Settimio Severo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« Non siate in disaccordo, arricchite i soldati, disprezzate chiunque altro. »
(Settimio Severo in punto di morte[1])
Settimio Severo
Ritratto di Settimio Severo, dal Tondo severiano.
Ritratto di Settimio Severo, dal Tondo severiano.
Imperatore romano
In carica 9 aprile 193 – 4 febbraio 211
Predecessore Didio Giuliano
Successore Caracalla e Geta
Nome completo Lucius Septimius Severus
Nascita Leptis Magna, 11 aprile 146
Morte Eboracum, 4 febbraio 211
Luogo di sepoltura Mausoleo di Adriano
Dinastia severiana
Padre Publio Settimio Geta
Madre Fulvia Pia
Coniugi Paccia Marciana
Giulia Domna
Figli Caracalla
Geta

Lucio Settimio Severo (Leptis Magna, 11 aprile 146Eboracum, 4 febbraio 211) fu un imperatore romano dal 193 alla sua morte. Giunto al potere dopo la guerra civile romana del 193-197, fu fondatore alla dinastia severiana. In linea con le scelte di Marco Aurelio ripristinò alla sua morte il principio dinastico di successione, facendo subentrare i figli Caracalla e Geta.

L'ascesa di Settimio Severo costituisce uno spartiacque nella storia romana; è considerato infatti l'iniziatore della nozione di "dominato" in cui l'imperatore non è più un privato gestore dell'impero per conto del Senato, come durante il principato, ma è unico e vero dominus, che trae forza dall'investitura militare delle legioni (anche se anticipazioni di questa tendenza si erano avute durante la guerra civile seguita alla morte di Nerone e con Traiano). Egli fu inoltre iniziatore di un nuovo culto che si incentrava sulla figura dell'imperatore, ponendo le basi per una sorta di "monarchia sacra" mutuata dall'oriente ellenistico. Adottò infatti il titolo di dominus ac deus che andò a sostituire quello di princeps, che sottintendeva una condivisione del potere con il Senato.[2]

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini familiari e carriera politica[modifica | modifica sorgente]

Nato a Leptis Magna (sulla costa libica, 130 km ad est di Tripoli), la famiglia di Settimio Severo apparteneva all'ordine equestre. Giunse a Roma all'età di 18 anni (attorno al 162) e grazie all'aiuto di suo zio Gaio Settimio Severo fu ammesso nell'ordine senatorio. Secondo Eutropio trai sui primi incarichi vi fu la professione di avvocato del fisco,[3] dopodiché scalò la gerarchia amministrativa dell'impero diventando tribuno militare, questore (170-71), legato proconsolare in Africa nel 174,[4] tribuno della plebe (176), propretore in Spagna (178), governatore della Gallia Lugdunense (187) e della Sicilia (189). Sembra che attorno al 169 sia stato fatto senatore da Marco Aurelio.

Ascesa al trono[modifica | modifica sorgente]

Aureo di Settimio Severo, coniato per celebrare la fedeltà dalla legione XIIII Gemina Martia Victrix, che lo elesse imperatore.

Nel 190 ebbe il consolato e dal 191 resse per Commodo il governatorato della Pannonia superiore. Dopo l'assassinio di Commodo, il Senato tentò di salvare la dinastia antonina con la nomina di Pertinace nel 193, appoggiato all'inizio anche dai pretoriani, ma quando questi stessi lo uccisero le truppe proclamarono imperatore Settimio Severo a Carnuntum, sede del governo e del comando militare in Pannonia.

Severo, affermando la volontà di vendicare la morte dell'imperatore, si affrettò a scendere in Italia per punire i pretoriani e prendere possesso di Roma senza opposizioni.[5] Il Senato reagì proponendo una nuova figura, quella del senatore Didio Giuliano (che si affrettò a dichiarare nemico pubblico Settimio Severo), mentre le legioni di Siria proclamarono Pescennio Nigro e quelle di Britannia scelsero Clodio Albino (che in un primo tempo ottenne il titolo di Cesare, venendo legittimato da Settimio). Settimio Severo si liberò del tutto dei tre rivali tra il 194 e il 197 (Pescennio Nigro fu sconfitto presso Isso nel 194 e nel 197 Clodio Albino a Lione), in seguito a una sanguinosa guerra.

