Comizi curiati

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Organi costituzionali romani

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Categorie: Antica Roma

I comizi curiati (in lingua latina, Comitia curiata) erano la più antica assemblea romana. Ancor oggi si discute se vi prendessero parte i soli patrizi, o anche i plebei, comunque in posizione subordinata.

E poiché i Romani usavano una forma di democrazia diretta, i cittadini-elettori non avevano alcun potere, se non quello di esprimere un voto in assemblea. Ciascuna assemblea era presieduta da un magistrato che, come tale, prendeva tutte le decisioni relative a questioni procedurali e legali. In ultima analisi, il potere del magistrato che presiedeva l'assemblea era quasi assoluto. L'unica forma per controllare questo potere era porre il proprio veto da parte di altri magistrati: si trattava dei tribuni della plebe o dei magistrati di rango superiore.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assemblee romane.

Epoca regia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età regia di Roma.

In epoca regia, rappresentò la prima assemblea costituente dei cittadini romani, durante il primo periodo regio e quindi di antichissima costituzione.[1] Composta dai patres gentium, dai patres familiarum, dai clienti e dai plebei.[2] Secondo il De Francisci, questa assemblea non deteneva di fatto poteri evidenti. Non aveva un potere elettorale, poiché il rex era designato da un pater nella qualità di interrex, oltre al fatto che il tribunus celerum, il magister populi, i duumviri perduellionis ed i quaestores parricidii erano tutti creati dal rex.[1] Le loro funzioni risultavano:

  • di sicuro non elettorali, poiché una volta eletto il rex (e più tardi i magistrati maggiori), ne seguiva la sua acclamazione davanti al popolo riunito (attraverso la lex curiata de imperio), che si obbligava nei confronti del neo eletto all'obbedienza;[1][3]
  • neppure legislative, poiché la materia era riservata al solo rex (leges regiae);[3]
  • e neanche giurisdizionali, in quanto il popolo poteva solo assistere ad una grave condanna contro chi si era macchiato di aver attirato sull'intera comunità l'ira degli dèi e, per questo motivo, meritava il supplicium.[3]

Sempre secondo il De Francisci, l'attività delle curiae fu limitata alla vita di gruppi minori, dinnanzi alle quali si compivano:[3]

  • gli atti del testamento (calatis comitiis), dove il pater familias designava ufficialmente il suo successore;[3]
  • la detestatio sacrorum, ovvero la rinuncia al culto familiare (connesso molto probabilmente con l'adrogatio);[3]
  • la cooptatio, che rappresentava l'ammissione di una nuova gens nella comunità romana;[2]
  • e l'adrogatio quando un pater familias si sottoponeva alla protezione di un altro pater.[2]

Ed anche in questi casi, i comitia curiata non avevano una vera e propria funzione deliberante.[2]

Epoca repubblicana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica romana.

Secondo quanto alcuni storici moderni sostengono, costituì la principale assemblea durante le prime due decadi del periodo repubblicano di Roma antica. Nel corso della prima decade, il popolo di Roma era organizzato in trenta unità chiamate curiae.[4][5] La curia aveva una natura etnica, organizzata sulla base delle primitive famiglie romane, o più specificatamente sulla base delle trenta gentes originarie patrizie (aristocratiche).[6]

La curia in epoca repubblicana sembra si trasformò in un'assemblea con funzioni legislative, elettorali e giuridiche. I Comizi curiati approvavano le leggi, eleggevano i consoli (gli unici magistrati eletti in quel periodo),[7] e cercavano di risolvere i casi giudiziari. I consoli presiedevano sempre questo genere di assemblea. E mentre i plebei potevano partecipare a questa assemblea, solo i patrizi potevano votare[senza fonte].

Organizzazione interna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Curia (storia romana).

I comizi curiati erano organizzati in 30 curie (dal latino co-viria, unione di uomini), dieci per ogni tribù etnica (Ramnes, Tities e Luceres), ognuna delle quali esprimeva un voto. La funzione principale dell'assemblea in età monarchica era quella di rendere ossequio al re al momento della sua elezione con la "lex curiata de imperio". Ogni curia, inoltre, doveva eleggere 10 senatori e poteva dichiarare guerra. Forse all'inizio della Repubblica era l'unica assemblea che eleggeva i magistrati, conferiva loro l’imperium e approvava le leggi.

In seguito queste competenze, eccetto l'ultima, passarono ai Comizi centuriati. Davanti a questo comizio si teneva inoltre l'adrogatio. Questi comitia decaddero, tanto che nel III sec. a.C. si pensa che a partire dal tardo periodo repubblicano quest'assemblea fosse composta solo da 30 littori, uno per ogni curia. Le curie avevano inoltre il compito di fornire soldati (per lo più cittadini a cui veniva impartito un sommario addestramento) in caso di necessità; ogni curia forniva 100 fanti e 10 cavalieri, per un totale di 3.000 fanti e 300 cavalieri.

Funzionalità e poteri[modifica | modifica sorgente]

Il grafico mostra le funzioni ed i poteri, propri dell'organizzazione della Repubblica romana.

