Settimio Severo

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« Non siate in disaccordo, arricchite i soldati, disprezzate chiunque altro. »
(Settimio Severo, in punto di morte; Dione Cassio, Historia Romana, LXXVI, 15)
Settimio Severo
Settimio Severo
Imperatore romano
In carica 9 aprile 193 – 4 febbraio 211
Predecessore Didio Giuliano
Successore Caracalla e Geta
Nome completo Lucius Septimius Severus
Nascita Leptis Magna, 11 aprile 146
Morte Eboracum, 4 febbraio 211
Luogo di sepoltura Mausoleo di Adriano
Dinastia severiana
Padre Publio Settimio Geta
Madre Fulvia Pia
Coniugi Paccia Marciana
Giulia Domna
Figli Caracalla
Geta

Lucio Settimio Severo (Leptis Magna, 11 aprile 146York, 4 febbraio 211) fu un generale e imperatore romano dal 193 alla sua morte; diede inizio alla dinastia severiana.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini familiari e carriera politica[modifica | modifica sorgente]

Nato a Leptis Magna (sulla costa libica, 130 km ad est di Tripoli), la famiglia di Settimio Severo apparteneva all'ordine equestre, e sembra che nel 172 sia stato fatto senatore da Marco Aurelio. Nel 174 era legato pro pretore in Africa, come risulta da un'iscrizione di Leptis Magna.[1]

Ascesa al trono[modifica | modifica sorgente]

Aureo di Settimio Severo, coniato per celebrare la fedeltà dalla legione XIIII Gemina Martia Victrix, che lo elesse imperatore.

Nel 190 ebbe il consolato e negli anni seguenti resse per Commodo il comando delle legioni in Pannonia. Dopo l'assassinio di Pertinace nel 193, le truppe proclamarono imperatore Settimio Severo a Carnuntum, e questi si affrettò a rientrare in Italia e prendere possesso di Roma senza opposizioni. I legionari di Siria, tuttavia, proclamarono imperatore Pescennio Nigro, mentre quelli della Britannia scelsero Clodio Albino. Venne inoltre nominato un quarto imperatore, Didio Giuliano. Settimio Severo si liberò dei tre rivali nel 197, in seguito a una sanguinosa guerra.

Regno (193-211)[modifica | modifica sorgente]

Politica interna[modifica | modifica sorgente]

Severo, una volta divenuto imperatore, avviò importanti riforme militari che toccarono numerosi aspetti dell'esercito romano e che costituirono le basi del successivo sistema fondato sugli imperatori militari del III secolo. Creò la prima forma di autocrazia militare, togliendo potere al Senato dopo aver messo a morte numerosi membri dello stesso.[2] Si racconta, infatti, che poiché aveva preso il potere con l'aiuto dei militari, ricambiò l'ostilità senatoria subito dopo la vittoria su Clodio Albino, ordinando l'esecuzione di 29 senatori, accusati di corruzione e cospirazione contro di lui e sostituendoli con suoi favoriti, soprattutto africani e siriani. Inoltre attribuì e ampliò i poteri degli ufficiali dell'esercito investendoli anche di cariche pubbliche che erano solitamente appannaggio del senato. Utilizzò i proventi della vendita delle terre confiscate agli avversari politici per creare una cassa imperiale privata, il fiscus. Il fiscus era distinto dall'aerarium che era la cassa dello Stato. Appena giunto a Roma avviò l'epurazione della guardia pretoriana, che dopo due secoli di dominio dell'influenza italica (allora reclutata per lo più in Italia e in piccola parte nelle province più romanizzate), fu smantellata e riorganizzata con quadri e organici a lui fedeli, tratti dal contingente danubiano. Da allora in poi l'accesso alla Guardia Pretoriana, un tempo avente un prerequisito geografico e culturale, sarebbe stata appannaggio dei soldati più battaglieri, quelli dell'Illirico nel III secolo.

