Domiziano
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| Tito Flavio Domiziano | ||
|---|---|---|
| Imperatore romano | ||
| Busto di Domiziano ai Musei Capitolini (Roma). | ||
| Investitura | 14 settembre del 81 | |
| Nome completo | Domitianus Augustus Germanicus | |
| Nascita | Roma | |
| 24 ottobre del 51 | ||
| Morte | Roma | |
| 18 settembre del 96 | ||
| Predecessore | Tito | |
| Successore | Nerva | |
| Coniuge | Domizia Longina (70-96) | |
| Figli | uno morto in età infantile (73-81) | |
| Dinastia | ultimo della dinastia flavia | |
| Padre | Vespasiano | |
| Madre | Flavia Domitilla maggiore | |
Tito Flavio Domiziano (latino: Titus Flavius Domitianus; Roma, 24 ottobre 51 – Roma, 18 settembre 96) è stato un imperatore romano dal 14 settembre 81 alla sua morte, con il nome di Cesare Domiziano Augusto Germanico (in latino Imperator Caesar Domitianus Augustus Germanicus), ultimo della dinastia flavia.
Indice |
[modifica] Biografia
[modifica] Origini familiari e adolescenza
| Per approfondire, vedi la voce Dinastia dei Flavi. |
Domiziano nacque il 24 ottobre 51 a Roma, in un luogo della VI regione chiamato Malum Punicum, il melograno, dove farà poi costruire un tempio. I genitori, Vespasiano (9-79), allora console e la madre, Flavia Domitilla (ca 15-69) avevano già altri due figli: Flavia Domitilla minore (38-69) e Tito (39-81). Ricevette l'educazione riservata ai giovani della classe senatoriale: studiò retorica, letteratura (pubblicando anche qualche scritto), legge e amministrazione. Nella sua biografia Svetonio lo descrive come un adolescente istruito ed educato, dalla conversazione elegante.
Vespasiano, impegnato dal 67 nella repressione della rivolta giudea, nel 69 fu proclamato imperatore contro il regnante Vitellio dalle sue legioni, alle quali si unirono quelle stanziate nelle regioni danubiane che, al comando di Antonio Primo, entrarono in Italia e, sconfitto l’esercito di Vitellio a Bedriaco, presso Cremona, avanzarono verso Roma attestandosi a Otricoli in attesa di rinforzi dalla Siria.
Vitellio abdicò il 18 dicembre ma i suoi veterani di Germania non accettarono la resa e presero d’assalto il Campidoglio dove il prefetto Flavio Sabino, fratello di Vespasiano, si era rifugiato con le sue coorti e con Domiziano: questi scampò alla strage, travestendosi da sacerdote di Iside, e si nascose nella casa al Velabro di Cornelio Primo, un cliente di suo padre.[1]
[modifica] La pretura
Il 20 dicembre Antonio Primo entrava in Roma, impadronendosene e uccidendo Vitellio; il giorno dopo il Senato proclamava Vespasiano imperatore e console con il figlio Tito, mentre Domiziano era eletto pretore con potere consolare.[2] Quando giunse a Roma, Muciano, il legato della Siria che aveva appoggiato il pronunciamento di Vespasiano, presentò alle truppe Domiziano come cesare e reggente fino all’arrivo di Vespasiano e il giovane principe pronunciò loro un discorso.[3]
Gli storici dell’epoca sostengono che il diciottenne Domiziano fu preso da questo momento dall’ambizione del potere,[4] ma nei fatti il governo fu comunque esercitato da Muciano[5] Domiziano fece una buona impressione ai senatori per la modestia e la grazia del comportamento e la moderazione delle iniziative: propose la riabilitazione di Galba e rifiutò di rivelare i nomi dei delatori del precedente regime, invocando la necessità di sopire gli odi e le vendette. Si limitò a revocare i consoli ordinati da Vitellio ma, per evitare disordini, mantenne al pretorio i suoi legionari, congedandoli con onore solo in un secondo tempo[6].
Si dice che Domiziano sia stato insofferente del predomino esercitato da Muciano e per questo motivo divenisse amico dei suoi avversari politici, Antonio Primo, il vincitore di Vitellio, e il prefetto del pretorio Arrio Varo. Muciano fece quest’ultimo prefetto all’annona, concedendo il comando del pretorio a un amico di Vespasiano, Arrecino Clemente.[7]
Intanto, una coalizione di tribù germaniche – i Batavi, i Canninefati e i Frisoni – si erano uniti alla rivolta di Giulio Civile, mentre Treveri, Lingoni, Vangioni, Tribochi, Ubii e altre popolazioni sottraevano in Gallia vasti territori al dominio romano. Fu l’armata di Petilio Ceriale[8] a schiacciare quest’ultima rivolta, senza bisogno dell’intervento di Domiziano che, sperando di dimostrare le sue capacità di cesare, dall'Italia aveva superato le Alpi insieme con Muciano: poiché la rivolta di Civile non destava particolari timori Muciano, molto dubbioso delle capacità militari del giovane principe, si fermò a Lione con Domiziano[9] tornando insieme, di lì a poco, a Roma.[10]
Nel 70 fece in modo da provocare il divorzio di Domizia Longina allo scopo di sposarla. Lucio Elio Lamia, suo marito, non riuscì a contrastare i desideri del principe, e così Domizia divenne nuora dell'imperatore. A dispetto dell'avventatezza iniziale, questa alleanza fu vantaggiosa per entrambe le parti. Domizia Longina era la figlia unica del generale Gneo Domizio Corbulone, una della vittime del terrore neroniano, ricordato come valoroso comandante e politico onorato. Essi ebbero un figlio nel 71 ed una figlia nel 74, ma entrambi morirono giovani.[11]
