Eliogabalo

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Eliogabalo
(Marco Aurelio Antonino)
Eliogabalo, ritratto conservato nei Musei Capitolini.
Eliogabalo, ritratto conservato nei Musei Capitolini.
Imperatore romano
In carica 16 maggio, 218 – 11 marzo, 222
Predecessore Macrino
Successore Alessandro Severo
Nome completo Sestio Vario Avito Bassiano
Marco Aurelio Antonino
Altri titoli Pater Patriae
Nascita Roma, 20 marzo 203
Morte Roma, 11 marzo 222
Dinastia severiana
Padre Sesto Vario Marcello
Madre Giulia Soemia Bassiana
Coniugi Giulia Cornelia Paula
Aquilia Severa
Annia Faustina
Figli Alessandro Severo (adottivo)

Eliogabalo o Elagabalo (latino: Heliogabalus o Elagabalus), nato come Sesto Vario Avito Bassiano (Sextus Varius Avitus Bassianus) e regnante col nome di Marco Aurelio Antonino (Marcus Aurelius Antoninus; Roma, 20 marzo 203Roma, 11 marzo 222) è stato un imperatore romano della dinastia dei Severi, che regnò dal 16 maggio 218 alla sua morte.

Siriano di origine, Eliogabalo era, per diritto ereditario, l'alto sacerdote del dio sole di Emesa, sua città d'origine. Il nome "Eliogabalo" deriva da due parole siriache, El ("dio") e gabal (concetto associabile a "montagna"), e significa "il dio [che si manifesta in una] montagna", chiaro riferimento alla divinità solare di cui era sacerdote, rappresentata da un betilo (una pietra sacra); non venne mai usato da Avito Bassiano, né dai suoi contemporanei, ma è attestato solo a partire da una fonte del IV secolo. Col sostegno della madre, Giulia Soemia, e della nonna materna, Giulia Mesa, venne acclamato imperatore dalle truppe orientali, in opposizione all'imperatore Macrino, all'età di quattordici anni.

Il regno di Eliogabalo fu fortemente segnato dal suo tentativo di importare il culto solare di Emesa a Roma e dall'opposizione che ebbe questa politica religiosa. Il giovane imperatore siriano, infatti, sovvertì le tradizioni religiose romane, sostituendo a Giove, signore del pantheon romano, la nuova divinità solare del Sol Invictus, che aveva gli stessi attributi del dio solare di Emesa; contrasse anche, in qualità di gran sacerdote di Sol Invictus, un matrimonio con una vergine vestale, che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto essere il matrimonio tra il proprio dio e Vesta.

La politica religiosa e i suoi eccessi sessuali (ebbe 5 mogli e due "mariti") gli causarono una crescente opposizione del popolo e del Senato romano che culminò col suo assassinio per mano dalla guardia pretoriana e l'insediamento del cugino Alessandro Severo. Eliogabalo fu inoltre colpito dalla damnatio memoriae. Il suo governo gli guadagnò tra i contemporanei una fama di eccentricità, decadenza e fanatismo, probabilmente esagerata dai suoi successori: questa fama si tramandò anche grazie ai primi storici cristiani, che ne fecero un ritratto ostile.

La storiografia moderna ne dipinge un ritratto più articolato, riconducendo il fallimento del suo regno al contrasto tra il conservatorismo romano e la dinamicità del giovane sovrano siriano, alla sua incapacità di scendere a compromessi e alla sua incomprensione della gravità e solennità del ruolo di imperatore. Il suo regno, però, permise alla dinastia dei Severi di consolidare il proprio controllo dell'impero, permettendo di preparare il terreno per il governo di Alessandro Severo.

Origini[modifica | modifica sorgente]

Eliogabalo gran sacerdote del Sole, Simeon Solomon, 1866. Eliogabalo era, per diritto ereditario, gran sacerdote del dio solare di Emesa, El-Gabal; già all'età di quattordici anni esercitava il proprio sacerdozio.

Eliogabalo nacque nel 203[1] col nome di Vario Avito Bassiano; era figlio di Sesto Vario Marcello e di Giulia Soemia Bassiana. Suo padre era membro dell'ordine equestre ed aveva fatto la carriera amministrativa a Roma sotto l'imperatore Settimio Severo, fondatore della dinastia dei Severi, ma venne in seguito nominato senatore dal suo figlio e successore Caracalla, che concesse a Vario Marcello uffici di grande responsabilità, prima della sua morte, avvenuta nel 217 circa.

Sua madre era la figlia maggiore di Giulia Mesa, vedova del console Giulio Avito, e sorella dell'imperatrice Giulia Domna, e cognata dell'imperatore Settimio Severo;[2] Giulia Soemia era dunque cugina dell'imperatore Caracalla, il quale aveva estinto, alla propria ascesa al trono, la discendenza maschile diretta della dinastia per timore di essere rovesciato. Altri parenti di rilievo erano la zia Giulia Avita Mamea, lo zio Marco Giulio Gessio Marciano e loro figlio Alessandro Severo, cugino di Eliogabalo.

