Console (storia romana)

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Consoli dell'antica Roma

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Nell'antica Roma i consoli (latino: consules, "coloro che decidono insieme") erano i due magistrati che, eletti ogni anno[1], esercitavano collegialmente il supremo potere civile e militare. La magistratura del consolato era la più importante tra le magistrature maggiori della Repubblica romana (immediatamente al di sotto della dittatura, che era però magistratura solo straordinaria). Il termine derivava, secondo lo stesso Livio, dal dio Conso, una divinità che "dispensava consigli", come dovevano fare i due massimi magistrati della Repubblica romana.[2]

L'importanza di tale carica era tale che i nomi dei consoli eletti in un certo anno venivano utilizzati, tramite eponima, per individuare quell'anno nel calendario romano.[3] I nomi venivano riportati in un apposito elenco, i fasti consulares, da parte dei pontefici.

Tale magistratura parrebbe non essere solo romana; infatti Tucidide, parlando dei Caoni ne La guerra del Peloponneso, libro II, par 80, riferisce che si tratta di un «... popolo non sottoposto a potestà regia, su cui governavano, con carica annuale, Fozio e Nicaone, membri della famiglia dominante».

In età imperiale, la carica consolare sopravvisse, ma divenne di nomina imperiale e, dopo la fondazione di Costantinopoli, un console venne regolarmente eletto per l'Occidente e uno per l'Impero Romano d'Oriente, perpetuandosi tale pratica a Roma anche dopo la caduta dell'Occidente, sino al 566, e a Costantinopoli sino al VII secolo.

Consolato in età repubblicana[modifica | modifica sorgente]

Moneta raffigurante un console accompagnato da due littori.

Fu istituita secondo la tradizione alla cacciata del regime monarchico dei Tarquini da Roma nel 509 a.C.[4] I primi consoli a occupare tale carica mantennero tutte le attribuzioni e le insegne dei re, salvo che non ebbero contemporaneamente i fasces, per non dare l'impressione di un terrore raddoppiato.[1]

Durante la repubblica, l'età minima per l'elezione a console era di 40 anni per i patrizi e di 42 per i plebei. I consoli venivano eletti dal popolo riunito nei comizi centuriati.

Le competenze consolari investivano tutto l'agire pubblico, in pace come in guerra. Nei fatti, tutti i poteri non appannaggio del Senato o di altri magistrati erano in capo ai due consoli.

Ognuno dei due consoli era titolare del potere nella sua interezza e poteva esercitarlo in via del tutto autonoma, salva la facoltà del collega di porre il veto (intercessio).

Per evitare possibili inconvenienti, si escogitarono diversi sistemi, grazie ai quali - in forza di un accordo politico tra i due - certi periodi o in determinati settori di attività un solo console esercitava effettivamente il potere, senza che l'altro ponesse il veto. Il più noto è quello dei turni, in base al quale i due consoli dividevano l'anno in periodi - in genere mensili - in cui si alternavano nel disbrigo degli affari civili (nell'esercizio del comando militare, nel caso in cui entrambi i consoli fossero alla guida dell'esercito, i turni erano giornalieri). Un altro sistema era quello che si basava sulla ripartizione delle competenze tra i consoli eletti, in base al quale ciascuno dei due esercitava in maniera esclusiva alcuni poteri. È comunque importante sottolineare che la divisione di competenze o i turni di esercizio non interessava alcune forme di esercizio del potere (come le proposte di legge).

I consoli erano eponimi, ossia l'anno di servizio era conosciuto con i loro nomi. Ad esempio, il 59 a.C. per i Romani era quello del "consolato di Cesare e Bibulo", poiché i due consoli erano Gaio Giulio Cesare e Marco Calpurnio Bibulo (anche se il partito di Cesare dominò la vita pubblica impedendo a Bibulo di esercitare il proprio mandato tanto che l'anno fu ironicamente chiamato "il consolato di Giulio e Cesare").[5]

Se un console moriva durante il suo mandato (fatto non raro quando i consoli erano in battaglia alla testa dell'esercito), si eleggeva un sostituto, che era chiamato "console suffetto" (consul suffectus in latino).