Con l’arrivo in ottobre di Vespasiano, Domiziano dovette rinunciare a ogni impegno di governo, dedicandosi agli otia letterari, diversamente dal fratello Tito che, più anziano, con una ormai lunga esperienza nel campo politico e militare – aveva appena concluso la repressione della rivolta giudaica – fu associato dal padre all’impero.[12] Tuttavia Vespasiano era intenzionato a lasciare l’impero alla sua discendenza e poiché Tito non aveva figli maschi, dovette prendere in considerazione la possibilità che Domiziano succedesse un giorno a Tito.[13] Fece parte dei collegi sacerdotali, dal 72 poté essere effigiato nelle monete, dal 74 battere anche moneta, portare la corona d’alloro e ottenere l’incisione del suo nome nei monumenti pubblici accanto a quelli del padre e del fratello.[14]
[modifica] I consolati
Durante il regno di Vespasiano, Domiziano fu console per sei volte, anche se «ne esercitò uno solo ordinario perché Tito gli cedette il posto e chiese per lui questo onore»: [15] la prima volta, dal 1° marzo al 30 giugno 71, quando raggiunse l’età canonica di venti anni, insieme con Gneo Pedio Casco e poi con Valerio Festo; ottenne l’unico consolato ordinario il 1° gennaio 73 mentre gli altri consolati suffetti caddero nel 75, nel 76, nel 77 e nel 79, anno della morte del padre.[16]
Con tutto ciò, rimase escluso dall’attività politica e militare: Vespasiano non accettò l’invito di Vologase, re dei Parti, di inviargli come alleato un esercito comandato da uno dei suoi figli, malgrado le insistenze di Domiziano.[17] Domiziano ripiegò allora sulla poesia, forse scrivendo sulla recente battaglia avvenuta in Campidoglio[18] e sulla presa di Gerusalemme,[19] guadagnandosi le lodi cortigiane di Quintiliano: «gli dei hanno ritenuto che fosse troppo poco per lui essere il più grande dei poeti. Cosa vi è di più sublime, di più dotto, di più armoniosamente bello delle sue poesie composte nell’ozio in cui si è confinato nella sua giovinezza, dopo averci fatto dono dell’Impero? Chi potrebbe cantare meglio la guerra di colui che la fece così gloriosamente? A chi dovrebbero mostrarsi più benigni gli dei che presiedono agli studi? I secoli futuri parleranno meglio di me; ora la sua gloria poetica è eclissata dalla fama dei suoi altri talenti».[20]
Alla morte di Vespasiano, il 23 giugno 79, Tito rimase unico imperatore e, come il padre, escluse Domiziano dagli affari di Stato, non associandolo all'Impero né concedendogli l' imperium proconsulare[21] né la potestas tribunicia,[22] ma lo dichiarò suo successore, gli fece ottenere il consolato ordinario nell’80 e gli propose anche di sposare la sua unica figlia Giulia:[23] Domiziano rifiutò tuttavia di separarsi da Domizia ma Giulia, dopo aver sposato il cugino Tito Flavio Sabino, divenne sua amante.[24]
Tito morì di febbri malariche ad Aquae Cutiliae il 13 settembre 81, quando con lui si trovava Domiziano:[25] partito subito per Roma, si fece acclamare imperatore dai pretoriani, ai quali distribuì, come tradizione, la stessa somma che essi avevano ricevuto da Tito. Il giorno dopo il Senato gli concesse il titolo di Augusto e di padre della patria, e poi vennero il pontificato, la potestas tribunicia e il consolato.
[modifica] Il principato (81-96)
[modifica] Personalità di Domiziano
| « Domiziano era di alta statura, con un'espressione modesta nel volto che spesso arrossiva, occhi grandi ma miopi. Era bello e ben proporzionato, specie da giovane.[26] » |
Come nel caso di Tiberio, Domiziano è stato in parte riabilitato dall’odierna storiografia, sfumandone almeno i connotati più negativi. Infatti, la dinastia Flavia (che proveniva dal ceto medio-basso) era sempre stata vista con diffidenza dall’aristocrazia, che per dodici anni era stata controllata dall’arguta diplomazia di Vespasiano e del figlio maggiore Tito. Domiziano decise invece di tornare alla politica popolare dei Giulio-Claudi, costringendolo a rafforzare il propri privilegi per contrastare l’opposizione dei patrizi. Allora si ammantò dell’aureola divina e pretese di essere chiamato "signore e dio nostro". Inoltre, durante la guerra contro gli invasori daci, alcune legioni al comando di Saturnino - governatore della Germania - si ribellarono costringendolo a firmare una pace prematura e sfavorevole ai romani. Sentendosi tradito, Domiziano fu portato a vedere congiure ovunque, anche oltre la loro reale esistenza, difendendo sempre più il culto della sua personalità. Questa situazione esacerbò il carattere già ambiguo dell’Imperatore, sempre più isolato dal mondo circostante. Gli storici dell’epoca lo ricordano come un uomo sfuggente, di cui restano poche informazioni personali nonostante i quindici anni del suo regno. Plinio il Giovane scrive che “era sempre alla ricerca di isolamento, senza mai uscire dalla sua solitudine se non per crearne un’altra.” Svetonio ricorda che "cenava da solo e fino all’ora di coricarsi altro non faceva se non passeggiare in disparte.” Ma il dato più particolare ci giunge da Aurelio Vittore, riguardo uno dei passatempi preferiti di Domiziano: “Per qualche ora teneva lontani tutti e si metteva ad inseguire battaglioni di mosche”. Su questo fatto ritorna anche Svetonio, scrivendo: “Vibo Crispo, interrogato da un tale se ci fosse qualcuno con l’imperatore, gli rispose: No, neppure una mosca”.
L’aneddoto delle mosche è ricordato anche da Dione Cassio: “E’ per conto suo, non ha con sè nemmeno una mosca.”
Per quanto riguarda l’espressione del corpo, gli storici dell’epoca ricordano l’alta statura, la bellezza (Svetonio, Marziale, Stazio), le guance spesso arrossate (particolare scambiato per collera e timidezza), i grandi occhi sormontati da sopracciglia rialzate (Svetonio), lo sguardo inquietante e il tono basso della voce (Filostrato).