Severo e l'esercito romano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano.

Settimio Severo mise subito in atto una serie di riforme e modifiche al precedente ordinamento militare:

  • aumentò il numero delle legioni romane a 33, con la costituzione di ben tre unità, in vista delle campagne partiche: la legio I, II e III Parthica. L'esercito ora poteva contare su 400.000 armati complessivamente. Un numero comunque esiguo se si pensa che dovevano presidiare circa 9.000 chilometri di confine, controllare e difendere i 70 milioni di abitanti dell'Impero.[3]
  • Venne costituita per la prima volta una "riserva strategica" in prossimità di Roma, nei Castra Albana, dove fu alloggiata un'intera legione, la II Parthica.[4]
  • favorì i legionari in vari modi, aumentando loro la paga e riconoscendo loro il diritto di sposarsi durante il servizio,[5] oltre ad abitare con la propria famiglia fuori del campo (canabae). Tale riforma comportò una "regionalizzazione" delle legioni, che in questo modo si legarono non solo al loro comandante, ma anche a un territorio ben preciso. Severo giunse, persino, a consigliare ai figli, quando li associò al trono: "Per essere Imperatori, pagate sempre i soldati e non preoccupatevi del resto", avendo appreso appieno che si può governare anche senza il consenso popolare, ma mai senza il potere militare.
  • Secondo Erodiano le truppe che stazionarono in Roma (o nelle sue vicinanze, come i castra Albana) furono quadruplicate,[6] o almeno triplicate se consideriamo che: gli effettivi delle coorti pretorie furono raddoppiati da Settimio Severo, fino a 1.000 armati ciascuna (milliarie), per un totale di 10.000 armati, ora sostituiti con soldati scelti delle legioni pannoniche, per punire coloro che si erano in precedenza schierati contro di lui durante la guerra civile;[7] quelli delle coorti urbane, furono probabilmente portati fino a 1.500 (per un totale di 6.000 armati);[8] a questi si sommavano poi i 3.500 armati dei Vigiles, i 1.000 equites singulares e i 5.500/6.000 della legio II Parthica, per un totale complessivo di 30.000 armati, contro i 10.500 dell'epoca augustea.
  • Questo imperatore pose il comando degli Equites singulares Augusti non più alle dipendenze di un tribunus militum ma di due.[9]

Crisi finanziaria e svalutazione monetaria[modifica | modifica sorgente]

Un regime assolutistico confermato dallo sviluppo cui giunse la res privata imperiale, ormai di pari peso a quella statale. Per finanziare l'ingente spesa che serviva a mantenere l'esercito, causa anche l'aumento stesso del soldo, cioè della paga, ricorse all'espediente di dimezzare la quantità di metallo prezioso contenuto nelle monete, differenziando il valore intrinseco da quello nominale (reddito da signoraggio). Cominciò così una crescente inflazione e una tesaurizzazione delle monete di metallo prezioso.

Dominus et Deus[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dominato (storia romana).

Settimio Severo fu, infine, l'iniziatore di un nuovo culto che si incentrava sulla figura dell'imperatore, una sorta di "monarchia sacra" mutuata dall'Oriente ellenistico. Adottò infatti il titolo di dominus ac deus che andò a sostituire quello di princeps, che sottintendeva una condivisione del potere con il senato.[10]

Politica estera[modifica | modifica sorgente]

In Oriente contro i Parti (195-198)[modifica | modifica sorgente]

Arco trionfale di Settimio Severo, nella sua città natale, Leptis Magna.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne partiche di Settimio Severo e Arco di Settimio Severo.

Intraprese due brevi campagne contro i Parti, costituendo per l'occasione tre legioni romane con la quale recuperò per l'impero la metà settentrionale della Mesopotamia. Essa divenne nel 198 una provincia romana con a capo un prefetto di rango equestre. Durante questa campagna i suoi soldati saccheggiarono Ctesifonte, capitale dei Parti, e ne vendettero come schiavi i superstiti.

