Cartagine

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Coordinate: 36°53′12″N 10°18′53″E / 36.886667°N 10.314722°E36.886667; 10.314722

Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO Flag of UNESCO.svg
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Sito di Cartagine
(EN) Site of Carthage
Carthage column.JPG
Tipo culturale
Criterio (II) (III) (IV)
Pericolo Non in pericolo
Riconosciuto dal 1979
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda
Cartago location map it.svg

Cartagine (latino: Carthago o Karthago; greco: Καρχηδών, Karkhēdōn; arabo:قرطاج, Qarṭāj; berbero: ⴽⴰⵔⵜⴰⵊⴻⵏ, Kartajen; ebraico: קרתגו, Kartago; dal fenicio קַרְתְּ חַדַשְתְּ, Qart-ḥadašt, che significa «Città nuova», inteso come "Nuova Tiro"[1]) è un'antica città, fiorente in età antica e oggi sobborgo di Tunisi, in Tunisia.

La città è collocata sul lato orientale del Lago di Tunisi. Secondo una leggenda romana, fu fondata nell'814 a.C. da coloni fenici provenienti da Tiro, guidati da Elissa (la regina Didone). Divenne una grande e ricca città, molto influente nel Mediterraneo occidentale, fino a scontrarsi con Siracusa e Roma per l'egemonia sui mari.

Le prime battaglie navali coinvolgenti il popolo cartaginese, infatti, furono le cosiddette guerre greco-puniche, campagne di assedio per il predominio sul Mediterraneo e in particolare sulla Sicilia, la quale nel corso dei secoli VIII fino al V a.C. era coabitata dalle etnie fenicio-puniche (principalmente a Mozia, Solunto, Palermo), dai Popoli preellenici e dall'etnia greca. Le campagne di espansione greca verso l'occidente furono spesso motivi di guerra tra le due componenti e in particolare i contrasti tra le città di Selinunte (greca) e Segesta (elima e in quanto tale alleata dei Fenici) erano motivo di accesi conflitti. Spesso Cartagine entrava nello scacchiere fornendo mezzi e uomini a supporto dei Fenici isolani, fino ad essere coinvolta in diversi scontri. Il terreno di battaglia fu spesso la Sicilia, come nella celebre battaglia di Hymaera, ma non mancarono scontri navali.

Inoltre, verso il VI secolo a.C. , i Cartaginesi cercarono di impadronirsi della Sardegna. Al tentativo di colonizzazione seguì l'inevitabile reazione armata dei sardo-nuragici che in breve rioccuparono i territori invasi minacciando la distruzione delle città costiere già loro colonie. Nella Prima guerra sardo-punica (540 a.C.), Cartagine inviò in Sardegna un suo esperto generale, già vittorioso in Sicilia contro i Greci e da questi chiamato Malco; nella Seconda guerra sardo-punica (535 a.C), dopo la vittoriosa battaglia navale del Mare Sardo contro i Greci focesi, i Punici al comando dei due fratelli Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, tentarono una nuova campagna militare per la conquista dell'Isola. Venticinque anni dopo, nel 510 a.C., si combatteva ancora, ed in quell'anno i Punici persero in battaglia il generale Asdrubale.

I Cartaginesi inoltre, sotto la guida di Annibale, giunsero a mettere in pericolo il dominio romano con la vittoria a Canne, ma uscirono poi debolissimi dalla Seconda guerra romano-punica. Con la sconfitta nella Terza guerra romano-punica, la città fu distrutta nel 146 a.C. dai Romani. I Romani distrussero Cartagine perché era una città che non si era arresa a loro dopo le prime sconfitte, ma dopo molte guerre. Successivamente però la ricostruirono e ne fecero una delle città più importanti dell'Impero romano.

Conquistata dai Vandali nel 439, fu la capitale del loro regno fino al 533, quando fu riconquistata da Belisario con la Guerra vandalica. In seguito alla conquista omayyade del Nord Africa, Cartagine fu distrutta definitivamente nel 698.

Resta ancor oggi una popolare attrazione turistica, che nel 1979 è stata inserita dall'UNESCO tra i Patrimoni dell'umanità.

Il 25 dicembre 1943 il Primo ministro inglese Winston Churchill e il Presidente americano Franklin D. Roosevelt si incontrarono in questa località per pianificare i termini dell’operazione Shingle, ovvero lo sbarco alleato oltre la Linea Gustav.

Fondazione di Cartagine[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Alalia.

