Decio

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Decio
Ritratto di Decio
Ritratto di Decio
Imperatore romano
In carica 249 – 1º luglio 251 (da solo)
251 (con Erennio Etrusco[1])
Predecessore Filippo l'Arabo
Successore Treboniano Gallo
Ostiliano
Nome completo Gaius Messius Quintus Traianus Decius
Altri titoli Dacicus maximus (250)[2]
Germanicus maximus (250)[2]
Nascita Budalia[3] (presso Sirmium[1]), 201 circa
Morte Abrittus, 1º luglio 251
Consorte Erennia Cupressenia Etruscilla
Figli Erennio Etrusco
Ostiliano

Gaio Messio Quinto Traiano Decio (latino: Gaius Messius Quintus (Lucius?[4]) Traianus Decius (Valerianus?[5]); Budalia, 201Abrittus, 1º luglio 251) fu imperatore romano dal 249 fino alla morte, avvenuta insieme al figlio Erennio Etrusco durante la battaglia di Abrittus, e regnando così per soli due anni[3].

Durante il suo regno, Decio cercò di risollevare le sorti dell'Impero, caduto nella crisi del III secolo, affidandosi al ripristino della tradizione, ma la sua scelta non fu adatta ad uno stato che stava cambiando rapidamente. Sebbene avesse ben chiara la situazione e la soluzione scelta, mostrò, nel momento del bisogno, di non essere abbastanza versatile. La sua politica religiosa frazionò l'Impero e lui stesso, a differenza degli altri imperatori del periodo dell'anarchia militare, non fu in grado di contrastare i pericoli portati dalle invasioni germaniche. La sua stessa morte in battaglia, per quanto eroica, dimostra i limiti del suo giudizio.[6]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le fonti storiche per la vita di Decio sono frammentarie e non permettono di ricostruire con certezza né la storia del suo regno né le sue origini. Sappiamo da Aurelio Vittore che fu un militare di carriera di origine illirica,[1] il precursore dei cosiddetti Imperatori illirici. Durante il regno di Massimino Trace (235-238) fu probabilmente legatus Augusti pro praetore nella provincia della Hispania Tarraconensis.[7] La Historia Augusta non contiene, purtroppo, un libro a lui dedicato, anche se brani che lo riguardano sono contenuti nelle biografie degli altri imperatori. Altre fonti sono Zosimo, Giovanni Zonara, Eutropio, Giordane e Polemio Silvio, oltre agli scrittori cristiani come Socrate Scolastico e Lattanzio, tutte utili a ricostruire le cosiddette "persecuzioni deciane".

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Filippo l'Arabo, che inviò Decio in Pannonia a sedare la rivolta di Pacaziano e che se lo vide tornare in Italia alla testa delle truppe che l'avevano acclamato imperatore; Filippo morì in occasione di una battaglia nei pressi di Verona, forse ucciso dai propri uomini.

Nato come Gaio Messio Quinto Decio, sotto la dinastia dei Severi (probabilmente nel 201), fu il primo di una lunga serie di imperatori provenienti dalla provincia dell'Illiria. La sua famiglia, forse di origine italiana, era provinciale, ma appartenente all'aristocrazia senatoriale.[8] Prima di salire al trono sposò Erennia Cupressenia Etruscilla, una donna di rango senatoriale, da cui ebbe i figli Erennio Etrusco e Ostiliano.

Carriera politica ed ascesa al potere[modifica | modifica wikitesto]

La sua carriera non è nota, ma si sa che alla metà degli anni 230 era governatore della Mesia inferiore;[9] probabilmente era anche entrato nel Senato romano. La fortuna di Decio fu che, alla fine degli anni 240, la Mesia e la Pannonia furono messe sotto pressione dalle popolazioni barbariche oltre confine, in particolare Gepidi E Goti, e fu il teatro della rivolta di Pacaziano.

Nel 248 una nuova incursione di Goti, ai quali era stato rifiutato il contributo annuale promesso da Gordiano III, e di Carpi loro associati, portò ancora una volta devastazione nella provincia di Mesia inferiore.

