Apoteosi

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Il frontone del tempio di Antonino e Faustina nel Foro Romano. Vi si legge l'iscrizione dedicatoria: "al divo Antonino e alla diva Faustina per ordine del Senato".

Apoteosi (latino: apotheosis, greco: ἀποθέωσις) o deificazione (latino: deificatio) significa "divinizzazione" o, più in generale, "glorificazione", di solito intesa a un livello divino o semi-divino.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Divinizzazione filosofica.

I termini sono usati più comunemente per indicare quel processo in uso nella Roma antica, nel quale un Imperatore veniva riconosciuto come divinità, solitamente dopo la morte. L'uso è poi passato a indicare una tipica figura artistica della gloria.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Il primo termine deriva dal verbo greco ἀποθεόω (apotheoo) col significato di "rendere tra gli dei", mentre il secondo è analogamente un composto dei termini latini deum ("dio") facere ("fare"). Entrambi indicano dunque un atto con il quale si riconosce la condizione divina di qualcuno o di qualcosa.

L'apoteosi imperiale nell'Antica Roma[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Culto imperiale.

L'apoteosi di un imperatore era essenzialmente un atto politico attuato dal successore dell'imperatore. Tale processo prevedeva la creazione di un'immagine di cera dell'imperatore riccamente vestito e seduto, esposta in pubblico per un certo numero di giorni, dopo di che veniva bruciata all'aperto su di una pira funeraria, a simboleggiare l'ascensione al cielo.

La tradizione ebbe inizio con la dichiarazione del Senato della divinizzazione di Giulio Cesare dopo la sua uccisione nel 44 a.C., atto che scosse l'opinione pubblica di Roma. Quando Augusto morì 58 anni più tardi, ricevette anche lui onori simili fornendo così un modello per i futuri imperatori. Gli obiettivi dell'atto erano di rinforzare la maestà della carica imperiale e, più immediatamente, di associare l'imperatore in carica a un illustre predecessore. Per esempio, quando Settimio Severo rovesciò Didio Giuliano per prendere il potere nel 193, favorì l'apoteosi di Pertinace, che aveva regnato prima di Giuliano. Ciò permise a Severo di presentarsi come erede e successore di Pertinace, sebbene i due non fossero imparentati.

L'Apoteosi non era un processo automatico, almeno all'inizio dell'era imperiale. Gli imperatori che non erano ricordati con benevolenza o non erano graditi ai loro successori, generalmente non venivano divinizzati. Per esempio, Caligola e Nerone, che erano considerati da molti contemporanei come tiranni e il cui regno terminò in modo violento, non furono divinizzati dopo la loro morte.

Gli imperatori che venivano divinizzati, venivano chiamati con l'appellativo di divus, titolo che precedeva tutti i loro nomi. Infatti, Claudio veniva chiamato divus Claudius. Questa parola viene spesso tradotta come "dio" (quindi, "Claudio il dio") ma ciò non è esatto; una miglior traduzione sarebbe "divino" (quindi, "il divino Claudio"), un'espressione più leggera che gli intellettuali romani potevano accettare come metaforica. Nel tardo impero, questo onore divenne sempre più associato in modo automatico agli imperatori morti, fino al punto che divenne quasi un sinonimo della moderna espressione "fu" (come dire, per esempio, "il fu Claudio"). Il fatto che divus avesse perso molto del suo significato religioso lo si capisce dal fatto che venne attribuito anche ai primi imperatori cristiani dopo la loro morte (p.es., divus Constantinus).

Quando l'apoteosi divenne parte della vita politica romana nella tarda repubblica e nel primo impero, cominciò a essere trattata in contesti letterari. Nell'Eneide, Virgilio raffigura la deificazione di Enea, dicendo che verrà accompagnato sulle scale del Paradiso, e cita l'apoteosi di Giulio Cesare. Anche Ovidio descrive l'apoteosi di Cesare nel libro XV delle Metamorfosi e attende la glorificazione di Ottaviano.

La nozione di apoteosi venne parodiata da Lucio Anneo Seneca nel suo Apocolocyntosis divi Claudii (La Zuccazione dell'Imperatore Claudio), nella quale Claudio non viene trasformato in un dio, ma in una zucca. Questa opera satirica non solo irrideva il fatto che il notoriamente goffo e malparlato Claudio potesse essere una divinità, ma rivelava una certa irriverenza nei confronti dell'idea del culto del governante, almeno tra le classi educate di Roma.

Artisti successivi usarono il concetto per motivi che andavano dal reale rispetto per il deceduto (l'affresco di Costantino Brumidi L'Apoteosi di George Washington sulla cupola del Campidoglio degli Stati Uniti a Washington), al commento artistico (l'Apoteosi di Omero di Salvador Dalí), all'effetto comico.

Divi[modifica | modifica sorgente]

Nota: la data tra parentesi si riferisce al dies Natalis, il giorno della celebrazione di ciascun divo imperatore, così come viene riportata nei calendari tardo-romani.

L'apoteosi nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Apoteosi di George Washington
Apoteosi degli eroi della repubblica francese, Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, inizio del XIX secolo.

Venuto meno il significato politico e religioso dopo la scomparsa dell'Impero romano, l'apoteosi rimase però una delle tipiche raffigurazioni artistiche della gloria. Tipicamente il tal senso il soggetto glorificato viene rappresentato nell'atto di essere sollevato al cielo.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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