Socii e foederati

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Col termine foederati o foederate civitates si indicavano i popoli o le città legate a Roma da un trattato (foedus) di alleanza.

Origine del termine[modifica | modifica sorgente]

Col termine foederati o foederate civitates si indicavano i popoli o le città legate a Roma da un trattato (foedus) di alleanza. Prima della fondazione di Roma si era creata nel Lazio una confederazione di città latine con capitale Alba Longa, aventi una comunanza di lingua, religione e costumi. Il cittadino, ove si trovasse in ciascuna delle città federate, godeva degli stessi diritti e doveri:

  • ius hospitalitatis (migrationis): il cittadino federato aveva il diritto di essere accolto e rispettato in ogni città federata, e in generale godeva degli stessi diritti e doveri del cittadino di quella città, tranne che per casi particolari;
  • ius commercii: ogni cittadino federato poteva commerciare liberamente e aveva diritto di proprietà in ciascuna città federata come se fosse la propria;
  • ius connubi: ogni cittadino federato poteva sposarsi con qualunque donna della federazione e parimenti godeva della paternità della propria prole;
  • ius reciperationis: qualora un cittadino federato vedeva lesi i propri diritti, poteva invocare una riparazione e una protezione per il futuro.[1]

Evoluzione del significato[modifica | modifica sorgente]

Età repubblicana[modifica | modifica sorgente]

Sin dagli albori, Roma si trovò in conflitto con la confederazione dei Latini. Sconfitta da prima Alba Longa, sottomise via via tutte le città confederate, dominando alla fine l'intero Lazio. In seguito Roma continuò a rispettare i privilegi dei Latini tramite la ius Latii, mettendosi semplicemente a capo di essa.

Dopo la sconfitta dei Sanniti, di Pirro e della Gallia Cisalpina, Roma controllava l'Italia intera.

Tutti i popoli italici, con alcune eccezioni, vennero considerati socii populi romani o foederati. I latini preservavano però la loro peculiarità anche nel nome, essendo distinti quando appellati nell'insieme, come socii et nomen latinum, ossia i soci e il popolo latino. Roma stessa aveva origini latine e questa era ragione sufficiente a conservare la ius Latii. Ad alcune città latine venne concessa anche la civitas sine suffragio, ossia la cittadinanza romana ma senza la possibilità di voto.

Fra i federati non venivano considerati i galli cisalpini, che costituivano invece provincia. Di diversi privilegi godevano anche le colonie a seconda che fossero romane o latine. Il diverso grado di privilegi, concessi da Roma alle città italiche, diedero luogo a risentimenti e rivendicazioni, che sfociarono nella Guerra Sociale (90-88 a.C.).

Durante questo periodo furono emanate due leggi che concedevano cittadinanza romana a tutti coloro che accettassero di deporre le armi contro Roma: la Lex Iulia De Civitate Cum Sociis Comunicanda del 90 a.C. e la Lex Plautia Papiria dell'89 a.C.

In seguito socii e foederati assunsero significati diversi: i socii Latini nominis erano gli alleati che facevano parte della Lega Latina, ben distinti dai socii italici.

Essi avevano l'obbligo di mandare, quando richiesto, truppe, soldi, grano, navi o qualsiasi altra cosa Roma domandasse. Inizialmente potevano o no mantenere le proprie leggi. Ciò dipendeva spesso dal modo in cui queste città o popoli entravano sotto il dominio di Roma. Ma con l'andar del tempo, tutte assunsero progressivamente le leggi di Roma.[2]

Il numero delle truppe che i socii dovevano inviare era stabilito dal senato tramite una formula che dipendeva dalla capacità demografica della singola città. Spettavano invece al console il luogo del raduno delle truppe, il tempo e le modalità d'impiego.

In un'armata consolare il numero di truppe schierate dai socii era pari a quello dei romani, mentre i cavalieri erano di numero triplo, anche se queste proporzioni non sempre venivano rispettate. Il console nominava dodici prefetti tra i socii, con poteri corrispondenti a quelli dei tribuni militari romani. Dall'armata fornita dai socii veniva prelevato un terzo dalla cavalleria e un quinto dalla fanteria. Questa soldati prendevano il nome di extraordinarii e venivano usati per casi particolari. Il resto veniva diviso in due e formavano le ali dello schieramento.

Il legionario proveniente dai socii prendeva lo stesso salario del romano, mentre il cavaliere un terzo in meno. Ogni città provvedeva al salario e alle forniture di armi e vestiario del proprio cittadino, nominando questori e furieri per la distribuzione. In caso di vittoria i bottini di guerra erano divisi senza distinzione, compresa la spartizione di terre.

I socii erano obbligati a mantenere l'esercito, che sostava presso di loro, con cibo e alloggi, e a fornire cibo di riserva quando partivano. Le città che rifiutavano questo obbligo potevano perdere lo status di socii, fino a vedersi revocare l'onore di servire con le armi o anche la libertà. Dopo l'emanazione della Lex Iulia i rapporti con i socii italici cessarono di essere dominanti. Verso la fine della Repubblica, molti socii lo erano solo di nome, essendo ai fini pratici completamente soggetti a Roma.

Età imperiale[modifica | modifica sorgente]

Rimanevano però i rapporti con gli alleati esteri. Questi erano di due tipi:

  • foedus aequum: nel caso di legami con città con cui non si era entrati in guerra, o che la guerra non avesse prodotto una vittoria;
  • foedus iniquum: nel caso di alleanza dovuta a sconfitta, nel qual caso dovevano accordare ogni richiesta venisse da Roma.

I foederati avevano il diritto di dissodare e coltivare la terra incolta entro i confini dell'Impero e ne potevano godere i frutti a patto di difendere le terre dove si erano insediati. Tale trattato lasciava liberi i popoli che stipulavano l'accordo, obbligandoli solo a fornire milizie ausiliarie e a non concludere alleanze con altri popoli. I soldati provenienti dai socii esteri non facevano parte dei legionari, ma delle forze ausiliare con armi leggere. Inizialmente, il tributo romano prendeva la forma di denaro o cibo, ma con il diminuire delle entrate fiscali nel IV e V secolo, i foederati venivano ricompensati con la proprietà del territorio locale, il che equivaleva al permesso di insediarsi sul territorio romano. La pressione sui confini era dovuta anche a ragioni climatiche, che avevano innescato un effetto "domino" a partire dalle popolazioni che vivevano più a nord-est, obbligandole a spostarsi per via del raffreddamento e l'inaridirsi dei pascoli.

Teodosio e i Goti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra gotica (376-382).

Nel 376 i Visigoti, scacciati dalle loro sedi dagli attacchi degli Unni, chiesero all'Imperatore Valente il permesso di stabilirsi sulla riva sud del Danubio e vennero accettati nell'Impero come foederati. Fino a quel momento, i Foederati erano esclusivamente extra fines, ovvero continuavano a risiedere al di fuori dei confini dell'Impero, impegnandosi a non invadere l'Impero e anzi aiutarlo contro incursioni di altre popolazioni barbariche, costituendo dunque una prima linea di difesa avanzata.[3] Fino a quel momento, vi erano stati casi (deditio) in cui l'Impero aveva accolto intra fines, cioè all'interno dei confini, delle popolazioni barbariche, insediandoli come contadini non liberi in zone di confine desolate, ma in tal caso i Romani, per precauzione, disperdevano i popoli insediati per deditio in modo da distruggere la loro coesione e renderli facilmente controllabili.[3] Nel caso dei Visigoti ciò non fu fatto: ad essi fu permesso di mantenere la loro coesione tribale all'interno dell'Impero, costituendo così il primo caso di Foederati intra fines, ovvero Foederati insediati all'interno dei confini dell'Impero.

Due anni dopo i Visigoti, insorti, sconfissero i Romani nella Battaglia di Adrianopoli. La grave sconfitta subita costrinse l'Impero Romano ad affidarsi maggiormente ai foederati. Teodosio I, il successore di Valente in Oriente, si trovò in notevoli difficoltà quando tentò di ricostituire in tempi brevi un esercito nazionale: le resistenze dei proprietari terrieri a permettere ai propri contadini di svolgere il servizio militare (soprattutto per il timore di perdere manodopera) e la scarsa volontà da parte dei romani stessi a combattere (le leggi romane del tempo lamentano che molti, pur di non essere reclutati, arrivavano persino a mutilarsi le dita della mano) lo costrinsero a fare sempre maggior affidamento sui barbari.[4] Zosimo narra infatti che Teodosio I reclutò molti barbari da oltre Danubio per ricostituire il suo esercito.[5] Alcuni si rivelarono anche fedeli all'Impero, come Modare, grazie a cui, secondo Zosimo, la Tracia poté ritrovare un po' di quiete dopo i saccheggi nemici.[6] La fedeltà di molti di questi barbari reclutati da Teodosio, molti dei quali di origine gotica e quindi connazionali dei barbari che avrebbero dovuto combattere per conto dell'Impero, era però dubbia, e di questo ne era consapevole lo stesso Teodosio, il quale, prudentemente, trasferì parte dei Barbari in Egitto, e trasferì le legioni dell'Egitto in Tracia.[5] L'esercito, riempito di barbari e caduto nel disordine più totale, non poté che perdere un'altra battaglia contro i Goti: probabilmente informati dai loro connazionali che servivano nell'esercito di Teodosio I, i Goti saccheggiatori dei Balcani assalirono l'esercito di Teodosio che stava volgendo verso di loro, infliggendo all'Imperatore una sconfitta nei pressi di Tessalonica (estate 380), nella quale Teodosio stesso scampò a stento alla cattura.[7] L'intervento delle truppe romano-occidentali inviate dall'Imperatore d'Occidente Graziano costrinse però i Goti a ritirarsi in Tracia, dove negoziarono un trattato di pace con Teodosio I.[8] L'Imperatore si era reso conto che non poteva sconfiggere i Goti in battaglia, e dunque dovette firmare una pace di compromesso con essi. I Goti, con il trattato del 3 ottobre 382, divennero foederati di Roma: si stanziavano in territorio imperiale, nell'Illirico orientale, sotto il comando dei loro capi e non erano obbligati a versare tasse all'Impero; in cambio si impegnavano a fornire truppe all'esercito romano-orientale in caso di necessità.[9] Temistio, retore di Costantinopoli, in un discorso pronunciato nel gennaio 383 al senato bizantino, cercò di raffigurare come "vittoria romana" il trattato di pace (foedus) tra l'Impero e i Goti, nonostante ai Goti fossero state concesse condizioni favorevoli senza precedenti. In tale discorso, Temistio argomentò che Teodosio, mostrando come virtù il perdono, invece di vendicarsi dei Goti sterminandoli in battaglia, decise invece di stringere un'alleanza con essi, ripopolando così la Tracia, devastata dalla guerra, di contadini goti al servizio dell'Impero; Temistio concluse il discorso rammentando come i Galati fossero stati assimilati, con il passare dei secoli, dalla cultura greco-romana ed esprimendo la convinzione che sarebbe accaduto lo stesso con i Goti.[10]

