Palmira

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Panorama di Palmira all'alba
Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Sito archeologico di Palmyra
(EN) Site of Palmyra
Palmyre Vue Generale.jpg
Tipo Culturali
Criterio (i) (ii) (iv)
Pericolo Non in pericolo
Riconosciuto dal 1980
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Palmira fu in tempi antichi un'importante città della Siria, posta in una oasi 240 km a nord-est di Damasco e 200 km a sud-ovest della città di Deir ez-Zor, che si trova sul fiume Eufrate. È stato per lungo tempo un vitale centro carovaniero, tanto da essere soprannominata la Sposa del deserto, per i viaggiatori ed i mercanti che attraversavano il deserto siriaco per collegare l'Occidente (Roma e le principali città dell'impero) con l'Oriente (la Mesopotamia, la Persia, fino all'India e alla Cina), che ebbe un notevole sviluppo tra il I ed III secolo d.C.

Il nome greco della città, Palmyra (Παλμυρα), è la fedele traduzione dall'originale aramaico, Tadmor, che significa 'palma'.
Tadmor (anche Tadmur; in arabo تدمر) è l'attuale nome della cittadina sorta in prossimità delle rovine, che dipende molto dal turismo.
Comunque, anche se la fonte sulfurea che alimentava l'oasi di Palmira sembra esaurita, oggi Tadmor, con un sistema di irrigazione del terreno, riesce a mantenere viva una fiorente oasi che permette ai 45.000 abitanti di vivere non solo di turismo ma anche di agricoltura.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Il tempio di Baal

La città, nota col nome di Tadmor nel II millennio a.C., è menzionata per la prima volta in documenti provenienti dagli archivi assiri di Kanech, in Cappadocia, nel XIX secolo a.C., e poi è citata più volte negli archivi di Mari, nel XVIII secolo a.C.
Poi viene citata ancora negli archivi assiri, nell'XI secolo a.C., come Tadmor del deserto. A quel tempo era solo una città commerciale nella estesa rete commerciale che univa la Mesopotamia e la Siria settentrionale.
Tadmor è citata anche nella Bibbia (Secondo libro delle Cronache 8.4) come una città del deserto fortificata da Salomone. La città di Tamar[1] è menzionata nel Primo libro dei Re (9.18), anch'essa fondata e fortificata da Salomone.

Dopo queste citazioni su Palmira cala il silenzio per circa un millennio, e solo nel I secolo a.C. la città viene citata col nuovo nome, che le è stato dato durante il regno dei Seleucidi (IV - I secolo a.C.)

Periodo greco-romano[modifica | modifica wikitesto]

Seleucidi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seleucidi.

Quando i Seleucidi presero il controllo della Siria nel 323 a.C. la città fu abbandonata a sé stessa e divenne indipendente. Palmira fiorì come città carovaniera durante il I secolo a.C., come ci testimonia lo storico giudeo Flavio Giuseppe, nel secolo successivo, sviluppando un proprio dialetto semitico e un proprio alfabeto.
Anche se la Siria era divenuta provincia romana nel 64 a.C., pare che Palmira abbia mantenuto una certa autonomia e la città era tanto ricca che, nel 41 a.C., Marco Antonio cercò di occuparla per saccheggiarla, ma fallì nel tentativo.

Romani[modifica | modifica wikitesto]

Il decumano massimo della città.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Limes orientale.

In seguito Palmira fu annessa ufficialmente alla provincia romana di Siria, verso il 19 d.C., durante il regno di Tiberio (14-37), e con Nerone (54-68) fu integrata nella provincia. In quegli anni lo scrittore Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis Historia, descrive Palmira, mettendone in rilievo la ricchezza del suolo e la sua importanza per il ruolo che ricopriva come principale via di commercio tra Persia, India, Cina e l'impero romano. Sotto Tiberio era già così ricca che costruì il santuario di Baal, col tempio dedicato a Baal, a Yarhibol (il Sole) e Aglibol (la Luna) e con la cooperazione degli sceicchi nomadi l'autorità di Palmira fu riconosciuta dalle oasi del deserto, tanto di renderla un vero e proprio stato (nel 24, avevano fondato una colonia sull'Eufrate e avevano un fondaco a Vologasia, città del regno dei Parti, da dove raggiungevano le coste del golfo persico, dove arrivavano la navi provenienti dall'India.

