di vario tipo, da busti a statue a sarcofagi.

Procedendo dal piano terreno si arriva davanti ad una doppia rampa di scale al termine della quale ha inizio la Galleria. La lunga Galleria, che percorre longitudinalmente il primo piano del Museo Capitolino, collega le diverse sale espositive e si offre al visitatore come una numerosa e variata raccolta di statue, ritratti, rilievi ed epigrafi disposti dai Conservatori settecenteschi in maniera casuale, con un occhio rivolto più alla simmetria architettonica e all'effetto ornamentale complessivo che a quello storico-artistico e archeologico.

Sulle pareti, entro riquadri, si trovano inserite epigrafi di ridotte dimensioni, tra le quali un consistente gruppo proveniente dal colombarium dei liberti e delle liberte di Livia.

Nella Galleria sono conservate numerose statue come quella di Ercole restaurato come Ercole che uccide l'Idra (marmo, copia romana di un originale greco del IV secolo a.C., restaurato nel 1635; Provenienza: ubicazione della chiesa di Santa Agnese in Roma); il frammento di gamba di Ercole in lotta con l'Idra (fortemente rielaborato nel restauro seicentesco); la statua di un guerriero ferito detta anche discobolo capitolino (di cui il solo torso è antico, mentre il resto è opera del restauro eseguito tra il 1658 e il 1733 da Pierre-Étienne Monnot; potrebbe essere una copia del discobolo di Mirone; potrebbe essere stato restaurato sul modello delle statue di Pergamo conosciute come i "piccoli barbari"); la Statua di Leda con il cigno (rappresentazione della divinità Zeus), il cui tema è erotico (la statua potrebbe essere una copia romana del gruppo attribuito a Timoteo del IV secolo a.C.); statua di un Eracle fanciullo che strozza il serpente (150-200 ca., collezione del cardinale Alessandro Albani) che recentemente si è voluto riconoscere in un giovane Caracalla o anche nel figlio di Marco Aurelio, Marco Annio Vero Cesare; Eros con l'arco (copia romana da Lisippo, proveniente da Tivoli); Statua di vecchia ubriaca, scultura in marmo databile al 300-280 a.C. circa e conosciuta da copie romane, tra cui le migliori sono alla Gliptoteca di Monaco (h 92 cm) e ai Musei Capitolini di Roma.

Sala delle Colombe[modifica | modifica sorgente]

Il celebre "mosaico delle maschere sceniche" insieme a numerose iscrizioni poste sulle pareti, sono accompagnate da numerosi busti maschili e femminili.

La sala prende il nome dal celebre mosaico pavimentale: il mosaico delle colombe, rinvenuto a Tivoli presso la Villa di Adriano e che viene attribuito ad un mosaicista greco di nome Soso. Le opere qui contenute appartenevano per lo più alla collezione del cardinale Alessandro Albani, la cui acquisizione è all'origine del Museo Capitolino. La disposizione dei ritratti maschili e femminili (tra cui un ritratto dell'imperatore romano, Traiano; un ritratto maschile di epoca repubblicana), lungo mensole che percorrono l'intero perimetro del muro della sala, risale ad un progetto di allestimento settecentesco ed è tuttora visibile, seppur con qualche impercettibile cambiamento. Una disposizione mai alterata è quella delle iscrizioni sepolcrali romane affisse, a metà del Settecento, nella parte alta delle pareti. All'interno della sala ricordiamo:

  • La tabula bronzea (III secolo d.C.) con cui il Collegio dei Fabri di Sentinum (Sassoferrato, Marche) assegnava a Coretius Fuscus il titolo onorifico di patrono;
  • La tabula iliaca (I secolo d.C.);
  • Un'iscrizione bronzea dall'Aventino contenente una dedica a Settimio Severo e alla famiglia imperiale, posta nel 203 d.C. dai vigiles della IV coorte di quella regio;
  • Il decreto di Gneo Pompeo Strabone (il cosiddetto bronzo di Ascoli), con cui si concessero particolari privilegi ad alcuni cavalieri spagnoli militanti a favore dei romani nella battaglia di Ascoli (90-89 a.C.);
  • Il più antico resto di decreto in bronzo del senato conservato quasi per intero: il Senatoconsulto riguardante Asclepiade di Clazomene e gli alleati (78 a.C.), dove veniva attribuito il titolo di amici Populi Romani a tre navarchi greci che avevano combattuto al fianco dei Romani nella guerra sociale, o forse in quella sillana (83-82 a.C.). Il testo è redatto in latino con una traduzione greca, rimasta nella parte inferiore della tavola, che ha permesso l'integrazione dello scritto mutilo.
  • Oltre al "mosaico delle colombe", nella sala troviamo il "mosaico delle maschere sceniche".
  • Collocata nel centro, la statua di bambina con colomba (marmo, copia romana da un originale ellenistico del II secolo a.C.), motivo figurativo che trova un possibile antecedente nei rilievi delle stele funerarie greche del V e IV secolo a.C..

Gabinetto di Venere[modifica | modifica sorgente]

Questa piccola sala poligonale, simile ad un ninfeo, fa da cornice alla statua detta Venere Capitolina, trovata durante il pontificato di Clemente X (1670-1676) presso la Basilica di San Vitale; secondo Pietro Santi Bartoli la statua si trovava all'interno di alcuni ambienti antichi insieme ad altre sculture. Papa Benedetto XIV comprò la statua alla famiglia Stazi nel 1752 e la donò al Museo Capitolino. Dopo varie vicissitudini al termine del Trattato di Tolentino ritornò definitivamente al Museo nel 1816. La Venere possiede delle dimensioni leggermente maggiori del vero (h. 193 cm) ed è realizzata in un marmo pregiato (probabilmente marmo pario); la fanciulla è rappresentata uscente dal bagno, mentre in atteggiamento pudico copre il pube e il seno; copia romana da Prassitele. La scultura, che è ad oggi una delle più note del museo, appare in tutta la sua bellezza all'interno di questa saletta del XIX sec. che si apre sulla galleria, in un'ambientazione suggestiva e eterea.

Sala degli Imperatori[modifica | modifica sorgente]

La statua di Flavia Giulia Elena.

La sala degli imperatori costituisce una delle sale più antiche del Museo Capitolino. Sin dall'apertura al pubblico delle aree espositive, nel 1734, i curatori vollero disporre raccolti in un unico ambiente, i ritratti degli imperatori romani e dei personaggi della loro cerchia. L'allestimento attuale è frutto di diverse rielaborazioni attuate nel corso dell'ultimo secolo. Si tratta di 67 busti-ritratti, una statua femminile seduta (al centro), 8 rilievi e un'epigrafe onoraria moderna. I ritratti sono disposti su due livelli di mensole marmoree, il visitatore può in tal modo seguire cronologicamente l'evolversi della ritrattistica romana dall'età repubblicana al Tardo antico.

Al centro della sala la statua di Flavia Giulia Elena, augusta dell'Impero romano, concubina (o forse moglie) dell'imperatore Costanzo Cloro, oltre che madre dell'imperatore Costantino I. I cattolici la venerano come sant'Elena Imperatrice.

Tra i ritratti più rimarchevoli, quelli di Augusto giovane con corona di foglie di alloro e Augusto adulto del "tipo Azio", di Nerone, degli imperatori della dinastia dei Flavi (Vespasiano, Tito e Domiziano) o degli imperatori del II secolo d.C. (Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio giovane e adulto, Lucio Vero, Commodo giovinetto e adulto).

Ben rappresentata anche la dinastia severiana con i ritratti di Settimio Severo, Geta, Caracalla e inoltre quelli di Elagabalo, Massimino il Trace, Traiano Decio, Marco Aurelio Probo e Diocleziano. La serie si conclude con Onorio, figlio di Teodosio. Qui di seguito una galleria di ritratti degli imperatori romani per data di regno:

Non mancano i ritratti femminili, con le loro complesse acconciature, le loro parrucche e i loro riccioli elaborati; ricordiamo la consorte di Augusto Livia Drusilla, quella di Germanico, Agrippina Maggiore, Plotina, Faustina maggiore e Giulia Domna. Qui di seguito una galleria di alcuni di questi ritratti in ordine cronologico:

Attraverso la serie di ritratti il percorso di visita si snoda in maniera elicoidale in senso orario, partendo dalla mensola superiore entrando a sinistra, per finire all'estremità della mensola inferiore a destra. Il visitatore apprezzerà l'evoluzione del gusto artistico nella rappresentazione dei ritratti romani e della moda (acconciature, barba, etc.).