L'Imperatore Teodosio proteggeva i Goti e concedeva loro molti privilegi, in modo da prevenire una loro nuova rivolta. Zosimo narra che i Goti stanziati in Tracia settentrionale, nelle province della Scizia, erano più pagati e onorati delle truppe regolari, ricevendo fastosi doni dall'Imperatore come collane d'oro.[11] Malgrado fossero molto ben trattati, tuttavia, invece di essere grati degli ampi privilegi ricevuti, continuavano a disprezzare le truppe romane e ad insultarle, secondo almeno l'opinione di Zosimo, prevenuto nei loro confronti.[11] Nel 386 Geronzio, comandante della guarnigione di Tomi, temendo che i foederati tramassero qualche insidia a danni della città, uscì dalla città con le sue truppe e li assalì, uccidendone molti e costringendo i rimanenti a rifugiarsi in una chiesa.[11] Teodosio, tuttavia, per prevenire lo scoppio di una nuova rivolta tra i Goti, punì Geronzio, accusandolo di averli assaliti al solo fine di impadronirsi dei doni imperiali inviati ai foederati goti per mantenerli fedeli all'Impero (tra cui spiccavano le collane d'oro); Geronzio ribatté all'accusa facendo notare di aver subito consegnato al fisco quelle collane d'oro e di non essersele quindi tenute per sé, e rammentò i ladronecci e le molestie che a suo dire i Goti avrebbero recato agli abitanti della regione, ma Teodosio non cambiò idea: confiscati i suoi averi, li distribuì agli eunuchi di corte.[11]

Nel 387 la popolazione di Costantinopoli linciò un soldato goto perché reo di presunte scorrettezze commesse durante la distribuzione di annona: Teodosio condannò l'atto, perché, a dire dell'oratore Libanio, avrebbe potuto costituire una provocazione per i Goti, e minacciò, per punizione, di sospendere le distribuzioni di annona; dimostrando poi clemenza, Teodosio perdonò i cittadini.

Teodosio tentava di assicurarsi la fedeltà dei foederati goti con doni e banchetti.[12] Malgrado ciò, erano sorte due fazioni tra i foederati goti: quella capeggiata da Eriulfo intendeva rompere il trattato di alleanza con l'Impero e invaderlo, mentre quella capeggiata da Fravitta intendeva continuare a servire fedelmente l'Impero in battaglia.[12] Eunapio narra che:

« Nei primi anni del regno di Teodosio, scacciata la scitica nazione dalle sue sedi per le armi degli Unni, i capi delle tribù più distinte per nascita e dignità, si rifugiarono presso i Romani; ed avendoli l’imperatore innalzati a grandi onori, poiché si videro ormai abbastanza forti, incominciarono a litigare fra di loro; infatti, mentre alcuni si accontentavano dell’ attuale prosperità, altri, al contrario, sostenevano che bisognava mantenere il patto che si erano fatti scambievolmente nella loro patria, nè violare in alcun modo que’ patti , che erano però iniquissimi ed oltre misura crudeli; questi patti consistevano nell'ordire contro i Romani, e nel nuocere loro con ogni artifizio ed inganno , malgrado fossero da essi colmati di benefici, finché non si fossero impadroniti di tutto lo Stato. Vi erano dunque due partiti opposti: l’ uno equo ed onesto, cioè favorevole ai Romani, e l’altro totalmente avverso; ma ambedue tenevano occulti i loro disegni, mentre dall’altro canto non cessava l’imperatore di onorarli, ammettendoli alla sua mensa e permettendo loro libero l’accesso alla reggia. »

Durante un banchetto con Teodosio I, i due litigarono al punto che Fravitta giunse ad uccidere Eriulfo; i seguaci di Eriulfo tentarono di uccidere Fravitta, ma furono fermati dalle guardie del corpo dell'Imperatore.[12]

A conferma che la fedeltà dei Foederati goti era assai dubbia, nel 388 l'usurpatore occidentale Magno Massimo riuscì a corromperne molti, spingendoli a rivoltarsi a Teodosio I e a devastare i Balcani; Teodosio I, prima di procedere contro Magno Massimo, riuscì però a sconfiggere i Goti ribelli, disperdendoli per i boschi.[13] Tornato a Costantinopoli dopo la sconfitta dell'usurpatore, nel 391, Teodosio I scoprì che, durante la sua permanenza in Italia, alcuni foederati Goti si erano rivoltati, devastando ancora una volta le province balcaniche. Teodosio marciò alla testa delle sue armate per reprimere la rivolta, e inizialmente ebbe la meglio sui Goti; di fronte alla controffensiva gota, Teodosio ebbe però la peggio e si salvò solo per l'intervento tempestivo dei rinforzi condotti dal generale Promoto, che repressero la rivolta.[14] Alcuni studiosi hanno congetturato che questa rivolta dei Goti fosse stata condotta da Alarico.

Teodosio riuscì comunque a ricondurre all'obbedienza i Foederati goti e a spingerli a prendere parte alla campagna militare contro l'usurpatore occidentale Eugenio. Le truppe di Foederati barbari, secondo Zosimo, furono affidate al goto Gainas, all'alano Saul e all'armeno Bacurio. Alla campagna ebbe un ruolo di comando almeno su parte dei Foederati Goti anche Alarico, a cui Teodosio aveva promesso un ruolo di comando nell'esercito romano in caso di successo. I Goti alla fine risultarono decisivi nella battaglia del Frigido, nella quale subirono perdite consistenti, contribuendo alla sconfitta dell'usurpatore occidentale Eugenio.[15]

La crisi germanica e la sua risoluzione in Oriente[modifica | modifica sorgente]

Spentosi Teodosio I, la situazione in Oriente si aggravò sempre di più, con i capi germanici dell'esercito che cospiravano contro lo stato per aumentare sempre di più la loro ingerenza. I foederati Visigoti che servivano nell'esercito romano, scontenti per le perdite subite nella battaglia del Frigido e lamentando l'interruzione dei sussidi, si rivoltarono eleggendo loro capo uno di loro, Alarico: costui aveva finora servito nell'esercito romano ed aveva anch'egli motivi per rivoltarsi, essendogli stata promessa da Teodosio I la carica di magister militum, promessa poi non mantenuta.[16] Vi furono anche sospetti di collusione tra i Goti e il prefetto del pretorio d'Oriente Flavio Rufino, comunque non provati.[16][17] Il resoconto di Zosimo sui saccheggi dei Goti di Alarico nei Balcani è ingarbugliato, e parrebbe aver fuso gli avvenimenti di due campagne distinte (una nel 395 e un'altra nel 396) in una sola: certo è, comunque, che i Visigoti devastarono senza opposizione la Tracia e la Macedonia forse anche con la complicità di alcuni generali romani traditori.[16][18] Alla fine Eutropio, il nuovo primo ministro di Arcadio, imperatore d'Oriente, fu costretto a nominare Alarico magister militum per Illyricum, pur di porre fine alla rivolta.

Secondo Sinesio, oratore romano-orientale, era necessario che l'esercito tornasse ad essere veramente romano e non più composto in buona parte da truppe germaniche a rischio continuo di rivolta: affermò che, «anziché sopportare ancora che i Goti portino le armi, bisognerebbe andare a chiedere ai nostri campi gli uomini capaci di difenderli», ma Arcadio, almeno inizialmente, non gli diede ascolto. Sinesio narra, forse riferendosi proprio ad Alarico, che alcuni comandanti barbari erano giunti a cotanto potere da, una volta «spogliatosi della pelliccetta di cui era coperto» e indossata una toga, entrare in senato e discutere «l’ordine del giorno insieme ai magistrati dei Romani, col console che gli offre il posto d’onore accanto a sé, mentre quelli che ne avrebbero diritto stanno dietro. Questi tali, poi, per poco che siano usciti dal senato, si rimettono subito le pellicce, e quando incontrano i loro soci si mettono a ridere della toga, dicendo che con quella addosso non si riesce a sguainare la spada». Intorno sempre a questo periodo anche Sulpicio Severo si lamentò dell'imbarbarimento dell'esercito, sostenendo che fosse stato un errore ammettere in territorio romano orde di barbari che avevano solo finto di sottomettersi, con la conseguenza che gli eserciti e le città dell'Impero si erano riempiti di barbari che, pur vivendo in mezzo ai Romani, non si adattavano ai loro costumi, ma mantenevano i propri.