Secondo lo storico greco Timeo, la fondazione di Cartagine risalirebbe all'814 a.C., mentre per Giuseppe Flavio la data di fondazione sarebbe l'826 a.C. Cartagine venne fondata da coloni fenici provenienti dalla città di Tiro che portarono con loro il dio della città Melqart. Secondo la leggenda mitologica a capo dei coloni (o forse profughi politici) era Didone (conosciuta anche come Elissa). Numerosi sono i miti relativi alla fondazione, che sono sopravvissuti attraverso le letterature greca e latina. Uno di questi narra che il fratello di Elissa, Pigmalione di Tiro, capo dell'omonima città, fece uccidere il marito della sorella per carpirne le ricchezze. Elissa lasciò quindi la città e, dopo lunghe peregrinazioni, approdò sulle coste tunisine, dove fondò Cartagine.

I primi anni di Cartagine, posta sul Mar Mediterraneo, sono definiti da una lunga serie di rivalità fra le famiglie proprietarie terriere e le famiglie dei commercianti e marinai. In genere, a causa dell'importanza dei commerci per la città, la fazione "marittima" controllava il governo e, durante il VI secolo a.C., Cartagine cominciò ad acquisire il dominio dell'area del Mediterraneo Occidentale. Mercanti ed esploratori costruirono una vasta rete di commerci che portarono una grande prosperità e un largo potere alla città-stato. Si tramanda che già all'inizio del VI secolo a.C. Annone il navigatore si sia spinto lungo la costa dell'Africa fino alla Sierra Leone; contemporaneamente sotto la guida di Malco, la città iniziò la conquista sistematica delle regioni costiere dell'Africa e del suo interno.

All'inizio del V secolo a.C., Cartagine era il più importante centro commerciale della regione, una posizione che avrebbe mantenuto fino alla sua caduta per mano romana. La città-stato aveva conquistato i territori delle antiche colonie fenicie (Adrumeto, Utica, Kerkouane...) e le tribù libiche, allargando la sua dominazione su tutta la costa dell'Africa dall'odierno Marocco ai confini dell'Egitto. La sua influenza si allargava inoltre nel Mar Mediterraneo con il controllo di limitate aree costiere dell' isola di Sardegna, di Malta, delle isole Baleari e la parte occidentale della Sicilia. Erano state stabilite colonie anche in Spagna. In tutto il Mediterraneo occidentale resistevano all'imperialismo commerciale cartaginese solo Marsiglia (colonia greca focese), le colonie greche della costa italiana e i commercianti etruschi, che a malapena mantenevano il controllo delle coste italiane del Mar Tirreno e lottavano per la Corsica.

Commercio cartaginese[modifica | modifica sorgente]

Rovine di Cartagine.

L'impero commerciale cartaginese, alle origini, dipendeva strettamente dalle relazioni economiche con Tartesso e altre città della Penisola Iberica. Da qui Cartagine otteneva grandi quantità di argento e, cosa molto più importante, di stagno, determinante per la fabbricazione di oggetti di bronzo in tutte le civiltà antiche. Cartagine seguiva le rotte commerciali della città-madre, Tiro. Alla caduta di Tartesso le navi cartaginesi risalirono direttamente alla sorgente primaria dello stagno nella regione nord occidentale della Penisola Iberica e in seguito fino alla Cornovaglia. Altre navi cartaginesi si inoltrarono nella costa atlantica dell'Africa tornando con l'oro fin dall'odierno Senegal.

Se la poesia epica greca e gli storici contemporanei a Roma imperiale ricordano l'opposizione militare di Cartagine alle forze delle città-stato greche e della Repubblica Romana, è vero che il teatro greco e le sue commedie ci hanno tramandato l'immagine del commerciante cartaginese, con le sue vesti, anfore e gioielli. Generalmente veniva dipinto come un tipo divertente, un venditore relativamente pacifico e colorato, attento a trarre profitto scucendo al nobile e innocente Greco ogni suo singolo centesimo. Evidente simbolo di ogni tipo di scambio, dalle grandi quantità di stagno necessarie a una civiltà basata sul bronzo a tutti i manufatti tessili, di ceramica e di oreficeria. Prima e durante le guerre si vedevano mercanti cartaginesi attraccare in ogni porto del Mediterraneo, comprando e vendendo, stabilendo magazzini dove potevano, oppure dandosi al commercio spicciolo nei mercatini all'aperto appena scesi dalle loro navi. O anche entrambe le cose.

La lingua etrusca non è ancora stata del tutto decifrata ma scavi archeologici nelle loro città mostrano che gli Etruschi furono per parecchi secoli clienti e fornitori di Cartagine, molto prima della espansione di Roma. Le città-stato etrusche furono partner commerciali di Cartagine oltre che, a volte, alleate in operazioni militari.

