Minerva

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Minerva, dettaglio del Trionfo della Virtù di Andrea Mantegna (1499-1502)
Testa di Minerva di Elihu Vedder, 1896

Minerva era la divinità romana della guerra, della saggezza e la protettrice degli artigiani. Da un punto di vista mitologico, la figura di Minerva deriva da quella di Atena, suo corrispettivo nella mitologia greca. Come per Atena anche per Minerva l'animale sacro è la civetta, talvolta il gufo.

Titoli e ruoli[modifica | modifica wikitesto]

Il termine Minerva fu probabilmente importato dagli etruschi che la chiamavano Menrva. I romani ne confusero il nome straniero con il loro lemma mens (mente) visto che la dea governava non solo la guerra, ma anche le attività intellettuali.

Minerva era la figlia di Giove e di Metide. Venne considerata la divinità vergine dei guerrieri, della poesia, della medicina, della saggezza, del commercio, delle arti, nonché inventrice della musica. Con il termine di Minerva Medica, fu la protettrice della medicina e dei dottori

Culto[modifica | modifica wikitesto]

Il celebre poeta romano Publio Ovidio Nasone la definì divinità dai mille compiti. Minerva fu adorata in tutta l'Italia, nonostante solo a Roma assumesse un aspetto da guerriera. Viene solitamente raffigurata mentre indossa una cotta di maglia ed un elmo, completa di lancia

Dionigi di Alicarnasso riporta come l'antica città di Orvinium, nell'epoca in cui era abitata dagli Aborigeni, fosse dominata da un tempio dedicato alla dea. [1]

I Romani ne celebravano la festa dal 19 al 23 marzo nei giorni che prendevano il nome di Quinquatria, i primi cinque successivi alle Idi di marzo, a partire dal diciannovesimo nel Calendario degli Artigiani. Una versione più contenuta, le Minusculae Quinquatria, si teneva dopo le Idi di giugno, il 13 giugno, con l'uso di flautisti, molto usati nelle cerimonie religiose. Il culto di Minerva era tenuto sul Campidoglio e faceva parte della Triade Capitolina, insieme a Giove e Giunone. Nella Roma attuale si può visitare la Piazza della Minerva, nei pressi del Pantheon.

Nel 207 a.C. una gilda di poeti e attori venne creata per fare offerte votive nel Tempio di Minerva sull'Aventino. Tra gli altri membri merita una menzione speciale Livio Andronico. Il santuario aventiniano rimase un importante centro culturale per gli artisti per la maggior parte della Repubblica Romana.

Nelle Vite parallele di Plutarco (Pericle e Fabio Massimo), Minerva appare a Pericle in sogno ordinando delle cure per un cittadino malato di Atene. Dopo questo episodio venne eretta una statua in bronzo in onore delle divinità Ermes e Minerva.

Calculus Minervae[modifica | modifica wikitesto]

Il calculus Minervae era la pietra di Minerva, cioè il voto decisivo in un organo collegiale che fosse in stallo per parità di voti su di una proposta, equamente approvata ed avversata dal medesimo numero di componenti (secondo Tito Livio circa cinquecento).

Si tratta della traduzione latina dell'Athenas psephos, il coccio che il presidente deponeva nell'urna per ultimo nella Bulè dei Cinquecento (l'organo legislativo nella Costituzione di Clistene, che però esercitava anche una funzione giurisdizionale). Tale definizione era data sull'esempio del leggendario voto di Atena in favore di Oreste, ricordato da Eschilo ne Le Eumenidi, decisivo per mandare esente da pena il matricida.

Nell'antica Roma la definizione fu ripresa nel 30 a.C. quando, nei processi criminali, un senatoconsulto riconobbe ad Ottaviano il calculus Minervae, il privilegio di aggiungere il suo voto a quello della minoranza, e quindi determinare l'assoluzione, qualora la sentenza fosse stata pronunciata con la maggioranza di un solo voto.

Nel mondo moderno la funzione del Presidente con voto decisivo in caso di parità è garantita in vari ordinamenti, tra i quali il Senato degli Stati Uniti d'America e la Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sudafrica (nella quale il presidente Desmond Tutu espresse un voto decisivo nell'ultima seduta[2]). Ciò si distingue dallo swing vote, che è il voto oscillante di un componente non ideologizzato in un organo collegiale dispari, che tendenzialmente è portato a decidere chi vince: il caso del giudice Sandra O'Connor della Corte suprema degli Stati Uniti è considerato quello più appropriato a rendere il concetto, almeno nei tempi più recenti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 14.3
  2. ^ Desmond Tutu, Non c'è futuro senza perdono, Milano, Feltrinelli, 2001, p. 160.

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