Nel sistema romano di democrazia diretta, due furono i principali modi di riunione, utilizzati per votare in materia legislativa, elettorale e giuridico.

Il primo modo fu quello di convocare un'assemblea (comitia, che letteralmente significa "riunirsi" o "trovarsi in un luogo").[8] I comizi curiati erano un comitia. Le assemblee rappresentavano tutti i cittadini,[9] perfino quelli esclusi come i plebei nel corso dei comizi curiati[contraddizione]. Erano utilizzate per scopi ufficiali, come ad esempio, per la promulgazione di leggi. Gli atti di un'assemblea erano, pertanto, applicati a tutti i cittadini romani.

Il secondo modo per riunirsi era quello di convocare un concilium (consiglio), che altri non era se non un luogo in cui una specifica classe di cittadini si riuniva.

Invece la conventio (il cui significato letterale è "camminare insieme") era un luogo non ufficiale per comunicare, come, ad esempio, per ascoltare un discorso politico.[8] I privati cittadini che non detenevano alcuna carica politica potevano parlare solo prima di una conventio, non invece prima di un'assemblea (comitia) o di un concilium.[10] In sostanza una conventio era semplicemente un incontro informale, non avente potere legale o legislativo. Gli elettori solitamente si trovavano in questo genere di riunioni, ad ascoltare dibattiti e svolgere altre attività, prima di partecipare alle votazioni dei comitia o dei concilia.[11]

Una sola assemblea poteva operare in un determinato momento, e ogni sessione, già in corso, poteva essere sciolta se un magistrato era "chiamato fuori" (avocare) dagli elettori.[12] In aggiunta al magistrato che la presiedeva, vi erano spesso altri magistrati aggiuntivi, come suoi assistenti. Essi erano disponibili per aiutarlo a risolvere le controversie procedurali, oppure per fornire un meccanismo attraverso il quale gli elettori potessero impugnare le decisioni contro il magistrato che presiedeva l'assemblea.[13] Ci furono anche funzionari religiosi, come gli auguri, pronti a dare un aiuto, contribuendo ad interpretare gli auspicia (segni degli dei, presagi).[13] Inoltre, una ricerca preliminare dei presagi era condotta dal magistrato che avrebbe presieduto l'assemblea, la notte prima.[14] In più occasioni a noi note, i magistrati usavano i presunti presagi sfavorevoli come una scusa per sospendere una sessione che non stava andando come volevano.

Durante i processi penali, il magistrato che doveva presiedere l'assemblea, era obbligato a notificare l'atto (diem dicere) alla persona accusata, il primo giorno delle indagini (anquisito). Alla fine di ogni giornata, il magistrato doveva dare un altro avviso all'imputato (diem prodicere), nel quale lo aggiornava sullo stato delle indagini. Quando l'inchiesta era completata, era necessario che trascorresse un intervallo di tre "giorni di mercato", prima di esprimere il voto finale, riguardo alla condanna o all'assoluzione.[15]

Convocazione e modalità di voto[modifica | modifica sorgente]

Erano necessari alcuni giorni per effettuare la convocazione dell'assemblea, prima di votare. Per le elezioni erano necessari almeno tre "giorni di mercato" (che corrispondono a circa 17-18 giorni attuali) tra l'annuncio e l'effettiva elezione. Durante questo periodo (denominato trinundinum), i candidati interagivano con l'elettorato, e nessuna legge poteva essere proposta o votata. Nel 98 a.C., venne approvata una legge (la lex Caecilia Didia), che aveva richiesto un intervallo similare, pari a tre "giorni di mercato", tra la proposta iniziale e il voto.[12]

Il giorno della votazione, gli elettori prima si radunavano tra di loro per un dibattito informale.[11] Durante queste riunioni, gli elettori non erano classificati nella loro curia. I discorsi dai privati cittadini erano ascoltati solo se si trattava di un voto riguardante una questione legislativa o giudiziaria, e anche allora, solo se il cittadino riceveva il permesso di parlare dal magistrato incaricato.[16] Se lo scopo del voto finale erano le elezioni, non venivano mai ascoltati i discorsi dei privati cittadini, ma solo dei candidati in campagna elettorale.[17] Nel corso delle riunioni informali (conventio), il disegno di legge veniva prima letto all'assemblea radunata, poi votato[Contraddizione: detto prima erano solo riunioni informali]. Veniva allora portata un'urna ed era stabilito l'ordine secondo il quale le trenta curiae erano tenute a votare.[18][19]

Gli elettori erano raggruppati in un'area ben delimitata[11] e votavano mettendo un ciottolo o scrutinio scritto in un vaso adeguato.[20] Questi contenitori (cistae) che contenevano i voti erano tenuti sotto controllo da speciali addetti chiamati custodes, i quali poi contavano le "schede elettorali", e riportavano i risultati al magistrato che presiedeva i comitia curiata. La maggioranza dei voti di ciascuna curia determinava quale sarebbe stato il voto della curia stessa. Se il processo di voto non terminava per il tramonto, gli elettori erano lasciati andare senza che una decisione definitiva fosse stata ancora presa, ed il processo di voto iniziava nuovamente la mattina seguente.[21]