« Sotto l'impero di quel Filippo [...] i Goti malcontenti che non si pagasse più loro il tributo, si trasformarono in nemici da amici che erano. Infatti pur vivendo sotto i loro re in una regione remota, erano federati dell'Impero e ricevevano un contributo annuo. [...] Ostrogota passa il Danubio con i suoi cominciando a devastare la Mesia e la Tracia, mentre Filippo gli mandava contro il senatore Decio. Quest'ultimo non riportando alcun successo, congedò i suoi soldati rimandandoli alle loro case e ritornandosene da Filippo [...]. Ostrogota, re dei Goti, [poco dopo e nuovamente] marciò contro i Romani alla testa di trentamila armati a cui si aggiunsero anche guerrieri taifali, asdingi e tremila Carpi, quest'ultimo popolo assai bellicoso e spesso funesto per i Romani. »
(Giordane, De origine actibusque Getarum, XVI, 1-3.)

L'invasione alla fine fu, quindi, fermata da Decio Traiano presso la città di Marcianopoli, che era rimasta sotto assedio per lungo tempo. La resa fu anche possibile grazie ad una tecnica ancora rudimentale da parte dei Germani in fatto di macchine d'assedio e probabilmente, come suggerisce Giordane, «dalla somma versata loro dagli abitanti».[10]

L'anno successivo, nel 249, l'imperatore Filippo l'Arabo invitò Decio a recarsi, ancora una volta, nella regione a sedare i fautori della rivolta di Tiberio Claudio Marino Pacaziano in Mesia e Pannonia, e a riportarne l'ordine.[11] Zosimo racconta, infatti, che Filippo, turbato dalle numerose rivolte scoppiate un po' ovunque l'anno precedente, chiese aiuto al Senato per meglio affrontare la situazione, anche accettando di essere deposto, qualora non fossero d'accordo con il suo operato.[8] E poiché nessuno rispondeva in merito, Decio, uomo di nobile famiglia e dignità, stimato e dotato di grandi virtù, replicò che le sue preoccupazioni erano prive di fondamento.[8] E benché quanto previsto da Decio si verificasse puntualmente e tutte le rivolte venissero sedate senza molta fatica, Filippo continuava ad essere preoccupato, conoscendo l'odio dei soldati delle regioni dove erano scoppiate le rivolte.[12] Esortò, quindi, Decio a prendere il comando delle province di Mesia e Pannonia, ed a punire coloro che avevano sostenuto Pacaziano.[12]

Moneta di Pacaziano, che si rivoltò in Mesia e Pannonia, ma che fu ucciso dai propri soldati all'approssimarsi di Decio e delle sue legioni, la Legio IIII Flavia Felix e la XI Claudia

Quali che fossero queste ragioni, Decio accettò l'incarico e, accompagnato dal figlio Erennio Etrusco fatto Cesare,[3] si recò in Mesia:[1] qui, probabilmente, prese il comando della Legio IIII Flavia Felix e della XI Claudia. Prima che giungesse allo scontro, Pacaziano fu ucciso dai propri soldati, che avevano compreso di avere poche speranze contro le truppe di Decio; convinti dell'incapacità di Filippo di gestire la crisi della frontiera da lontanto, spinti dal timore della punizione per la loro rivolta e attratti dalle possibilità di arricchimento collegate all'elezione di un nuovo imperatore, i soldati delle armate pannoniche (tra cui la Legio X Fretensis)[13] acclamarono Decio imperatore.

I soldati di quelle regioni, però, vedendo che Decio doveva perseguire i colpevoli, pur di evitare il pericolo di essere puniti, decisero di proclamare lo stesso Decio Imperatore, avendo lo stesso non solo una miglior esperienza politica, ma anche militare, dello stesso Filippo (primavera del 249).[14] Decio, ricevuto dai soldati, fu costretto ad assumere la porpora imperiale.[15] Secondo la tradizione, che predilige i sovrani che accettano malvolentieri il potere, Decio ribadì la propria lealtà a Filippo, ma questi decise di abbatterlo; del resto Decio aveva un sostegno ben maggiore di Filippo, sia presso l'esercito danubiano, che preferiva avere l'imperatore con sé piuttosto che a Roma, sia nel Senato romano, che preferiva certamente un proprio membro ad un soldato di origini straniere.