L'ufficio di console era ritenuto come risalente alla data tradizionale della fondazione della Repubblica, nel 509 a.C., anche se la storia remota è in parte leggendaria[6] e la successione di consoli non è continua nel V secolo a.C. I consoli erano incaricati sia dei doveri religiosi sia di quelli militari; la lettura degli auspici era un passo essenziale prima di condurre l'esercito in battaglia.

Durante i periodi di guerra, il criterio primario di scelta del console era l'abilità militare e la reputazione, ma in tutti i casi la selezione era connotata politicamente. Inizialmente solo i patrizi potevano divenire consoli. Con le cosiddette Leges Liciniae Sextiae (367 a.C.), i plebei ottennero il diritto a eleggerne uno; il primo console plebeo fu Lucio Sestio, nel 366 a.C.[7]

Con il passare del tempo, il consolato divenne il normale punto d'arrivo del cursus honorum, la sequenza di incarichi perseguiti dai Romani ambiziosi.

In via eccezionale i consoli potevano ricevere dal senato i pieni poteri: il provvedimento era chiamato senatus consultum de re publica defendenda, successivamente Marco Tullio Cicerone, durante il suo consolato, a seguito della rivolta di Lucio Sergio Catilina lo rinominò senatus consultum ultimum, estremo provvedimento del senato, e la formula era Caveant consules ne quid detrimenti res publica capiat, "Provvedano i consoli affinché lo stato non abbia alcun danno". A tale formula si ricorse poche volte:

I consoli convocavano i comitia (comizi centuriati) del popolo (ius agendi cum populo) e il senato (ius agendi cum patribus) e ne presiedevano le adunanze. Segni esteriori della dignità consolare erano la toga praetexta, abito bianco con orlo di porpora, in città, il paludamentum di porpora in guerra e nel trionfo, la sella curule (sedia portatile di avorio), dodici littori[8] portanti fasces di verghe e, fuori del pomerio, fasces con scuri. I consoli avevano l'eponimia, cioè i consoli in carica dalle calende di gennaio di ogni anno davano il nome all'anno.[9][10]

Consolato in età imperiale[modifica | modifica sorgente]

Dittico consolare raffigurante Anastasio Paolo Probo Sabiniano Pompeo Anastasio nella veste di console (517); in una mano reca lo scettro, nell'altra la mappa con la quale si appresta a dare inizio ai giochi circensi.

Quando con Augusto si esaurì il periodo repubblicano e si avviò il Principato, il potere si concentrò nelle mani del princeps, ossia di Augusto stesso; progressivamente, si ridusse il potere del Senato (anche se non formalmente), e si posero le basi di quello che più tardi sarebbe diventato il regime imperiale. Pertanto, con Augusto cambiò la natura del consolato, che esaurì progressivamente la sua funzione politica e divenne a poco a poco un titolo onorifico, prestigioso dunque, ma ormai privo di una funzione politica. Durante il lungo regno di Augusto, molti consoli infatti lasciarono l'incarico prima del termine, per permettere ad altri di reggere il fascio littorio come consul suffectus. Quelli che erano in carica il 1º gennaio, conosciuti come consules ordinarii avevano l'onore di associare il proprio nome a quell'anno. Come risultato, circa la metà di coloro che avevano il grado di pretore potevano raggiungere anche quello di console ora non più a 40 anni, ma a 33. Talvolta, questi suffecti si ritiravano e un altro suffectus veniva nominato. Questa pratica raggiunse il suo estremo sotto Commodo, quando nel 190, venticinque persone furono nominate console. Svetonio racconta che lo stesso Augusto,

« Cinque dei consolati [di Augusto], dal sesto al decimo, durarono un anno, tutti gli altri o nove o sei o quattro o tre mesi, mentre il secondo pochissime ore. Infatti egli si sedette sulla sedia curule davanti al tempio di Giove Capitolino, al mattino delle Calende di gennaio, e poco dopo si dimise quando gli venne offerto chi lo sostituisse. »
(SvetonioAugustus, 26.)

Un altro cambiamento durante l'Impero fu che gli Imperatori spesso nominavano loro stessi, dei protetti o dei parenti, senza guardare all'età minima. Ad esempio, a Onorio venne conferito il titolo di console al momento della nascita.