Nel frattempo Gainas, generale goto al servizio di Costantinopoli, tramando di impossessarsi del controllo dello stato, si alleò con Tribigildo, un comandante di foederati greutungi stanziati in Asia Minore, sobillandolo a rivoltarsi e a devastare l'Asia Minore.[19] Claudiano, panegirista di Stilicone, commentò amaramente che i foederati ribelli di Tribigildo «erano stati fino a poco prima una legione romana, a cui avevamo concesso dei diritti dopo averli vinti, a cui avevamo dato campi e case». Arcadio e Eutropio affidarono il comando della guerra ai generali Gainas e Leone, non pensando che Gainas fosse in combutta con Tribigildo.[20] Gainas provvedette a sabotare, facendo il doppio gioco, tutti i tentativi da parte dei Romani di fermare i saccheggi di Tribigildo in Asia Minore, costringendo Arcadio a negoziare con il ribelle.[21] Tribigildo richiese che Eutropio cadesse in disgrazia e Arcadio acconsentì, comandando la sua esecuzione; furono esiliati inoltre diversi uomini illustri sgraditi a Gainas.[22] Ben presto però si ebbe una rivolta antigermanica nella capitale: sospettando che Gainas intendesse attaccare la capitale con le truppe germaniche per impossessarsi stabilmente del potere, i soldati romani, per ordine dell'Imperatore, uccisero tutti i soldati barbari di Gainas presenti nella Capitale (probabilmente più di 7.000).[23] Gainas, per tutta risposta, con i soldati rimasti, devastò le campagne della Tracia, progettando di invadere l'Asia Minore attraversando l'Ellesponto.[23] I piani di Gainas però fallirono perché l'Imperatore affidò l'esercito a Fravitta, un generale gotico che finora aveva sempre servito fedelmente l'Impero.[24] Fravitta distrusse le zattere che Gainas aveva fatto costruire per attraversare con il suo esercito l'Ellesponto, sconfiggendo così le truppe di Gainas in questa battaglia navale e impedendo loro di giungere in Asia Minore.[25] Gainas tentò di attraversare il Danubio con le truppe rimanenti, ma fu catturato e ucciso dagli Unni di Uldino.[25] Fravitta fu ricompensato con la nomina a console, ma, accusato di tradimento, fu poco tempo dopo giustiziato.[25] L'Impero d'Oriente si era così liberato della minaccia barbarica all'interno dell'esercito. Ruppe il trattato che aveva stretto con Alarico sotto Eutropio destituendolo dalla carica di magister militum per Illyricum. Alarico dovette quindi volgere la sua attenzione ad Occidente, dato che non era più gradito in Oriente.

I Goti si spostano in Occidente[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra gotica (402-403) e Sacco di Roma (410).
Migrazione principale dei Visigoti

Sfruttando l'irruzione in Rezia e Norico dei Vandali e di altri barbari, Alarico invase l'Italia, probabilmente nel novembre 401. Determinato a non ritornare in Illiria, ma ad ottenere un insediamento per il suo popolo (i Visigoti) sul suolo italico, portò con sé tutto il suo popolo e le spoglie ottenute dai saccheggi in Oriente. Occupate le Venezie, Alarico diresse il suo esercito in direzione di Milano, capitale dell'Impero romano d'Occidente, con l'intento di espugnarla. Fu però sconfitto a Stilicone a Pollenzo e a Verona e spinto al ritiro. Stilicone aveva spinto Alarico al ritiro accettando di assoldare le sue truppe come foederati: concesse loro di occupare terre in Dalmazia e in Pannonia, e garantì ad Alarico il titolo di governatore militare dell'Illirico occidentale. Stilicone intendeva ora impiegare Alarico come alleato contro l'Impero d'Oriente.

In vista della progettata campagna contro l'Impero d'Oriente, Stilicone rifiutò di riconoscere il console romano-orientale per l'anno 405 e vietò alle navi romano-orientali l'accesso ai porti romano-occidentali; al contempo, si mise in contatto con Alarico, ordinandogli di invadere l'Epiro, all'epoca sotto la giurisdizione di Costantinopoli, e attendere in quella provincia l'arrivo delle truppe di Stilicone. Le intenzioni di Stilicone erano evidentemente di costringere Arcadio a restituire all'Occidente romano l'Illirico orientale per poi concedere ad Alarico il governo militare delle province conquistate, con la carica di magister militum per Illyricum. Proprio in vista dell'auspicato ritorno dell'Illirico orientale sotto la giurisdizione della parte occidentale, Stilicone aveva già eletto il prefetto del pretorio dell'Illirico, Giovio, ancora prima che le operazioni cominciassero effettivamente. L'invasione dell'Italia da parte di Radagaiso, avvenuta nel corso del 405-406, e l'invasione della Gallia del 406-407 (sia da parte di Vandali, Alani e Suebi, che da parte delle truppe ribelli sotto il comando dell'usurpatore Costantino III), trattennero Stilicone dal raggiungere Alarico in Epiro, e alla fine la spedizione fu annullata.

Alarico, arrabbiato per l'annullamento della spedizione senza che avesse ricevuto alcuna ricompensa o almeno un rimborso spese per il mantenimento delle sue truppe per tutto il tempo che era rimasto in Epiro in attesa di Stilicone, decise di marciare in Norico, da dove minacciò un attacco all'Italia nel caso il governo di Onorio non gli avesse pagato 4.000 libbre d'oro, da intendersi come rimborso spese per tutto il tempo in cui i Visigoti avevano occupato per conto dell'Impero d'Occidente l'Epiro, e avevano atteso lì Stilicone, senza ricevere né stipendi, né compensi di altra forma per i servigi che stavano prestando in favore di Stilicone.[26] Il senato si riunì e sembrava preferire la guerra al pagamento degli arretrati alle truppe mercenarie gotiche comandate da Alarico, quando intervenne Stilicone che spiegò che Alarico era intervenuto in Epiro per assistere l'Impero d'Occidente nel tentativo di recuperare l'Illirico orientale e che la spedizione avrebbe avuto successo se Onorio non avesse annullato la spedizione persuaso in ciò da Serena, moglie di Stilicone, che mirava, contrariamente ai piani del marito, alla concordia tra le due parti dell'Impero; Stilicone concluse il discorso asserendo che Alarico rivendicava a ragione il pagamento proprio per i servigi resi all'Impero d'Occidente nell'Illirico.[26] Il senato, di fronte alla superiore autorità di Stilicone, fu persuaso a malavoglia ad accettare di versare il tributo ad Alarico, ma non tutti si sottomisero: un senatore di nome Lampadio affermò audacemente che il pagamento ad Alarico non era "una pace ma un trattato di servitù", per poi rifugiarsi in chiesa timoroso delle insidie di Stilicone.[26]

Stilicone, a questo punto, intendeva utilizzare i foederati goti di Alarico per recuperare il controllo della Gallia, in quel momento in mano dell'usurpatore Costantino III, nonché devastata da Vandali, Alani e Suebi.[27] A tal fine, in un incontro avvenuto a Bologna con Onorio, ricevette dall'Imperatore una lettera da consegnare ad Alarico, in cui gli veniva affidato il compito di combattere, al servizio di Onorio, l'usurpatore gallico Costantino III, nonché Vandali, Alani e Svevi.[27] Stilicone rassicurò Onorio che lui stesso si sarebbe recato a Costantinopoli per mettere al sicuro la successione di Teodosio II, succeduto da poco tempo ad Arcadio.[27] Dopo che Onorio partì alla volta di Pavia, Stilicone esitò a partire per Costantinopoli.[28] Nel frattempo, la fazione della corte di Onorio contraria alla politica filogotica e antibizantina di Stilicone, capeggiata dal cortigiano Olimpio, decise di passare all'azione per provocare la rovina di Stilicone.[28] Olimpio intendeva provocare una rivolta dell'esercito romano radunato a Pavia in vista della prevista campagna in Gallia contro l'usurpatore Costantino III: il cortigiano intrigante insinuò di fronte all'Imperatore e alle truppe che Stilicone fosse la causa di tutte le calamità che stavano flagellando l'Impero.[28] Lo accusò di stare brigando con Alarico, di aver sobillato i Vandali, gli Alani e gli Svevi a invadere la Gallia e di avere intenzione di recarsi a Costantinopoli per detronizzare Teodosio II e porre al suo posto sul trono romano-orientale suo figlio Eucherio; inoltre, insinuò che, ben presto, avrebbe sfruttato l'indebolimento dell'Impero per detronizzare Onorio stesso e divenire così il padrone assoluto di entrambe le parti dell'Impero.[28] L'esercito di Pavia, sobillato da Olimpio, si rivoltò, mettendo a sacco la città e giustiziando i principali sostenitori di Stilicone.[28] Onorio, convinto da Olimpio della fondatezza delle accuse di tradimento che pendevano su Stilicone, ordinò alle truppe di Ravenna di catturarlo e giustiziarlo.[29] Stilicone fu giustiziato il 23 agosto del 408 per opera di Eracliano.[29]