Il bisnonno materno di Eliogabalo, il padre di Giulia Domna e di Giulia Mesa, era Giulio Bassiano, il quale teneva per diritto ereditario il sacerdozio del dio solare El-Gabal ad Emesa; lo stesso Eliogabalo era gran sacerdote di questa divinità.[1] El è il nome della principale divinità semitica, mentre Gabal, che è legato al concetto di "montagna" (si confronti con l'ebraico gevul e l'arabo jebel), è la sua manifestazione ad Emesa.[3] Tale divinità fu in seguito importata nel pantheon romano e assimilato al dio solare romano noto come Sol Indiges in età repubblicana e poi Sol Invictus nel II e III secolo.[4]

Avito viene dunque ricordato oggi col nome del suo dio, Eliogabalo, nome che però non usò mai in vita.[5] La famiglia di Giulio Bassiano, il cui nome derivava probabilmente dal titolo sacerdotale orientale basus, erano tenuti in alta considerazione ad Emesa, grazie al fatto che controllavano il culto di El-Gabal, tanto da esercitare sulla regione un notevole controllo; la loro importanza non venne certo danneggiata dal matrimonio della figlia di Giulio Bassiano, Giulia Domna, con Settimio Severo, anche se questo avvenne nel 187, quando Severo non era ancora imperatore.

La stirpe di Bassiano aveva probabilmente origini arabe, discendendo probabilmente dai principi arabi di Emesa (Samsigeramus e Sohaemus) che, ancora nel I secolo, regnavano come vassalli dell'Impero romano, fino a quando Domiziano non pose fine alla loro semi-indipendenza.[6]

Regno[modifica | modifica sorgente]

Conquista del potere[modifica | modifica sorgente]

Moneta di Eliogabalo coniata a Tiro, in Fenicia; al rovescio, due buoi, simbolo della Legio III Gallica, reggono lo stendardo della legione che proclamò Eliogabalo imperatore e gli diede la vittoria decisiva contro Macrino nella battaglia di Antiochia. Poco dopo la sua ascesa al trono, però, Eliogabalo subì la ribellione della legione, che decise poi di sciogliere, privando la sua base Tiro del rango di metropoli.

Quando l'imperatore Macrino assunse il potere, dovette decidere come eliminare il pericolo costituito per il suo regno dalla potente famiglia del suo predecessore assassinato, Caracalla; il nuovo imperatore si limitò ad esiliare Giulia Mesa, le sue due figlie, e il suo più anziano nipote, Eliogabalo, nella loro tenuta ad Emesa in Siria, senza nemmeno confiscare i loro beni. Nella sua città d'origine il futuro imperatore, dopo aver passato la propria giovinezza a Roma, assunse il rango che gli spettava per diritto familiare, assumendo la carica di gran sacerdote di El-Gabal.

Appena giunta in Siria, Giulia Mesa iniziò a tramare con Gannys, il suo eunuco consigliere nonché tutore di Eliogabalo, al fine di spodestare Macrino dal trono di imperatore e dare la porpora al nipote appena quattordicenne; le armi a sua disposizione erano l'enorme influenza locale che le veniva dal ruolo sacerdotale svolto dalla sua famiglia, le possibilità aperte dalla notevole ricchezza dei Bassiani, e l'insoddisfazione dell'esercito, che tanto aveva amato Caracalla quanto era ostile a Macrino per la sua politica di austerità.[7]

Eliogabalo e sua madre accondiscesero con prontezza ai piani di Mesa e dichiararono, falsamente, che il giovane era il figlio illegittimo di Caracalla, e dunque colui al quale dovevano la propria lealtà coloro che l'avevano giurata al precedente imperatore.[1] A questo punto Giulia Mesa fece balenare le proprie ricchezze davanti alla Legio III Gallica, di stanza a Raphana, ed ottenne il giuramento di fedeltà ad Eliogabalo da parte della legione. All'alba del 16 maggio 218, Publio Valerio Comazone Eutichiano, comandante della III Gallica, dichiarò Eliogabalo imperatore.[8] Il giovane sovrano assunse il nome di Caracalla, Marco Aurelio Antonino, per rafforzare ulteriormente la propria legittimità sfruttando la propaganda fornita da tale nome.[9]

La contromossa di Macrino, che si trovava ad Antiochia di Siria, fu quella di tentare di debellare la ribellione inviando nella regione il proprio prefetto del pretorio, Ulpio Giuliano, con un piccolo contingente militare, ritenuto sufficiente a debellare l'usurpazione; accadde, però, che le forze di Giuliano gli si rivoltarono contro e passarono dalla parte di Eliogabalo, uccidendo gli ufficiali: la testa di Giuliano fu mandata all'imperatore.[10] Macrino inviò delle lettere al Senato denunciando Eliogabalo come il Falso Antonino e dichiarandolo pazzo.[11] Entrambi i consoli e altri importanti membri del governo di Roma condannarono l'usurpatore, e il Senato dichiarò conseguentemente guerra a Eliogabalo ed a Giulia Mesa.[12] Macrino e suo figlio Diadumeniano, appena nominato augusto, furono indeboliti dalla diserzione della Legio II Parthica in seguito alle elargizioni ed alle promesse fatte da Giulia Mesa, e vennero dunque sconfitti nella battaglia di Antiochia l'8 giugno 218 dalle truppe comandate da Gannys.