Governo cartaginese[modifica | modifica sorgente]

Il governo di Cartagine era un'oligarchia, non diversa da quella di Roma repubblicana, di cui conosciamo però pochi dettagli. I Capi dello Stato erano chiamati "suffeti" che verosimilmente era il titolo del governatore della città-madre Tiro. "Suffeti" letteralmente si traduce con "giudici", carica che ricorda i "Giudici" citati nella Bibbia. Gli scrittori romani invece, utilizzavano il termine "reges" (Re); ma non dimentichiamo il forte senso spregiativo che la parola "re" aveva per i romani, accesi repubblicani.

Più tardi uno o due suffeti, che si suppone esercitassero il potere giudiziario ed esecutivo, ma non quello militare (quest'ultimo affidato a dei generali di nomina pluriennale chiamati "strategoi"), cominciarono ad essere annualmente eletti fra le famiglie più potenti e influenti. Queste famiglie aristocratiche erano rappresentate in un consiglio supremo, comparabile al Senato di Roma, che aveva un ampio spettro di poteri. Oltre al senato con 300 membri, vi era un'altra assemblea aristocratica: il Consiglio dei Cento. Non si sa, però, se i suffeti venissero eletti dal consiglio o direttamente dal popolo in assemblea. Anche se il popolo poteva avere qualche influenza sulla legislazione, gli elementi democratici erano piuttosto deboli a Cartagine e l'amministrazione della città era sotto il fermo controllo degli oligarchi. Nonostante l'iniziale debolezza di questi elementi democratici, pare che a partire dal IV secolo a.C. l'assemblea democratica si fosse rafforzata.

Religione cartaginese[modifica | modifica sorgente]

Il Tophet di Cartagine

La Cartagine fenicia aveva una fama sinistra per i sacrifici dei bambini. Plutarco (46 - 120) parla di questa pratica, come fanno Tertulliano, Paolo Orosio e Diodoro Siculo. Per contro Tito Livio e Polibio non ne parlano. Scavi archeologici moderni tendono a confermare la versione di Plutarco. In un solo cimitero per bambini chiamato "Tophet" ("area sacra") è stata deposta fra il 400 a.C. e il 200 a.C. una quantità - stimata - di 20.000 urne. Queste urne contenevano le ossa calcinate di neonati e in qualche caso di feti o di bimbi attorno ai due anni. Questo indica che se i bambini erano piccoli, quelli più giovani venivano sacrificati dai genitori. D'altra parte, in uno studio del 2010 è stata mostrata l'evidenza che quelle trovate sono probabilmente le ossa cremate di bambini morti naturalmente[2]. Questa tesi è discordante, d'altra parte, con ritrovamenti precedenti cananei. Inoltre, i pochi testi cartaginesi che ci sono rimasti non fanno mai menzione a sacrifici di bambini. Il dibattito fra gli storici e gli archeologi rimane aperto.

Cartagine venerava molti dei. La suprema coppia divina era formata da Tanit e Baal. Diversamente dalla maggioranza della popolazione i sacerdoti si radevano il viso. Nei primi secoli i rituali della città includevano danze ritmiche tratte dalla tradizione fenicia e sembra che la dea Astarte fosse molto popolare. Nel periodo di massimo splendore Cartagine ospitava un grande numero di divinità provenienti dalle civiltà greca, egizia ed etrusca...

Espansione militare dei Punici in Sardegna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna fenicio-punica, Espansione cartaginese in Italia e Battaglia di Alalia.

Conosciute per loro prosperità, le città stato della Sardegna entrarono nell'orbita di espansione di Cartagine. Alla nascente potenza coloniale punica, proiettata verso la conquista delle rotte mercantili nel Mediterraneo occidentale, interessava non solo il controllo del territorio circostante i centri urbani costieri, ma anche le fertili pianure dell'entroterra sardo, e soprattutto lo sfruttamento esclusivo delle ricche miniere di metalli, dominio fino ad allora delle genti nuragiche dell'interno. Ebbe inizio una lunga guerra che vide i Punici penetrare verso i territori dell'interno. Da Karalis arrivarono fino a Monastir e San Sperate, da Sulci fino al Monte Sirai, da Tharros occuparono il Sinis e si spinsero fino a Narbolia e a San Vero Milis, fondando in queste nuove terre i centri urbani di Othoca e di Cornus.