Sotto il regno di Traiano la città fu annessa all'impero, ma nel 129 Adriano visitò Palmira e la proclamò città libera, dandole il nome di Palmira Hadriana.
Tra la fine del II e l'inizio del III secolo, Settimio Severo oppure il suo successore, il figlio Caracalla, concessero a Palmira lo statuto di città libera.

Benché fosse di fronte all'impero partico, Palmira non era mai stata coinvolta nelle guerre che lo avevano opposto a Roma. Ma dopo che il fondatore della dinastia sasanide, Ardashir I, nel 224, era asceso al potere, a partire dal 230 il commercio palmireno diminuì a causa dell'occupazione sasanide della Cappadocia (Nisibis cadde nel 237) e della Mesopotamia, il territorio tra il Tigri e l'Eufrate, Carre cadde nel 238.
Negli anni seguenti, le incursioni dei Sasanidi continuarono con continuità anche sotto il regno del successore di Ardashir, Shapur I, che arrivò a minacciare Antiochia. In questo contesto si inserì la figura di Odenato.

Odenato, discendente della famiglia gentilizia dei Settimi che ricevette la cittadinanza romana, quando, nel 193, aveva parteggiato per Settimio Severo contro Pescennio Nigro, era stato nominato governatore della provincia di Siria da Valeriano.
Nel 260, dopo che Valeriano, sconfitto a Edessa, era stato catturato, Odenato intervenne e inseguì sino a Ctesifonte l'esercito sasanide che, sconfitto dal generale Callisto, si stava ritirando. Durante tale azione, Odenato riuscì a procurare notevoli perdite al nemico e l'impresa fu apprezzata dall'imperatore Gallieno, che, dopo che Odenato, durante la ribellione dei Macriani, aveva sconfitto ed ucciso, nel 261, il generale Callisto, gli conferì il titolo di dux romanorum. In seguito, Odenato si proclamò re dei re. Fu anche per merito di Odenato che i Persiani, negli anni successivi, non effettuarono altre incursioni.

Regno indipendente di Zenobia[modifica | modifica wikitesto]

Busto funerario femminile proveniente da Palmira (seconda metà del II secolo), oggi al British Museum
Il regno di Palmira alla sua massima estensione, in verde
Zenobia raffigurata su di una moneta.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Palmira, campagne orientali di Aureliano e assedio di Palmira.

Nel 268, a seguito di un complotto politico[2], Odenato ed il figlio maggiore, Hairan, furono assassinati da Maconio[3], cugino o nipote (a seconda delle fonti) di Odenato.
Poco dopo la morte del governatore (re dei re), sua moglie Zenobia prese il potere, in nome del figlio minorenne, Vaballato, col sogno e l'ambizione di creare un impero d'Oriente da affiancare all'impero di Roma.
Il disinteresse apparente degli imperatori romani e la morte, nel 269, dell'imperatore Claudio II e del fratello Quintiliano, incoraggiarono la regina a ribellarsi all'autorità romana. Nel 270, infatti Zenobia attaccò l'Arabia, la Palestina e l'Egitto, conquistandole. L'Egitto aveva una notevole importanza per il fatto che, dopo la chiusura delle vie carovaniere del nord, il commercio con l'India passava proprio da quella regione. Allora Zenobia si spinse a nord, conquistò la Cappadocia e la Bitinia arrivando sino alla città di Ancira. Ma Zenobia non aveva l'approvazione del Senato di Roma; inoltre, non tutte le legioni di stanza in Oriente la seguirono. In quello stesso anno (270), Aureliano viene acclamato imperatore dalle legioni del limes danubiano.

All'inizio del 272, Aureliano riconquistò l'Egitto, poi la Bitinia e la Cappadocia, poi dopo aver avuto ragione della cavalleria palmirense ad Antiochia, sconfisse l'esercito palmirense, comandato dal generale Zabdas ad Emesa. La regina si rifugiò a Palmira, ma prima della fine dell'anno Aureliano raggiunse l'oasi e iniziò delle trattative per la resa della città. Durante le trattative, Zenobia ed il figlio, Vaballato, fuggirono, ma furono catturati[4].

Palmira, che non ebbe a soffrire danni in occasione della resa, l'anno dopo (273), a seguito di una ribellione, fu saccheggiata[5], i suoi tesori furono portati via e le mura furono abbattute; la città, abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane.

Tardo impero romano, Bisanzio e conquista araba[modifica | modifica wikitesto]

Diocleziano, tra il 293 e 303 fortificò la città, per cercare di difendere Palmira dalle mire dei Sasanidi e fece costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento (il campo di Diocleziano), con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica.
A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano.