Macrino fuggì verso l'Italia, travestito da corriere, ma venne catturato presso Calcedonia ed in seguito giustiziato in Cappadocia. Suo figlio Diadumeniano, mandato per sicurezza presso i Parti, fu invece catturato a Zeugma ed anche lui messo a morte.[10] Eliogabalo considerò la data della vittoria ad Antiochia come l'inizio del suo regno ed assunse la titolatura imperiale[13] senza la preventiva approvazione del Senato,[14] violando in questo modo la tradizione, ma iniziando una pratica che fu poi ricorrente tra gli imperatori romani durante il III secolo. Lettere di riconciliazione furono inviate a Roma, estendendo l'amnistia al Senato e riconoscendone le leggi, condannando al contempo il regno di Macrino e Diadumeniano.[15]

In queste stesse lettere Eliogabalo condannò anche il suo predecessore, affermando che Macrino "prese a disprezzare la mia età, quando lui stesso nominò imperatore suo figlio di cinque anni". I senatori ricambiarono l'atto di riconciliazione riconoscendo Eliogabalo imperatore e pater patriae ("padre della patria"), accettando la sua pretesa di essere il figlio di Caracalla,[16] il quale venne deificato assieme a Giulia Domna, elevando sia Giulia Mesa che Giulia Soemia al rango di auguste[17] e condannando e denigrando la memoria di Macrino e Diadumeniano.[14] Infine, il comandante della III Gallica, Comazone, divenne il nuovo comandante della guardia pretoriana, mentre Gannys divenne il prefetto del pretorio.[18]

Primi anni di regno[modifica | modifica sorgente]

Denario di Eliogabalo, raffigurante al rovescio la dea Fede tra due stendardi dell'esercito romano e la legenda FIDES EXERCITVS, "lealtà dell'esercito". Molte delle monete coniate da Eliogabalo riportano le legende FIDES EXERCITVS o FIDES MILITVM ("lealtà dei soldati"), enfatizzando propagandisticamente la lealtà delle forze armate come base del potere dell'imperatore. All'inizio del suo regno, però, Eliogabalo dovette confrontarsi con le ribellioni di due legioni romane.

Eliogabalo e la sua corte passarono l'inverno del 218 a Nicomedia in Bitinia,[16] allo scopo di consolidare il proprio potere. Qui le credenze religiose del nuovo imperatore si dimostrarono per la prima volta un problema, tanto che, secondo la testimonianza dello storico contemporaneo Cassio Dione Cocceiano, Gannys venne fatto assassinare da Eliogabalo perché cercava di indurre il giovane sovrano a regnare con "temperanza e prudenza".[19] Per abituare i Romani ad essere governati da un imperatore che era in realtà un sacerdote orientale, Giulia Mesa fece inviare a Roma un ritratto di Eliogabalo in vesti sacerdotali, che venne posto sopra l'altare della Vittoria nella Curia;[16] in questo modo i senatori si trovavano nella imbarazzante posizione di sacrificare ad Eliogabalo ogni volta che facevano offerte alla dea Vittoria. Ciò non di meno, sembra che in questo momento Eliogabalo fosse amato sia dal Senato che dal popolo.[20]

Le legioni furono scoraggiate dal comportamento dell'imperatore e si pentirono rapidamente di averlo sostenuto.[21] Mentre Eliogabalo era in viaggio per Roma, delle piccole ribellioni scoppiarono all'interno della Legio IIII Scythica, dietro istigazione di Gellio Massimo, mentre l'intera III Gallica, la stessa che l'aveva proclamato imperatore, si ribellò acclamando imperatore il proprio comandante Vero.[22] Le ribellioni vennero rapidamente sedate: Gellio Massimo e Vero vennero giustiziati, la III Gallica venne sciolta, mentre Tiro, base della Gallica, perse la sua condizione di metropoli.[23]

Quando la corte di Eliogabalo raggiunse Roma nell'autunno 219, Comazone e gli altri alleati di Giulia Mesa e dell'imperatore ricevettero incarichi lucrativi e influenti, con grande oltraggio dei senatori, che non li consideravano personaggi rispettabili.[24] Comazone, per esempio, proseguì la sua carriera divenendo praefectus urbi di Roma per tre volte e due volte console.[18] Eliogabalo tentò di nominare cesare il proprio presunto amante Ierocle,[25] mentre riuscì ad assegnare l'influente posizione non-amministrativa di cubicularius ad un altro presunto amante, Zotico.[26] La sua offerta di un'amnistia per l'aristocrazia romana che aveva sostenuto Macrino fu ampiamente onorata, anche se il giurista Eneo Domizio Ulpiano venne esiliato.[27]

La relazione tra Giulia Mesa, Giulia Soemia ed Eliogabalo fu molto stretta, per lo meno all'inizio. La madre e la nonna del giovane imperatore ricevettero l'onore di assistere alle sedute del Senato romano,[28] ed entrambe ricevettero titoli collegati col rango senatoriale: Soemia ricevette il titolo di clarissima, Mesa il meno ortodosso mater castrorum et senatus ("madre degli accampamenti e del senato").[17] L'imperatore costituì anche il senaculum mulierum, il "Senato delle donne", autorizzato a decidere su argomenti limitati, che si riuniva sul Quirinale.[29]

Sul piano edilizio, Eliogabalo abbellì Roma costruendo il circo Variano nella parte orientale, il tempio del Sol Invictus sul palatino (Elagabalium) e completando le terme di Caracalla con palestre, negozi e altri annessi.[29]