Sala dei Filosofi[modifica | modifica sorgente]

La "sala dei filosofi".

Come nel caso della "Sala degli Imperatori", anche la sala dei filosofi nacque, al momento della fondazione del Museo Capitolino, dal desiderio di raccogliere i ritratti, i busti e le erme, di poeti, filosofi e retori dell'antichità. Nella sala ne sono raccolti ben 79. Il percorso inizia con il più celebre poeta dell'antichità, Omero, rappresentato come un vecchio, con la barba, la chioma fluente e lo sguardo spento, indice di cecità. Segue Pindaro, altro noto poeta greco, Pitagora, con il suo turbante in testa, e Socrate dal naso carnoso simile a quello di un Sileno. Sono anche presenti i grandi tragediografi ateniesi: Eschilo, Sofocle e Euripide.

Tra i tanti personaggi del mondo greco, sono esposti anche alcuni ritratti d'epoca romana, tra questi Marco Tullio Cicerone, celebre statista e letterato, rappresentato poco più che cinquantenne nel pieno delle sue facoltà intellettuali e politiche.

Salone[modifica | modifica sorgente]

La galleria di Palazzo Nuovo

Il salone di Palazzo Nuovo costituisce sicuramente l'ambiente più monumentale dell'intero complesso museale capitolino. Merita di essere citato il grande portale che si apre nella parete lunga di comunicazione con la Galleria, progettato da Filippo Barigioni nella prima metà del Settecento, ad arco, con due Vittorie alate di pregevole fattura.

Ai lati e al centro della sala, su alti e antichi basamenti, sono poste alcune delle più belle sculture della collezione capitolina. Al centro della sala sono disposte le grandi statue in bronzo tra cui spiccano le sculture in marmo bigio morato del Centauro vecchio e del Centauro giovane (rinvenute a Villa Adriana e acquistate da Papa Clemente XIII per la collezione Capitolina nel 1765). Tutt'intorno su di un secondo livello, delle mensole con una serie di busti (come uno di Traiano, copia del XVI secolo). Vi sono poi alcune di statue di imperatori romani come il Marco Aurelio in abiti militari (databile al 161-180, proveniente dalla collezione Albani), l'Augusto che tiene in mano il mondo (con corpo copiato dal Diadumeno di Policleto) e l'Adriano-Marte (della collezione Albani).

Nella Galleria sono conservate altre e numerose statue, come: Asclepio (in marmo bigio morato, II sec d.C. da originale del primo ellenismo; provenienza: collezione Albani); un Apollo dell'Omphalos (da una versione greca del 470-460 a.C. dello scultore Calamide) della collezione Albani; un Ermes (copia romana in marmo da Lisippo; provenienza Villa Adriana da Tivoli); una statua di Pothos restaurato come Apollo Citaredo (Kitharoidos, copia romana da un originale greco di Skopas); Marco Aurelio e Faustina minore (i genitori dell'imperatore Commodo, rivisitati come Marte e Venere e databili al 187-189 ca.); un giovane satiro (II secolo d.C. da originale del tardo ellenismo; collezione Albani); un "cacciatore con lepre" (databile al III secolo d.C., epoca di Gallieno), rinvenuta nei pressi di Porta Latina (nel 1747); Arpocrate, figlio di Iside e Osiride, rinvenuto nel pecile di Villa Adriana e donata alla collezione capitolina da Papa Benedetto XIV nel 1744; Atena promachos (copia da prototipo del V sec. a.C. attribuita a Plicleto, collezione Albani); e tante altre ancora.

Sala del Fauno[modifica | modifica sorgente]

La sala del Fauno rosso.