Al tentativo di colonizzazione seguì l'inevitabile reazione armata dei sardo-nuragici: in breve rioccuparono i territori invasi minacciando la distruzione delle città costiere. La fortezza del Monte Sirai, baluardo avanzato dei Punici, fu ripetutamente attaccata e ripresa. Il tentativo di respingere l'invasione verso l'entroterra segna, verso il VI secolo a.C., l'entrata della Sardegna negli annali della storia: la letteratura classica infatti ci dà per la prima volta un resoconto preciso e datato su ciò che stava accadendo sull'Isola.

Prima guerra sardo-punica[modifica | modifica sorgente]

A difesa degli interessi punici, nel 540 a.C. Cartagine inviò in Sardegna un suo esperto generale, già vittorioso in Sicilia contro i Greci e da questi chiamato Malco (ossia il Re). Sbarcato nell'Isola con un corpo di spedizione composto dalle élite puniche, con il compito di liberare le città costiere dall'incombente pericolo di annientamento, Malco trovò ad aspettarlo la feroce ed organizzata resistenza dei Sardi nuragici. Travolti da continui attacchi e dalla sanguinosa guerriglia che si sviluppò intorno ai loro movimenti, i Cartaginesi furono costretti a ritirarsi e a reimbarcarsi subendo ingenti perdite. Non furono le fortezze nuragiche però lo strumento di vittoria per i Sardi, ma i Punici furono sconfitti in scontri campali. L'intervento di Cartagine fu descritto dallo storico romano Marco Giuniano Giustino, e sembra che nella madrepatria questa sconfitta fu accolta come un disastro tanto da motivare successivamente ampie riforme civili e militari. Dopo questi avvenimenti, l'esercito fu potenziato e divenne il simbolo e lo strumento della volontà di dominazione cartaginese.

In tale periodo, secondo gli studiosi, vi fu l'introduzione nell'Isola di una malattia fino ad allora sconosciuta: la malaria. Si suppone che furono le truppe di Malco a portare in Sardegna le zanzare anofele, terribile flagello per gli isolani sino al 1946-50.

Seconda guerra sardo-punica[modifica | modifica sorgente]

Dopo la vittoriosa battaglia navale del Mare Sardo contro i Greci focesi, i Punici al comando dei due fratelli Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, nel 535 a.C. tentarono una nuova campagna militare per la conquista dell'Isola.

Non si sa molto di tale spedizione, ma si suppone che l'avanzata cartaginese fu arrestata nuovamente nei Campidani, prima ancora di raggiungere le propaggini montuose delle zone interne. La resistenza dei sardi fu nuovamente accanita e la guerriglia assai feroce. Di sicuro, venticinque anni dopo, nel 510 a.C., si combatteva ancora, ed in quell'anno i Punici persero in battaglia il generale Asdrubale.

Prima campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre greco-puniche.

Il successo di Cartagine portò alla creazione di una potente flotta atta a scoraggiare sia i pirati che le nazioni rivali. Questa potente flotta, insieme al successo e alla crescente egemonia portò Cartagine verso un sempre crescente conflitto con la Grecia, l'altro maggior concorrente per il controllo del Mediterraneo Centrale.

L'isola di Sicilia, posta alle porte di Cartagine, divenne il teatro dove sarebbe scoppiato questo conflitto. Fin dai primi giorni sia Greci che Fenici furono attratti dalla grande isola, lungo le coste della quale stabilirono un grande numero di colonie e stazioni di posta. Nel corso dei secoli furono combattute piccole battaglie fra questi insediamenti ma nel 480 a.C. la Sicilia divenne il terreno di una grande campagna militare cartaginese.

Gerone, tiranno di Siracusa, in parte aiutato e supportato dai Greci, tentava di unire l'isola sotto il suo governo. Questo imminente pericolo non poteva venire ignorato da Cartagine che, forse come parte di un'alleanza con la Persia al momento in guerra con la Grecia, mise in campo il più grande esercito che avesse mai formato, al comando del generale Amilcare. Anche se le cifre tradizionali indicano un numero di 300.000 uomini, quasi sicuramente esagerato, certo Cartagine mostrò una forza formidabile.

Nella navigazione verso la Sicilia, comunque, Amilcare subì delle perdite (probabilmente severe) a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Perciò, sbarcato a Panormum, il generale fu pesantemente sconfitto nella battaglia di Imera dove trovò la morte o per le ferite o per suicidio suggerito dalla vergogna. Cartagine fu severamente indebolita dalla sconfitta e il vecchio governo, allora nelle mani della nobiltà, fu sostituito dalla Repubblica Cartaginese.

