Dinastia dei Severi

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Dinastia dei Severi
Settimio Severo con sua moglie e i suoi figli ancor bambini su un Tondo a lui contemporaneo, Berlino, Antikensammlung Berlin (collezione di antichità classiche). Il viso di Geta è stato eraso dopo il suo assassinio.
Settimio Severo con sua moglie e i suoi figli ancor bambini su un Tondo a lui contemporaneo, Berlino, Antikensammlung Berlin (collezione di antichità classiche). Il viso di Geta è stato eraso dopo il suo assassinio.
dal 193 al 235
Predecessore Pertinace e guerra civile
Successore Anarchia militare

La dinastia dei Severi che regnò sull'Impero romano tra la fine del II e i primi decenni del III secolo, dal 193 al 235, con una breve interruzione durante il regno di Macrino tra il 217 e il 218, ebbe in Settimio Severo il suo capostipite ed in Alessandro Severo il suo ultimo discendente. La nuova dinastia, nata sulle ceneri di un lungo periodo di guerre civili, oltre a Settimio Severo e ai suoi figli, comprendeva anche i parenti della moglie di Settimio Severo, Giulia Domna. Questi ultimi presero anch’essi il nome di Severo, dal loro capostipite, al momento dell’ascesa al trono.

Nei nomina degli imperatori era, inoltre, presente un chiaro riferimento alla dinastia degli Antonini. Il motivo era quello di creare una forma di continuità ideale con la precedente dinastia, quasi non ci fosse stata alcuna interruzione, neppure con il predecessore Pertinace. Nella titolatura imperiale, infatti, compariva questa dicitura:

IMPERATORI CAESARI DIVI MARCI ANTONINI PII GERMANICI SARMATICI FILIO DIVI COMMODI FRATRI DIVI ANTONINI PII NEPOTI DIVI HADRIANI PRONEPOTI DIVI TRAIANI PARTHICI ABNEPOTI DIVI NERVAE ADNEPOTI LUCIO SEPTIMIO SEVERO PIO PERTINACI AUGUSTO.

Severo dichiarava così non solo di essere figlio adottivo di Marco Aurelio, e pertanto fratello di Commodo,[1] ma anche tutta la sua discendenza fino a Nerva stesso, oltre a un legame diretto con il suo predecessore Pertinace.[2]

Cronologia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pertinace e Guerra civile romana (193-197).

Albero genealogico dei Severi[modifica | modifica sorgente]

L'albero genealogico della dinastia dei Severi si articola intorno alla famiglia della moglie di Settimio Severo, Giulia Domna. Si trattava di una famiglia sacerdotale di Emesa, in Siria, adepta al culto del dio Eliogabalo o Elagabalo.

Albero genealogico dei Severi

Gli imperatori: dal Principato al Dominato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dominato (storia romana) e Monetazione dei Severi.

L'imperatore, a differenza di quanto era accaduto durante il Principato, utilizzò l'appellativo di dominus, che rimandava alla parola Deus, dio, divinità. Tale forma di governo si presentava in forma dispotica, nella quale l'imperatore, non più contrastato dai residui delle antiche istituzioni della Repubblica Romana, poteva disporre da padrone dell'Impero, cioè nella qualità di dominus, da cui la definizione di dominatus. La monetazione dell'epoca ritraeva molti sovrani che portavano attorno al capo una corona di raggi del dio solare, a testimonianza di questa nuova forma di governo.[1]

Settimio Severo (193-211)[modifica | modifica sorgente]

Busto di Settimio Severo.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Settimio Severo.

Settimio Severo, il primo della dinastia, ovvero Lucio Settimio Severo, apparteneva a un'importante famiglia di Leptis Magna della provincia d'Africa che si era alleata con un'importante famiglia sira grazie al suo matrimonio con Giulia Domna. Con questo imperatore può dirsi iniziare il cosiddetto periodo del Dominato, di stampo militare. Tale forma di governo si presentava in forma dispotica, nella quale l'imperatore, non più contrastato dai residui delle antiche istituzioni della Repubblica Romana, poteva disporre quale padrone assoluto dell'Impero, in qualità di dominus, da cui la definizione di dominatus.