Esiste la possibilità che abbia anche dovuto fare fronte ad una ribellione, non attestata dalle fonti; un indizio è il conferimento a tre legioni (la I Minervia di stanza in Germania, la II Augusta di stanza in Britannia e la X Gemina a Vienna) del titolo di Antoniniana, cioè di "legione leale ad Antonino", onore tipicamente riservato a quelle legioni che erano rimaste fedeli durante una insurrezione; secondariamente depone a favore di questa ipotesi la svalutazione della moneta, con la riduzione del contenuto di argento, segno della necessità di coniare più moneta per far fronte alle spese militari.[29]

Controversie religiose[modifica | modifica sorgente]

Il tempio del dio sole El-Gabal a Emesa, con la pietra sacra, sul retro di questa moneta in bronzo l'usurpatore romano Uranio Antonino.

La politica religiosa fu l'elemento prioritario di Eliogabalo, tutto compreso nella sua funzione di gran sacerdote, ma, al contempo, fu anche la causa primaria dell'opposizione che dovette affrontare: il suo obiettivo principale, infatti, non era semplicemente quello di far entrare il dio sole di Emesa, El-Gabal, nel pantheon romano, ma quello di renderlo la divinità principale della Religione romana, prima associandolo a Giove[30] e poi facendovi confluire tutte le divinità romane.

Fin dal regno di Settimio Severo, l'adorazione della divinità solare era cresciuta in tutto l'impero;[31] Eliogabalo sfruttò questa popolarità per introdurre El-Gabal, che venne rinominato Deus Sol Invictus ("Dio Sole Invitto") e posto al di sopra di Giove[30] (il culto venne introdotto a partire dal 220);[29] per rafforzare il legame tra il nuovo dio e la Religione romana, Eliogabalo fece contrarre a Deus Sol Invictus un "matrimonio sacro" (hieros gamos) con Astarte (la dea lunare), con Minerva, e con la dea cartaginese Urania (Dea Caelestis o Tanit).[32]

Ulteriore oltraggio alla sensibilità religiosa dei Romani fu causato dalla sua decisione di unirsi in matrimonio con la vergine vestale Aquilia Severa: l'unione del sacerdote del dio sole con la sacerdotessa della dea Vesta avrebbe dato, nelle intenzioni dell'imperatore, "bambini simili a dei";[33] si trattava della rottura di una antichissima e onorata tradizione romana, tanto che, per legge, una vestale che avesse perso la propria verginità veniva seppellita viva.[34]

Aureo di Eliogabalo, con, al rovescio, la legenda SANCT DEO SOLI ELAGABAL ("Al sacro dio sole El-Gabal") e la raffigurazione di una quadriga che trasporta il betilo (sacra pietra) del tempio del sole di Emesa, custodita nell'Elagabalium a Roma.

Per diventare l'alto sacerdote di El-Gabal, Eliogabalo si fece circoncidere, costringendo pure alcuni suoi collaboratori a fare lo stesso: Cassio Dione Cocceiano racconta che pensò persino di castrarsi, ma non ebbe poi il coraggio di farlo.[30] L'imperatore obbligò i senatori a guardarlo mentre danzava attorno all'altare di Deus Sol Invictus al suono di tamburi e cimbali,[16] e nel giorno del solstizio d'estate fu istituita in onore del dio una grande festa, popolare tra le masse per via della grande distribuzione di viveri.[32] Durante questa festa, Eliogabalo poneva El-Gabal, il meteorite nero conico che rappresentava il dio solare di Emesa, su di un carro adornato con oro e gioielli, che girava la città in parata:

« Un tiro a sei cavalli trasportava la divinità, i cavalli enormi e di un bianco immacolato, con dispendiosi finimenti in oro e ricchi ornamenti. Nessuno teneva le redini, e nessuno era a bordo della biga; il veicolo era scortato come se il dio stesso fosse l'auriga. Eliogabalo camminava all'indietro davanti alla biga, rivolto verso il dio e reggendo le redini dei cavalli. Compiva tutto il viaggio in questo modo inverso, guardando in faccia il suo dio. »
(Erodiano, Storia romana, v.6)

Un sontuoso tempio detto Elagabalium fu costruito sul pendio orientale del Palatino allo scopo di ospitare il betilo del dio.[16] Erodiano, uno storico siriano contemporaneo, racconta che «questa pietra è adorata come se fosse stata inviata dal cielo; su essa si trovano piccole protuberanze e segni, che alla gente piace considerare un grezzo ritratto del sole, perché è così che li vedono».[1]

Le reliquie più sacre della Religione romana furono trasferite dai rispettivi templi all'Elagabalium, inclusa la Magna Mater, il fuoco di Vesta, gli Ancilia dei Salii e il Palladio, in modo che nessun altro dio all'infuori di El-Gabal venisse adorato.[35] Eliogabalo si fece persino erigere delle statue, per farsi adorare come un dio.[36]

Controversie sull'identità sessuale[modifica | modifica sorgente]

Busto di Giulia Cornelia Paula, prima moglie di Eliogabalo.