Seconda campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Nel 410 a.C., nondimeno, Cartagine aveva recuperato la sua potenza sotto una serie di governanti di successo. La città aveva conquistato la maggior parte della moderna Tunisia, aveva rafforzato alcune colonie e ne aveva fondato di nuove nel Nordafrica. Erano stati sponsorizzati i viaggi di Magone Barca [da non confondere con Magone Barca figlio di Amilcare e fratello di Annibale vissuto secoli dopo] attraverso il deserto del Sahara e di Annone il Navigatore lungo le coste atlantiche dell'Africa. D'altra parte, in quell'anno si verificò la secessione delle colonie iberiche e questo diminuì drasticamente la fornitura di argento e rame. Annibale Magone il nipote di Amilcare cominciò la preparazione per reclamare il possesso della Sicilia mentre altre spedizioni furono inviate verso il Marocco e il Senegal e perfino nell'Atlantico.

Nel 409 a.C. Annibale Magone guidò la nuova spedizione in Sicilia riuscendo a conquistare le città greche di Selinunte (antica Selinus) e Imera prima di rientrare trionfalmente a Cartagine con le loro spoglie. Siracusa, la principale nemica, rimase però intoccata e nel 405 a.C. Annibale Magone guidò una seconda spedizione per conquistare l'intera isola. Questa spedizione incontrò una feroce resistenza armata e fu colpita dalla pestilenza. Durante l'assedio di Akragas, Annibale Magone morì per la peste che decimò le forze cartaginesi.

Il successore di Annibale Magone, Imilcone riuscì a riportare la campagna su migliori binari rompendo l'assedio dei Greci, conquistando Gela e sconfiggendo ripetutamente le forze di Dionisio il nuovo Tiranno di Siracusa. Ciononostante, con l'esercito indebolito dalla peste, fu costretto a chiedere la pace prima di ritornare a Cartagine.

Nel 398 a.C. Dionisio, riacquistata la sua potenza, ruppe il trattato di pace colpendo la fortezza cartaginese di Motya. Imilcone rispose con decisione guidando una spedizione che non solo riprese Motya ma conquistò Messina e, infine, pose l'assedio a Siracusa stessa. L'assedio terminò con successo nel 397 a.C. ma l'anno successivo la peste colpì ancora l'esercito di Imilcone che collassò.

D'altra parte, la conquista della Sicilia era diventata un'ossessione per Cartagine. Nel corso dei successivi 60 anni Greci e Cartaginesi si scontrarono in un'incessante serie di scaramucce. Nel 340 a.C. Cartagine era attestata nell'intero sudovest della Sicilia e una fragile pace regnava sull'isola.

La rivolta dei Sardi nel 368 a.C.[modifica | modifica sorgente]

La convivenza armata tra i due popoli (Sardi e Punici) fu assai difficile e ripetutamente scoppiavano rivolte e ribellioni nelle comunità sardo-nuragiche dei territori occupati, costrette a pagare forti tasse e a sottostare a pesanti imposizioni come il divieto di coltivare in proprio la terra. I Nuragici persero il controllo dei centri minerari dell'Iglesiente dove i Punici assunsero il controllo diretto delle miniere, sfruttando la manodopera indigena per l’estrazione dei minerali. Nel 368 a.C., nonostante quasi un secolo di presenza cartaginese, scoppiò l'ennesima ribellione. Per la durata di diversi decenni, i Sardi nuragici costrinsero gli eserciti cartaginesi a vere e proprie campagne militari per sedare le rivolte.

Aiutata dalla sua potente flotta, Cartagine riuscì però a controllare tutti i porti e impedì ai Sardi nuragici della parte settentrionale e orientale della Sardegna ogni commercio con l'esterno, assediando l'Isola con un vero e proprio blocco navale. Il trattato del 348 tra Roma e Cartagine dimostra che i Punici raggiunsero un relativo controllo sulla Sardegna attuando un'accentuata occupazione territoriale nei Campidani, nel Sinis, in Trexenta, Marmilla, Iglesiente. Si costruirono opere di difesa a Nora, Monte Sirai, Kalari, Tharros e Bithia.

Terza campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Espansione cartaginese in Italia.
Oplita del Battaglione Sacro cartaginese (IV secolo a.C.)