In seguito all'esecuzione di Stilicone, tutti i partigiani, sostenitori e parenti di Stilicone finirono per essere trascinati nella sua rovina.[30] In seguito alla presa di potere da parte di Olimpio, che con la nomina a magister officiorum era da poco diventato il primo ministro di Onorio, assunse il controllo dello stato la fazione antibarbarica contraria all'imbarbarimento dell'esercito e alla negoziazione con Alarico: ciò, tuttavia, provocò effetti deleteri per l'Impero, con un indebolimento dell'esercito.[30] Il massacro delle famiglie dei guerrieri mercenari assoldati da Stilicone, attuato dai soldati romani forse sobillati da Olimpio, non fece altro che spingere i suddetti mercenari a disertare e aggregarsi all'esercito di Alarico, chiedendo al re visigoto di vendicare il massacro delle loro famiglie dovuto all'infidia e all'ingratitudine dei Romani.[30] Alarico ebbe così il pretesto per invadere di nuovo l'Italia al fine di ottenere condizioni sempre più favorevoli per i suoi guerrieri mercenari ricattando il governo di Ravenna: Alarico rivendicava in particolare un insediamento permanente all'interno dell'Impero per i suoi guerrieri mercenari e per le famiglie al loro seguito. Prima di invadere la penisola, decise però di tentare di ottenere per via diplomatica ciò che bramava prima di essere costretto ad impugnare le armi per ottenerlo con la forza.[31] Visto ogni tentativo diplomatico fallire, Alarico decise di invadere l'Italia senza nemmeno attendere l'arrivo delle truppe gotiche alla testa del cognato Ataulfo.[31] Nonostante l'invasione fosse ormai immanente, Olimpio trascurò ogni tentativo di arginarla congedando dall'esercito un generale di grande talento come Saro semplicemente perché di origini gotiche, mentre al contrario affidò le armate a comandanti inetti del calibro di Turpilione, Varane e Vigilanzio.[31] Il risultato fu che Alarico avanzò senza opposizione fino a Roma, che assediò per diverso tempo senza che l'Urbe ricevesse aiuti di ogni sorta da Ravenna, e levando l'assedio solo dietro versamento di un tributo da parte delle autorità cittadine. Prima di procedere al versamento del tributo, il senato romano inviò un'ambasceria a Onorio, per indurlo a negoziare una pace con Alarico: quest'ultimo pretendeva dallo stato romano non solo denaro, ma anche la cessione in ostaggio di alcuni figli di persone di illustre rango; in cambio di ciò, i Visigoti di Alarico non avrebbero più guerreggiato lo stato romano, ma sarebbero passati al suo servizio, divenendo così confederati e alleati dell'esercito romano.[32] Avendo ricevuto l'assenso di Onorio, il senato procedette a versare il tributo ad Alarico.[32] Olimpio si oppose però alla prosecuzione delle trattative, con il risultato che Alarico riprese a minacciare Roma, al punto che gli abitanti della Città Eterna non avevano più la libertà di uscire dalle mura.[33] Il senato romano, messo alle strette da Alarico, decise di inviare una nuova ambasceria presso Onorio, a cui si unirono Papa Innocenzo ed alcuni visigoti inviati da Alarico come scorta per difendere l'ambasceria da eventuali attacchi nemici durante il viaggio.[33] Mentre l'ambasceria era dall'Imperatore, a Ravenna giunse la notizia che l'esercito visigoto condotto dal cognato di Alarico, Ataulfo, aveva oltrepassato le Alpi Giulie invadendo la Penisola; in seguito al fallimento da parte di Olimpio di impedire ad Ataulfo di ricongiungersi con Alarico rinforzando così il suo esercito, gli eunuchi di corte accusarono Olimpio per tutte le calamità che stavano colpendo l'Impero romano d'Occidente, ottenendo la sua destituzione.[34]

Il nuovo primo ministro di Onorio, il prefetto del pretorio Giovio, riprese le negoziazioni con Alarico, che ebbero luogo a Rimini.[35] Le richieste di Alarico erano un tributo annuale in oro e in grano, e lo stanziamento dei Visigoti in Norico, Pannonia e nelle Venezie.[35] Giovio inviò le richieste di Alarico per iscritto all'Imperatore, suggerendogli inoltre di nominare Alarico magister militum, nella speranza che ciò sarebbe bastato per convincere Alarico ad accettare la pace a condizioni meno gravose per lo stato romano.[35] Onorio, letta la lettera, rimproverò Giovio per la sua temerarietà, sostenendo che sarebbe stato disposto a versare ad Alarico un tributo annuale, ma che mai e poi mai avrebbe accettato di nominare Alarico magister militum.[35] Quando Alarico venne a sapere che Onorio aveva rifiutato di nominarlo magister militum, sentendosi insultato, ruppe ogni trattativa e si diresse di nuovo verso Roma.[36] Durante la sua avanzata verso l'Urbe, però, Alarico cambiò idea, arrestando la sua marcia, e inviando ambasciatori a Ravenna per negoziare una nuova pace a condizioni più moderate delle precedenti: in cambio di un modesto tributo in grano e lo stanziamento dei Visigoti nella poco prospera provincia del Norico, Alarico avrebbe accettato la pace con lo stato romano.[37] Anche questa volta le richieste di Alarico vennero respinte, e il re dei Visigoti fu dunque costretto ad assediare per la seconda volta Roma (409).[38]

Raffigurazione del Sacco di Roma condotto dai Visigoti di Alarico nel 410.

Verso la fine del 409, Alarico assediò per la seconda volta Roma, minacciando di distruggerla a meno che gli abitanti della città non si fossero rivoltati contro Onorio e avessero eletto un imperatore fantoccio sotto il controllo dei Visigoti.[39][40] Il senato romano, essendo conscio che se non avessero accettato le condizioni di Alarico, Roma sarebbe stata distrutta, dopo una lunga discussione, accettò di far entrare Alarico in città e di nominare un imperatore fantoccio sotto il controllo dei Visigoti, il prefetto della città Prisco Attalo.[40][41] Attalo nominò come propri generali Alarico e Valente, che un tempo era al comando delle truppe di Dalmazia.[41] Ataulfo, cognato di Alarico, fu nominato, comandante della cavalleria domestica.[40] Lampadio fu nominato prefetto della corte e Marciano prefetto della città.[41] Il giorno dopo, Attalo rivolse al senato un discorso pieno di arroganza con le quali dichiarava che avrebbe sottomesso il mondo intero per Roma, comprese le province dell'Impero d'Oriente.[40][41] Alarico consigliò Attalo di inviare un esercito di barbari condotti dal visigoto Drumas in Africa per rovesciare Eracliano e sottomettere l'Africa.[41] Attalo rifiutò però di affidare il comando della spedizione a un barbaro e lo affidò a un certo Costante.[40][41] Nel frattempo, Attalo, inviò un esercito in direzione di Ravenna per detronizzare l'Imperatore legittimo Onorio.[40][41] L'assedio, tuttavia, fallì per l'arrivo provvidenziale da Costantinopoli di truppe romano-orientali, che difesero efficacemente la città dall'assedio.[40][42] Nel frattempo, anche in Africa, l'armata di Costante era stata infatti sconfitta da Eracliano.[43] Giovio inoltre riuscì a persuadere Alarico che se Attalo si fosse impadronito di Ravenna e avesse rovesciato Onorio, avrebbe ucciso proprio il re visigoto.[43] Di fronte al rifiuto da parte di Attalo di inviare un esercito di Visigoti in Africa per sottometterla, nonché alle calunnie mosse nei confronti dell'usurpatore da parte di Giovio, Alarico, avendone abbastanza dei tentennamenti di Attalo, condusse Attalo a Rimini e qui lo privò del trono, spogliandolo di diadema e porpora che inviò all'Imperatore Onorio.[40][44] Ma, pur riducendolo a cittadino privato, lo mantenne accanto a sé, fino a quando l'Imperatore Onorio non l'avrebbe perdonato.[45][44] Alarico procedette quindi in direzione di Ravenna per discutere la pace con Onorio; ma fu attaccato all'improvviso dal generale romano-goto Saro, che stazionava con circa 300 soldati nel Piceno: ritenendo che un trattato di pace tra Visigoti e Romani non gli sarebbe stato di alcun vantaggio, Saro attaccò l'esercito di Alarico, rompendo ancora una volta le trattative di pace e spingendo Alarico ad assediare per la terza volta Roma, che espugnò e saccheggiò per tre giorni (24 agosto 410).[46][47] Alarico perì alcuni mesi dopo in Calabria senza essere riuscito nell'impresa di ottenere un insediamento permanente per il suo popolo: ogni tentativo di negoziazione con Onorio (nel corso dei quali Alarico aveva proposto come provincia dove stabilirsi in cambio della pace il Norico) era fallito.

Il suo successore, Ataulfo, portò i Goti in Gallia nel 412, dopo aver devastato per altri due anni l'Italia "come locuste", e portando con sé come ostaggi Galla Placidia, sorella dell'Imperatore, e Prisco Attalo, un patrizio eletto da Alarico come Imperatore fantoccio dei Visigoti salvo poi deporlo. Nel 414 Ataulfo sposò la sorella di Onorio, Galla Placidia, tenuta in ostaggio prima da Alarico e poi da Ataulfo stesso fin dai giorni del sacco di Roma.[48][49][50] Secondo Orosio, Ataulfo:

« ...preferì combattere fedelmente per l'Imperatore Onorio e impiegare le forze dei Goti per la difesa dello stato romano... Sembra che in un primo momento desiderasse combattere contro il nome romano e rendere tutto il territorio romano un impero gotico di nome e di fatto, in modo che, per usare espressioni popolari, la Gothia avrebbe preso il posto della Romània, ed egli, Ataulfo, sarebbe diventato un nuovo Cesare Augusto. Avendo scoperto dall'esperienza degli anni che i Goti, a causa della loro barbarie..., erano incapaci di ubbidire alle leggi, e ritenendo che lo stato non dovrebbe essere privato di leggi senza le quali non sarebbe tale, scelse per sé almeno la gloria di restaurare e aumentare la grandezza del nome romano tramite la potenza dei Goti, desiderando di essere ricordato dalla posterità come il restauratore dell'Impero romano e non il suo distruttore... Cercò quindi di trattenersi dalla guerra e di promuovere la pace, aiutato in ciò specialmente da sua moglie, Placidia, una donna di intelligenza e di pietà straordinaria; fu guidato dai suoi consigli in tutte le misure conducenti al buon governo. »
(Orosio, VII,43.)