Reggere il consolato era apparentemente un tale onore che il secessionista Impero delle Gallie, ebbe la sua coppia di consoli durante la sua esistenza (260 - 274). La lista di consoli di questo stato è incompleta, ricostruita dalle iscrizioni e dalle monete.

L'antica magistratura romana sopravvisse fino a tarda epoca, anche se come semplice dignità priva di potere reale. Una delle riforme di Costantino I fu quella di assegnare uno dei consoli alla città di Roma e l'altro alla città di Costantinopoli. Quindi, quando l'Impero Romano venne diviso in due, alla morte di Teodosio I, l'imperatore di ognuna delle due metà acquisì il diritto di nominare uno dei consoli - anche se un imperatore permise al suo collega di nominarli entrambi per vari motivi. Come risultato, dopo la fine formale dell'Impero romano d'Occidente, molti anni vennero denominati da un singolo console.

Sebbene avesse perduto di fatto ogni potere politico, il console ordinario godeva di un grande prestigio e il consolato era ancora considerato come il massimo onore che l'imperatore potesse concedere a un suddito. I due consoli designati entravano in carica ancora alle calende di gennaio, con una cerimonia solenne che comportava un corteo (processus consularis) e una distribuzione di denaro alla folla (sparsio), proibita dall’imperatore Marciano ma poi reintrodotta da Giustiniano nel 537.

Questa carica decadde durante il regno di Giustiniano: prima con il console di Roma Decio Teodoro Paolino nominato nel 534 dalla regina Amalasunta alle soglie della guerra gotica, e quindi con il console di Costantinopoli, Anicio Fausto Albino Basilio, nel 541. In seguito il consolato venne assunto dall'imperatore come parte della propria carica, e nessun altro poteva assumerlo, tanto che, quando il generale bizantino Eraclio coniò monete assumendo il titolo di console, in effetti si proclamò anche imperatore, in opposizione all'imperatore allora in carica Foca.[11]

Ci sono notizie di consoli onorari anche nel VII secolo. Il 24 settembre 656, il vescovo di Cesarea in Bitinia si recò in visita da Massimo di Costantinopoli assieme ai due consoli Teodosio e Paolo.[12]

Anni consolari[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Calendario romano.

Nei primi tempi della Repubblica romana, gli anni non venivano conteggiati, erano invece individuati col nome dei consoli che erano in carica. Per esempio, quello che per noi è il 59 a.C., per i romani era l'anno in cui erano consoli Gaio Giulio Cesare e Marco Calpurnio Bibulo.

Successivamente nella tarda repubblica si cominciò a contarli dalla fondazione di Roma (anno ab urbe condita) che tradizionalmente veniva fissata nel 753 a.C. Perciò in alcune iscrizioni il numero dell'anno è seguito dall'acronimo AVC che indica appunto AB VRBE CONDITA

La datazione si basa sulla cronologia varroniana, che anche se incerta, è utilizzata quasi universalmente. La lista dei consoli, e delle altre massime magistrature romane, non sono sempre esattamente verificabili ed universalmente accettate, variando dalle diverse fonti che li riportano.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 1.
  2. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 14, 3.
  3. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 4
  4. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 60.
  5. ^ Gaio Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum, Cesare, XX
  6. ^ Secondo Arangio Ruiz al rex subentrarono prima sia il dittatore sia il subordinato magister equitum, la cui importanza tuttavia crebbe lentamente sino a ottenere la piena par potestas all'incirca nel 367 a.C. La tradizione classica, riportata da Livio, afferma che il termine di consules sarebbe comparso solo nel 449 a.C., mentre in precedenza era usato quello di Praetor (praetor maximus secondo alcuni autori moderni)
  7. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VI, 35
  8. ^ Polibio, III, 87, 7.
  9. ^ Giovanni Ramilli, Istituzioni Pubbliche dei Romani, ed. Antoniana, Padova, 1971, pp. 50-51.
  10. ^ Georges-Calonghi, Dizionario Latino Italiano
  11. ^ Kaegi, Walter Emil, Heraclius, Emperor of Byzantium, Cambridge University Press, 2003, ISBN 0521814596, p. 41.
  12. ^ Chapman, John, "St. Maximus of Constantinople", Catholic Encyclopaedia.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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