Regno (193-211)[modifica | modifica sorgente]

Politica interna[modifica | modifica sorgente]

Severo, una volta divenuto imperatore, avviò importanti riforme militari che toccarono numerosi aspetti dell'esercito romano e che costituirono le basi del successivo sistema fondato sugli imperatori militari del III secolo. Creò la prima forma di autocrazia militare, togliendo potere al Senato dopo aver messo a morte numerosi membri dello stesso.[6] Si racconta, infatti, che poiché aveva preso il potere con l'aiuto dei militari, ricambiò l'ostilità senatoria subito dopo la vittoria su Clodio Albino, ordinando l'esecuzione di 29 senatori, accusati di corruzione e cospirazione contro di lui e sostituendoli con suoi favoriti, soprattutto africani e siriani. Inoltre attribuì e ampliò i poteri degli ufficiali dell'esercito investendoli anche di cariche pubbliche che erano solitamente appannaggio del senato.

Utilizzò i proventi della vendita delle terre confiscate agli avversari politici per creare una cassa imperiale privata, il fiscus. Il fiscus era distinto dall'aerarium che era la cassa dello Stato. Appena giunto a Roma avviò l'epurazione della guardia pretoriana, che dopo due secoli di dominio dell'influenza italica (allora reclutata per lo più in Italia e in piccola parte nelle province più romanizzate), fu smantellata e riorganizzata con quadri e organici a lui fedeli, tratti dal contingente danubiano. Da allora in poi l'accesso alla Guardia Pretoriana, un tempo avente un prerequisito geografico e culturale, sarebbe stata appannaggio dei soldati più battaglieri, quelli dell'Illirico nel III secolo.

Persecuzioni contro i cristiani[modifica | modifica sorgente]

Il regno di Settimio Severo fornisce un interessante esempio dei metodi di persecuzione dei cristiani. Precentemente, stando alla Historia Augusta, si era pensato a un espresso divieto di proselitismo rivolto a ebrei e cristiani, ritenendosi questo il contenuto del presunto editto severiano, la cui effettiva esistenza è di per se stessa dubbia.[7][8] Settimio Severo non promulgò nuovi provvedimenti contro i cristiani, ma consentì l'applicazione di vecchie leggi (i rescripta di Traiano e Adriano). Non sono dimostrate persecuzioni sistematiche, ma anzi, ci sono prove che l'imperatore in molte occasioni proteggesse i cristiani dall'accanimento popolare, come sembra testimoniare Tertulliano nell'Ad Scapulam.

In generale si può dire che i cristiani continuarono a vivere in un periodo di bonam et largam pacem come scrive Tertulliano,[9] se si escludono alcuni episodi locali, come in Africa, di persecuzioni che andrebbero interpretati alla luce di un dissenso politico (più che religioso), mentre lo stesso imperatore non appariva turbato dal fenomeno cristiano, né vi ravvisava un fattore di pericolo.[8] D'altro lato, singoli funzionari si sentivano autorizzati dalla legge a procedere con rigore verso i Cristiani. Naturalmente l'imperatore, a stretto rigore di legge, non ostacolava qualche persecuzione limitata, che avesse luogo in Egitto, in Tebaide o nei proconsolati di Africa e Oriente. I martiri cristiani furono numerosi ad Alessandria, sotto la prefettura di Leto e del suo successore Sebaziano Aquila[10].

Non meno dure furono le persecuzioni in Africa, che sembra avessero inizio nel 197 o 198, come testimoniato nell'Ad martires di Tertulliano, alle cui vittime ci si riferisce nel martirologio cristiano come ai martiri di Madaura. Probabilmente nel 202 o 203 caddero Felicita e Perpetua. La persecuzione infuriò ancora, per breve tempo, sotto il proconsole Scapula nel 211, specialmente in Numidia e Mauritania. Nei tempi successivi sono leggendarie le persecuzioni in Gallia, specialmente a Lione. In generale, si può dire che la posizione dei cristiani sotto Settimio Severo fu la stessa che sotto gli Antonini; ma la disposizione di questo imperatore almeno mostra chiaramente che Traiano aveva mancato i suoi obiettivi.

Riforma dell'esercito[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano.
Ritratto di Settimio Severo, 193-211, Museo dell'Hermitage.