Al suo rientro, decise di lasciare nei pressi di Roma e precisamente dove sorgeva Alba Longa, Albanum (oggi Albano Laziale), la seconda delle tre legioni partiche, dove tutt'oggi si possono ammirare i resti dell'accampamento (Castra Albana), i cisternoni per il rifornimento di acqua e l'anfiteatro risalente al III secolo. Malgrado la sua azione avesse introdotto a Roma la dittatura militare, egli era popolare presso i cittadini romani, avendo bollato la degenerazione morale del regno di Commodo e la corruzione crescente. Quando ritornò dopo la vittoria sui Parti, eresse un arco di trionfo che ancora oggi è in piedi e porta il suo nome.

La Britannia (208-211)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne in Britannia di Settimio Severo.

Negli ultimi anni del suo regno, appunto dal 208 d.C. Settimio Severo intraprese un buon numero di azioni militari in difesa dei confini della Britannia romana dalle spinte ormai forzate e continue delle tribù caledoni, con la previsione per la ricostruzione del Vallo di Adriano prima di morire il 4 febbraio 211 a York.

Morte (211)[modifica | modifica sorgente]

Dopo la morte nel 211, fu divinizzato dal Senato e a lui succedettero i due litigiosi figli avuti da Giulia Domna: Caracalla e Geta e la stabilità che Settimio Severo aveva dato all'Impero finì. La sua ultima frase, poco ascoltata in seguito, fu: Laboremus ("Lavoriamo").

Persecuzioni contro i cristiani[modifica | modifica sorgente]

Il regno di Settimio Severo fornisce un interessante esempio dei metodi di persecuzione dei cristiani. Settimio Severo non promulgò nuove leggi contro i cristiani, ma consentì l'applicazione di vecchie leggi. Non sono dimostrate persecuzioni sistematiche, ma anzi, ci sono prove che l'imperatore in molte occasioni proteggesse i cristiani dall'accanimento popolare.

D'altro lato, singoli funzionari si sentivano autorizzati dalla legge a procedere con rigore verso i Cristiani. Naturalmente l'imperatore, a stretto rigore di legge, non ostacolava qualche persecuzione limitata, che avesse luogo in Egitto, in Tebaide o nei proconsolati di Africa e Oriente. I martiri cristiani furono numerosi ad Alessandria [11]

Non meno dure furono le persecuzioni in Africa, che sembra avessero inizio nel 197 o 198 [12], alle cui vittime ci si riferisce nel martirologio cristiano come ai martiri di Madaura. Probabilmente nel 202 o 203 caddero Felicita e Perpetua. La persecuzione infuriò ancora, per breve tempo, sotto il proconsole Scapula nel 211, specialmente in Numidia e Mauritania. Nei tempi successivi sono leggendarie le persecuzioni in Gallia, specialmente a Lione. In generale, si può dire che la posizione dei cristiani sotto Settimio Severo fu la stessa che sotto gli Antonini; ma la disposizione di questo imperatore almeno mostra chiaramente che Traiano aveva mancato i suoi obiettivi.