Frattanto a Roma, Filippo, venuto a sapere della proclamazione di Decio, decise di riunire le sue legioni e marciare contro Decio. Ma i soldati di quest'ultimo, pur sapendo che le forze nemiche erano superiori, non mancando di coraggio, confidavano molto nell'abilità del loro comamandante.[15] I due eserciti si scontrarono presso Verona all'inizio dell'estate. Decio riuscì a battere Filippo, grazie alla miglior abilità tattica. L'imperatore sembra cadde sul campo[16] (non è chiaro se in battaglia o dai suoi stessi soldati, desiderosi di ingraziarsi il nuovo imperatore). Quando la notizia raggiunse Roma, Severo Filippo, l'erede undicenne di Filippo, nominato Cesare, fu a sua volta assassinato, sgozzato,[16] dalla guardia pretoriana. In questo modo Decio ottenne il potere imperiale.[16]

Regno[modifica | modifica wikitesto]

Politica interna[modifica | modifica wikitesto]

Decio: aureo[17]
Aureus-Trajan Decius-RIC 0029a.jpg
IMP C M Q TRAIANVS DECIVS AVG, testa con corona d'alloro, indossa una corazza; VICTORIA AVGG, la Vittoria che avanza verso sinistra, tiene una corona nella destra ed una palma nella mano sinistra.
4.31 gr; coniato nel 249/250.

Il potere di Decio ebbe le proprie basi nell'aristocrazia senatoriale e nell'esercito, e ad entrambi si presentò come il restauratore della tradizione, tramite un'opportuna propaganda e riprendendo quei tratti del princeps che richiamavano la tarda Repubblica e il primo Impero.

Dal punto di vista politico, Decio rivalutò le cariche repubblicane. Assunse per sé il consolato per ciascun anno del proprio regno; ripristinò la magistratura della censura nominando Publio Licinio Valeriano censore; assunse personalmente il comando delle truppe sul campo di battaglia e conferì onori ai soldati indipendentemente dal loro rango.

Si richiamò agli Imperatori adottivi, assumendo il nome Traiano in onore e in riferimento all'imperatore considerato uno dei migliori della storia romana (Optimus princeps), sia in campo militare che civile; la scelta non poteva essere più oculata, in quanto Traiano, come Decio, era stato comandante della Germania Superiore prima della sua elevazione al trono. Riprese, dopo vent'anni, un programma di edilizia pubblica a Roma: restaurò il Colosseo danneggiato da un terremoto e fece costruire le sontuose terme Deciane sull'Aventino.[1][3]

Cercò, infine, di dare vita ad una dinastia, come aveva fatto Filippo prima di lui: i figli Erennio Etrusco e Ostiliano ricevettero il titolo di cesare, con Erennio poi elevato al rango di augusto nel 251; Erennia Cupressenia Etruscilla fu invece nominata augusta.

Persecuzione dei cristiani[modifica | modifica wikitesto]

La Damnatio ad bestias in un mosaico del III secolo ad El Jem, in Tunisia.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Persecuzione dei cristiani nell'Impero romano.

Un elemento fondamentale della sua politica di restaurazione fu la promozione della religione romana; si tratta di un aspetto che è poco trattato dalle fonti contemporanee e da quelle pagane, ma che colpì molto gli scrittori cristiani. Un aspetto della politica religiosa di Decio fu l'obbligo per tutti i cittadini romani di sacrificare agli dei dello Stato; in cambio avrebbero ricevuto un libellus, una sorta di certificato attestante l'espletamento del sacrificio. Non è chiara la ragione di tale imposizione, anche se va considerato che era molto generica e non sembra sia stata emanata proprio per combattere il Cristianesimo. Anche altre comunità religiose, legate ai culti egizi e asiatici, furono anch'esse soggette all'obbligo di sacrificare, e alcune lamentarono condanne e problemi con le autorità imperiali.

Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea afferma che Decio prese questa decisione contro il proprio predecessore Filippo l'Arabo, più probabilmente si trattò di una politica volta a restaurare la tradizionale pietas pubblica, un altro dei tasselli della restaurazione della tradizione voluta da Decio. Questa decisione però ebbe un impatto notevole sulle emergenti comunità cristiane, specie quella di Roma (una delle prime vittime fu papa Fabiano), fino a causare delle divisioni interne: in conseguenza alla persecuzione nacque ad esempio il movimento dei Novaziani,[18] mentre la diatriba sulla natura di Cristo si può far risalire a questa epoca.[19]

Difesa dei confini[modifica | modifica wikitesto]

Decio: Antoniano[20]
DECIUS TRAIANUS-RIC IV 43-83000333.jpg
IMP CAE TRA DECIVS AVG, testa con corona radiata, indossa una corazza; VIC-TORIA GERMANICA, Decio a cavallo verso sinistra, alza la mano destra e tiene uno scettro nella sinistra; a sinistra la dea Vittoria avanza verso sinistra, tiene un ramo nella destra ed una palma nella sinistra.
3.33 gr, 12 h; coniato nel 251 (zecca di Roma antica).