Le origini provinciali influenzarono molto il suo modo di impostare il nuovo Stato romano a partire dalla riorganizzazione dell'esercito (con la creazione di tre nuove legioni quali la legio I, II e III Parthica; l'aumento della paga del legionario; la riforma del cursus honorum nelle alte gerarchie militari a vantaggio degli Equites), alla guardia pretoriana ora formata con componenti provinciali (in particolare dall'Illirico), fino a concedere sempre ai provinciali il permesso di sposarsi durante il servizio militare, abitando con la propria famiglia fuori dal castrum legionario. Non è infatti un caso che l'appoggio militare che l'imperatore ottenne dagli eserciti provinciali, ne abbiano accresciuto notevolmente il potere ed abbiano determinato il conseguente scioglimento delle pericolose coorti pretorie, sostituite con elementi non italici (soprattutto illirici).[3]

Fu, infine, un abile condottiero, portando alla vittoria le sue truppe contro le armate dei Parti tra il 195 ed il 198, e conducendo una fortunata serie di campagne militari nel nord della Britannia (odierna Scozia) contro le truppe barbare dei Caledoni (208-211) poco prima di morire.

Caracalla (211-217) e Geta (211)[modifica | modifica sorgente]

Busto dell'imperatore Caracalla
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caracalla e Geta.

Caracalla (ovvero Lucio Severo Bassiano, poi Marco Aurelio Severo Antonino) ed il fratello Geta (ovvero Lucio Severo Geta) erano figli di Settimio Severo. Il primo regnò dalla morte del padre, avvenuta nel 211 ad Eburacum lungo il fronte settentrionale della Britannia, fino al 217 e condivise per un breve periodo con il fratello il regno, fino al 211, quando decise di commettere un fratricidio.

A Caracalla va il grande merito di aver reso ancor più monumentale la città di Roma, con le immense terme a lui dedicate, oltre ad aver rimosso tutte le distinzioni legali e politiche tra italici e provinciali con la celebre Constitutio Antoniniana del 212 che estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell'impero romano.L’editto aveva come scopo quello di incrementare le entrate delle casse dell’impero con l’imposizione di gravose tasse di successione ai neocittadini.

Avendo lo stesso accresciuto il suo potere oltre misura, in una forma di dispotismo assoluto, creò le premesse, come era successo in modo similare anche a Commodo venticinque anni prima, per il suo assassinio (217), a cui prese parte, quasi certamente, il prefetto del pretorio, Macrino, che non apparteneva all'ordine senatorio e che a lui successe per poco tempo (217-218), pur non appartenendo alla dinastia dei Severi.

Prese parte alle campagne contro i Caledoni della Britannia a fianco del padre, negli anni 208-211. Condusse con buon esito alcune campagne militari oltre i fiumi Reno e Danubio contro le popolazioni degli Alemanni (nel 212-213), di Marcomanni, Quadi, Iazigi (nel 214), di Goti e Carpi (al principio del 215). Al contrario ebbero esito incerto le sue campagne orientali contro i Parti degli anni 215-216.

Eliogabalo (218-222)[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di Eliogabalo.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eliogabalo.

La corte imperiale era però dominata da donne formidabili,[4] le quali riuscirono ad eliminare il nuovo imperatore, Macrino, ed a imporre un "nipote acquisito" di Settimio Severo, tramite sua moglie, Giulia Domna. Egli si faceva chiamare Eliogabalo o Elagabalo (ovvero Sestio Vario Avito Bassiano, poi Marco Aurelio Antonino).