Piuttosto frugale e sobrio, «dopo la colazione del mattino dove mangiava di buon appetito, per il resto della giornata spesso non prendeva altro se non una mela [...] se dava frequentemente sontuosi festini, li faceva servire alla svelta, senza prolungarli oltre il tramonto»[27]
Riflessivo e dotato di spirito,[28] sembra aver amato la cultura e le tradizioni greche: citava volentieri Omero, fu nominato arconte di Atene e concesse privilegi a Corinto, istituì a Roma giochi ellenici a cui assisteva vestito alla greca ed era devoto soprattutto di Athena. Rinunciò a ogni attività letteraria[29] per dedicarsi interamente al governo, studiando gli atti amministrativi di Tiberio.[30]
Gli storici del tempo, che gli sono ostili, lo dipingono così orgoglioso da aver sempre pensato di aver meritato di governare più del padre e del fratello,[31] verso il quale avrebbe mostrato risentimento anche dopo la morte, criticandone gli atti e abolendo le feste in onore dell’anniversario della nascita.[32] Misantropo[33] e collerico,[34] era diffidente delle stesse lodi che gli venivano rivolte: «s’irritava allo stesso modo con chi si mostrava cortigiano e con chi cortigiano non era: secondo lui, gli uni volevano lusingarlo, gli altri disprezzarlo».[35]
Domiziano fu console ininterrottamente dall’anno 82 all’88 e poi nel 90, nel 92 e nel 95: in tutta la sua vita ottenne 17 consolati; nell’85 si fece attribuire la censura perpetua, carica particolarmente importante perché consentiva di condizionare l’attribuzione delle magistrature e la composizione stessa del Senato. Un’iscrizione del 93 lo ricorda «Imperator Caesar, Divi Vespasiani filius, Domitianus Augustus Germanicus, pontifex maximus, tribunicia potestate XII, imperator XXII, consul XVI, censor perpetuus, pater patriae».[36] Da parte sua, la moglie Domizia Longina ottenne il titolo di Augusta.[37]
Essendo entrato, già con la dinastia giulio-claudia, l’uso della divinizzazione post mortem degli imperatori e dei loro diretti famigliari, il culto dei Flavi fu curato da un collegio di quindici sacerdoti, i Sodales Flaviales Titiales, celebrato in un tempio appositamento fatto costruire da Domiziano e dedicato alla dinastia flavia.[38] Sia i figli avuti da Giulia Flavia che quello avuto da Domizia Longina nel 73, morirono prematuramente e l’imperatore, non avendo più eredi diretti, decise che fossero Vespasiano e Domiziano, i figli del cugino Flavio Clemente e della nipote Domitilla, a succedergli, facendoli appositamente educare da Quintiliano.[39]
[modifica] Rapporti con il Senato
La maggior parte dei senatori gli era ostile per principio: la decadenza, iniziata nel I secolo a.C., del tradizionale sistema clientelare radicato intorno agli aristocratici, a causa del sorgere e dello sviluppo di un nuovo tipo di clientela, militare e provinciale, che si organizzava intorno al principe, patrono e capo militare, favoriva l’ostilità nei confronti dell’istituto imperiale, che sottraeva l’assegnamento al patriziato delle magistrature, fonti di enormi arricchimenti, che ora andavano a favore degli homines novi prevenienti dalle file dell’esercito e dall’apparato burocratico legato al principe, e relegava sempre di più il Senato aristocratico, progressivamente svuotato di potere, a una funzione di ratifica di decisioni prese nel palazzo dell'imperatore.
Tuttavia l’atteggiamento dei senatori non poteva essere apertamente ostile: al contrario, benché accadesse che complottassero segretamente, essi mostravano spesso un’apparente ammirazione che si manifestava in concreti omaggi, come l’ordinazione di giochi, la celebrazione di sacrifici, la commissione di statue, la costruzione di archi trionfali. Il comportamento dell’aristocrazia senatoria era imitato da una corte di letterati, che speravano di ricavare dalle loro lusinghe protezione e privilegi: si distinsero per cortigianeria verso Domiziano intellettuali del valore di Marziale, Quintiliano, Silio Italico e Stazio. Si comprende come lo scetticismo, la diffidenza e il disprezzo dell’imperatore nei confronti dei cortigiani e dell’ambiente senatorio, che una storiografia immediatamente posteriore attribuirà a patologie della sua personalità, potessero avere altre più reali motivazioni.
Domiziano rifiutò di rinunciare al diritto di condannare a morte i senatori reasponsabili di gravi reati,[40] annullò la legge di Roscio Cepio che prevedeva il pagamento di un’indennità a favore dei senatori di nuova nomina.[41] e ripristinò l’onere, imposto da Claudio ai questori entrati in carica, di offrire al popolo giochi gladiatori.[42] Intenzionato a non ricorrere al consulto del Senato, si rivolse a un gruppo di personalità di provata esperienza, già sperimentata da Vespasiano e Tito, dai quali ricevere consigli e indicazioni di amministrazione e di governo: tra questi, il giurista Pegaso,[43] già console, governatore e praefectus urbi sotto Vespasiano come sotto Domiziano, Quinto Vibio Crispo, console nell’83, Marco Arrecino Clemente, cognato di Tito, già console e prefetto del pretorio, Valerio Festo, console nel 71, Marco Acilio Glabro, Rubrio Gallo, Lucio Valerio Catullo Messalino, il prefetto del pretorio Gaio Rutilio Gallico e il prefetto all'Urbe Tito Aurelio Fulvo, nonno di Antonino Pio.[44]
Si circondò di segretari – i procuratores – tanto aristocratici quanto cavalieri o di più oscura origine, che del resto accumulavano ingenti fortune, come il liberto Claudio, procurator a rationibus, cioè alle finanze, gestite, dopo la sua caduta in disgrazia verso l’85, da un certo Fortunato Attico; il procurator ab epistulis Ottavio Titinio Capitone,[45] lodato da Plinio,[46] era il vero e proprio segretario particolare del principe, che esaminava la corrispondenza intrattenuta con i maggiori funzionari e disponeva le risposte; vi era anche il segretario a cognitionibus, preposto a istruire i processi giudicati dall’imperatore; un certo Entello fu il suo segretario a libellis, che si occupava delle petizioni rivolte all’imperatore, mentre un segretario a studiis si occupava degli archivi.[47]
Tuttavia il suo regno rimase ancora una diarchia perché, se Domiziano ostentò indifferenza o disprezzo riguardo le prerogative del Senato, non osò nemmeno, conoscendo la forza e il prestigio di cui quell’istituzione godeva ancora, diminuirne i poteri; della carica di censore si avvalse solo per escludervi, per indegnità, un unico senatore, un certo Cecilio Rufo[48] e fece consoli personaggi aristocratici come Lucio Antonio Saturnino nell’82, Lucio Volusio Saturnino nell’87, Quinto Volusio Saturnino nel 92 e Tito Sestio Magio Laterano nel 94.