L'orientamento sessuale di Eliogabalo e la sua identità di genere sono stati origine di controversie e dibattiti; va notato, però, che in Eliogabalo l'aspetto religioso e quello sessuale erano profondamente intrecciati, come normale nella cultura orientale, ma la società romana non comprese questo aspetto a essa alieno e dunque considerò stravaganti e scandalose le pratiche sessuali del proprio imperatore, tra cui le orge, i rapporti omosessuali e transessuali, la prostituzione, all'interno delle quali va intesa la ricerca dell'androginia e della castrazione.

Eliogabalo sposò, per poi divorziare, cinque donne,[33] delle quali solo tre sono conosciute. La sua prima moglie fu Giulia Cornelia Paula,[32] che sposò poco dopo essere giunto a Roma (autunno 219), allo scopo di avere presto dei figli con i quali continuare la dinastia, ma dalla quale divorziò nelle prime settimane del 220 sulla base di una non meglio specificata imperfezione fisica,[29] allo scopo di sposare la seconda moglie, la vergine vestale Aquilia Severa;[32] nel giro di un anno, però, pose fine al controverso legame con Aquilia per sposare Annia Faustina (luglio 221),[29][32] una discendente di Marco Aurelio e la vedova di Pomponio Basso, fatto giustiziare da poco da Eliogabalo stesso; entro la fine dell'anno, infine, tornò da Aquilia.[33]

Denario recante l'effigie di Aquilia Severa, la seconda moglie di Eliogabalo.

Stando però al senatore e storico contemporaneo Cassio Dione Cocceiano, la sua relazione più stabile sarebbe stata quella con un auriga, uno schiavo biondo proveniente dalla Caria di nome Ierocle, al quale l'imperatore si riferiva chiamandolo suo marito.[25] La Historia Augusta, scritta un secolo dopo i fatti, afferma che sposò anche un uomo di nome Zotico, un atleta di Smirne, con una cerimonia pubblica nella capitale.[37]. Cassio Dione scrisse inoltre che Eliogabalo si dipingeva le palpebre, si depilava e indossava parrucche prima di prostituirsi nelle taverne e nei bordelli,[38] e persino nel palazzo imperiale:

« Infine, riservò una stanza nel palazzo e lì commetteva le sue indecenze, standosene sempre nudo sulla porta della camera, come fanno le prostitute, e scuotendo le tende che pendevano da anelli d'oro, mentre con voce dolce e melliflua sollecitava i passanti. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, lxxx.13)

Erodiano commenta che Eliogabalo sciupò il suo bell'aspetto naturale facendo uso di troppo trucco.[32] Venne spesso descritto mentre «si deliziava di essere chiamato l'amante, la moglie, la regina di Ierocle», e si narra che abbia offerto metà dell'Impero romano al medico che potesse dotarlo di genitali femminili.[26] Di conseguenza, Eliogabalo è stato spesso descritto dagli scrittori moderni come un transgender, molto probabilmente un transessuale.[39][40]

Caduta e morte[modifica | modifica sorgente]

Testa colossale in marmo di Alessandro Severo, rimodellata da un precedente ritratto di Eliogabalo[41] (Museo nazionale romano - Palazzo Massimo alle terme, Roma). Eliogabalo fu colpito da damnatio memoriae e i suoi ritratti vennero sfigurati o rimodellati adattandoli a quelli del suo successore, Alessandro.

Entro il 221, le eccentricità di Eliogabalo,[42] in particolare la sua relazione con Ierocle,[25] causarono il progressivo scollamento tra l'imperatore e la guardia pretoriana.[24] Inoltre l'imperatore fece anche alcune scelte politiche poco felici, come l'assunzione del consolato per tre volte consecutive (218, sostituendo Macrino, 219 e 220), una scelta che era stata fatta per l'ultima volta da Domiziano e da allora considerata un segno di dispotismo.[29]

Quando Giulia Mesa si accorse che il sostegno popolare ad Eliogabalo stava crollando rapidamente, decise che lui e sua madre Giulia Soemia, che lo aveva incoraggiato nelle sue pratiche religiose, dovessero essere rimpiazzati da qualcuno di più affidabile e popolare.[24] Per trovare un sostituto al soglio imperiale, Giulia Mesa si rivolse all'altra figlia, Giulia Mamea, e al figlio di lei, il tredicenne Alessiano (che assunse il nome di Alessandro Severo): Eliogabalo venne convinto ad associare il cugino al potere per lasciare a lui le cure secolari e meglio dedicarsi a quelle religiose. Alessandro fu adottato dal cugino (21 giugno 221[29]), da cui ricevette il titolo di cesare e col quale condivise il consolato per quello stesso anno (222).[24] Sempre nell'ottica di riguadagnare il consenso va visto il divorzio dalla vergine vestale Aquilia Severa e il matrimonio con la nobile Annia Faustina.[29]

Eliogabalo, però, si rese conto che i soldati, il Senato e il popolo preferivano il cugino a lui, e decise di cambiare le cose.[43] Dopo aver tentato ripetutamente e inutilmente di far assassinare Alessandro, protetto dalla nonna Giulia Mesa, l'imperatore ordinò al Senato di annullare l'elezione a cesare del cugino e di ricoprire di fango le sue statue, ma i soldati si ribellarono ed Eliogabalo si salvò dalla loro rabbia a malapena, e l'ordine non venne, conseguentemente, eseguito.[29]