Settimio Severo mise subito in atto una serie di riforme e modifiche al precedente ordinamento militare, confermando quel processo di provincializzazione delle milizie e emersione dei ceti dirigenti locali dell'impero già cominciato con Marco Aurelio (e con alcune premesse in epoca traianea):

  • Aumentò il numero delle legioni romane a 33, con la costituzione di ben tre unità, in vista delle campagne partiche: la legio I, II e III Parthica. L'esercito ora poteva contare su 400.000 armati complessivamente. Un numero comunque esiguo se si pensa che dovevano presidiare circa 9.000 chilometri di confine, controllare e difendere i 70 milioni di abitanti dell'Impero.[11]
  • Venne costituita per la prima volta una "riserva strategica" in prossimità di Roma, nei Castra Albana, dove fu alloggiata un'intera legione, la II Parthica.[12]
  • Favorì i legionari in vari modi, aumentando loro la paga e riconoscendo loro il diritto di sposarsi durante il servizio,[13] oltre a consentire di abitare con la propria famiglia fuori del campo (canabae). Tale riforma comportò una "regionalizzazione" delle legioni, che in questo modo si legarono non solo al loro comandante, ma anche a un territorio ben preciso. Promosse anche l'ammissione dei figli dei centurioni nella carriera senatoria.
  • Operò una serie di altre concessioni, tese a migliorare la condizione dei soldati, tra le quali l'istituzione dell'annona militare, il miglioramento del rancio, la possibilità per i graduati di riunirsi in scholae (sorte di associazioni, di collegia), riconoscendo inoltre segni di distinzione particolari: la veste bianca per i centurioni (che Gallieno avrebbe esteso a tutti i soldati) e l'anello d'oro per i principales.
  • Secondo Erodiano le truppe che stazionarono in Roma (o nelle sue vicinanze, come i castra Albana) furono quadruplicate,[14] o almeno triplicate se consideriamo che: gli effettivi delle coorti pretorie furono raddoppiati da Settimio Severo, fino a 1.000 armati ciascuna (milliarie), per un totale di 10.000 armati, ora sostituiti con soldati scelti delle legioni pannoniche, per punire coloro che si erano in precedenza schierati contro di lui durante la guerra civile;[15] quelli delle coorti urbane, furono probabilmente portati fino a 1.500 (per un totale di 6.000 armati);[16] a questi si sommavano poi i 3.500 armati dei Vigiles, i 1.000 equites singulares e i 5.500/6.000 della legio II Parthica, per un totale complessivo di 30.000 armati, contro i 10.500 dell'epoca augustea.
  • Pose il comando degli Equites singulares Augusti non più alle dipendenze di un tribunus militum ma di due.[17]

Crisi economica e politiche di svilimento della moneta[modifica | modifica sorgente]

Un regime assolutistico confermato dallo sviluppo cui giunse la res privata imperiale, ormai di pari peso a quella statale. Per finanziare l'ingente spesa che serviva a mantenere l'esercito, causa anche l'aumento stesso del soldo, cioè della paga, ricorse all'espediente di dimezzare la quantità di metallo prezioso contenuto nelle monete, differenziando il valore intrinseco da quello nominale (reddito da signoraggio). Cominciò così una crescente inflazione e una tesaurizzazione delle monete di metallo prezioso.

Politica estera[modifica | modifica sorgente]

In Oriente contro i Parti (195-198)[modifica | modifica sorgente]

Arco trionfale di Settimio Severo, nella sua città natale, Leptis Magna.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne partiche di Settimio Severo e Arco di Settimio Severo.

Intraprese due brevi campagne contro i Parti, costituendo per l'occasione tre legioni romane con la quale recuperò per l'impero la metà settentrionale della Mesopotamia. Essa divenne nel 198 una provincia romana con a capo un prefetto di rango equestre. Durante questa campagna i suoi soldati saccheggiarono Ctesifonte, capitale dei Parti, e ne vendettero come schiavi i superstiti.

Al suo rientro, decise di lasciare nei pressi di Roma e precisamente dove sorgeva Alba Longa, Albanum (oggi Albano Laziale), la seconda delle tre legioni partiche, dove tutt'oggi si possono ammirare i resti dell'accampamento (Castra Albana), i cisternoni per il rifornimento di acqua e l'anfiteatro risalente al III secolo. Malgrado la sua azione avesse introdotto a Roma la dittatura militare, egli era popolare presso i cittadini romani, avendo bollato la degenerazione morale del regno di Commodo e la corruzione crescente. Quando ritornò dopo la vittoria sui Parti, eresse un arco di trionfo che ancora oggi è in piedi e porta il suo nome.

La Britannia (208-211)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne in Britannia di Settimio Severo.