La sala prende questo nome dalla celebre scultura presente al centro dell'ambiente dal 1817, il "Fauno Rosso" ritrovato a Tivoli nella villa di Adriano. La statua del Fauno fu rinvenuta nel 1736 e restaurata da Clemente Bianchi e Bartolomeo Cavaceppi. Fu acquistata dal museo nel 1746 e divenne molto presto una delle opere più apprezzate dai visitatori di quel secolo.

Le pareti sono coperte di iscrizioni inserite nel Settecento, divise per gruppi a seconda del contenuto e con una sezione creata per i bolli di mattone. Tra i testi epigrafici ricordiamo la Lex de imperio Vespasiani del I secolo d.C. (decreto con il quale si conferisce particolare potere all'imperatore Vespasiano), sulla parete di destra. Questo prezioso documento, testimoniato dal Trecento in Campidoglio, è in bronzo e ha una particolarità tecnica: il testo non è inciso, ma è redatto in fusione. Vi sono anche busti e statue.

Sala del Galata[modifica | modifica sorgente]

Questa Sala prende il nome dalla scultura centrale, il Galata Capitolino (opera romana del III secolo d.C. copia dell'originale greco in bronzo del III secolo a.C.), erroneamente ritenuto un gladiatore in atto di cadere sul proprio scudo, acquistata nel 1734 da Ludovico Ludovisi da parte di Alessandro Capponi, presidente del Museo Capitolino, divenendo forse l'opera più nota delle raccolte, più volte replicata su incisioni e disegni.

Il Galata è circondato da altre copie di notevole qualità: l'Amazzone ferita, la statua di Ermes-Antinoo (acquistata dal cardinal Albani da Papa Clemente XII attorno al 1734; proviene da Villa Adriana), e il Satiro a riposo (da originale di Prassitele del IV secolo a.C., donata da Benedetto XIV ai Musei Capitolini nel 1753), mentre contro la finestra, il delizioso gruppo rococò di Amore e Psiche simboleggia la tenera unione dell'anima umana con l'amore divino, secondo un tema risalente alla filosofia platonica che riscosse grande successo nella produzione artistica fin dal primo ellenismo. Vi sono poi i busti del cesaricida, Marco Giunio Bruto, e del condottiero macedone Alessandro Magno (marmo, copia romana da un originale ellenistico del III-II sec. a.C.).

L'Amazzone ferita (da originale del V secolo a.C.; provenienza Villa d'Este a Tivoli, all'interno del perimetro di Villa Adriana), è anche denominata anche "tipo Sosikles", dalla firma apposta su questa replica. Generalmente attribuita a Policleto (o a Fidia), essa possiede delle dimensioni leggermente maggiori del vero. Il braccio sollevato è frutto di un restauro, forse in origine brandiva una lancia sulla quale la figura era in appoggio. Il capo è rivolto a destra, il braccio sinistro invece solleva il panneggio mostrando la ferita. Fu donata da Benedetto XIV ai Musei Capitolini nel 1753.

Centrale Montemartini[modifica | modifica sorgente]

Facciata esterna della Centrale Montemartini
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Centrale Montemartini.

Nel 1997, a causa di gravi problemi di infiltrazioni d'acqua e di umidità, la Galleria Lapidaria e diversi settori del Palazzo dei Conservatori dovettero essere chiusi al pubblico; per permettere i lavori di ristrutturazione centinaia di sculture furono trasferite in alcuni ambienti dell'ex centrale elettrica Montemartini (situata lungo la Via Ostiense), in cui fu allestita una mostra. La collezione include 400 statue romane, insieme a epigrafi e mosaici. La maggior parte dei reperti costituiscono i pezzi di più recente acquisizione, provenendo dagli scavi portati avanti dopo l'unità d'Italia, in particolare negli antichi horti romani.