I rapporti tra Eliogabalo ed il cugino/figlio si deteriorarono rapidamente entro la fine del 221: solo per le pressioni della madre e della nonna l'imperatore accettò di comparire in pubblico assieme ad Alessandro in occasione della loro assunzione del consolato (1º gennaio 222).[29] L'imperatore mise in giro la voce che il cugino era moribondo per vedere la reazione della guardia pretoriana.[43] Alla notizia, i soldati si ribellarono, pretendendo che Eliogabalo e Alessandro si presentassero nel loro accampamento.[43] L'imperatore si presentò al campo dei pretoriani l'11 marzo 222, assieme al cugino e alla propria madre Giulia Soemia; al suo arrivo i pretoriani iniziarono ad acclamare il loro favorito Alessandro, ignorando Eliogabalo, che ordinò allora l'arresto e l'esecuzione sommaria di coloro che sostenevano Alessandro, con l'accusa di ribellione.[43] Di tutta risposta, i pretoriani assalirono l'imperatore e poi sua madre:

« Fece un tentativo di fuggire, e sarebbe riuscito a raggiungere un qualche luogo nascosto in una latrina, se non fosse stato scoperto e ucciso, all'età di diciotto anni. La madre, che lo abbracciò e lo strinse fortemente, morì con lui; le loro teste vennero spiccate dal busto e i loro corpi, dopo essere stati denudati, vennero prima trascinati per tutta la città, e poi il corpo della madre venne gettato in un posto o in un altro, mentre il suo venne gettato nel fiume. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, lxxx.20)

Con la sua morte, molti dei suoi collaboratori vennero uccisi o deposti, inclusi Ierocle e Comazone.[44] I suoi editti religiosi vennero annullati ed El-Gabal venne mandato indietro ad Emesa.[44][45] Alle donne venne proibito per sempre di partecipare alle sedute del Senato romano,[46] mentre venne decisa la damnatio memoriae contro di lui:[47] le sue statue vennero distrutte, il suo nome cancellato dai documenti e dalle iscrizioni, venne proibito di piangerlo pubblicamente e di seppellirlo.[29]

Titolatura imperiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Monetazione di Eliogabalo.
Titolatura imperiale Numero di volte Datazione evento
Tribunicia potestas cinque anni: al momento dell'ascesa al trono, il 16 maggio del 218[8] e poi rinnovata annualmente ogni 10 dicembre.
Consolato 4 volte: nel 218 (I),[29] 219 (II),[29] 220 (III)[29] e 222 (IV).[24]
Salutatio imperatoria una sola volta: al momento della assunzione del potere imperiale nel 218.[8]
Altri titoli Pontifex Maximus, Pater Patriae,[48][16] Pius,[49] Felix[49] nel 218;[14] Sacerdos Soli Invicti nel 222.[50]

Eliogabalo nell'immaginario[modifica | modifica sorgente]

Nella storiografia antica[modifica | modifica sorgente]

Alla morte di Eliogabalo, venne architettata una campagna propagandistica contro l'imperatore defunto, tradizionalmente attribuita a Giulia Avita Mamea.[51] Molte storie denigratorie e false vennero fatte circolare su di lui, in cui le sue eccentricità furono esagerate.[51] La più famosa di queste, immortalata nel dipinto del XIX secolo Le rose di Eliogabalo, racconta che l'imperatore uccise gli ospiti di una sua cena soffocandoli con una massa di petali di profumate rose, "viole e altri fiori" fatta cadere dal soffitto.[52]

Sono tre le fonti antiche pervenute che raccontano la vita del giovane imperatore siriano: quella più dettagliata è la contemporanea Storia romana di Cassio Dione Cocceiano, che però riporta il punto di vista della classe senatoriale e il cui autore fu sostenitore di Alessandro Severo; l'omonima opera di Erodiano, contemporaneo e conterraneo di Eliogabalo, dà al contrario un giudizio più sereno e bilanciato; la Historia Augusta, che gli storiografi moderni fanno risalire al IV secolo, fonde, invece, pettegolezzi e storie inventate ad una fonte contemporanea agli eventi ora andata perduta (forse Mario Massimo).[51]

Di una certa importanza anche le fonti archeologiche, come monete, iscrizioni e costruzioni.

Historia Augusta[modifica | modifica sorgente]

La fonte di molte di queste storie sulla depravazione di Eliogabalo è l'Historia Augusta ("Storia augustea"), che gli studiosi ritengono oggi consensualmente inaffidabile nei suoi dettagli.[53] L'Historia Augusta venne probabilmente composta nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio I,[54] e si basa tanto su fonti storiche precedenti quanto sulle invenzioni del suo autore; la Vita di Eliogabalo, uno dei capitoli che costituiscono l'opera, viene infatti considerata in larga parte un frutto della fantasia,[55] mentre solo le sezioni 13 e 17, che raccontano la caduta di Eliogabalo, sono considerate di qualche rilievo come fonte storica.[56]

Cassio Dione[modifica | modifica sorgente]

Cassio Dione Cocceiano visse dalla seconda metà del II secolo fino a dopo il 229; nato da famiglia patrizia, fu a lungo un funzionario imperiale di alto livello, senatore sotto Commodo, governatore di Smirne dopo la morte di Settimio Severo, console suffetto, proconsole d'Africa e Pannonia, infine console sotto Alessandro Severo, che lo stimò molto.