Il matrimonio tra Ataulfo e Placidia non trovò però l'approvazione della corte di Onorio, che si rifiutò di negoziare con i Visigoti. Nel 414 Ataulfo rispose proclamando Imperatore fantoccio sotto il controllo dei Visigoti Attalo, salvo poi abbandonarlo ai Romani quando fu costretto a evacuare la Gallia di fronte all'avanzata delle legioni di Flavio Costanzo, che costrinsero i Goti alla negoziazione bloccando loro l'arrivo di rifornimenti.

Una pace definitiva con l'Impero arrivò solo nel 415, allorché il nuovo generale di Onorio, Flavio Costanzo, concesse ai Goti di insediarsi in qualità di foederati in Aquitania: in cambio i Goti avrebbero combattuto i Vandali, gli Alani e gli Suebi che avevano occupato militarmente gran parte della Spagna e avrebbero restituito Galla Placidia. Fu comunque solo verso la fine del 418, comunque, che avvenne effettivamente l'insediamento in Aquitania, dopo che i Visigoti avevano passato gran parte del 416, del 417 e del 418 a combattere per conto dell'Impero i Vandali, gli Alani e gli Svevi in Spagna. L'Aquitania sembra sia stata scelta da Costanzo come terra dove far insediare i foederati Visigoti per la sua posizione strategica: infatti era vicina sia dalla Spagna, dove rimanevano da annientare i Vandali Asdingi e gli Svevi, sia dal Nord della Gallia, dove forse Costanzo intendeva impiegare i Visigoti per combattere i ribelli separatisti Bagaudi nell'Armorica.[51]

I Goti ottennero, in base all'hospitalitas, almeno un terzo delle terre e delle abitazioni della regione, e godettero dell'esenzione dalle imposte; il territorio, almeno inizialmente, rimaneva comunque legalmente di proprietà dell'Impero, tanto che per qualche tempo continuarono ad operare nella regione i funzionari civili romani, malgrado l'insediamento dei Visigoti.[52] È da osservare che nello stanziare i barbari foederati in territorio romano, i Romani concessero loro un diritto, l'hospitalitas, che già valeva per i soldati regolari: infatti, nel Tardo Impero, l'hospitalitas, consisteva nell'ospitare nelle proprie abitazioni i soldati romani acquartierati in città cedendo loro temporaneamente un terzo delle loro case; l'hospitalitas era dunque un diritto già vigente per l'esercito regolare e solo in seguito applicato ai Foederati. A differenza dei soldati regolari, tuttavia, i Foederati ottennero permanentemente le terre a loro assegnate, anche se come già detto, il territorio continuava ad appartenere legalmente all'Impero. Nei fatti, comunque, i Visigoti costituivano in pratica una forza centrifuga che avrebbe ben presto separato definitivamente prima l'Aquitania e poi tutta la Gallia a sud della Loira dall'Impero.

Infatti, le fonti narrano che i proprietari terrieri delle regioni galliche occupate dai Visigoti cercarono degli accordi con gli invasori, tradendo lo stato romano: ciò è dovuto al fatto che la ricchezza dei proprietari terrieri era costituita dalla terra, per cui non potendo andarsene senza lasciare i propri possedimenti e quindi perdere la propria ricchezza, molti proprietari terrieri scelsero di trovare un compromesso con gli invasori cercando di conservare in questo modo le proprie terre scongiurando una possibile confisca.[53] Questo fenomeno era molto dannoso per l'Impero, perché le rendite imperiali si basavano sull'intesa e sulla protezione dei proprietari terrieri, i quali in cambio di privilegi e della loro difesa tramite le leggi e l'esercito, accettavano di pagare le tasse. Secondo Heather, "l'Impero romano era sostanzialmente un mosaico di comunità locali che in buona misura si autogovernavano, tenute insieme da una combinazione di forza militare e baratto politico: in cambio dei tributi il centro amministrativo si occupava di proteggere le élite locali".[53] Questo baratto politico fu messo in crisi dalla comparsa dei Visigoti: i proprietari terrieri, lasciati indifesi dall'Impero, decisero di accordarsi con gli invasori.[53] Costanzo, tuttavia, aveva compreso la gravità di questo problema e cercò di riallacciare i contatti con i proprietari terrieri gallici tramite la ricostituzione del Consiglio delle sette province della Gallia, che si riuniva ogni anno ad Arelate e metteva a contatto ogni anno i proprietari terrieri gallici con il centro imperiale.[53] In questo modo Costanzo cercò di limitare il problema delle forze centrifughe visigote che mettevano in crisi il baratto politico che teneva unito il centro imperiale con le comunità locali.[53] È possibile che il consiglio svoltosi nel 418 abbia riguardato lo stanziamento in Aquitania dei Visigoti e delle conseguenze che ciò avrebbe portato per i proprietari terrieri.[53]

Nonostante ciò, comunque, i Visigoti riuscirono, non solo ad ottenere il possesso definitivo delle province da loro occupate, ma persino ad espandere i territori da essi controllati su tutta la Gallia a sud della Loira e su gran parte della Spagna. L'indipendenza completa dall'Impero, ormai praticamente ridotto solo all'Italia e alla Dalmazia, arrivò comunque solo nel 475, appena un anno prima della sua caduta finale.

Gli invasori del Reno[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Attraversamento del Reno.

Stilicone, per difendere l'Italia dalle incursioni di Alarico e Radagaiso, aveva dovuto sguarnire la frontiera renana di difese, richiamando molte delle guarnigioni galliche a difendere l'Italia. Per garantire un minimo di protezione alla frontiera gallica, si affidò comunque all'alleanza con i Franchi, foederati dell'Impero.

Lo spostamento verso occidente degli Unni spinse tuttavia intere tribù di Barbari, ovvero Vandali, Alani e Svevi, a invadere l'Impero attraversando il Reno. I Franchi tentarono di impedire l'attraversamento del fiume, ma quando sembravano avere la meglio, l'arrivo di rinforzi alani permisero agli invasori del Reno di vincere i Franchi e ad attraversare il Reno il 31 dicembre 406. L'invasione della Gallia fu devastante, come narra Girolamo:

« Ora spenderò alcune parole sulle nostre sventure attuali... Tribù selvagge in numero innumerevole hanno devastato la Gallia intera. L'intera nazione tra le Alpi e i Pirenei, tra il Reno e l'Oceano, è stata devastata da orde di Quadi, Vandali, Sarmati, Alani, Gepidi, Eruli, Sassoni, Burgundi, Alemanni e — ahime! per lo stato!— persino da Pannoni... La, un tempo nobile, città di Magonza è stata presa e rasa al suolo. Nella sua chiesa sono stati massacrati migliaia di cittadini. La popolazione di Vangium, dopo un lungo assedio, è stata ridotta al niente. La potente città di Rheims, gli Ambiani, gli Altrebatæ, i Belgi..., Tournay, Spires, e Strasburgo sono cadute in mano ai Germani: mentre le province dell'Aquitania e delle Nove Nazioni, di Lione e di Narbona sono, con l'eccezione di alcune città, una scena universale di desolazione. E coloro che la spada ha risparmiato, sono colpiti dalla carestia. Non posso parlare senza versare almeno una lacrima di Tolosa, salvata dalla rovina per merito del suo reverendo vescovo Exuperio. Persino le Spagne sono sull'orlo della rovina e tremano ogni giorno sempre di più rimembrando l'invasione dei Cimri; e, mentre altri soffrono le proprie sventure una volta diventate realtà, essi le soffrono continuamente nell'attesa. »
(Girolamo, Epistola 123.)

Nel frattempo verso la fine del 406 la Britannia si era rivoltata alle autorità centrali di Ravenna, eleggendo uno dopo l'altro tre usurpatori, l'ultimo dei quali, Costantino III, temendo l'avanzata dei Barbari in Gallia, nel 407 decise di marciare in Gallia per difenderla dagli invasori: ovviamente Costantino III intendeva anche espandere la zona sotto il suo controllo a scapito di Onorio.[54] Costantino III riuscì, tra l'altro, anche ad ottenere qualche successo sugli invasori del Reno, anche se non riuscì a respingerli ed essi continuarono a devastare la Gallia. Costantino III riuscì inoltre a impadronirsi del controllo della Spagna, affidandone il governo al figlio Costante, anche se commise due errori: affidare il comando delle truppe ispaniche al generale Geronzio e sostituire i presidi locali a difesa dei Pirenei con truppe barbariche dette Honoriaci.[55][56][57][58] E così, quando Geronzio fu informato che era stato destituito dal comando e sostituito da Giusto, adiratosi per la sostituzione, si rivoltò proclamando usurpatore Massimo, e sobillò i barbari che avevano invaso la Gallia a rivoltarsi a Costantino III; nel frattempo le truppe di Honoriaci, tradendo l'Impero, abbandonarono la difesa dei Pirenei permettendo ai Vandali, Alani e Svevi di invadere la Spagna nel settembre del 409.[55][56][57][58] Il riferimento vago di Zosimo a un'alleanza di Geronzio con dei barbari, e il tradimento degli Honoriaci, lascia supporre che Geronzio si fosse accordato con gli invasori del Reno, cedendo loro gran parte della Spagna in cambio del loro appoggio contro Costantino III, anche se la scarnità delle fonti non permette di giungere a conclusioni certe.

La Spagna nel 411, con le popolazioni vandaliche di Asdingi (nel nord-ovest) e Silingi (nel sud).

