Didio Giuliano

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Didio Giuliano
Didio Giuliano
Busto di Didio Giuliano, dai Musei Capitolini di Roma
Imperatore romano
In carica 28 marzo - 1º giugno 193
Predecessore Pertinace
Successore Settimio Severo
Nome completo Marcus Didius Severus Julianus
Nascita Milano, 30 gennaio 133 (per Cassio Dione)
2 febbraio 137 (secondo Historia Augusta)
Morte Roma, 1º giugno 193 (60 o 56 anni)
Padre Quinto Petronio Didio Severo
Madre Emilia Clara
Coniuge Manlia Scantilla
Figli Didia Clara

Didio Giuliano (latino: Marcus Didius Salvius Julianus; Mediolanum, 1331 giugno 193) è stato un imperatore romano dal 28 marzo al 1º giugno del 193.

Era un ricchissimo senatore, originario di Mediolanum, che divenne imperatore comprando all'asta l'impero dai pretoriani che lo vendevano al migliore offerente. Fu riconosciuto dal Senato e dai pretoriani ma non dalle legioni.

Indice

[modifica] Biografia

Improbabile la notizia, riportata nella Historia Augusta, che fosse bisnipote di Salvio Giuliano, poiché quest'ultimo, nato verso la fine del I secolo, non poteva essere bisnonno di qualcuno nato non più tardi del 137.

La sua carriera fu ricca di cariche, questore a ventiquattro anni, uno meno dell'età minima, fu poi edile e pretore. Fu legatus della XXII Primigenia a Mogontiacum, poi governatore della Gallia Belgica, della Dalmazia, della Germania Inferiore e infine prefetto dell'annona. Sotto Commodo rischiò di essere condannato per una denuncia ma l'imperatore non credette all'accusa e lo nominò governatore della Bitinia, poi console insieme a Pertinace e infine governatore dell'Africa.

Alla morte di Pertinace, col quale sembra avesse un buon rapporto, fu nominato imperatore al posto di Sulpiciano, perché aveva offerto più sesterzi (25.000 secondo l'Historia Augusta) ai pretoriani di quest'ultimo. Lo stesso giorno fu riconosciuto anche dal senato,[1] che nominò augustae la moglie Manlia Scantilla e la figlia Didia Clara. Solo il popolo gli fu sempre ostile, visto anche lo scherno mostrato nei confronti della frugalità del predecessore,[2] notizia questa ritenuta falsa nella Historia Augusta.[3] Più volte il popolo lo criticò aspramente e non cambiò idea neanche sotto la minaccia "della spada" e la promessa "dell'oro".

Ma i veri problemi non venivano dal popolino di Roma ma dagli eserciti delle province. Essi non avevano giurato fedeltà all'imperatore e anzi in più parti erano scoppiate rivolte. Clodio Albino con gli eserciti della Britannia, Pescennio Nigro con quelli della Siria e Settimio Severo con quelli dell'Illirico. Didio Giuliano mandò uomini e ambascerie per eliminare il problema alla radice e nel frattempo si preparava allo scontro, mal riponendo la sua fiducia nei pretoriani. Dopo aver tentato di bloccare Settimio Severo, che attraversando l'Italia e discendendo verso Roma si era pure impadronito della flotta di Ravenna, aveva intrapreso con lui trattative diplomatiche per associarlo al trono. Ma la sua posizione era ormai troppo compromessa e Settimio Severo rifiutò l'offerta. Senza più nessuno dalla sua parte fu ucciso da un sicario, inviato dal senato, il 1 giugno 193.

[modifica] Note

  1. ^ Cassio Dione, LXXII, 12.
  2. ^ Cassio Dione, LXXIII, 13, 1.
  3. ^ Vita di Didio Giuliano, III.

[modifica] Bibliografia

[modifica] Altri progetti

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