Cassio Dione scrisse una Storia romana che copre circa un millennio, dall'arrivo di Enea in Italia fino al 229. In quanto contemporaneo di Eliogabalo, la versione di Cassio Dione del regno di questo imperatore è considerata più affidabile di quella della Historia Augusta, sebbene vada notato che Cassio Dione passò la gran parte del regno di Eliogabalo fuori da Roma e che dovette dunque basarsi su racconti di seconda mano. Per di più, il clima politico seguito al regno di Eliogabalo, così come la posizione di Cassio Dione all'interno dell'apparato governativo di Alessandro Severo, impose delle limitazioni a quanto di vero poteva essere inserito nell'opera.[57]

Erodiano[modifica | modifica sorgente]

Un altro contemporaneo di Eliogabalo fu Erodiano, un funzionario civile di rango inferiore di origine siriana, che visse dal 170 circa al 240. Il suo lavoro, la Storia dell'Impero romano da Marco Aurelio, comunemente abbreviata in Storia romana, è una testimonianza diretta che va dal regno di Commodo a quello di Gordiano III. Il lavoro di Erodiano e quello di Cassio Dione si sovrappongono temporalmente, ma sono consistenti indipendentemente.[58]

Sebbene Erodiano non sia considerato affidabile come Cassio Dione, il fatto che non abbia pretese letterarie e storicistiche lo rende meno partigiano degli storici senatoriali; dimostra infatti di essere meno ostile ad Eliogabalo di Cassio Dione, e si astiene dal descrivere particolari irrilevanti delle pratiche sessuali.[58]

Erodiano è considerato la fonte principale per le riforme religiose che furono promosse da Eliogabalo e che sono state confermate dalle moderne indagini numismatiche.[59] e archeologiche.[60]

Nella storiografia posteriore[modifica | modifica sorgente]

Giulia Soemia in Senato, da un manoscritto francese del XV secolo del De mulieribus claris di Giovanni Boccaccio

Nel Medioevo la figura di Eliogabalo era conosciuta solo tramite fonti tarde e scarse, come l'Epitome dei Cesari e gli autori patristici Orosio e Girolamo; di conseguenza, solo pochi autori ne parlarono, come Ottone di Frisinga e Vincenzo Bellovacense.

Nel Rinascimento vennero recuperate alcune fonti. Giovanni Boccaccio dedicò un capitolo del suo De mulieribus claris, un libro in latino sulle donne celebri, alla madre di Eliogabalo, facendone un ritratto negativo e collegando la propensione al vizio dell'imperatore con l'influenza esercitata su di lui dalle donne, a mo' di avvertimento contro l'esercizio femminile del potere. Niccolò Machiavelli cita Eliogobalo ne Il Principe nel capitolo XIX (come evitare il disprezzo e l'odio). Il cinico ma avveduto scrittore fiorentino definisce Eliogobalo talmente spregevole da non essere degno di vivere.

L'influenza di Edward Gibbon fece sì che fino al XIX secolo la storiografia fosse dominata dall'interpretazione del governo di Eliogabalo come un dispotismo orientale, trionfante sulle virtù romane tradizionali.

Nell'arte[modifica | modifica sorgente]

A causa dei suoi eccessi, nel tardo XIX secolo Eliogabalo divenne qualcosa di simile ad un eroe del Decadentismo, raffigurato in molte opere di pittura e letterarie come l'incarnazione dell'esteta amorale; a questa visione si rifece anche Alessandro Manzoni, che citò Eliogabalo nel capitolo V dei suoi Promessi Sposi come simbolo di vita fastosa e dissoluta. Molte opere sono ispirate alla sua vita ed al suo carattere.

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

Pittura[modifica | modifica sorgente]

Musica[modifica | modifica sorgente]

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Teatro[modifica | modifica sorgente]