Eliogabalo, infatti, col sostegno della madre, Giulia Soemia, e della nonna materna, Giulia Mesa, venne acclamato imperatore dalle truppe orientali, in opposizione all'imperatore Macrino, all'età di quattordici anni. Il suo regno fu caratterizzato dal tentativo di importare il culto solare di Emesa a Roma e dall'opposizione che ebbe questa politica religiosa. Egli voleva sovvertire le tradizioni religiose romane, sostituendo a Giove, signore del pantheon romano, la nuova divinità solare del Sol Invictus, che aveva gli stessi attributi del dio solare di Emesa. A causa dell'opposizione che sorse contro di lui, Eliogabalo venne assassinato dalla guardia pretoriana e sostituito dal cugino Alessandro Severo.

Il suo governo gli guadagnò tra i contemporanei una fama di eccentricità, decadenza e fanatismo, probabilmente esagerata dai suoi successori. Il suo regno, però, permise alla dinastia severiana di consolidare il proprio controllo dell'impero, permettendo di preparare il terreno per il governo di Alessandro Severo.

Alessandro Severo (222-235)[modifica | modifica sorgente]

Busto dell'imperatore Alessandro Severo
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Alessandro Severo.

E da ultimo, Alessandro Severo, ovvero Marco Giulio Alessiano Bassiano, poi Marco Aurelio Severo Alessandro. Divenne imperatore alla tenera età di soli 13 anni, ed inevitabilmente il suo potere fu gestito dalla madre, Giulia Mamea, donna di notevoli virtù, che lo circondò di saggi consiglieri, incidendo sullo sviluppo del suo carattere, e determinando la futura conduzione dell'amministrazione imperiale. La madre cercò di farlo passare come "figlio naturale" dello stesso Caracalla per rafforzarne la legittimità a regnare, oltre ad aggiungere al suo nome quello di Severo, per accrescerne il richiamo alla sua discendenza.

Il nuovo monarca non riuscì però negli anni successivi di regno a beneficiare delle alleanze militari, troppo lontane dalla vita di corte, ma fondamentali, come aveva dimostrato il fondatore della dinastia, per la sua futura sopravvivenza. E benché condusse con discreti risultati alcune campagne in Oriente contro i Sasanidi e lungo il limes germanico-retico contro la confederazione degli Alemanni, si alienò i favori dell'esercito.

L'imperatore, mentre si trovava tra le sue truppe nel quartier generale di Mogontiacum nella Germania superiore, per trattare le condizioni di pace con le popolazioni germaniche d'oltre confine, venne ucciso il 18 o 19 marzo del 235, insieme alla madre, a causa dell'ammutinamento, quasi certamente promosso dal futuro imperatore Massimino il Trace, generale di origine tracia.

Le figure femminili della Corte imperiale[modifica | modifica sorgente]

Le donne della nuova dinastia dei Severi, non solo animano la corte che si è venuta a formare, ma soprattutto compensano alle debolezze di alcuni degli imperatori saliti al trono in età troppo giovane, garantendo la successione dinastica e l'unità imperiale.[1] Queste donne furono:

Società e costume[modifica | modifica sorgente]

Già a partire dal principato di Marco Aurelio era iniziato l'esodo dei contadini dalle campagne ai grandi centri urbani, dovuto alle prime invasioni barbariche ed alla peste scoppiata nel 166 e durata per oltre un ventennio. La conseguenza fu che molti dei territori una volta coltivati, si impoverirono e furono abbandonati per la mancanza di braccianti. Le terre così svuotate caddero, fin dall'epoca di Caracalla, nelle mani di pochi, gli honestiores, concentrando nelle mani di pochi grandi latifondi terrieri.[5]

A Caracalla si deve, infine, la Constitutio Antoniniana, in base alla quale venne concessa la cittadinanza a tutti gli abitanti dell'impero ad eccezione dei dedictii. Uno degli obiettivi fu certamente quello di aumentare il gettito dei tributi nelle casse dell'erario, al fine di tentare di far fronte ai crescenti costi degli stipendi dei militari, necessari per il mantenimento delle frontiere, ma anche di ridurre l'influenza che gli Italici avevano avuto fino a quel momento sui provinciali, dando a tutti il senso di una maggiore eguaglianza umana tra tutti i sudditi dell'impero (in termini di tassazione, giustizia, reclutamento militare, ecc.).[6]