Nel 411, narra Idazio, gli invasori del Reno si erano spartiti in tal modo la Spagna:

« [I barbari] si spartirono tra loro i vari lotti delle province per insediarvisi: i Vandali [Hasding] si impadronirono della Galizia, gli Svevi di quella parte della Galizia situata lungo la costa occidentale dell'Oceano. Gli Alani ebbero la Lusitania e la Cartaginense, mentre i Vandali Siling si presero la Betica. Gli spagnoli delle città e delle roccaforti che erano sopravvissuti al disastro si arresero in schiavitù ai barbari che spadroneggiavano in tutte le province. »
(Idazio, Cronaca, s.a. 411.)

Secondo Procopio di Cesarea, lo stanziamento di Vandali, Alani e Svevi in Spagna sarebbe stato autorizzato dalle autorità romane:

« Da lì ... si mossero e si insediarono in Spagna, la prima terra dell'Impero romano sul lato dell'Oceano. A quei tempi Onorio giunse ad un accordo ... che stabiliva che essi si sarebbero insediati in quei territori a condizione che non li avrebbero devastati. Ma c'era una legge romana che stabiliva che chi non riusciva a mantenere il possesso della propria proprietà, dopo trent'anni non poteva più procedere legalmente contro chi l'aveva occupata ... ; e per questi motivi emanò una legge che stabiliva che per quanto tempo dovesse essere trascorso dai Vandali in territorio romano esso non dovesse essere contato nella decorrenza dei trent'anni. »
(Procopio, Storia delle guerre, III,3.)

Non va però dimenticato che Procopio è spesso inaccurato nel descrivere gli avvenimenti del V secolo, e inoltre nel 410 la Spagna non era più sotto il controllo di Onorio, bensì dell'usurpatore Massimo e del generale Geronzio: ammesso che lo stanziamento di Vandali, Alani e Svevi fosse stato autorizzato da autorità romane, è maggiormente plausibile che fossero stati Geronzio e Massimo ad autorizzarli, e non Onorio. In ogni modo, Orosio, autore coevo agli avvenimenti, affermò esplicitamente l'illegalità di tali insediamenti. In ogni modo nel 411, dopo la sconfitta di Geronzio e Massimo, la Tarraconense ritornò sotto il controllo di Onorio.

Nel frattempo i Burgundi, intorno al 409, avevano occupato parte del territorio imperiale sulla frontiera del Reno, approfittando dell'indebolimento di Costantino III, non più in grado di difendere il proprio impero dalle incursioni dei barbari, dovendo tra l'altro fronteggiare la rivolta di Geronzio e Massimo. In seguito alla detronizzazione di Costantino III, sconfitto e giustiziato dalle truppe di Onorio, nel 412 i Burgundi, con gli Alani, non riconoscendo l'autorità di Onorio, decisero di nominare un nuovo usurpatore, con l'appoggio dell'aristocrazia gallica: riunitosi a Magonza, essi proclamarono Imperatore Giovino, che usurpò al governo centrale di Ravenna il controllo della Gallia.[59] Nel frattempo la Gallia fu invasa dai Visigoti di Ataulfo, che cercarono di passare al servizio di Giovino: quest'ultimo e Ataulfo si trovarono presto in disaccordo e, in seguito alla decisione di Giovino di associare al trono il fratello Sebastiano, il re dei Visigoti, non essendo d'accordo su questa decisione, si accordò con Onorio per detronizzare i due usurpatori: sconfittili in battaglia, li giustiziò e restituì la parte di Gallia non occupata dai Visigoti a Onorio. Nel 413, comunque, Onorio e il suo generale Costanzo decisero di riconoscere i Burgundi come Foederati: a loro fu concesso di occupare parte del territorio sulla frontiera del Reno. Anche i Franchi continuarono ad agire come Foederati di Roma, anche se non proprio in modo leale: intorno al 413 devastarono la città di Treviri.[58] L'Impero ora si trovò ad affrontare il problema dell'accordo con i Visigoti, che fu raggiunto nel 415: i Visigoti, in base al trattato di pace, avrebbero combattuto per conto dell'Impero gli invasori della Spagna e in cambio avrebbero ottenuto l'autorizzazione a insediarsi in Gallia Aquitania.

Nel 416-418 i Visigoti, raggiunta la pace con l'Impero, combatterono in qualità di Foederati dell'Impero Vandali, Alani e Svevi in Spagna, riuscendo a recuperare le province di Cartaginense, Betica e Lusitania, che restituirono ai Romani. Non è da escludere che gli Svevi, in questo periodo, fossero diventati Foederati di Roma, come sembrerebbero confermare le numerose negoziazioni diplomatiche riportate da Idazio, ottenendo così il riconoscimento dell'occupazione della Galizia. Forse è proprio perché gli Svevi diventarono Foederati di Roma che nel 420 i Romani intervennero nel conflitto tra Vandali e Svevi in difesa di questi ultimi, costringendo i Vandali a migrare in Betica. Nel 422 i Vandali sconfissero i Romani in una grande battaglia campale, forse anche grazie a un presunto tradimento dei Visigoti, e negli anni successivi rafforzarono la loro autorità nella Spagna meridionale, devastandola.

L'età di Ezio[modifica | modifica sorgente]

L'instabilità politica nell'Impero d'Occidente susseguitasi in seguito al decesso del valido generale (e poi imperatore d'Occidente insieme ad Onorio nel 421, anche se regnò solo per circa sette mesi) Costanzo portò a un deterioramento ulteriore della situazione. In un primo momento, nel 421/422, i litigi tra Onorio e la sorella Galla Placidia portarono a frequenti tumulti a Ravenna e culminarono con l'esilio di Galla a Costantinopoli (422). Successivamente, spentosi Onorio, l'usurpazione di Giovanni Primicerio indusse l'Impero d'Oriente a inviare una spedizione in Italia per restaurare sul trono d'Occidente la dinastia teodosiana: sconfitto l'usurpatore, fu innalzato sul trono d'Occidente, Valentiniano III, figlio di Galla Placidia e di Costanzo. Infine, le guerre civili tra i tre generali Felice, Bonifacio e Ezio portarono a ulteriore instabilità politica. Alla fine fu Ezio ad avere la meglio: fatto giustiziare Felice con l'accusa di cospirazione nel 430 e ucciso in battaglia nei pressi di Ravenna Bonifacio nel 432, Ezio riuscì nel 433 a conquistare il potere supremo dello stato, ricoperto solo nominalmente dall'imbelle Valentiniano III.

Mentre parte dell'esercito romano era impegnato in evitabili guerre civili, i Barbari, foederati compresi, colsero l'occasione per espandere la propria sfera d'influenza.[60] In particolare i Vandali e gli Alani, uniti sotto la guida del loro re Genserico, invasero l'Africa, forse chiamati dal generale romano d'Africa Bonifacio, rivoltatosi contro Ravenna (429). Bonifacio si pentì di aver chiamato in Africa i Vandali e gli Alani e tentò di spingerli al ritiro, ma gli invasori si rifiutarono e sconfissero Bonifacio in battaglia, costringendo l'Impero a firmare un trattato di pace nel 435, con cui ai Vandali e agli Alani furono assegnate parte della Mauritania e della Numidia, probabilmente in qualità di foederati dell'Impero; già nel 439, tuttavia, Genserico violò il trattato, conquistando Cartagine nel 439 e invadendo la Sicilia nel 440. L'Impero d'Occidente, non potendo contare sull'aiuto della parte orientale impegnata a respingere le incursioni degli Unni di Attila, fu costretto a firmare uno svantaggioso trattato di pace con i Vandali nel 442: con questo trattato l'Impero ottenne le Mauritanie e una parte della Numidia, oltre alla Tripolitania, ma le province restituite erano state così devastate dai saccheggi nemici, che Valentiniano III fu costretto a ridurre a un ottavo della quota normale le tasse che quelle province erano tenute a versare allo stato; in cambio i Vandali ottennero dall'Impero le province più produttive dell'Africa, ovvero il resto della Numidia, la Byzacena e la Proconsolare con la capitale Cartagine, e non più in qualità di foederati, ma come stato sovrano. La perdita delle province più produttive dell'Africa e del loro gettito fiscale provocò un ulteriore indebolimento dell'esercito: nel 444 un decreto imperiale ammetteva che le finanze dello stato, andate in forte crisi in seguito alla perdita del gettito fiscale dell'Africa, non erano più sufficienti per potenziare l'esercito, malgrado fosse necessario farlo a causa dei diversi nemici che lo minacciavano.[61] Alla difficoltà già presente di reclutare soldati tra i Romani, dovuta alle opposizioni dei proprietari terrieri a fornire soldati e dei contadini stessi, si aggiunse quindi il crollo del gettito fiscale, con conseguente impossibilità di potenziare un esercito già debole, per cui i Romani dovettero ricorrere sempre più spesso all'arruolamento di mercenari barbari.