[modifica] La religione
Come tutti gli imperatori, rivestendo la carica di pontefice massimo, Domiziano dovette occuparsi del culto, della costruzione e del restauro dei templi. Nella tradizione di Augusto e del padre Vespasiano, egli si mostrò seguace dell’antica religione romana, da lui privilegiata rispetto ai culti orientali che, incentrati sulla dea Iside, conoscevano da tempo una crescente diffusione a Roma.
Fece restaurare il Tempio di Giove Capitolino che, già danneggiato nel 70 al tempo della guerre contro Vitellio, bruciò ancora nell’80: senza mutare la pianta di questo tempio esastilo, Domiziano lo fece decorare con particolare magnificenza, con porte e tetto di bronzo dorato:[49] «neppure il patrimonio del maggiore contribuente romano sarebbe bastato a pagare il costo della sola doratura, che ascese a più di 12.000 talenti. Le colonne furono intagliate in marco pentelico» ma, secondo Plutarco, risultarono troppo sottili.[50]
Il frontone, sormontato da una quadriga, vedeva al centro Giove tra Giunone e Minerva; a destra Mercurio, Esculapio, Vesta, il Sole su una biga, altre tre figure e il Tevere; a sinistra, un eguale numero di figure in corrispondenza. All’interno furono erette quattro colonne ottenute con la fusione del metallo degli speroni delle navi di Cleopatra catturate ad Azio.[51] Il tempio fu inaugurato nell’82 ed esistette fin verso il VI secolo. Anche la capanna di Romolo, conservata nel tempio, fu restaurata.[52]
A fianco del tempio di Giove Capitolino fece erigere un santuario dedicato a Giove Custode che trasformò poi in tempio, nel cui altare erano rappresentate in bassorilievo le sue gesta e la sua immagine era impressa nella statua stessa del dio.[53]
Domiziano edificò in Campo Marzio – dove ora sorge la chiesa di Santa Maria sopra Minerva - il tempio di Iside e Serapide, affiancandovi un tempio dedicato a Minerva, la dea alla quale egli fu particolarmente devoto, la cui statua, la cosiddetta Minerva Giustiniani, si è conservata. Un altro santuario dedicato alla dea fu costruito accanto al restaurato tempio di Castore, sotto il Palatino e, soprattutto, fece costruire un grande tempio dedicato a Minerva nel cosiddetto Foro transitorio o Foro di Nerva, del quale sono visibili ancora resti dell’elegante portico e un rilievo con l’immagine della dea. Ad Albano, con l’inizio della primavera, venivano celebrate le feste, istituite dall'imperatore in onore di Minerva, presiedute dai sacerdoti della dea, durante le quali si svolgevano rappresentazioni teatrali, concorsi poetici e musicali, e giochi del circo. Stazio vi fu premiato celebrando le guerre di Germania e di Dacia.[54]
Marziale riferisce di due templi dedicati a Giunone da Domiziano[55] e di un tempio a Ercole eretto all’ottavo miglio della via Appia, la cui statua avrebbe riprodotto le fattezze dell’imperatore.[56] Sotto il Campidoglio, accanto al tempio della Concordia, fu inaugurato nell’87 un tempio dedicato a Vespasiano, del quale rimangono tre colonne corinzie scanalate che reggono i resti di una trabeazione e le tracce di un ampio piedistallo che doveva sostenere le statue di Vespasiano e di Tito.[57] Può anche darsi che l’atrio che affiancava a nord la Curia abbia preso in quegli anni il nome di Chalcidicum Minervae. [58]
Anche nella statua equestre in bronzo eretta nel Foro in suo onore dal Senato nell’89 era un omaggio a Minerva: Domiziano teneva nella mano sinistra l’immagine della dea che a sua volta sosteneva una testa di Medusa.[59] La sua devozione a Minerva si espresse anche con la creazione della Legio I Minervia e la rappresentazione della dea in molte monete coniate sotto il suo regno.
Presso porta Flaminia eresse un tempio alla Fortuna Reduce e un arco di trionfo per celebrare la spedizione contro i Sarmati, nel quale erano riprodotte due coppie di elefanti condotte dallo stesso Domiziano in veste di auriga.[60] Infine, sul luogo della sua nascita fece costruire un tempio-mausoleo dedicato ai Flavi, nel quale dovettero essere poste le ceneri di Vespasiano, di Tito e dello stesso Domiziano.[61] Il mausoleo è scomparso ma doveva sorgere tra i giardini di Sallustio e le terme di Diocleziano, probabilmente all'altezza dell'atuale quadrivio delle Quattro Fontane.