Economia, fisco, monetazione e prezzi[modifica | modifica sorgente]

Recessione economica[modifica | modifica sorgente]

I grandi latifondisti, una volta assorbiti i grandi appezzamenti di terreni, lasciati liberi a causa dell'esodo dei contadini dalle campagne alle città e dalla terribile pestilenza che si era abbattuta all'epoca di Marco Aurelio, portarono i "nuovi grandi latifondisti" a generare una maggiore concentrazione industriale nelle mani di pochi, poiché chi aveva grandi latifondi e disponibilità economico-finanziarie installava sui propri terreni anche fucine artigianali, laboratori tessili, fornaci, ecc. portando a un progressivo impoverimento dei piccoli e medi contadini (costretti ora a lavorare per i grandi proprietari terrieri).[5] Accadde anche che artigiani e piccoli commercianti, toccati dalle difficoltà economiche e dalla svalutazione monetaria del periodo, confluirono nella classe degli humiliores che andava man mano perdendo i propri diritti, tanto che pene diverse erano previste per honestiores e per gli humiliores, mentre la possibilità di scalata sociale andava sempre più riducendosi. L'abbassamento dell'intera produzione agricola non solo rese più difficoltoso l'approvvigionamento delle materie prime, ma ridusse la quantità dei prodotti finiti e dei produttori di beni (offerta), aumentandone conseguentemente il costo, causando così un aumento generale dei prezzi (inflazione) ed un abbassamento del valore della moneta (svalutazione).

Il risultato finale fu una contrazione notevole delle attività commerciali ed industriali (recessione), con conseguente aumento della povertà tra le classi meno agiate,[7] oltre a una riduzione complessiva delle entrate fiscali statali. I rimedi adottati dai diversi imperatori furono differenti. Alcuni preferirono aumentare la base imponibile (quella della tassa di successione, che colpiva solo i cittadini), dando a tutti i provinciali la cittadinanza romana, come fece Caracalla con la Constitutio antoniniana nel 212 o cancellando esenzioni o elevando la tassa sulle successioni (portandolo dal 5% al 10%; aumento abolito da Macrino nel 217-218);[8] altri preferirono tagliare le spese generali statali, come provò a fare Alessandro Severo, con la riduzione dei costi dell'esercito, motivo per cui fu assassinato;[9] altri ancora come Marco Aurelio, misero all'asta nel foro di Traiano le ricchezze personali e della famiglia imperiale per finanziare le guerre marcomanniche.[10][11]

Svalutazione della moneta[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Riforma monetaria di Caracalla.

Un'importante riforma si ebbe nel 215 per opera dell'imperatore Caracalla, ora che il denario aveva continuato il suo lento declino durante i principati di Commodo e Settimio Severo, e l'aureo era stato svalutato nuovamente dallo stesso Caracalla, portando il suo valore ad 1/50 di libbra (6,54 g). Sia per l'aureo che per il denario (ridotto ad avere meno del 50% di argento) vennero introdotte monete con valore raddoppiato: il doppio aureo (o binione) ed il doppio denario (o antoniniano), anche se per quest'ultimo il contenuto non fu mai più di 1,6 volte il contenuto d'argento del denario. E così, mentre l'aureo riuscì ad avere una valutazione sufficientemente stabile, anche l'antoniniano conobbe una identica e progressiva svalutazione come il denario, fino a ridursi a un contenuto d'argento di solo il 2% nel III secolo.

Cultura letteraria, teatrale, artistica ed architettonica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arte severiana, Letteratura latina e Teatro latino.