Luogo[modifica | modifica sorgente]

Secondo quanto ci tramanda Marco Terenzio Varrone[22], i Comitia curiata si tenevano presso le cosiddette Curiae Veteres che secondo Tacito[23] erano situate sul Palatino. Esse occupavano probabilmente la parte nord-est di questo colle[24], oppure dove si trova il vicus Curiarum.[25] Essi divennero troppo piccoli e vennero così costruite le Curiae Novae. Festo le posiziona nei pressi del Compitum Fabricium. Probabilmente erano posizionate ad est delle Curiae veteres, sopra il Celio, vicino al vicus Fabricii. E sempre secondo Festo, sette curiae si rifiutarono di lasciare il luogo della riunione.

Declino dei comitia curiata[modifica | modifica sorgente]

Poco dopo la nascita della Repubblica, i poteri dei Comitia curiata vennero trasferiti ai Comitia centuriata ed ai Comitia tributa.[4] Mentre i comitia curiata caddero in disuso, lasciando solo qualche funzione teorica, tra cui il potere di ratificare le elezioni dei maggiori magistrati romani (consoli e pretori) approvando la legge lex curiata de imperio, la quale conferiva l'autorità legale del comando (imperium). In pratica, essi ricevevano questa autorità dai Comitia centuariata (che li eleggeva formalmente), giusto per ricordare l'antico potere regio di Roma.[5] E perfino dopo aver perduto i suoi poteri, i comitia curiata continuarono ad essere presieduti da consoli e pretori, e fu oggetto di ostruzionismo da parte di magistrati come i tribuni della plebe e presagi sfavorevoli (come accadeva anche in altre assemblee). Gli atti di questa assemblea divennero così più che altro simbolici. Ad un certo punto, attorno al 218 a.C., l'assemblea delle trenta curie venne abolita e rimpiazzata con trenta littori, uno per ciascuna delle gentes originarie patrizie.[5]

E poiché la curia era da sempre stata organizzata sulla base della famiglia romana,[6] in realtà mantenne una sua giurisdizione sulle gentes anche dopo la fine della Repubblica romana (27 a.C.).[7] Sotto la presidenza del Pontifex Maximus, era testimone e ratificava testamenti e adozioni,[4] eleggeva alcuni sacerdoti e trasferiva alcuni cittadini dalla classe dei patrizi a quella dei plebei (o viceversa). Nel 59 a.C., infatti, trasferì Publio Clodio Pulcro dallo status di patrizio a quello che gli permettesse di candidarsi a tribuno della plebe.[26] Nel 44 a.C., ratificò il testamento di Gaio Giulio Cesare, e con l'adozione dello stesso di suo nipote Ottaviano (il futuro primo imperatore romano Augusto) come suo figlio ed erede.[5]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Pietro De Francisci, Sintesi storica del diritto romano, p.51.
  2. ^ a b c d Pietro De Francisci, Sintesi storica del diritto romano, p.53.
  3. ^ a b c d e f Pietro De Francisci, Sintesi storica del diritto romano, p.52.
  4. ^ a b c Byrd, p.33.
  5. ^ a b c d Taylor, 3, 4.
  6. ^ a b Abbott, p. 250.
  7. ^ a b Abbott, p. 253.
  8. ^ a b Lintott, p. 42.
  9. ^ Abbott, p. 251.
  10. ^ Abbott, p. 252.
  11. ^ a b c Taylor, p. 2.
  12. ^ a b Lintott, p. 44.
  13. ^ a b Taylor, p. 63.
  14. ^ Taylor, p. 7.
  15. ^ Lintott, pp. 44-45.
  16. ^ Lintott, p. 45.
  17. ^ Taylor, 16
  18. ^ Lintott, p. 46.
  19. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 38, 15.
  20. ^ Lintott, pp. 46-47.
  21. ^ Lintott, p. 48.
  22. ^ Varrone, De Lingua latina, V, 155; Festo, De verborum significatu, 174.
  23. ^ Tacito, Annales, XII, 24.
  24. ^ Not. Reg., X.
  25. ^ CIL VI, 975.
  26. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXIX, 11.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne
  • Abbott, Frank Frost, A History and Description of Roman Political Institutions. Elibron Classics 1901, ISBN 0-543-92749-0.
  • Botsford, George Willis, The Roman Assemblies. From their Origin to the End of the Republic, New York 1909.
  • Byrd, Robert, The Senate of the Roman Republic, U.S. Government Printing Office 1995, Senate Document pp. 103–123.
  • De Francisci, Pietro, Sintesi storica del diritto romano, Roma 1968.
  • Lintott, Andrew (1999). The Constitution of the Roman Republic. Oxford University Press 1999, ISBN 0-19-926108-3.
  • Taylor, Lily Ross, Roman Voting Assemblies: From the Hannibalic War to the Dictatorship of Caesar, The University of Michigan Press 1966, ISBN 0-472-08125-X.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]