Oltre a doversi impegnare in un programma di politica interna volto a rafforzare lo stato, Decio dovette difendere l'Impero dalle forze, interne ed esterne, che tendevano a disgregarlo. Si racconta, infatti, che alla fine del 249, l'aver sguarnito le difese dell'area balcanica, per combattere Filippo a Verona, permise, ancora una volta, a Goti e Carpi di riversarsi nelle province di Dacia, Mesia inferiore, Tracia, fino alla Macedonia.[21] Sembra infatti che i Goti, una volta passato il Danubio ghiacciato, si divisero in due colonne di marcia. La prima orda si spinse in Tracia fino a Filippopoli (l'odierna Plovdiv), dove assediarono il governatore Tito Giulio Prisco; la seconda, più numerosa (si parla di ben settantamila uomini[22]) e comandata da Cniva, si spinse in Mesia inferiore, fino sotto le mura di Novae.[23]

Frattanto, l'usurpazione di Iotapiano, che era iniziata sotto Filippo l'Arabo, ebbe fine poco dopo l'ascesa al trono di Decio: furono probabilmente gli stessi uomini dell'usurpatore a ucciderlo e a mandarne la testa a Roma, all'imperatore, nell'estate del 249.[21]

Nel 250 Decio fu costretto a fare ritorno sulla frontiera del basso Danubio, per affrontare l'invasione compiuta l'anno precedente dei Goti di Cniva. Si trattava di un'orda di dimensioni fino ad allora mai viste, coordinata inoltre con i Carpi che assalirono la provincia di Dacia.[24][25] Cniva, respinto da Treboniano Gallo presso Novae, condusse le sue armate sotto le mura di Nicopoli.[26] Frattanto Decio, venuto a conoscenza della difficile situazione in cui si trovava l'intero fronte balcanico-danubiano, decise di accorrere personalmente: prima di tutto sconfisse e respinse dalla provincia dacica i Carpi, tanto che all'imperatore furono tributati gli appellativi di "Dacicus maximus",[27] e "Restitutor Daciarum" ("restauratore della Dacia").[28]

Invasioni dei Carpi e Goti di Cniva negli anni 249-251.

L'imperatore era ora deciso a sbarrare la strada del ritorno ai Goti in Tracia e ad annientarli per evitare potessero ancora riunirsi e sferrare nuovi attacchi futuri, come narra Zosimo.[29] Lasciato Treboniano Gallo a Novae, sul Danubio,[30] riuscì a sorprendere ed a battere Cniva mentre questi stava ancora assediando la città mesica di Nicopoli. Le orde barbariche riuscirono però ad allontanarsi e, dopo aver attraversato tutta la Penisola balcanica, attaccarono la città di Filippopoli. Decio, deciso ad inseguirli, subì però una cocente sconfitta presso Beroe Augusta Traiana (l'attuale Stara Zagora):

« Decio, con lo scopo di soccorrere la città di Beroea [...], qui vi faceva riposare le truppe ed i cavalli quando Cniva lo assalì improvvisamente e, dopo aver inflitto all'esercito romano gravi perdite, ricacciò in Mesia l'imperatore ed i pochi superstiti della Tracia, attraverso le montagne. In Mesia Gallo, comandante di quel settore di frontiera, disponeva di numerose forze. Decio riunendole a quanti dei suoi erano sopravvissuti al nemico, si dispose a continuare la campagna militare. »
(Giordane, De origine actibusque Getarum, XVIII, 2.)

La sconfitta inflitta a Decio fu tanto pesante da impedire all'imperatore non solo la prosecuzione della campagna, ma soprattutto la possibilità di salvare Filippopoli che, caduta in mano ai Goti, fu saccheggiata e data alle fiamme. Del governatore della Tracia, Tito Giulio Prisco, che aveva tentato di proclamarsi imperatore (chiedendo aiuto agli stessi Goti),[21] nessuno seppe più nulla[24][26][31] e comunque fu dichiarato "nemico pubblico" dal Senato.[32] A Roma, intanto, Giulio Valente Liciniano si ribellò col sostegno dell'aristocrazia senatoriale e di parte del popolo, ma fu ucciso pochi giorni dopo (250).[32]

Il Sarcofago Ludovisi con scena di battaglia tra Romani e Germani. Il personaggio principale potrebbe essere uno dei due figli di Decio, Ostiliano o, più probabilmente, Erennio Etrusco morto in battaglia con il padre, contro i Goti di Cniva. Fu trovato nel 1621 vicino Porta Tiburtina