Negli ultimi anni del suo regno, appunto dal 208 d.C., ormai infermo, Settimio Severo intraprese un buon numero di azioni militari in difesa dei confini della Britannia romana dalle spinte ormai forzate e continue delle tribù caledoni, con la previsione per la ricostruzione del Vallo di Adriano prima di morire il 4 febbraio 211 a York.

Morte (211)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dominato (storia romana).

Dopo la morte nel 211 a Eburacum, fu divinizzato dal Senato e a lui succedettero, come aveva previsto nell'intento di fondare una nuova dinastia in qualche modo in continuità con quella antonina (tanto da far imporre il nome Antonino al primogenito Bassiano, detto Caracalla) i due litigiosi figli avuti dalla moglie siriana Giulia Domna, Caracalla e Geta.[18] Quest'ultimo difatti morirà subito dopo, probabilmente per mano dello stesso Caracalla, che rimase l'unico titolare dell'impero.

Titolatura imperiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monetazione dei Severi.
Titolatura imperiale Numero di volte Datazione evento
Tribunicia potestas 18 anni: la prima il 9 giugno del 193, poi rinnovata ogni anno al 10 dicembre.
Consolato 4 volte: nel 190, 193, 194 e 202.
Titoli vittoriosi Adiabenicus nel 195,[19][20][21] Arabicus nel 195,[19][20][21][22] Britannicus Maximus nel 209 o 210,[20][23][24] Parthicus Maximus nel 198,[19][20][21][25]
Salutatio imperatoria 12 volte: la prima al momento della assunzione del potere imperiale, il 9 aprile del 193, (II) nel tardo 193, (III e IV) nel 194, (V, VI, VII e VIII) nel 195, (IX, X e XI) nel 197 e (XII) nel 207.
Altri titoli Pontifex Maximus nel giugno del 193; Pater Patriae nel tardo 193.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dione Cassio, Historia Romana, LXXVI, 15
  2. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006, p. 24
  3. ^ Eutropio, Breviarium, VIII, 18
  4. ^ AE 1967, 536.
  5. ^ Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio, II, 9, 8
  6. ^ E. Horst, Costantino il grande, Milano 1987, p. 20.
  7. ^ Cfr. Historia Augusta, Severus, XVII, 1
  8. ^ a b Marta Sordi, I cristiani e l'impero romano, Milano, Jaca Book, 2004, pp. 117-124, ISBN 88-16-40671-2.
  9. ^ Tert., De Corona, I, 5
  10. ^ Clemente di Alessandria, Stromata, ii. 20; Eusebio, Storia della Chiesa, V, 26; VI, 1.
  11. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 85 e 135.
  12. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, op. cit., ivi.
  13. ^ L. Keppie, The Making of the Roman Army, from Republic to Empire, 1984, p. 148.
  14. ^ Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio, III, 13, 4.
  15. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXIV, 1; Historia Augusta, Septimius Severus, XVII, 5; Zosimo, Storia nuova, I, 8.2.
  16. ^ Y. Le Bohec, L'esercito romano da Augusto alla fine del III secolo, Roma 2008, p. 30.
  17. ^ Y. Le Bohec, L'esercito romano da Augusto alla fine del III secolo, Roma 2008, p. 32.
  18. ^ Eutropio, Breviarium, VIII, 19
  19. ^ a b c AE 1893, 84; CIL VIII, 24004; AE 1901, 46; AE 1906, 21; AE 1922, 5; AE 1956, 190; CIL VIII, 1333 (p 938); AE 1973, 226; AE 1980, 798; AE 1981, 747; AE 1981, 748; AE 1981, 749.
  20. ^ a b c d AE 1963, 144 d.
  21. ^ a b c Historia Augusta, Severus, 9.10 e 16.5.
  22. ^ CIL XI, 8
  23. ^ AE 1903, 108.
  24. ^ Historia Augusta, Severus, 18.2.
  25. ^ CIL VIII, 10833; CIL VIII, 17257; CIL XIV, 4569.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Anthony R. Birley, Septimius Severus: The African Emperor, ISBN 0-415-16591-1
  • Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006
  • Cesare Letta, La dinastia dei Severi in: AA.VV., Storia di Roma, Einaudi, Torino, 1990, vol. II, tomo 2; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (v. il vol. 16°)
  • Santo Mazzarino, L'Impero romano, tre vol., Laterza, Roma-Bari, 1973 e 1976 (v. vol. II); riediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. II)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Imperatore romano Successore Project Rome logo Clear.png
Didio Giuliano 193 - 211 Caracalla, Geta

Controllo di autorità VIAF: 36952961 LCCN: n82000920