Titolatura imperiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monetazione dei Severi.
Titolatura imperiale Numero di volte Datazione evento
Tribunicia potestas 18 anni: la prima il 9 giugno del 193, poi rinnovata ogni anno al 10 dicembre.
Consolato 4 volte: nel 190, 193, 194 e 202.
Titoli vittoriosi Adiabenicus nel 195,[13][14][15] Arabicus nel 195,[13][14][15][16] Britannicus Maximus nel 209 o 210,[14][17][18] Parthicus Maximus nel 198,[13][14][15][19]
Salutatio imperatoria 12 volte: la prima al momento della assunzione del potere imperiale, il 9 aprile del 193, (II) nel tardo 193, (III e IV) nel 194, (V, VI, VII e VIII) nel 195, (IX, X e XI) nel 197 e (XII) nel 207.
Altri titoli Pontifex Maximus nel giugno del 193; Pater Patriae nel tardo 193.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ AE 1967, 536.
  2. ^ E. Horst, Costantino il grande, Milano 1987, p. 20.
  3. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 85 e 135.
  4. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006, p. 24 "Settimio Severo fu il primo rappresentante di una serie di "imperatori-soldati", che governarono l'impero fra III e inizio del V secolo. Egli ampliò difatti i poteri e le prerogative degli ufficiali dell'armata legionaria - provenienti in genere dal ceto medio degli equites e talvolta dallo stesso proletariato-, li investì di cariche pubbliche a spese dell'aristocrazia senatoria, insediò una legione ad Albano presso Roma violando la tradizione secondo la quale la penisola italica doveva esser libera da eserciti e con i proventi delle confische di terra e di ricchezze dei suoi avversari mise insieme un'enorme cassa imperiale, il fiscus."
  5. ^ L. Keppie, The Making of the Roman Army, from Republic to Empire, 1984, p. 148.
  6. ^ Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco AurelioIII, 13.4.
  7. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXIV, 1; Historia Augusta, Septimius Severus, XVII, 5; Zosimo, Storia nuova, I, 8.2.
  8. ^ Y. Le Bohec, L'esercito romano da Augusto alla fine del III secolo, Roma 2008, p. 30.
  9. ^ Y. Le Bohec, L'esercito romano da Augusto alla fine del III secolo, Roma 2008, p. 32.
  10. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006, p. 24: «Sostenitore convinto d'una visione religiosa del potere imperiale, Settimio Severo è anche il vero iniziatore a Roma d'un culto imperiale incentrato sull'idea di "monarchia sacra" ereditata dall'Egitto e dalla Grecia attraverso Alessandro Magno: adottò il titolo di dominus ac deus sostituendolo a quello di princeps, che sottintendeva una condivisione del potere con il senato».
  11. ^ Clemente di Alessandria, Stromata, ii. 20; Eusebio, Storia della Chiesa, V., xxvi., VI., i.
  12. ^ Tertulliano Ad martires
  13. ^ a b c AE 1893, 84; CIL VIII, 24004; AE 1901, 46; AE 1906, 21; AE 1922, 5; AE 1956, 190; CIL VIII, 1333 (p 938); AE 1973, 226; AE 1980, 798; AE 1981, 747; AE 1981, 748; AE 1981, 749.
  14. ^ a b c d AE 1963, 144 d.
  15. ^ a b c Historia Augusta, Severus, 9.10 e 16.5.
  16. ^ CIL XI, 8
  17. ^ AE 1903, 108.
  18. ^ Historia Augusta, Severus, 18.2.
  19. ^ CIL VIII, 10833; CIL VIII, 17257; CIL XIV, 4569.

Niccolò Machiavelli nel suo celeberrimo "Il Principe" menziona Settimio Severo nel capitolo XIX (come evitare il disprezzo e l'odio). In questo capitolo il Machiavelli dopo aver esaminato le imprese di Severo ne tesse le lodi notando come in lui siano state evidenti le due anime bestiali che un buon principe dovrebbe possedere: quella della volpe e quella del leone (l'astuzia e la ferocia). Essendo dunque così alto il suo valore politico e militare venne apprezzato dai soldati e riverito dal popolo malgrado la sua grande crudeltà.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Anthony R. Birley, Septimius Severus: The African Emperor, ISBN 0-415-16591-1
  • Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006
  • Cesare Letta, La dinastia dei Severi in: AA.VV., Storia di Roma, Einaudi, Torino, 1990, vol. II, tomo 2; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (v. il vol. 16°)
  • Santo Mazzarino, L'Impero romano, tre vol., Laterza, Roma-Bari, 1973 e 1976 (v. vol. II); riediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. II)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

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Didio Giuliano 193 - 211 Caracalla, Geta

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