In questo periodo l'arte romana iniziò incontrovertibilmente il processo che portò alla rottura dell'arte tardoantica, spartiacque tra arte antica e medievale. Alcune produzioni artistiche ufficiali videro la comparsa evidente di elementi tratti dall'arte plebea e provinciale, mentre in altri settori venne mantenuta in vita più a lungo la forma tradizionale di derivazione ellenistica, come nel ritratto, che proprio in questo periodo fiorì con capolavori di grande spessore psicologico.

Con riferimento all'architettura del periodo, a Roma, dopo l'incendio del 191 (sotto Commodo), iniziò una nuova fase di lavori che portò alla ricostruzione del Tempio della Pace, degli Horrea Piperiana, del Portico di Ottavia. Si aggiunse, inoltre, un'ala al palazzo imperiale sul Palatino, con una nuova facciata monumentale verso la Via Appia, il Septizodium; furono innalzati l'arco di Settimio Severo e le terme di Caracalla, l'edificio più imponente e tra i meglio conservati della Roma imperiale. All'epoca di Caracalla venne, infine, costruito quello che forse era il tempio più grandioso della città, quello di Serapide sul Quirinale.

Religione (paganesimo e cristianesimo)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cristianesimo.

È un periodo in cui le credenze religiose che provengono dall'Oriente romano, cominciano a sopraffare le antiche credenze pagane romane e ne sbriciolano l'unità religiosa. La religione si divide in tante sette concorrenti quanti sono gli Dei venuti da regioni come l'Egitto, la Siria, l'Africa, ecc. A queste vanno aggiunte le due grandi religioni monoteiste di Giudaismo e Cristianesimo,[12] che però trovarono grande avversione, soprattutto la seconda (poiché la prima era considerata regionale e limitata alla sola Giudea), da parte della maggior parte degli abitanti dell'impero romano. Da qui un crescendo di persecuzioni nei confronti dei cristiani durante il regno di Settimio Severo, non dovute a nuove leggi contro gli stessi, ma sulla base dell'applicazione di leggi vigenti. Non sono, infatti, dimostrate persecuzioni sistematiche, al contrario ci sarebbero prove che l'imperatore in molte occasioni difese i cristiani dall'accanimento popolare.

D'altro canto, singoli funzionari si sentirono autorizzati dalla legge a procedere con rigore verso i Cristiani. Naturalmente l'imperatore, a stretto rigore di legge, non ostacolava qualche persecuzione limitata, che avesse luogo in Egitto, in Tebaide o nei proconsolati di Africa e Oriente. I martiri cristiani furono numerosi ad Alessandria.[13][14]

Non meno dure furono le persecuzioni in Africa, che sembra avessero inizio nel 197 o 198 come ci racconta lo stesso Tertulliano,[15] alle cui vittime ci si riferisce nel martirologio cristiano come ai martiri di Madaura. Probabilmente nel 202 o 203 caddero Felicita e Perpetua. La persecuzione infuriò ancora, per breve tempo, sotto il proconsole Publio Giulio Scapola Tertullo Prisco nel 211, specialmente in Numidia e Mauretania. Nei tempi successivi sono leggendarie le persecuzioni in Gallia, specialmente a Lugdunum. In generale, si può dire che la posizione dei cristiani sotto Settimio Severo fu similare a quella assunta dagli Antonini.

Istituzioni, legislazione ed amministrazione provinciale[modifica | modifica sorgente]

La nuova dinastia sostituì il Senatus consultum con un consilium principis, come dire che alle decisioni del Senato furono sostituite quelle di un nuovo organo che andava formandosi: la corte imperiale, organo non solo legislativo (con l'obiettivo di riformare ed uniformare il vecchio sistema giuridico)[1] ma anche di governo come dimostra il fatto che numerosi suoi membri furono posti a capo della prefettura del Pretorio. Di questa corte (formata da 50 senatori e 20 giureconsulti al tempo di Alessandro Severo[16]) fecero parte importanti esperti di diritto come Emilio Papiniano, Eneo Domizio Ulpiano, Giulio Paolo (tra gli autori più utilizzati nella compilazione del "Corpus iuris civilis" voluto dall'imperatore Giustiniano altre tre secoli più tardi).