Altre opere[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e Touring Club Italiano - Dossier Musei 2009
  2. ^ AA. VV. Roma e dintorni, edito dal T.C.I. nel 1977, pag. 83. ISBN 88-365-0016-1. Sandra Pinto, in Roma, edito dal gruppo editoriale L'Espresso su licenza del T.C.I. nel 2004, pag. 443. ISBN 88-365-0016-1. AA. VV. La nuova enciclopedia dell'arte Garzanti, Garzanti editore, 2000, ISBN 88-11-50439-2, alla voce "museo".
  3. ^ a b c d e f g Indagine annuale sull'affluenza dei visitatori nei musei italiani di maggior interesse turistico Edizione aggiornata - Estate 2003
  4. ^ Coarelli 2012, p. 385.
  5. ^ Samuel Ball Platner (completato e rivisto da Thomas Ashby), A Topographical Dictionary of Ancient Rome, Ed. Oxford University Press, London 1929, pp. 33-47.
  6. ^ F.Coarelli, La colonna di Marco Aurelio, Roma, 2008, p.42-44.
  7. ^ In verità si ha notizia dell'esistenza di questi Magistrati, pur non conoscendone i nomi, già dal 1223. Cfr. Claudio De Dominicis, Senatori, Conservatori, Caporioni e loro Priori e Lista d’oro delle famiglie dirigenti (secc. X-XIX) Membri del Senato della Roma pontificia, Roma 2009, p. 15.
  8. ^ Flaminio Boulanger fu un ebanista francese molto attivo a Roma nella seconda metà del Cinquecento. Autore di "studioli" e soffitti, tra cui quello (andato perduto) dell'Oratorio del Crocifisso, quello di san Silvestro al Quirinale, e quello di San Giovanni in Laterano (con decorazioni pittoriche di Daniele da Volterra, 1564-66), aveva bottega in via dell'Anima.
  9. ^ Sul Museo Artistico Industriale (M.A.I.), dove si formò e lavorò anche Duilio Cambellotti, si veda la bella scheda patrocinata dall'Assessorato alle politiche culturali.
  10. ^ Sull'insediamento, i componenti e i fini della Commissione archeologica comunale si veda in Domenico Palombi, Rodolfo Lanciani, l'archeologia a Roma tra Ottocento e Novecento, L'Erma di Bretschneider 2006, p. 56:
    "La Giunta Municipale di Roma, nel congresso del giorno 24 maggio 1872, secondo il voto già espresso dal Consiglio nella seduta del 24 aprile, istituiva una commissione Archeologica, cui fosse trasmesso l'esercizio dei diritti e dei doveri, che al Comune incombono verso i monumenti della città e del suo territorio; vi chiamava all'onore di comporla i Sigg. cav. A. Castellani, ing. R. Lanciani, comm. P. Rosa, comm. G.B. De Rossi, conte V. Vespignani, cav. C.L. Visconti, barone P.E. Visconti, e marchese F. Nobili Vitelleschi. Il campo aperto all'attività della nuova Commissione era altrettanto vasto, quanto importante: poiché il Comune, nelle convenzioni stipulate con le varie società edificatrici de' nuovi quartieri, essendosi riservato ove l'assoluta, ove la parziale proprietà degli antichi monumenti, ove la semplice sorveglianza delle scoperte, conveniva provvedere urgentemente al disegno delle icnografie degli edifici; alla loro conservazione, qualora ne fossero giudicati degni; al trasporto e al collocamento ne' palazzi capitolini degli antichi oggetti estratti dalle escavazioni; all'ampliamento dei musei; alla fondazione di nuove raccolte ceramiche e numismatiche; procurando sempre di conciliare gli interessi della scienza con quelli della edilità. Fino dalle sue prime tornate la Commissione determinò di dare alle stampe un Bullettino mensile, affine di render ragione del suo operato, tanto alla magistratura comunale, che di sì nobile ufficio l'aveva investita, quanto ai concittadini, ed ai cultori degli studi archeologici, che seguono con viva attenzione i risultati delle nuove scoperte[...]".
  11. ^ Il medagliere nel sito dei Musei
  12. ^ CIL VI, 31218.
  13. ^ AE 1990, 58.
  14. ^ S.Benedetti, Il Palazzo Nuovo nella piazza del Campidoglio, 2001

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., Musei Capitolini - Guida, Comune di Roma - Zètema - Electa, 2006.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]