Nel 315 a.C. Agatocle tiranno di Siracusa, assediò Messana (oggi Messina). Nel 311 a.C. invase gli ultimi possedimenti cartaginesi in Sicilia rompendo i correnti accordi di pace e mise Akragas sotto assedio. Amilcare, nipote di Annone il Navigatore, guidò la risposta cartaginese riscuotendo un enorme successo. Nel 310 a.C. controllava pressoché l'intera Sicilia e pose ancora sotto assedio Siracusa. Con una mossa disperata Agatocle, nel tentativo di salvare il suo potere, guidò una contro-spedizione di 14.000 uomini contro la stessa Cartagine. Fu un successo. Per fronteggiare questo inaspettato attacco Cartagine dovette richiamare Amilcare e la maggior parte del suo esercito di stanza in Sicilia. La guerra terminò con la sconfitta di Agatocle nel 307 a.C. Le forze siracusane dovettero ritornare in Sicilia permettendo però ad Agatocle di negoziare una pace che manteneva a Siracusa il controllo del potere greco in Sicilia.

Pirro re dell'Epiro[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre greco-puniche e Trattati Roma-Cartagine.

Fra il 280 a.C. e il 275 a.C., Pirro dell'Epiro mosse due grandi campagne nel tentativo di proteggere ed estendere l'influenza greca nel Mediterraneo occidentale. Una campagna venne scatenata contro Roma con il proposito di difendere le colonie greche del sud Italia. La seconda campagna venne mossa contro Cartagine nell'ennesimo tentativo di riportare la Sicilia interamente sotto controllo greco.

Pirro, pur vincendo alcune battaglie sia in Italia che in Sicilia (i cartaginesi si arroccarono a Lilibeo dove respinsero l'assedio), non riuscì a portare a termine gli obiettivi che si era prefisso. Dove per Cartagine questo significò il mero ritorno allo status quo, per Roma significò la conquista di Taranto e una robusta ipoteca sull'intera Italia meridionale. Il risultato finale mostrò quindi un nuovo bilanciamento del potere nel Mediterraneo Occidentale: i Greci videro ridotto il loro controllo sul sud Italia mentre Roma crebbe come potenza e le ambizioni territoriali la portarono per la prima volta direttamente allo scontro frontale con Cartagine.

La crisi messinese[modifica | modifica sorgente]

Una nutrita compagnia di mercenari era stata assunta al servizio di Agatocle. Alla morte del Tiranno nel 288 a.C., questi si trovarono improvvisamente senza lavoro. Anziché lasciare la Sicilia si posero all'assedio di Messina, conquistandola. Con il nome di "Mamertini" (figli di Marte), si posero al comando della città terrorizzando i territori circostanti.

Dopo anni di scaramucce, nel 265 a.C. Gerone II, nuovo Tiranno di Siracusa, entrò in azione. Trovandosi di fronte a forze preponderanti i Mamertini si divisero in due fazioni. Una pensava di arrendersi ai cartaginesi, la seconda preferiva chiedere aiuto a Roma. Così due ambasciate furono inviate alle due città.

Mentre il Senato di Roma dibatteva sul comportamento da tenere, i cartaginesi decisero rapidamente di inviare una guarnigione a Messina. La guarnigione fu ammessa in città e una flotta cartaginese entrò nel porto di Messina. Poco dopo, però i cartaginesi cominciarono a negoziare con Gerone mettendo in allarme i Mamertini che inviarono un'altra ambasciata a Roma chiedendo l'espulsione dei cartaginesi da Messina.

L'arrivo dei cartaginesi aveva posto notevoli forze militari proprio attraverso lo Stretto di Messina. Per di più la flotta cartaginese deteneva l'effettivo controllo dello Stretto stesso. Era chiaro ed evidente il pericolo per i vicini di Roma e per i suoi interessi. Come risultato il Senato di Roma, anche se riluttante ad aiutare una banda di mercenari, inviò una spedizione per restituire il controllo di Messina ai Mamertini.

Le due maggiori potenze del Mediterraneo Occidentale si fronteggiavano. Era l'inizio delle guerre romano-puniche.

Le guerre romano-puniche[modifica | modifica sorgente]

Publio Cornelio Scipione Africano
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerre romano-puniche.

Durati complessivamente circa un secolo, questi tre grandi conflitti fra Roma e Cartagine hanno avuto un'importanza cruciale per l'intera civiltà occidentale.

Con le guerre romano-puniche Roma annientò Cartagine. La fine della Seconda guerra romano-punica segnò la fine della potenza cartaginese mentre con la Terza guerra romano-punica ci fu la completa distruzione della città-Stato da parte di Publio Cornelio Scipione Emiliano, su ordine del senato[3]. I soldati romani andarono casa per casa uccidendo i cartaginesi e rendendo schiavi i sopravvissuti. Il porto di Cartagine fu bruciato e la città rasa al suolo. Varie fonti moderne riportano che furono tracciati solchi con l'aratro e sparso sale a terra, dichiarando il luogo maledetto. Lo stesso Scipione sarebbe stato riluttante ad eseguire tali ordini. È da rimarcare però che nessuna fonte dell'antichità menziona questo rituale e i primi riferimenti allo spargimento di sale risalgono solo al XIX secolo[4].