Durante il periodo della dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza.
L'imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l'importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione.
Nonostante ciò la città venne conquistata dagli Arabi di Khalid ibn al-Walid nel 634.
Sotto il dominio degli Arabi la città andò in rovina.

Benché la storia di Palmira fosse nota, il sito e l'oasi vennero visitate, solo nel 1751, da una comitiva di disegnatori (tra cui l'italiano, Giovanni Battista Borra), capeggiati da due inglesi, Robert Wood e James Dawkins, che nel 1753, pubblicarono in inglese e francese Les Ruines de Palmyra, autrement dite Tadmor au dèsert, che crearono enorme interesse per il sito e l'oasi. Solo però verso la fine del XIX secolo vengono iniziate ricerche di carattere scientifico, copiando e decifrando le iscrizioni; ed infine, dopo l'instaurazione del mandato francese sulla Siria, vengono iniziati gli scavi per potare alla luce i vari reperti. Scavi che continuano ancora oggi.

Il sito archeologico[modifica | modifica wikitesto]

Santuario di Bel o Baal[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio religioso, dedicato a Bel o Baal, assimilato al greco Zeus (in latino, Jupiter, il nostro Giove), fu edificato sotto il dominio partico con elementi sia di tipo greco-corinzio, sia babilonese nella incongrua merlatura superiore del tempio (I secolo d.C.).[6] Il tempio fu consacrato tra il 32 e il 38, il colonnato fu ultimato nel II secolo, verso il 120, mentre i propilei furono innalzati alla fine del II secolo. Il recinto sacro è molto ampio di forma quadrangolare, 205x210 metri, contornato da un alto muro di cinta esterno, affiancato da un portico sorretto da un doppio colonnato. Il santuario aveva un ingresso monumentale, che ha subito delle modifiche quando gli Arabi hanno trasformato il santuario in una fortezza. L'ampio cortile interno era completamente lastricato. la cella del tempio misura 10 metri x 30. Il tempio ha due nicchie, una rivolta a nord, che conteneva la triade di divinità palmirene, Baal, Yarhibol (il Sole) e Aglibol (la Luna). In epoca araba la cella del tempio fu trasformata in moschea, come dimostra il mihrab presente sul muro meridionale della cella.

La via colonnata[modifica | modifica wikitesto]

Inizia di fronte all'ingresso del santuario di Bel o Baal ed il primo tratto si conclude con l'arco severiano, a tre fornici, congegnato per mascherare un cambio di direzione di 30 gradi del secondo tratto dalla via. La via colonnata, le cui colonne presentano delle mensole che erano sormontate da statue, aveva una carreggiata larga 11 metri, affiancata da due portici di 7 metri.

Santuario di Nabu[modifica | modifica wikitesto]

Poco dopo aver oltrepassato l'arco severiano, sulla sinistra, vi è il santuario di Nabu, una divinità mesopotamica, assimilata ad Apollo. il santuario fu edificato tra la fine del i secolo e la metà del secondo secolo d.C. All'interno del recinto tre lati hanno un portico sorretto da colonne, mentre il quarto è chiuso da un muro.

Le terme di Diocleziano[modifica | modifica wikitesto]

Sulla destra della via colonnata, di fronte al tempio di Nabu, sorgevano le terme di Diocleziano, edificate nel II secolo d.C. L'edificio, di non grandi dimensioni, 85 metri x 51, ha un ingresso di quattro colonne monolitiche di granito egiziano.

Il teatro[modifica | modifica wikitesto]

Il teatro è un tipico teatro romano edificato nella seconda metà del II secolo, ancora in buone condizioni di conservazione.

Agorà e Senato[modifica | modifica wikitesto]

L'agorà, il foro delle città romane, dell'inizio del II secolo, presenta una pianta quadrangolare (84x71 metri), con portici sui quattro lati. Le colonne presentano delle mensole che erano sormontate da statue. Presso l'angolo sud-ovest dell'agorà sorgeva una basilica rettangolare 815 metri x 12) che si suppone potesse servire per i banchetti
Il Senato, piuttosto piccolo, aveva un vestibolo ed una corte interna ed era contornato da alcune botteghe.

Il santuario di Baalshamin[modifica | modifica wikitesto]

Il santuario di Baalshamin (il signore del cielo), consacrato, nel 130, era dedicato ad una divinità una divinità paragonabile a Mercurio (il greco Ermes) era gestito da una tribù nomade.

