Palladio (mitologia)

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La Atena Giustiniani, copia romana della statua greca di Pallade Atena

Il Palladio (dal greco Παλλάδιον) è un simulacro che, secondo le credenze dell'antichità, aveva il potere di difendere un'intera città.

Il più famoso era custodito nella città di Troia, a cui garantiva l'immunità: infatti, la città fu distrutta solo dopo che Ulisse riuscì a rubare il Palladio. Un altro talismano famoso, anch'esso chiamato Palladio, era custodito nell'antica città di Roma.

Il primo Palladio[modifica | modifica wikitesto]

Era una statua di legno, senza gambe, alta tre cubiti, che ritraeva Pallade, l'amica libica di Atena, reggente una lancia nella mano destra e una rocca e un fuso nella sinistra; il suo petto era coperto dall'egida.

Atena, uccidendo per sbaglio la compagna di giochi, come segno di lutto assunse ella stessa il nome di Pallade e fece costruire questa immagine, ponendola sull'Olimpo a fianco del trono di Zeus.

Il Palladio a Troia[modifica | modifica wikitesto]

Odisseo e Diomede sottraggono il Palladio. Oinochoe apula da Reggio Calabria (360-350 a.C.). Museo del Louvre

Elettra, la nonna di Ilo, il fondatore di Troia, venne violentata da Zeus, e le capitò di sporcare del sangue vaginale il simulacro della vergine Pallade. Atena, infuriata, scaraventò Elettra e il Palladio sulla terra.

Ilo aveva chiesto un segno a Zeus, mentre marcava i confini della città, e lo ottenne. Apollo Sminteo consigliò a Ilo:

« Abbi cura della dea che cadde dal cielo e avrai così cura della tua città, poiché la forza e il potere accompagnano la dea, dovunque essa vada »

Alcuni dicono che il tempio di Atena fosse già in costruzione, quando l'immagine cadde dal cielo.

Altri dicono ancora che fu Elettra stessa a donare il Palladio a Dardano.

Si dice che, nell'occorrenza di un incendio, Ilo si tuffò tra le fiamme per recuperare il Palladio, ma Atena, infuriata che un mortale si avvicinasse incauto al suo simulacro, accecò Ilo. Questi, tuttavia, riuscì a placare la dea e riottenne la vista.

Secondo la leggenda, durante la guerra di Troia, gli achei seppero da Eleno, figlio di Priamo, che la città non sarebbe stata conquistata fin tanto che il Palladio si trovasse in città.

Ulisse e Diomede si travestirono da mendicanti ed entrarono nella città, presero l'immagine della dea e, scavalcando le mura, la portarono nel loro accampamento: questa avventura viene menzionata come una delle cause della sconfitta troiana.

Il Palladio ad Atene[modifica | modifica wikitesto]

Placcheta rinascimentale (dall'antico), Diomede col Palladio

Ma Pallade Atena era anche patrona della città di Atene. Gli ateniesi raccontavano che Pallante, un eroe che volle ambire al trono di Atene, ebbe una figlia, tale Crise, che sposò Dardano, considerato il capostipite dei troiani. Ma era solo una propaganda politica: in tal modo si faceva di Troia e dello stretto dei Dardanelli proprietà achea.

Si racconta inoltre che Crise portò con sé, nel viaggio dalla Grecia a Troia, i suoi idoli e numi tutelari, tra i quali il Palladio. Ma i miti principali non fanno di Crise la sposa di Dardano.

Questo comunque descrive come le due città avessero un culto comune: ad Atene i figli di Pallante eran detti Pallantidi ed erano cinquanta, così come cinquanta erano i figli di Priamo. Ciò potrebbe significare che in entrambe le città esistevano dei collegi di cinquanta sacerdoti che officiavano il culto alla dea Atena.

Il Palladio di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Colonna di Costantino I a Costantinopoli.

Secondo Virgilio, invece, Ulisse e Diomede non rubarono il vero Palladio, poiché Enea portò con sé la statua in Italia, che venne più tardi trasferita nel tempio di Vesta nel foro romano. Su alcune monete dell'epoca di Cesare, Enea viene rappresentato con il padre Anchise sulle spalle e il Palladio nella mano destra.

Durante il regno dell'imperatore Eliogabalo (218-222), che era il gran sacerdote della divinità solare siriana El-Gabal, il Palladio venne portato coi più importanti oggetti sacri della Religione romana nel tempio di questa divinità a Roma, l'Elagabalium, in modo che solo questo dio venisse adorato.[1]

Durante il tardo impero una tradizione bizantina affermava che il Palladio venne trasferito da Roma a Costantinopoli da Costantino I e seppellito sotto la Colonna di Costantino.[2]

Altri sostengono che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione.

Palladio nelle altre città[modifica | modifica wikitesto]

Secondo alcune versioni della leggenda, esistevano due Palladio, uno troiano e uno ateniese, ricavato dalle ossa di Pelope. Altri dicono vi fossero tanti palladi: una volta capite le potenzialità dell'amuleto, è molto probabile che questo oggetto (o questi oggetti) venisse rubato e mutilato.
Oppure erano dei palta, ossia "cosa caduta dal cielo". Infatti i palta dovevano essere sempre esposti alla volta celeste: così la sacra pietra di termine a Roma stava sotto un'apertura del tetto nel tempio di Giove, e un'identica apertura era stata praticata nel tempio di Zeus a Troia.

Comunque, per estensione con il termine Palladio si iniziò a indicare statue o altri oggetti o edifici, la cui presenza faceva da "amuleto" nella protezione della città.

Uno dei palladi più famosi, oltre quello romano, era quello di Napoli, che nel medioevo si credeva costruito da Virgilio-mago e nascosto sottoterra. Esso era una riproduzione in miniatura della città contenuta in una bottiglia vitrea dal collo finissimo, che la protesse da sciagure e invasioni, finché non fu trovato e distrutto da Corrado di Querfurt, cancelliere dell'imperatore Arrigo VI e mandato a conquistare il Regno delle Due Sicilie.

Un altro "palladio" conosciuto è la Statua di Marte di Firenze, presunta vestigia della Florentia romana citata da Dante Alighieri, che venne travolta da un'inondazione dell'Arno nel 1333; da alcuni ciò fu interpretato come un oscuro presagio della peste nera (1348).

Nella Divina Commedia[modifica | modifica wikitesto]

Il palladio di Troia è inoltre citato da Dante Alighieri nel 26° canto della Divina Commedia a proposito di Diomede, che sconta la sua pena insieme ad Ulisse nell'ottava bolgia dell'ottavo cerchio in cui vi sono i consiglieri fraudolenti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Historia Augusta - Vita di Eliogabalo, iii.
  2. ^ Averil Cameron (1993), The Later Roman Empire, 170.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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