Cartagine non sarebbe mai più stata rivale di Roma.

L'ultima Cartagine antica[modifica | modifica sorgente]

Il sito era però troppo ben scelto perché rimanesse disabitato e una nuova città nacque e crebbe diventando la seconda città nella parte occidentale dell'Impero Romano e la città principale della Provincia romana d'Africa. Gaio Giulio Cesare vi fondò una colonia romana di veterani nel 46 a.C. Alla fine del II secolo d.C. Cartagine era il centro dell'Africa Romana e Tertulliano retoricamente si rivolge al governatore romano puntualizzando che come i cristiani di Cartagine ieri erano pochi e ora "hanno riempito ogni spazio fra di voi - città, isole, fortezze, villaggi, mercati, campi, tribù, compagnie, palazzi, senato, foro: non abbiamo lasciato niente per voi tranne i templi dei vostri dei" (Apologeticus, scritto a Cartagine circa 197).

Non ha importanza che Tertulliano ometta qualsiasi menzione alla regione circostante, alla rete di villaggi, alle società delle proprietà terriere. Alcuni anni dopo, al poco documentato Concilio di Cartagine parteciparono non meno di settanta Vescovi. Poco dopo Tertulliano si distaccò dalla corrente principale rappresentata dal sempre crescente potere del Vescovo di Roma; ma un più serio pericolo per i cristiani fu la controversia donatista che interessò S. Agostino di Ippona mentre terminava la sua educazione a Cartagine, prima di spostarsi a Roma.

La ricaduta politica della profonda disaffezione dei cristiani d'Africa fu un fattore cruciale per la facilità con cui Cartagine e le città vicine furono conquistate, nel 439, da Genserico re dei Vandali che sconfisse la guarnigione romana facendo di Cartagine la sua capitale. Genserico era considerato anch'egli un eretico, un ariano che in quanto tale si opponeva ai cristiani cattolici.

Dopo un fallito tentativo di riconquistare la città nel V secolo, i Bizantini riuscirono infine a entrare in Cartagine nel VI secolo. Con il pretesto della deposizione del nipote di Genserico Ilderico da parte di un lontano cugino Gelimero, i Bizantini inviarono un esercito a conquistare il regno dei Vandali. La domenica del 15 ottobre 533 il generale bizantino Belisario, accompagnato dalla moglie Antonina, fece il suo formale ingresso a Cartagine risparmiandole saccheggio e massacro. Cartagine, come del resto tutta l'Africa vandalica, venne riannessa all'Impero e divenne la capitale della neocostituita Prefettura del pretorio d'Africa. Negli anni successivi i Bizantini dovettero affrontare le rivolte dei berberi, che giunsero a minacciare più volte Cartagine, fino a quando essi vennero sconfitti da Giovanni Troglita, le cui gesta vengono cantate dal poeta Flavio Cresconio Corippo nella Ioanneide.

Durante il regno dell'imperatore bizantino Maurizio Cartagine divenne la capitale di un Esarcato, come Ravenna in Italia. Questi due Esarcati furono il bastione occidentale dell'Impero Romano d'Oriente, tutto ciò che rimaneva del suo potere in Occidente. All'inizio del VII secolo fu il figlio dell'Esarca di Cartagine, Eraclio, a rivoltarsi, insieme al padre Eraclio il Vecchio, contro l'Imperatore Foca, un crudele tiranno, e a rovesciarlo. Salito al potere, Eraclio riuscì a vincere una guerra che sembrava ormai persa contro i Persiani Sasanidi, che avevano occupato la Siria, l'Egitto e parte dell'Asia Minore, ma che poi nella seconda fase della guerra vennero più volte sconfitti dai Bizantini e costretti a ritirarsi dai territori occupati.