Riguardo alle province imperiali, sotto Settimio Severo la Mesopotamia settentrionale tornò di nuovo sotto il controllo romano con le campagne militari degli anni 195-198 e posta sotto il governo di un prefetto di rango equestre, il Praefectus Mesopotamiae, creato sul modello del prefetto d'Egitto.[17] Nella provincia furono dislocate due delle nuove legioni appena formate: la I Parthica e la III Parthica.

Pericoli esterni e difesa delle frontiere[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Limes romano e Esercito romano.

Una delle caratteristiche principali di questa dinastia fu l'aspetto militare che assunse per tutto il corso della sua durata. Questo aspetto risulta evidente se consideriamo la funzione determinante che l'esercito ebbe nel corso della guerra civile di quegli anni. Non è un caso sentir parlare di una monarchia "militare" sotto i Severi, da cui sfociò in seguito il cosiddetto periodo dell'anarchia militare, con la morte di Alessandro Severo, ultimo della dinastia (nel 235).[18] I Severi si appoggiarono all'esercito, soprattutto non italico, al contrario dei loro predecessori. Questa la vera novità. Le coorti pretorie furono, infatti, in un primo tempo sciolte, per poi essere nuovamente ricomposte con elementi tratti dalle legioni provinciali, in particolare illiriche.[18] E non è un caso che la legione II Parthica, formata da Severo, fu posta nei castra Albana a pochi chilometri da Roma, quale riserva strategica, ma anche a difesa del potere imperiale centrale.[19] Sappiamo, inoltre, che i nuovi prefetti del Pretorio (di classe equestre), svolgevano nell'ambito della nuova corte imperiale, il duplice ruolo di:

  • consiglieri al loro dominus, in particolare di ordine militare, giuridico e connessi con gli approvvigionamenti dell'Urbe;
  • di supplenza, sostituendosi all'imperatore avendo gli stessi competenze giuridiche;[16]

Del resto Severo e poi i suoi successori decisero, ai fini di migliorare il loro legame con l'esercito a protezione del potere imperiale, di concedere un aumento della paga ai legionari (da 375 denari annui di Commodo, a 500),[19] e poi anche il figlio, Caracalla, di portarlo a un ammontare complessivo di 675 denari annui.[20] I soldati erano, inoltre, autorizzati a contrarre matrimoni anche durante il loro servizio militare, tanto che da questo periodo in poi, le cosiddette canabae (quartieri di civili), si moltiplicarono attorno agli accampamenti legionari permamenti. Per questi motivi le carriere militari diventarono ereditarie, tramandate da padre in figlio, mentre le promozioni furono facilitate, tanto che un soldato semplice poteva accedere ai ranghi più elevati (esattamente come i figli di senatori o cavalieri), come accadde a Massimino il Trace nel 235, che dopo una lunga carriera militare poté egli stesso diventare Imperatore.[19]

Al regno di Severo Alessandro risalirebbero alcune importanti modifiche tattiche dell'esercito come il ritorno allo schieramento falangitico di più legioni contemporaneamente, fino a costituire una massa d'urto di 6 legioni raggruppate, fianco a fianco, senza alcun intervallo tra di loro[21]; il ricorso sempre più frequente ad unità ausiliarie di arcieri e di cavalieri, questi ultimi soprattutto corazzati (i cosiddetti catafrattari, clibanarii), reclutati in Oriente ed in Mauretania[22]; un crescente utilizzo presso tutte le fortezze del limes di numerosi nuovi modelli di catapulte (ballistae, onagri e scorpiones), al fine di tenere impegnato il nemico fino all'accorrere delle "riserve strategiche" (concetto iniziato con Settimio Severo ed in seguito riproposto e sviluppato da Gallieno, Diocleziano e Costantino I[23].