Nella sua funzione di pontefice massimo Domiziano fu responsabile, verso l’83, della condanna a morte di tre vestali,[62] per violazione del voto di castità, mentre i loro seduttori furono esiliati: la grande sacerdotessa Cornelia, già assolta,[63] fu nuovamente giudicata e condannata nell’89 a essere sepolta viva, malgrado le sue proteste d’innocenza.[64]
[modifica] La censura
Come censore, egli aveva il dovere di vigilare sulla moralità dei cittadini. Espulse dal Senato l’ex-questore Cecilio Rufino a causa della sua eccessiva passione per la danza, [65] vietò agli attori di pantomime, considerate gli spettacoli teatrali più immorali tra tutti, di mostrarsi in pubblico, permettendone le recite solo in locali privati.[66] Si conosce qualche nome di questi attori, alcuni dei quali apprezzati dallo stesso Domiziano, come Latino,[67] la sua amante Thymele,[68] Pannicolo,[69] Paride, amante della stessa imperatrice Domizia Longina,[70] per il quale Stazio compose l’opera Agave.[71]
Domiziano fece distruggere i numerosi libelli che circolavano contro i personaggi più in vista della città,[72] proibì alle prostitute l’uso della lettiga e il diritto di ereditare,[73] vietò la castrazione degli schiavi,[74] applicò con rigore la lex Scantinia contro l’omosessualità e la lex Julia contro l’adulterio e il concubinato.[75]
Stabilì che, secondo antiche usanze, si dovesse assistere agli spettacoli pubblici indossando la toga bianca,[76] non fossero più dati giochi, come era ormai abitudine concedere dai magistrati in favore della plebe o dai patroni ai loro clienti ma che, come in tempi più antichi, fossero distribuiti unicamente dei viveri.[77] A volte si occupò personalmente di cause giudiziarie, modificò sentenze che ritenne ingiuste e perseguì i magistrati corrotti: si conosce un caso di concussione di un edile, giudicato dal Senato su suo ordine.[78] Non accettò beni in eredità da chi avesse lasciato dei figli, fissò in cinque anni la prescrizione in materia di evasione fiscale[79] e stabilì un’amnistia per gli scrivani dei questori che, contro la lex Clodia, avessero praticato un’attività commerciale.
[modifica] Politica economica e urbanistica. Le feste popolari
| Per approfondire, vedi le voci Colosseo, Domus Flavia, Foro Transitorio e Odeon di Domiziano. |
| « Ridi, Cesare, delle reali meraviglie delle piramidi; la barbara Menfi già tace sull’opere d’Oriente: cos’è la gloria Mareotica di fronte alla reggia Palatina? Mai niente di più bello vide il mondo. Crederesti i sette colli innalzarsi l’un sull’altro, il Pelio di Tessaglia sull’Ossa è meno alto; il tuo palazzo entra fra i pianeti rilucenti, il tuono rimbomba nelle nubi sottostanti e il Sole l’illumina ancor prima che Circe veda il volto di suo padre. La tua dimora, Augusto, che sfiora le stelle, vale il cielo ma non vale il suo signore. » |
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(Marziale, VIII, 36)
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L’intensa attività edilizia di Domiziano non si spiega soltanto con una presunta mania di grandezza dell’imperatore, ma anche per la necessità di completare costruzioni già avviate dai suoi predecessori e di porre rimedio al grande incendio che, dopo quello celebre avvenuto sotto Nerone, devastò ancora Roma nell’80.
Quando non abitava a Roma, Domiziano amava risiedere sia nel palazzo che si fece costruire ad Albano, dal quale poteva ammirare il panorama della campagna romana, con i laghi di Albano e di Nemi, sia in ville site a Tuscolo, a Gaeta e sul mare, ad Anzio, sulla penisola del Circeo e a Baia.[80]
Il grande palazzo sul colle Palatino fu progettato dall’architetto Rabirio e venne terminato intorno al 92.[81] La sua imponenza diede occasione ai cortigiani di esprimere grandi lodi così come ai detrattori di squalificare l’imperatore.[82] Oltre ai numerosi templi, fu eretta nella II regione – il Celio - la Mica Aurea, un padiglione privato che non è chiaro dove esattamente sorgesse,[83] l’arco di Tito sulla via Sacra e furono terminate le costruzioni del Colosseo, della Meta sudante e delle terme che poi presero il nome di Traiano.
Fece costruire la via che porta il suo nome, la via Domiziana, che si raccordava alla via Appia a Sinuessa, dove un arco trionfale indicava l’inizio della strada che giungeva fino a Cuma, unendo così Roma con il golfo di Napoli.[84] e fece anche restaurare l’antica via Latina.[85]
Di molti lavori pubblici eseguiti nelle provincie non si hanno probabilmente notizia a causa della damnatio memoriae decretata dal Senato dopo la sua morte, che portò alla distruzione delle iscrizioni che lo riguardavano. Si sa tuttavia della costruzione di strade nella Betica, in Galazia, Cappadocia, nel Ponto, in Licaonia, in Paflagonia, di opere non precisate ad Antiochia e della fondazione della città di Domizianopoli in Isauria.[86]
Diede incarico all’architetto Apollodoro[87] di costruire a Roma un teatro musicale le cui tracce sono visibili accanto al palazzo Massimo alle Colonne, edificato nel Cinquecento da Baldassarre Peruzzi, che Polemio Silvio[88] arrivò a considerare una delle sette meraviglie del mondo e uno stadio – la cui forma è conservata dalla celebre piazza Navona – nel quale si svolgevano i Giochi Capitolini.