Ezio faceva molto affidamento sui mercenari unni, i quali erano stati determinanti per la conquista del potere supremo dello stato. Nel 425 Ezio, con un esercito di 60.000 mercenari unni, era accorso in Italia in sostegno dell'usurpatore Giovanni Primicerio; arrivato troppo in ritardo per salvare Giovanni, Ezio riuscì però a costringere Galla a nominarlo generale nonostante fosse un sostenitore dell'usurpatore proprio grazie al grande potere che gli aveva fornito l'armata unna.[62] In seguito, nel 433, Ezio riuscì a costringere Galla a nominarlo magister utriusque militiae, ovvero generalissimo d'Occidente, invadendo l'Italia con altri mercenari unni. Ezio fece ampio uso di mercenari unni anche in Gallia: grazie al sostegno degli Unni, Ezio riuscì a vincere nel 436 i Burgundi, massacrati dall'esercito romano-unno di Ezio, ridotti all'obbedienza e insediati come foederati intorno al lago di Ginevra; gli Unni risultarono poi decisivi anche nella repressione della rivolta dei bagaudi in Armorica e nelle vittorie contro i Visigoti ad Arelate, e a Narbona,[63] grazie alle quali nel 439 i Visigoti accettarono la pace alle stesse condizioni del 418. La scelta di Ezio di impiegare gli Unni trovò però l'opposizione di taluni, come il vescovo Salviano di Marsiglia, autore del De gubernatione dei ("Il governo di Dio"), secondo cui l'impiego dei pagani Unni contro i cristiani (seppur ariani) Visigoti non avrebbe fatto altro che provocare la perdita della protezione di Dio, perché i Romani «avevano avuto la presunzione di riporre la loro speranza negli Unni, essi invece che in Dio». Si narra che nel 439 Litorio, arrivato ormai alle porte della capitale visigota Tolosa, che intendeva conquistare annientando completamente i Visigoti, permettesse agli Unni di compiere sacrifici alle loro divinità e di predire il futuro attraverso la scapulimanzia, suscitando lo sdegno e la condanna di scrittori cristiani come Prospero Tirone e Salviano, che si lamentarono anche per i saccheggi degli Unni contro gli stessi cittadini che erano tenuti a difendere. Litorio poi perse la battaglia decisiva contro i Visigoti e fu giustiziato. Secondo Salviano, la sconfitta degli arroganti Romani, adoratori degli Unni, contro i pazienti goti, timorati di Dio, oltre a costituire una giusta punizione per Litorio, confermava il passo del Nuovo Testamento, secondo cui «chiunque si esalta sarà umiliato, e chiunque si umilia sarà esaltato.»[64] In cambio del sostegno degli Unni, Ezio fu però costretto a cedere loro la Pannonia.[65]

Ormai l'esercito romano in Occidente era costituito quasi unicamente da barbari. Tra il 440 e il 443 Ezio autorizzò nuovi gruppi di barbari ad insediarsi in Gallia come foederati: tra il 440 e il 442 stanziò Alani in Armorica affidando loro l'incarico di reprimere le rivolte dei Bagaudi, mentre nel 442/443 stanziò i Burgundi in Savoia (nei pressi del lago di Ginevra) affinché difendessero l'Impero contro altre minacce. Questi stanziamenti di barbari foederati, che avevano l'incarico di tenere a bada i ribelli e difendere le frontiere da altri barbari, generarono le proteste dei proprietari terrieri gallici, molti dei quali furono espropriati dei loro possedimenti da questi gruppi di foederati. La politica dei trattati, con i quali si permetteva ai barbari di insediarsi all'interno dell'Impero, stava erodendo sempre di più il territorio controllato di fatto dall'Impero, ma non si poteva fare altrimenti, perché non si riuscivano più a respingere questi invasori.[66] I foederati Alani di re Goar insediati in Armorica si rivelarono comunque utili all'Impero reprimendo con successo, tra il 446 e il 448, la rivolta dei Bagaudi condotti da Tibattone. Nel frattempo, nel 446, Ezio dovette affrontare i Franchi, che avevano invaso la Gallia sconfinando dal proprio territorio, sconfiggendoli e firmando con essi un trattato di alleanza.[67]

Le conquiste del re svevo Rechila (438-448).

La situazione in Spagna si era, nel frattempo, deteriorata. Gli Svevi, infatti, avevano violato i trattati che avevano stretto con l'Impero e, sotto la guida del loro re Rechila avevano sottratto all'Impero gran parte della penisola iberica, conquistando Merida nel 439 e le province di Betica e Cartaginense nel 441. L'unica provincia ispanica rimasta sotto il controllo di Roma era la Tarraconense, dove tuttavia erano insorti i ribelli separatisti Bagaudi. Ezio si preoccupò soprattutto di reprimere le insurrezioni dei Bagaudi, ma, sfruttando l'alleanza con i foederati Visigoti, effettuò anche un tentativo per recuperare le altre province della Spagna, finite sotto il controllo svevo. Nel 446 inviò contro gli Svevi il generale Vito, rinforzandolo con truppe di foederati Visigoti: l'obbiettivo di Vito era recuperare Betica e Cartaginense agli Svevi. Affrontato in battaglia da Rechila, fu però sconfitto e costretto a ritirarsi. Dopo il fallimento della spedizione di Vito, gli Svevi, sotto la guida del loro nuovo re Rechiaro, nel 449 si allearono addirittura con i Bagaudi della Tarraconense unendosi con essi nel saccheggio della regione. La situazione per l'Impero migliorò leggermente nel 453, allorché i foederati Visigoti repressero per conto dell'Impero la rivolta dei Bagaudi, restituendo la Tarraconense all'Impero; intorno sempre a questo periodo, Ezio riuscì a conseguire un modesto successo diplomatico, ottenendo dagli Svevi la restituzione della provincia di Cartaginense.

Quando gli Unni da alleati divennero nemici di Ezio e, condotti dal loro re Attila, invasero la Gallia, Ezio non poté far altro che costituire un esercito "romano" in realtà formato da foederati Visigoti, Burgundi e numerose altre genti barbare: l'esercito romano che sconfisse Attila nella Battaglia dei Campi Catalaunici aveva in realtà ben poco di "romano".[68] L'armata nazionale romana era praticamente scomparsa e negli ultimi decenni dell'Impero l'esercito era costituito quasi esclusivamente da mercenari e foederati barbari.

La disgregazione finale dell'Impero d'Occidente[modifica | modifica sorgente]

In seguito alle uccisioni di Ezio (454) e Valentiniano III (455), gli ultimi imperatori d'Occidente erano praticamente Imperatori fantoccio, manovrati dai generalissimi di origine germanica, come il visigoto Ricimero e il burgundo Gundobado. L'unico Imperatore che cercò di condurre una politica autonoma da Ricimero fu Maggioriano (457-461): fu proprio perché Ricimero non riusciva a controllarlo che Maggioriano fu ucciso nel 461.

In seguito all'uccisione di Valentiniano III, assunse il trono Petronio Massimo; i Vandali di Genserico, però, non riconobbero il nuovo Imperatore e colsero il pretesto per rompere il trattato con l'Impero e invadere l'Italia; nel 455 avvenne il sacco di Roma ad opera dei Vandali di Genserico, mentre Petronio Massimo, mentre tentava la fuga, venne linciato dalla popolazione. Quando Avito, un generale romano che era stato in precedenza ambasciatore presso i Visigoti, seppe del sacco di Roma e dell'uccisione di Petronio Massimo, su suggerimento del re visigoto Teodorico II, si autoproclamò Imperatore con il sostegno dei Visigoti e dell'aristocrazia gallica e, con l'appoggio dei Visigoti, marciò fino a Roma, facendosi riconoscere Imperatore.[69] Avito, essendo stato imposto dai foederati Visigoti come Imperatore, mantenne buone relazioni con essi e affidò loro il compito di sconfiggere gli Svevi, che avevano invaso le province romane di Cartaginense e Tarraconense, rinforzando l'esercito visigoto con foederati Burgundi. La spedizione visigota ebbe successo e gli Svevi furono costretti a ritirarsi in Galizia, ma i Visigoti non esitarono a spogliare dei propri beni gli stessi cittadini romani che dovevano difendere e a impadronirsi di fatto del controllo dei territori conquistati in Spagna a scapito dell'Impero. Avito, nel frattempo, intervenne in Pannonia, riuscendo a costringere gli Ostrogoti a riconoscere la sua sovranità sulla provincia, come Foederati.[70] Inviò, inoltre, il generale di origini barbariche Ricimero a fermare i saccheggi dei Vandali in Italia meridionale e in Sicilia: Ricimero riuscì nell'impresa e fu ricompensato con la promozione a magister militum praesentalis.[71]

Avito, tuttavia, si attirò ben presto l'ostilità di gran parte della popolazione romana, del senato e dell'esercito, capeggiato da Maggioriano e Ricimero, che presto tramarono per deporlo. Infatti, un Imperatore gallico imposto dai Visigoti era stato accettato a malavoglia dall'aristocrazia italica. Come se non bastasse, l'interruzione dei rifornimenti provenienti dall'Africa occupata dai Vandali provocò la carestia in città e la popolazione affamata chiedeva all'Imperatore di congedare le truppe visigote così da non dover sfamare anch'esse; le truppe visigote chiedevano a loro volta di essere pagate, ma non disponendo di denaro sufficiente, l'Imperatore Avito fu costretto a fondere le statue superstiti al sacco dei Vandali, non facendo altro che far crescere l'opposizione nei suoi confronti. E così, quando i Visigoti partirono dall'Italia per combattere gli Svevi in Spagna, i generali Maggioriano e Ricimero si rivoltarono apertamente costringendo Avito a fuggire ad Arelate, da dove implorò il re visigoto di intervenire in suo soccorso, senza successo. Avito rientrò in Italia con le truppe a sua disposizione ma fu vinto presso Piacenza e detronizzato (456). La fine di Avito provocò la rivolta della prefettura gallica, che non volle riconoscere il nuovo Imperatore Maggioriano e si separò dall'Impero, con l'appoggio dei Visigoti e dei Burgundi, che approfittarono delle discordie interne dell'Impero per espandere la propria sfera di influenza: i Burgundi in particolare si espansero nella Valle del Rodano, occupando temporaneamente Lione con l'appoggio della popolazione locale.[72]

L'Impero romano d'Occidente sotto Maggioriano. Si noti come l'Illirico fosse solo nominalmente sotto il dominio dell'imperatore, mentre il potere effettivo era tenuto dal comes Marcellino; anche la Gallia e parte dell'Hispania erano di fatto, all'inizio del regno di Maggioriano, fuori dal controllo dell'imperatore, in quanto occupate dai Visigoti e dai Burgundi.