L'Esarcato bizantino non fu in grado, però, di reggere la pressione dei conquistatori Arabi del VII secolo. Essi, favoriti dalla lunga e logorante guerra bizantino-sasanide (che aveva indebolito l'Impero), conquistarono in poco tempo Siria ed Egitto e poi si lanciarono alla conquista dell'Esarcato. Il primo attacco arabo all'Esarcato di Cartagine ebbe inizio in Libia nel 647; gli arabi sconfissero l'esarca Gregorio, che si era reso indipendente da Bisanzio, e annessero al loro impero la Tripolitania. La campagna finale contro Cartagine si ebbe dal 670 al 683. Nel 697 gli Arabi invadono l'Africa Settentrionale e occupano Cartagine strappandola ai Bizantini, ma poco dopo vengono scacciati per l'intervento della Flotta Bizantina mandata dall'Imperatore Leonzio di Bisanzio. Nel 698 gli Arabi occupano nuovamente Cartagine e scacciano i Bizantini dall'Africa, ponendo definitivamente fine all'Esarcato d'Africa.

Devono però fronteggiare le popolazioni montanare dell'Aures guidate da Kāhina, soprannome con cui è conosciuta Dihya, regina della tribù berbera nomade dei Ğerawa, la principale figura della resistenza all'invasione araba del Nordafrica tra il 695 e il 705. Partendo dai monti dell'Aurès (nord-est dell'Algeria), sede della sua tribù (sembra, di religione ebraica), riuscì a porsi a capo di un'alleanza di tribù indigene di religione sia ebraica che cristiana, che contrastò efficacemente per oltre un decennio l'espansione musulmana.

Le rovine della Cartagine punica[modifica | modifica sorgente]

Durante il suo soggiorno a Tunisi agli inizi dell'Ottocento, il tenente colonnello e ingegnere Jean Emile Humbert si appassionò alla storia della Tunisia ed in particolare a quella di Cartagine. La posizione esatta della città era già nota all'epoca ma sulla localizzazione esatta della Cartagine punica vi era una diatriba; dopo la terza guerra romano-punica infatti, la città venne rasa al suolo e riedificata rendendo problematica l'identificazione dell'insediamento precedente. Nel 1817 Humbert fece una sensazionale scoperta, riportando alla luce 4 stele puniche ed alcuni frammenti con iscrizioni. Questi furono i primi oggetti cartaginesi ad essere ritrovati fin dall'antichità.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Carthage: new excavations in Mediterranean capital
  2. ^ Studio smonta accuse di sacrifici di bambini nell'antica Cartagine. URL consultato il 30 marzo 2010.
  3. ^ Velleio Patercolo, Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo,Lib.I,12.
  4. ^ George Ripley, Charles Anderson Dana, The American Cyclopædia: a popular dictionary of general knowledge 5:235, 1874 testo integrale

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Roberto Bartoloni, Le guerre romano-puniche: Roma contro Cartagine. Firenze, Giunti, 2006 ISBN 88-09-04717-6
  • M'hamed Hassine Fantar: Carthage. La cité punique. Alif — Les éditions de la Méditerranée, Tunis 1995, ISBN 9973-22-019-6.
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  • Hugoniot, Christophe: Rome en Afrique - de la chute de Carthage aux débuts de la conquête arabe, Paris, Flammarion, 2000
  • Croizy-Naquet, Catherine: Thèbes, Troie et Carthage - poétique de la ville dans le roman antique au XIIe siècle, Paris, Champion, 1994
  • Decret, François: Carthage ou l'empire de la mer, Paris, ´Ed. du Seuil, 1977
  • Ferjaoui, Ahmed: Recherches sur les relations entre l'Orient phénicien et Carthage, Fribourg, Suisse, Éd. Univ. [u.a.], 1993, ISBN 3-7278-0859-4
  • Hannibal's Campaigns, by Tony Bath. New York, NY: Barnes & Noble Books, 1981.
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  • La vie quotidienne à Carthage au temps d'Hannibal. Gilbert et Colette Charles-Picard. Paris: Hachette, 1958
  • La légende de Carthage. Azedine Beschaouch. Paris: Gallimard, 1993.
  • Carthage: Uncovering the Mysteries and Splendors of Ancient Tunisia'. David Soren, Aicha Ben Abed Ben Kader, Heidi Slim. New York: Simon and Schuster, 1990.
  • Di Stefano, Giovanni. Cartagine romana e tardoantica. Pisa; Roma: Fabrizio Serra Editore, 2009 (Studia erudita,
  • Modifiche di Luca Testa
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  • G. Pesce, Civiltà punica in Sardegna, Roma 1963.
  • G. Lilliu, Rapporti tra civiltà nuragica e la civiltà fenicio punica in Sardegna, in Studi Etruschi.
  • S. Moscati, La penetrazione fenicio-punica in Sardegna.
  • S. Moscati, Il simbolo di Tanit a Monte Sirai, in Rivista degli studi orientali, Roma 1964
  • Modifiche di Mauro A. Casula

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