Questi furono istituiti nell'86, a imitazione delle Neroneae, che erano state abolite alla morte di Nerone. Si tenevano ogni cinque anni ed includevano gare di atletica e corse di carri, ma anche competizioni di poesia, oratoria, musica e recitazione. Erano presenziati dallo stesso imperatore, rivestito della toga bordata di porpora e incoronato con le immagini di Giove, Giunone e Minerva. Domiziano invitava i concorrenti che provenivano da tutte le località dell'impero e attribuiva i premi che erano privi di valore venale ma ambitissimi per la fama che conferivano. Si conoscono i nomi di alcuni vincitori: Collino vinse il premio di poesia nell’86,[89] e Scaevo Memore, fratello del poeta Turno, nel 90[90] Il celebre Stazio non riuscì a vincere il concorso di poesia nel 94 e per la delusione abbandonò Roma;[91] quell’anno debuttò e si fece ammirare un ragazzo di dodici anni, Quinto Sulpicio Massimo, morto prematuramente,[92] mentre Palfurio Sura ottenne il premio di eloquenza con un elogio di Giove Capitolino.[93]
Come il padre e il fratello – e come, anni prima, Nerone - comprendeva che le feste e i giochi sono un mezzo per ingraziarsi il popolo e sembra, del resto, che egli stesso ne fosse appassionato, tanto da far costruire uno stadio ad Albano e uno sul Palatino. Nel Colosseo, che fu terminato sotto il suo regno, furono numerosi i combattimenti dei gladiatori, le cacce, un combattimento navale e le invenzioni le più diverse.[94] Fece distribuire regalie in occasione della festa del Septimontium,[95] e nel corso delle celebrazione dei trionfi militari.[96] Durante il suo regno, continuarono le distribuzioni gratuite di grano alla popolazione romana, unitamente a un donativo particolare di 300 sesterzi a ciascuno dei 200.000 aventi diritto.[97]
Tra le iniziative di carattere sociale ed economico, va ricordato che Domiziano intervenne per risolvere la questione delle terre d’Italia rimaste di proprietà del demanio ma occupate dai contadini dopo la loro divisione tra i veterani di Augusto alla fine delle guerre civili, riconoscendone l’usucapione o il pieno diritto di proprietà, se questi ne erano da tempo usufruttuari,[98] attraverso un apposito editto.[99] La gestione della spesa pubblica sembra essere stata equilibrata:[100] all’inizio del regno rivalutò la moneta del 12% salvo doverla svalutare nell’85 riportandone il valore al livello stabilito da Nerone nel 65. Si è stimato che le entrate fiscali raggiungessero i 1.200 milioni di sesterzi, un terzo delle quali destinate al mantenimento dell’esercito.[101]
[modifica] Politica estera
| Guerre di Domiziano |
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| Campagne in Britannia (77-83), Campagne negli agri decumates (83-85), Campagne daciche (85-89), Campagne suebo-sarmatiche (89-97). |
| Per approfondire, vedi le voci Campagne in Britannia di Agricola, Campagne germaniche di Domiziano, Campagne daciche di Domiziano e Campagne suebo-sarmatiche di Domiziano. |
Durante le guerre di Dacia, negli anni 86-89, la Mesia fu divisa nelle due province della Mesia Superiore e Inferiore: Lucio Funisulano Vettoniano è il primo ad essere citato come legato delle province di Dalmazia, Pannonia e Mesia Superiore,[102] mentre occorre attendere l’anno 100 per conoscere il nome di un governatore della Mesia Inferiore, Quinto Pomponio Rufo. Alla fine del regno di Domiziano furono invece unite le province di Galazia e Cappadocia, governate da Tito Pomponio Basso.[103]
Domiziano rese ufficiale l’istituzione delle due province della Germania Superiore e Inferiore, territori già così chiamati e amministrati anche civilmente da due comandanti militari, i legati pro praetore dell'esercito della Germania Inferiore e Superiore.[104] Nel 90 è attestato Lucio Giavoleno Prisco come legatus consularis della provincia della Germania Superiore:[105] forse l’istituzione ufficiale di queste due province fu la conseguenza della guerra cattica dell’83, nella quale i Romani acquisirono territori oltre il Reno che furono incorporati nella Germania Superiore.
Come comandante militare, Domiziano non era molto dotato, a causa della sua formazione avvenuta a Roma, lontano dalle legioni. Egli si decretò alcuni trionfi, formalmente sui Catti (Chatti, gli attuali Assiani) e sulla Britannia, ma furono solo manovre propagandistiche, poiché queste guerre erano già state combattute. Tuttavia alcune campagne furono fatte durante il suo regno, specialmente sulla frontiera sul Danubio contro i Daci. Domiziano inoltre costitui' la I legione Minervia nell'82. Un altro provvedimento nella politica estera fu quello di pagare una somma a Decebalo, re dei Daci, che potevano essere pericolosi poiché avrebbero potuto metter in discussione il confine, affinché non attaccassero Roma.
[modifica] Carattere ed ultimi anni
Alla fine del suo regno, che aveva cominciato con moderazione, Domiziano rivelò una personalità crudele. Secondo numerose fonti, malgrado qualche dubbio della comunità scientifica, ebrei e cristiani furono perseguitati durante il suo regno. Durante questa persecuzione fu ucciso un cugino, Flavio Clemente, ufficialmente accusato di difendere il cristianesimo; in verità Flavio Clemente stava cercando di allestire un golpe armato per soppiantare Domiziano alla guida dell'impero. Due generali che avevano dato il loro appoggio al ribelle furono destituiti e forse giustiziati. L'imperatore sviluppò addirittura una paranoia di persecuzione che lo indusse a far uccidere molti membri degli ordini senatoriale ed equestre. Egli non amava gli aristocratici e non temeva di dimostrarlo, rivedendo ogni decisione presa dal senato. Furono architettate ben tre congiure contro di lui, nell'83, nell'88 e nel 96, dove morì. Come risposta a queste congiure, organizzò violente persecuzioni, che decimarono la classe nobile ed estromisero tutti i loro beni, usati in seguito per sanare l'erario dello Stato.
[modifica] La morte (96)
Come detto Domiziano fu assassinato nel settembre del 96, in un complotto organizzato da senatori suoi nemici, Stefano (amministratore della defunta Giulia Flavia), membri della Guardia pretoriana e l'imperatrice Domizia Longina. Secondo gli storici romani, l'imperatore era convinto, a seguito di predizioni astrologiche, che sarebbe morto intorno al mezzogiorno. Perciò egli era solito riposare in quelle ore del giorno. Nel suo ultimo giorno Domiziano non si sentiva bene, e chiese molte volte ad un servo che ora fosse. Il ragazzo, partecipando alla congiura, mentì dicendo che era molto più tardi. Più a suo agio, l'imperatore si recò alla sua scrivania, per firmare documenti, ma lì fu accoltellato otto volte da Stefano.
A Domiziano succedette Nerva nominato dal senato.