Il periodo fu caratterizzato da guerre condotte lungo sia fronte renano e danubiano soprattutto durante il regno di Caracalla (Catti, Alemanni e Goti dal 212 al 215) e Alessandro Severo (234-235); sia quello orientale durante i regni di Settimio Severo (dal 195 al 198) e ancora Caracalla (216-217); ed infine sia lungo quello della Britannia ai tempi di Settimio Severo e Caracalla (dal 208 al 211).

All'esercito romano, in vista delle campagne partiche di Settimio Severo, furono aggiunte tre nuove legioni (legio I, II e III Parthica) portando il numero totale a 33 legioni. E sempre sotto questo imperatore l'esercito romano superò le 400.000 unità complessive, con ben 33 legioni (pari a 180.000 legionari) e oltre 400 unità ausiliarie (pari a 225.000 ausiliari, di cui 70/75.000 armati a cavallo).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.59.
  2. ^ CIL VIII, 14395; CIL XI, 8; AE 1894, 49; AE 1991, 1680 e numerosissime altre iscrizioni.
  3. ^ Roger Rémondon, La crisi dell’impero romano, da Marco Aurelio ad Anastasio, Milano 1975, p.56.
  4. ^ Sarcastico il ritratto che ne fa Giorgio Ruffolo: «Dopo l'effimera parentesi di Macrino, l'Impero fu invaso dal clan profumato delle principesse siriache, che tendevano a trasformare una brutale dittatura militare in una molle satrapia dell'Oriente» (Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 90).
  5. ^ a b R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.63.
  6. ^ R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.71.
  7. ^ R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.64.
  8. ^ R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.66.
  9. ^ R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.65.
  10. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXII.
  11. ^ Historia Augusta, Vita Marci.
  12. ^ R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.69.
  13. ^ Clemente di Alessandria, Stromata, II, 20.
  14. ^ Eusebio di Cesarea, Storia della Chiesa, V, 26; VI, 1.
  15. ^ Tertulliano, Ad martires.
  16. ^ a b R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.62.
  17. ^ R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.61.
  18. ^ a b R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.57.
  19. ^ a b c R.Remondon, La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, p.58.
  20. ^ A.Milan, Le forze armate nella storia di Roma antica, p.179
  21. ^ A.Liberati – E.Silverio, Organizzazione militare: esercito, Museo della civiltà romana, Roma 1988, vol. 5, p.19-20.
  22. ^ Y.Le Bohec, L'esercito Romano, Roma 1992, p. 259.
  23. ^ A.Milan, Le forze armate nella storia di Roma antica, p.181.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Letteratura storiografica[modifica | modifica sorgente]

  • A.R.Birley, Septimius Severus. The african emperor, Londra e New York, 1988. ISBN 0-415-16591-1
  • J.R.Gonzalez, Historia de las legiones Romanas, Madrid 2003.
  • Michael Grant, The Severans: The Changed Roman Empire, Londra e New York 1996. ISBN 0-415-12772-6
  • Michael Grant, Gli imperatori romani, storia e segreti, Roma 1984. ISBN 88-541-0202-4
  • Cesare Letta, La dinastia dei Severi in: AA.VV., Storia di Roma, Einaudi, Torino, 1990, vol. II, tomo 2; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (v. il vol. 16°)
  • Yann Le Bohec, L'esercito Romano, Roma, 1992.
  • A.Liberati – E.Silverio, Organizzazione militare: esercito, Roma, Museo della civiltà romana, 1988.
  • Santo Mazzarino, L'Impero romano, tre vol., Laterza, Roma-Bari, 1973 e 1976 (v. vol. II); II ediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. II)
  • R.Rémondon, La crisi dell’impero romano, da Marco Aurelio ad Anastasio, Milano 1975.
  • P.Southern, The Roman Empire: from Severus to Constantine, Londra & New York 2001. ISBN 0-415-23944-3

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

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