Fumetti[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Erodianov.3.
  2. ^ Cassio Dionelxxix.30.
  3. ^ Lenormant 1881, p. 310.
  4. ^ Devlaminck 2004.
  5. ^ Hoeber 1910.
  6. ^ Anthony Richard Birley, Septimius Severus: The African Emperor, London; New York, Routledge, 1999, p. 72. ISBN 0-415-16591-1
  7. ^ Caracalla era stato assassinato da un collaboratore del suo prefetto del pretorio Macrino mentre si trovava in Oriente a combattere contro i Parti; Macrino, eletto imperatore, affrontò il nemico in una battaglia che le fonti a lui ostili definiscono una sconfitta, ma che più verosimilmente si concluse con un nulla di fatto, e comprò la pace tramite il pagamento di una somma di rilievo. Il fallimento della campagna, la permanenza nel teatro di guerra, l'insoddisfacente pagamento e la scarsezza di rifornimenti minarono il sostegno dell'esercito al suo ex-comandante e attuale imperatore, aprendo la strada per la corruzione delle donne severiane (Van Zoonen 2005).
  8. ^ a b c Cassio Dione, lxxix.31.
  9. ^ Cassio Dione, lxxix.32.
  10. ^ a b Erodiano, v.4.
  11. ^ Cassio Dione, lxxix.36.
  12. ^ Cassio Dione, lxxix.38.
  13. ^ Si tratta dei titoli di "Imperatore" (generale acclamato dalle truppe), "Cesare, figlio di Antonino, nipote di Severo, Pio, Felix, Augusto" (cioè imperatore), "proconsole e detentore della podestà tribunizia".
  14. ^ a b c Cassio Dione, lxxx.2.
  15. ^ Cassio Dione, lxxx.1.
  16. ^ a b c d e f Erodiano, v.5.
  17. ^ a b Herbert W. Benario, The Titulature of Julia Soaemias and Julia Mamaea: Two Notes in Transactions and Proceedings of the American Philological Association, vol. 90, 1959, pp. 9–14. URL consultato il 4 agosto 2007.
  18. ^ a b Cassio Dione, lxxx.4.
  19. ^ Cassio Dione, lxxx.6.
  20. ^ Hay 1911, p. 108.
  21. ^ Historia Augusta, v.
  22. ^ Cassio Dione, lxxx.7.
  23. ^ Van Zoonen 2005, che suggerisce anche che sia la morte di Gannys che lo scioglimento della III Gallica siano in effetti servite a consolidare il potere di Eliogabalo eliminando coloro che, avendolo innalzato al trono imperiale, potevano avere una qualche pretesa di influenza sul governo del giovane sovrano.
  24. ^ a b c d e Erodiano, v.7.
  25. ^ a b c Cassio Dione, lxxx.15.
  26. ^ a b Cassio Dione, lxxx.16
  27. ^ Historia Augusta, xvi.
  28. ^ Historia Augusta, iv.
  29. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Van Zoonen 2005.
  30. ^ a b c Cassio Dione, lxxx.11.
  31. ^ Halsberghe 1972, p. 36.
  32. ^ a b c d e f Erodiano, v.6.
  33. ^ a b c Cassio Dione, lxxx.9.
  34. ^ Plutarco, Vite parallele - Vita di Numa Pompilio, x.
  35. ^ Historia Augusta, iii.
  36. ^ Cassio Dione, lxxx.12.22.
  37. ^ Historia Augusta, x.
  38. ^ Cassio Dione, lxxx.14.
  39. ^ Benjamin 1966.
  40. ^ Godbout 2004.
  41. ^ Per l'identificazione si veda "Imperial Portraits of Severus Alexander".
  42. ^ Eliogabalo partecipava alle corse di carri come un auriga dei Verdi, comportandosi come uno di loro senza riguardo per la propria dignità imperiale (Cassio Dione, lxxx.14).
  43. ^ a b c d Erodiano, v.8.
  44. ^ a b Cassio Dione, lxxx.21.
  45. ^ Erodiano, vi.6.
  46. ^ Hay 1911, p. 124.
  47. ^ Historia Augusta, Vita di Alessandro Severo, 1. La Vita di Eliogabalo, xvii.4-5, che è la fonte più antica ad usare il nome 'Eliogabalo' per l'imperatore, afferma che solo il nome "Antonino" venne colpito da damnatio, mentre "Vario Bassiano" ne rimase immune; la stessa fonte precisa che l'imperatore venne dileggiato con gli epiteti Tiberinus ("Teverino", dal nome del fiume in cui fu gettato), Tractaticius ("Trascinato", in quanto il suo corpo fu trascinato per le strade) e Impurus ("Impuro").
  48. ^ RIC Elagabalus, IV 308; Thirion 155; Banti 30.
  49. ^ a b AE 1948, 212; AE 1928, 36; CIL VIII, 2715 (p 1739).
  50. ^ RIC Elagabalus, IV 131; Thirion 300; RSC 246.
  51. ^ a b c Fielden 2000.
  52. ^ Historia Augusta, xxi.
  53. ^ Syme 1971, p. 218.
  54. ^ Eugene Cizek, Histoire et historiens à Rome dans l'Antiquité, Lyon, Presses universitaires de Lyon, 1995, p. 297.
  55. ^ Syme 1971, p. 263.
  56. ^ Fitch Butler 1908, p. 140.
  57. ^ Syme 1971, pp. 145-146.
  58. ^ a b Jona Lendering, Herodian, Livius.org, 2004.
  59. ^ Henry Cohen, Description Historiques des Monnaies Frappées sous l'Empire Romain (8 volumes), Paris, 1880–1892, p. 40. Ernest Charles François Babelon, Monnaies Consulaires II, Bologna, Forni, 1885–1886, pp. 63-69.
  60. ^ CIL II, 1409, CIL II, 1410, CIL II, 1413 e CIL III, 564-589.
  61. ^ Heliogabalus nel sito di Fanny & Alexander

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie
Approfondimenti
Romanzi

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Usurpatori contro Eliogabalo

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Imperatore romano Successore Project Rome logo Clear.png
Macrino 218 - 222 Alessandro Severo
Predecessore Console romano Successore Consul et lictores.png
Imperatore Cesare Marco Opellio Severo Macrino Augusto II,
Marco Oclatinio Avvento II
219 Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto III,
Publio Valerio Comazone Eutichiano II
I
con Quinto Tineio Sacerdote II
Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto II,
Quinto Tineio Sacerdote II
220 Gaio Vettio Grato Sabiniano,
Marco Flavio Vitellio Seleuco
II
con Publio Valerio Comazone Eutichiano II
Gaio Vettio Grato Sabiniano,
Marco Flavio Vitellio Seleuco
222 Lucio Mario Massimo Perpetuo Aureliano II,
Lucio Roscio Eliano Paculo Salvio Giuliano
III
con Marco Aurelio Severo Alessandro Cesare
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