[modifica] Note
- ^ Tacito, III, 74. Secondo Suetonio, 1, invece, Domiziano si sarebbe rifugiato presso la madre di un suo amico
- ^ Tacito IV, 3, Suetonio 1; Dione Cassio LXVI, 1
- ^ Dione Cassio LXV, 22
- ^ Tacito IV, 68; Suetonio 1
- ^ Come riconosce Tacito, Agricola 7: «il potere imperiale fu esercitato a Roma da Muciano, essendo Domiziano ancora troppo giovane»
- ^ Tacito, Storie IV, 46
- ^ Tacito, Storie IV, 68: Arrecino Clemente era il fratello di Arrecina Tertulla, la prima moglie di Tito
- ^ Tacito, Storie IV, 68
- ^ Tacito, Storie IV, 85
- ^ Giuseppe Flavio, nella sua Guerra giudaica VII, 4, 2, volle rendere omaggio a Domiziano inventando che i barbari, «presi da sgomento alla notizia del suo arrivo, si arresero, trovando che per liberarsi dal loro terrore, fosse meglio tornare nuovamente sotto lo stesso giogo, evitando un disastro. Dopo aver ristabilito l’ordine in Gallia, facendo in modo che fossero praticamente impossibili nuovi disordini, Domiziano tornò a Roma carico di gloria»
- ^ Svetonio, cit., 1; Dione Cassio, LXVI, 3; Tacito, Storie IV, 2
- ^ Svetonio, Tito, 6: Tito fu «l’associato, anzi il tutore dell’impero». La costituzione non prevedeva del resto che un imperatore avesse più di un associato
- ^ Svetonio, Vespasiano, 25
- ^ Corpus Inscriptionum Latinarum, II, 2477; VIII, 10116, 10119; III, 6993
- ^ Suetonio, cit., 2
- ^ C. I. L. III, 6993. Questa iscrizione del 79 recita: «Imp Caesar Vespasianus Aug pontif max trib pot VIIII, imp XIIX, p p cos IIX, desig VIIII. Imp T Caesar, Aug f cos VI, desig V[II]. Domitianus Caesar, Aug f, cos V, desig VI [...]»
- ^ Suetonio, 2; Dione Cassio, LXVI, 15
- ^ Marziale, V, 5. 7
- ^ Valerio Flacco, Argonautiche I, 12
- ^ Quintiliano, Istituzione oratoria X, 1, 91-92
- ^ È il potere di comando su tutte le province dell’Impero.
- ^ C. I. L. III, 318: Domiziano appare Caes Divi f Domitianus, cos VII rinc juventutis: la tribunicia potestas è il diritto di veto assoluto sugli atti dei magistrati.
- ^ Svetonio, 22.
- ^ Ibidem
- ^ Molti storici non mancano di insinuare che Domiziano lo avesse fatto avvelenare: Dione Cassio, LXVI, 26, Filostrato, Apollonio, VI, 32, Erodiano, IV, 5, 6, Aurelio Vittore, De Caesaribus, 10 e 11.
- ^ Suetonio, cit., 18; ma Tacito, Storie IV, 40 non manca di precisare che «il rossore che copriva in ogni momento il suo viso passava per modestia»; anche Marziale e Stazio riferiscono del suo bell’aspetto: Marziale, V, 6, 10: «cum placido fulget suoque vultu»; Stazio, Silvae, I, 1, 15; III, 4, 17 e 44; IV, 2, 41
- ^ Suetonio, 21; Marziale IV, 8, 10
- ^ Suetonio, 20
- ^ Quintiliano X, I, 91: «operibus in quae donato imperio juvenis secesserat»
- ^ Svetonio, 20
- ^ Suetonio, 13
- ^ Dione Cassio, LXVII, 2
- ^ Tacito, Agricola, 39
- ^ Dione Cassio, LXVII, 1; Tacito, Agricola, 42: «Domitiani vero natura praeceps in iram»
- ^ Dione Cassio, LXVII, 4
- ^ C. I. L., III, 859
- ^ C.I. L., VI, 2060; Suetonio, 3
- ^ S. Gsell, Essai sur le règne de l’empereur Domitien, p. 50-51
- ^ Suetonio, 15
- ^ Dione Cassio, LXVII, 2
- ^ Suetonio, 9
- ^ Suetonio, 4
- ^ Citato da Giovenale, IV, 78, che lo definisce «optimus atque interpres legum sanctissimus», del quale peraltro poco si conosce, se non che fu autore, intorno al 75, del senatusconsultum pegasianum, in materia di diritto ereditario
- ^ S. Gsell, cit., pp. 62-63
- ^ Ricordato in un'iscrizione da cui, per la successiva damnatio memoriae, è cancellato il nome di Domiziano: C. I. L., VI, 798: «Cn. Octavius Titinius Capito, praef cohortis, trib mili ... proc ab epistulis et a patrimonio» [...]