L'anno successivo (nel 251), la monetazione imperiale celebrò una nuova "vittoria germanica", in seguito alla quale Erennio Etrusco fu proclamato augusto insieme al padre Decio. I Goti, che avevano trascorso l'inverno in territorio romano, in seguito a questa sconfitta offrirono la restituzione del bottino e dei prigionieri a condizione di potersi ritirare indisturbati. Ma Decio, che aveva ormai deciso di distruggere quest'orda di barbari, preferì rifiutare le proposte di Cniva e sul cammino del ritorno dispose le sue armate ed impegnò il nemico a battaglia nei pressi di Abrittus, in Dobrugia. Qui i Goti, pur stremati, riuscirono a infliggere una cocente sconfitta all'esercito romano (1º luglio del 251), uccidendo persino l'imperatore ed il figlio maggiore, Erennio Etrusco.[6] Era la prima volta che un imperatore romano cadeva in battaglia contro un nemico straniero.[33] Questa la tragica narrazione degli eventi di Giordane:

« E subito il figlio di Decio cadde mortalmente trafitto da una freccia. Alla notizia il padre, sicuramente per rianimare i soldati, avrebbe detto "Nessuno sia triste, la perdita di un solo uomo non deve intaccare le forze della Repubblica". Ma poco dopo, non resistendo al dolore di padre, si lanciò contro il nemico cercandovi o la morte o la vendetta per il figlio. [...] Perse pertanto impero e vita. »
(Giordane, De origine actibusque Getarum, XVIII, 3.)

Secondo invece la versione di Zosimo, la fine di Decio fu causata dal tradimento di Treboniano Gallo:

« [..] Gallo, deciso a ribellarsi [a Decio], inviò dei messaggeri presso i barbari, invitandoli a partecipare al complotto contro Decio. Accolta in modo favorevole la proposta, mentre Gallo rimaneva a guardia, i barbari si divisero in tre armate: disposero la prima in una località davanti alla quale si estendeva una palude. Dopo che Decio ebbe ucciso molti di loro, subentrò la seconda armata, e quando anche questa fu messo in fuga, apparvero solo pochi soldati presso la palude del terzo contingente. Gallo consigliò allora a Decio di attraversare la paude e inseguire i barbari. L'Imperatore, che non conosceva quei luoghi, mosse all'attacco senza alcuna precauzione. Bloccato, però dal fango con tutto l'esercito e colpito da ogni parte dagli arcieri dei barbari, fu ucciso insieme alla sua armata, non potendo più fuggire. Questa fu la fine di Decio, che aveva regnato in modo eccellente. »
(Zosimo, Storia nuova, I, 23.2-3.)

Decio aveva cinquant'anni circa e regnava da tre: fu il primo imperatore romano morto in battaglia contro il nemico. Rimase imperatore il figlio minore, Ostiliano, il quale fu a sua volta adottato dall'allora legato delle due Mesie, Treboniano Gallo, a sua volta acclamato imperatore in quello stesso mese. Gallo, accorso sul luogo della battaglia, concluse una pace poco favorevole con i Goti di Cniva: non solo permise loro di tenersi il bottino, ma anche i prigionieri catturati a Filippopoli, molti dei quali di ricche famiglie nobili. Inoltre, furono loro garantiti sussidi annui, dietro alla promessa di non rimettere più piede sul suolo romano.[25][31][34] Ma Ostiliano, rimasto a Roma, dopo essere stato associato al trono da Treboniano, morì poco dopo.