La cinta muraria[modifica | modifica wikitesto]

il circuito delle mura racchiudeva tutto il sito monumentale e fu costruita nel III secolo d.C. racchiudeva un'area ci circa 140 ettari.

La necropoli[modifica | modifica wikitesto]

La necropoli è in realtà composta da diverse necropoli distinte.

L'oasi[modifica | modifica wikitesto]

A sud del centro carovaniero si trovava la fonte Efqa, che per millenni ha alimentato l'oasi. Da circa vent'anni il corso dell'acqua è stato deviato più a est.

Il museo archeologico[modifica | modifica wikitesto]

Il museo inaugurato, nel 1961, contiene opere recuperate dagli scavi archeologici, sia nel giardino che nelle varie sale, che presentano:

  • la sala 1, una raccolta di epigrafi in lingua palmirena
  • la sala 2, il modello del santuario di Bel e alcuni elementi architettonici e decorativi del santuario stesso
  • la sala 3, oltre a mostrare alcuni aspetti della vita di Palmira, dromedari, cammellieri, imbarcazioni, modi di vestire e stoffe del periodo antico, vi è un rilievo dell'architrave del tempio di Baalshamin che un'aquila, vi sono due mosaici provenienti da case vicine al tempio di Bel, e inoltre monete, oggetti di metallo, ceramiche, gettoni invito per i banchetti, sempre provenienti dagli scavi.
  • le sale 4, 5, e 6, l'arte funeraria palmirena, con ritratti di defunti (molto interessanti quelli femminili abbelliti da numerosi gioielli); nella sala 4, si distingue un sarcofago della famiglia di Malku che raffigura un banchetto funebre; nella sala 5, un sarcofago con letto funebre di Bolbarak e della sua famiglia; nella sala 6, rilievi funebri della famiglia di Salamallat, figlio di Malku.

Il sito archeologico oggi (novembre 2013)[modifica | modifica wikitesto]

Non è stato risparmiato dalla guerra civile che si sta combattendo in Siria, ed ha subito parecchie distruzioni[7].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Questa località che qualcuno pensa che si possa trattare di Tadmor, in realtà è una località vicina al Mar Morto.
  2. ^ Maconio forse era stato sobillato dall'imperatore Gallieno, con la promessa di metterlo al posto di Odenato, ma molto più probabilmente da Zenobia, che voleva che ad Odenato succedesse uno dei suoi figli e non Hairan che era figlio della prima moglie del marito.
  3. ^ Maconio non riuscì a succedere allo zio (o cugino) perché fu assassinato subito dopo.
  4. ^ Zenobia e Vaballato dopo la cattura furono inviati a Roma, ma, secondo quanto testimoniato dallo storico bizantino Zosimo, il figlio morì durante il viaggio. Zenobia venne esibita come trofeo durante le celebrazioni per il trionfo di Aureliano, del 274.
  5. ^ Il tempio di Baal fu saccheggiato per vendetta dalla Legio III Cyrenaica che, in questo modo, vendicò il saccheggio del proprio tempio a Bosra da parte dell'esercito di Palmira, nel 270.
  6. ^ Federico Arborio Mella, L'impero persiano. Da Ciro il grande alla conquista araba, Milano 1980, p.338.
  7. ^ tratto dall'articolo de La Stampa di Torino, dell' 08/11/2013, a cura della giornalista, Carla Reschia - Siria, in macerie i gioielli dell’Unesco:
    Nemmeno Palmyra, la leggendaria città del deserto, dimora della regina Zenobia che si oppose, secondo la tradizione, tanto all’impero romano come a quello persiano, è stata risparmiata. I carri armati e le batterie di missili hanno ripetutamente straziato tutti gli edifici monumentali che ne facevano una meta d’obbligo, il tempio di Baal, i colonnati del Decumano, il teatro e anche i Propilei che avevano retto a più di un terremoto.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alfonso Anania - Antonella Carri - Lilia Palmieri - Gioia Zenoni, Siria: viaggio nel cuore del Medio Oriente, Polaris 2009, pp. 521–558
  • Franz Cumont, Le province confinarie d'Oriente, in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 231–259
  • Arthur Christensen, La Persia sasanide, in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 429–449
  • Andreas Alföldi, Le invasioni delle popolazioni stanziali, dal Reno al Mar Nero, in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 450–477
  • Andreas Alföldi, La crisi dell'impero (249-270 d.C.), in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 478–550
  • Harold Mattingly, La ripresa dell'impero, in Cambridge University - Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 599–655

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