- ^ Lettere, VIII, 12: «Uomo virtuso, da considerare uno dei principali ornamenti del secolo [...] benefattore di molti scrittori, esempio per tutti»
- ^ I nomi di questi procuratori sono citati in Stazio, Silvae, III, 3
- ^ Suetonio, 8 e Dione Cassio LXVII, 13
- ^ Zosimo V, 38; Procopio, La guerra dei Vandali I, 5
- ^ Plutarco, Vita di Publicola, 15
- ^ Servio, Commento alle Georgiche III, 29
- ^ Marziale, VIII, 80. Un’altra capanna di Romolo era conservata nel Palatino
- ^ Tacito, Storie III, 74
- ^ Stazio, Silvae III, 5, 28: «Ter me nitidis Albana ferentem / dona comis, sanctoque indutum Cæsaris auro»
- ^ IX, 3, 9
- ^ IX, 3, 11; IX, 64; IX, 65; IX, 101
- ^ Sul frontone era l’iscrizione «Divo Vespasiano Augusio S Pq»: cfr. C. I. L., VI, 938
- ^ S. Gsell, cit., IV, p. 103
- ^ Descritta da Stazio, Silvae, I e citata da Marziale, VIII, 44, 7
- ^ Marziale, VIII, 65
- ^ Suetonio, 17
- ^ Dione Cassio, LXVII, 3: si trattava di due sorelle di nome Oculata e della vergine Varronilla
- ^ Suetonio, 8
- ^ La vicenda è ampiamente trattata da Plinio il Giovane, Lettere IV, 11. All’episodio farebbe riferimento anche Giovenale, Satira IV: cfr. Aldo Luisi, Il rombo e la vestale. Giovenale, Satira IV, Bari 1998
- ^ Suetonio, 8; Dione Cassio, LXVII, 13
- ^ Suetonio, 7
- ^ Spesso citato da Marziale: I, 4, 5; II, 72, 3; III, 86, 3; V, 61, 11; IX, 28; XIII, 2, 3
- ^ Marziale, I, 4, 5; Giovenale, I, 36; VI, 66; VIII, 197
- ^ Marziale, II, 72, 4; III, 86, 3; V, 61, 12
- ^ Suetonio, 3 e 10; Dione Cassio, LXVII, 3; Marziale, XI, 13
- ^ Secondo quanto riferisce Giovenale, VII, 87
- ^ Suetonio, 8
- ^ Suetonio, 8
- ^ Suetonio, 7; Dione Cassio, LXVII, 2
- ^ Che veniva del resto aggirata sposandosi e divorziando e, se necessario, risposandosi ancora: cfr. Marziale, VI, 2
- ^ Marziale, XIV 124: «Romanos rerum dominos gentemque togatam / ille facit, magno qui dedit astra patri»; IV, 2, 3: «Spectabat modo solus inter omnes / nigris munus Horatius lacernis, / Cam plebs et minor ordo maximusque / sancto cum duce candidus sederet
- ^ Suetonio, 7: «Sportulas publicas sustulit revocata rectarum coenarum consuetudine»
- ^ Suetonio, 8
- ^ Dione Cassio, LIV, 30
- ^ Di questi luoghi dà notizia Marziale: V, 1, 3; V, 1, 5; V, 30.
- ^ Marziale, VII, 56: «Gli astri e il cielo prendesti religiosamente, Rabirio, / quando costruisti con mirabile arte la casa parrasia».
- ^ Plutarco, Vita di Publicola, 15: «Chi avesse visto un solo portico del palazzo di Domiziano, o la basilica, o un bagno, o uno degli appartamenti delle sue concubine [...] si sentirebbe spinto a dire a Domiziano: Non è devozione né ambizione lodevole la tua: è follia. Tu godi a edificare».
- ^ La notizia di Marziale, II, 59: «Son detta Mica e come vedi sono un piccolo refettorio (cenatio parva) / da me si prospetta il sepolcro dei Cesari», ha fatto discutere su dove realmente sorgesse la costruzione. Cfr. Lawrence Richardson, A new topographical dictionary of ancient Rome, 1992, p. 253».
- ^ Stazio, Silvae IV, 3, 114: «fine viae recentissimo, qua monstrat veteres Apollo Cumas».
- ^ Stazio, Silvae, IV, 4, 60: Domiziano «spatia antiquae mandat renovare Latinae».
- ^ Stéphane Gsell, cit., p. 151
- ^ Dione Cassio, LXIX, 4
- ^ Laterculus, in «Chronica Minora», p. 585
- ^ Marziale, IV, 54
- ^ Marziale, XI, 9.
- ^ Stazio, Silvae, III, 5, 31; V, 3, 231
- ^ Iscrizione sul monumento funerario del giovane, Musei Capitolini
- ^ Svetonio, 13; Quintiliano, cit., III, 7, 4: «Laudes Capitolini Jovis, perpetua sacri certaminis materia».
- ^ Suetonio, 4; Marziale, I, 5 scrive anche di un accoppiamento tra una donna e un toro, a imitazione del mito di Pasifae.
- ^ Suetonio, 4: «Septimontiali sacro quidem, senatui equitique panariis, plebei sportellis cum obsonio distributis, initium vescendi primus fecit».
- ^ Marziale, 1, 11 e I, 26, in occasione della spedizione contro i Catti nell’83; V, 49, 8, dopo il trionfo dell’89; VIII, 50, dopo la spedizione del 92.
- ^ Suetonio, 4: «Congiarium populo nummorum trecentorum ter dedit».
- ^ Suetonio, 9: «Rese ai proprietari le particelle di terre rimaste non assegnate (subsiciva) dopo le divisioni tra i veterani».
- ^ Frontino, De controversiis agrorum: «Con un editto liberò tutta l’Italia dalla paura».
- ^ Brian W. Jones, The emperor Domitian, 1992, p. 73.
- ^ Brian W. Jones, cit., p. 73.
- ^ C. I. L., III, 4013: «L. Funisulano, L. f. An Vettoniano leg pro pr provinc Dalmatiae, item provinc Pannonae item Moesiae superioris donato Imp Caes Domitiano Aug bello dacico».
- ^ Elio Sparziano, Vita di Adriano, 2: «Post hoc in Inferiorem Moesiam translatas, extremis iam Domitiani temporibus».
- ^ Un legatus pro praetore, Gneo Pinario Cornelio Clemente, è attestato nell'anno 74: C. I. L., XII, 113.
- ^ C. I. L., III, 9960
[modifica] Bibliografia
[modifica] Fonti primarie
- Gaio Svetonio Tranquillo, vite dei Cesari, di Vespasiano, Tito e Domiziano.
- Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, libri LXVI-LXVII.
- Cornelio Tacito, Agricola.
- Cornelio Tacito, Historiae.
[modifica] Fonti secondarie
- Stéphane Gsell, Essai sur le règne de l’empereur Domitien (1893) Roma, L’Erma di Bretschneider 1967 ISBN 88 706 2294 0
- Brian W.Jones, The emperor Domitian, Londra & N.Y. 1992. ISBN 0-415-10195-6
- Pat Southern, Domitian tracig tyrant, Londra & N.Y. 1997. ISBN 0-415-16525-3
- Barbara Levick, Vespasian, Londra & N.Y. 1999. ISBN 0-415-16618-7
- Santo Mazzarino, L'Impero romano, Roma-Bari 1973, p. 281-291.
[modifica] Voci correlate
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| Imperatori romani | ||
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