Titolatura imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monetazione da Massimino il Trace a Emiliano.
Titolatura imperiale Numero di volte Datazione evento
Tribunicia potestas 3[35]/(4?[36]) volte: la prima attorno alla metà del 249, poi rinnovata ogni anno al 10 dicembre.
Consolato 3 volte:[36][37] nel 232, 250[38] e 251.[39]
Titoli vittoriosi 3 volte:[36] Parthicus Maximus (nel 250),[40] Germanicus Maximus (nel 250),[41] Dacicus Maximus[27] e Restitutor Daciarum[28] (nel 250).
Salutatio imperatoria almeno 2[36]/3 volte: la prima al momento dell'ascesa al trono, poi nel 250 (II[41] e III[27]).
Altri titoli Pontifex Maximus, Pater Patriae, Pius e Felix nel 249.[37]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 1.
  2. ^ a b Lendering, Jona, "Decius", Livius.org
  3. ^ a b c d Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, IX, 4.
  4. ^ AE 1966, 217.
  5. ^ Miliari Hispanico 367, CIL II, 3588 e CIL II, 4816.
  6. ^ a b Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 4-5.
  7. ^ Miliari Tarraconensis 106; CIL II, 4831; Miliari Hispanico 461; Miliari Tarraconensis 268; CIL II, 4886; CIL II, 4756 (p XLIX, 994); CIL II, 4759; Miliari Hispanico 15; CIL II, 4858 (p 995); AE 1994, 1055; Miliari Tarraconensis 108; CIL II, 4870; Miliari Hispanico 130; Miliari Hispanico 367, CIL II, 3588 e CIL II, 4816 iscrizioni con il nome di Quintus Decius Valerianus.
  8. ^ a b c Zosimo, Storia nuova, I, 21.1.
  9. ^ AE 1895, 56 iscrizione databile al 233 sotto Alessandro Severo.
  10. ^ Giordane, De origine actibusque Getarum, XVII, 1; Grant, p. 212.
  11. ^ Zosimo, Storia nuova, I, 20.2.
  12. ^ a b Zosimo, Storia nuova, I, 21.2.
  13. ^ CIL III, 4558.
  14. ^ Zosimo, Storia nuova, I, 21.3.
  15. ^ a b Zosimo, Storia nuova, I, 22.1.
  16. ^ a b c Zosimo, Storia nuova, I, 22.2.
  17. ^ Roman Imperial Coinage, Decius, IV, 29a; Cohen 107.
  18. ^ Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, iv.28.
  19. ^ Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, v.29.
  20. ^ Roman Imperial Coinage, Decius, IV, 43 corr. (obv. legend) e pl. 10, 20 (questa moneta è illustrata); RSC 122.
  21. ^ a b c Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 2.
  22. ^ Giordane, De origine actibusque Getarum, XVIII, 1.
  23. ^ Grant, p. 215-217.
  24. ^ a b Grant, p. 217.
  25. ^ a b Mazzarino, p. 525.
  26. ^ a b Giordane, De origine actibusque Getarum, XVIII.
  27. ^ a b c CIL II, 6345; CIL 2, 4949 (p 998); CIL 2, 4957 (p. 998, 1057).
  28. ^ a b CIL III, 1176.
  29. ^ Zosimo, Storia nuova, I, 23.1.
  30. ^ Zosimo, Storia nuova, I, 23.2.
  31. ^ a b Zosimo, Storia nuova, I, 24.2.
  32. ^ a b Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXIX, 3.
  33. ^ Grant, p. 218.
  34. ^ Grant, p. 219.
  35. ^ CIL II, 6229.
  36. ^ a b c d AE 1942/43, 55.
  37. ^ a b CIL XVI, 154.
  38. ^ AE 1933, 113; AE 2006, 1096.
  39. ^ CIL VI, 31129.
  40. ^ CIL VIII, 10051.
  41. ^ a b AE 1942/43, 55.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Santo Mazzarino, L'Impero romano, tre vol., Laterza, Roma-Bari, 1973 e 1976 (v. vol. II); riediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. II)
  • Nathan, Geoffrey, "Trajan Decius (249-251 A.D.) and Usurpers During His Reign", De Imperatoribus Romanis
  • Marina Silvestrini, Il potere imperiale da Severo Alessandro ad Aureliano in: AA.VV., Storia di Roma, Einaudi, Torino, 1993, vol. III, tomo 1; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (v. il vol. 18º)
  • Edward gibbon "Storia della Decadenza e Caduta dell'Impero Romano"

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Icona raffigurante san Cristoforo di Licia, uno dei santi cristiani tradizionalmente fatti risalire alla persecuzione di Decio
Santi tradizionalmente considerati martirizzati sotto Decio

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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Filippo l'Arabo 249 - 251 Treboniano Gallo,
Ostiliano
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Lucio Tiberio Claudio Pompeiano,
Tito Flavio Sallustio Pelignano
(232)
con ?
Lucio Valerio Massimo,
Gneo Cornelio Paterno
I
Lucio Fulvio Gavio Numisio Emiliano,
Lucio Nevio Aquilino
(250)
con Vettio Grato
Imperatore Gaio Messio Quinto Traiano Decio Augusto III,
Quinto Erennio Etrusco Messio Decio Cesare
II
Imperatore Gaio Messio Quinto Traiano Decio Augusto II,
Vettio Grato
(251)
con Quinto Erennio Etrusco Messio Decio Cesare
Imperatore Gaio Vibio Treboniano Gallo Augusto II,
Imperatore Cesare Gaio Vibio Volusiano Augusto
III

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