Maggioriano tentò di risollevare le sorti dell'Impero d'Occidente tentando di riconquistare la Gallia, la Spagna e l'Africa, ma, non potendo contare su truppe romane, essendo ormai l'esercito costituito quasi esclusivamente da barbari, dovette reclutare molti barbari da oltre Danubio; per fronteggiare le incursioni dei Vandali, inoltre, potenziò la marina militare romana, che ai quei tempi era decaduta a tal punto da essere praticamente scomparsa.[73] Essendo intenzionato a recuperare il controllo della prefettura gallica, finita sotto il controllo dei separatisti romano-gallici appoggiati dai foederati Visigoti e Burgundi, Maggioriano ordinò al suo generale Egidio, che stava provvedendo alla difesa della frontiera del Reno dalle incursioni dei foederati Franchi, di dirigersi verso Lione per riconquistarla ai Burgundi: Egidio riuscì nell'impresa, e verso la fine del 458 Maggioriano attraversò le Alpi alla testa della sua armata di mercenari barbari entrando a Lione. Maggioriano giunse a un comprommesso con i foederati Burgundi, riconoscendo loro il possesso dei territori della Valle del Rodano conquistati durante la rivolta, ad eccezione di Lione, in cambio del loro riconoscimento ad Imperatore.[74] Ricondotti i Burgundi al servizio dell'Impero in qualità di foederati, Maggioriano volse contro i foederati Visigoti, impedendo loro di conquistare Arelate e spingendoli a riconoscerlo come Imperatore e di passare al suo servizio come foederati. Maggioriano affidò dunque ai Visigoti il compito di proseguire la guerra contro gli Svevi in Galizia, inviando loro dei rinforzi sotto il comando del generale romano Nepoziano. Mentre i Visigoti, coadiuvati dai Romani, proseguivano con nuovi successi la guerra contro gli Svevi, Maggioriano allestì una potente flotta in Spagna, con l'intento di riconquistare l'Africa ai Vandali; la flotta fu però distrutta dai pirati vandali con l'aiuto di traditori e l'Imperatore fu costretto a rinunciare alla riconquista dell'Africa e a firmare con Genserico un trattato oneroso con cui l'Impero, probabilmente, riconosceva ai Vandali il possesso della Mauritania e probabilmente anche della Sardegna, Corsica e Baleari.[75] Congedata la sua armata composta da mercenari barbari, Maggioriano ritornò in Italia, dove fu però detronizzato e giustiziato per volere di Ricimero nei pressi di Tortona nell'agosto del 461. Ricimero designò come nuovo Imperatore d'Occidente Libio Severo.

Area controllata da Siagrio, figlio e successore di Egidio.

Il nuovo Imperatore, tuttavia, non fu riconosciuto né da Marcellino, né da Egidio, né dall'Impero d'Oriente, ragion per cui la situazione per l'Impero si deteriorò ulteriormente. Genserico colse l'uccisione di Maggioriano come pretesto per rompere il trattato stretto con lui e invadere di nuovo l'Italia e la Sicilia. Il generale romano Marcellino si era all'epoca ritirato dalla Sicilia avendogli Ricimero portato via il nerbo dell'esercito: odiando Marcellino, infatti, Ricimero aveva profuso denaro ai soldati romani, quasi tutti mercenari unni, spingendoli a disertare da lui. Marcellino, costretto, pertanto, ad abbandonare la Sicilia per via delle insidie di Ricimero, ritornò in Dalmazia, che separò dall'Impero non avendo riconosciuto il nuovo Imperatore d'Occidente, Libio Severo.[76] Essendo la Sicilia esposta ai saccheggi dei Vandali, l'Imperatore inviò un'ambasceria presso Genserico, intimandogli di rispettare il trattato stretto con Maggioriano, di restituire la libertà alla moglie e alle figlie di Valentiniano III e di guardarsi dal devastare la Sicilia e l'Italia meridionale. Genserico accettò unicamente, nel 462, di liberare Eudocia e Placidia, e solo dopo aver costretto Eudocia a sposare Unerico, ma non cessò di devastare l'Italia meridionale e la Sicilia: intendeva, infatti, ora ricattare l'Impero d'Occidente, costringendolo a nominare come Imperatore Olibrio, imparentato con Genserico in quanto marito di Placidia. In quell'epoca l'Impero d'Occidente non doveva temere unicamente i Vandali, ma anche la rivolta di Egidio, il quale, forte dell'appoggio dell'esercito delle Gallie, aveva separato la Gallia dal resto dell'Impero, non riconoscendo il nuovo Imperatore Libio Severo: Egidio era, infatti, un uomo di fiducia di Maggioriano e, di conseguenza, non era disposto a riconoscere il nuovo regime responsabile della sua uccisione. Ricimero riuscì tuttavia a mettergli contro Visigoti e Burgundi, al prezzo di nuove pesanti concessioni territoriali (ai Visigoti cedette Narbona e ai Burgundi concesse di espandersi nella Valle del Rodano), per cui Egidio, intento a guerreggiare i Barbari nelle Gallie, non ebbe l'opportunità per invadere l'Italia. Egidio aveva il sostegno dei foederati Franchi, di cui, secondo almeno Gregorio di Tours, sarebbe diventato anche per un certo periodo addirittura loro re, anche se la notizia viene ritenuta inattendibile dalla storiografia moderna. Egidio tentò inoltre di allearsi con i Vandali contro Libio Severo e potrebbe anche aver sobillato gli Alani ad invadere l'Italia, invasione che però non ebbe successo, in quanto Ricimero sconfisse prontamente gli invasori nei pressi di Bergamo. Mentre i Romani si combattevano tra di loro in una evitabile guerra civile utilizzando i foederati barbari l'uno contro l'altro e permettendo loro di rafforzare il loro potere a danni dell'ormai decadente Impero, i Vandali continuavano a devastare senza opposizione la Sicilia e l'Italia meridionale. Inoltre, anche Marcellino e l'Impero d'Oriente non riconobbero il nuovo Imperatore d'Occidente e si rifiutarono per tale motivo di prestargli soccorso contro i Vandali.

E così, all'arrivo di ogni primavera, i Vandali procedevano a devastare indisturbati l'Italia meridionale e la Sicilia, come narrato da Prisco di Panion:

« E così, Genserico, dopo forti e vane minacce di non riporre le armi se non gli fossero prima consegnati i beni di Valentiniano e di Ezio, quando già aveva ricevuto da parte dell'Impero d'Oriente parte di quelli del primo a nome di Onoria, legatasi in matrimonio con suo figlio Unerico, dopo aver riprodotto per molti anni consecutivi tale pretesto di guerra, all’avvicinarsi finalmente della primavera, investì con forte armata la Sicilia e l’Italia; ma non potendovi agevolmente espugnare le città munite di nazionale presidio, saccheggiava, sorprendendole, e distruggeva le borgate spoglie di truppa. Né di vero gli Italici avevano forze bastevoli alla difesa di tutti i luoghi aperti agli assalti dei Vandali, rimanendone oppressi dal numero. Difettavano inoltre di flotta, né richiestala ai Romani orientali furono esauditi, trovandosi questi in lega con Genserico. E tale faccenda, intendo dire la divisa amministrazione dell’Impero, ben gravi danni recò alla parte occidentale. »
(Prisco di Panion, Storia.)

L'Impero d'Oriente si rifiutava di prestare la flotta all'Impero d'Occidente, non solo perché non riconosceva come Imperatore legittimo Libio Severo, per cui non era disposta ad appoggiarlo, ma anche perché il trattato con i Vandali del 462, con cui l'Impero d'Oriente riotteneva la restituzione di Eudossia e Placidia, imponeva all'Impero d'Oriente di non intervenire contro i Vandali in appoggio all'Impero d'Occidente.[77]

Ormai privo di una propria flotta ed esposto ai saccheggi dei pirati vandali, ormai l'Impero non poteva far altro che implorare il sostegno dell'Impero d'Oriente contro i Vandali: Ricimero, per ottenerlo, fu costretto a detronizzare l'Imperatore fantoccio Libio Severo ed accettare come Imperatore il "greco" Antemio, candidato dell'Imperatore d'Oriente. La spedizione del 468 contro i Vandali, tuttavia, fallì, e con essa l'Impero d'Occidente andò verso il completo collasso. Le guarnigioni a difesa del Norico sbandarono perché non arrivava più la paga (ormai il gettito fiscale dello stato era ridotto ai minimi termini), anche se, dovendo comunque difendere la propria famiglia, continuarono comunque a difendere la regione dalle incursioni dei predoni barbari. Nel frattempo, in Gallia, il nuovo re dei Visigoti, Eurico, resosi conto della sempre più crescente debolezza dell'Impero, decise di rompere il trattato di alleanza e di invaderlo. Antemio aveva a disposizione l'armata bretone del re Riotamo e i foederati burgundi condotti dal loro re Chilperico, che tra l'altro era anche magister militum Galliarum.[78] L'armata bretone fu tuttavia sconfitta da Eurico e costretta a ripararsi presso i Burgundi, mentre i Visigoti si impadronirono di gran parte della Narbonense I, nonché di Bourges e di Tours. L'avanzata visigota verso la Gallia settentrionale fu arrestata presso la Loira dall'esercito sotto il controllo dei separatisti romani della Gallia settentrionale, ma in compenso sconfissero un'armata romana proveniente dall'Italia nei pressi di Arelate e si impadronirono di tutta l'Alvernia, ad eccezione della città di Clermont, che continuava a resistere strenuamente all'assedio visigoto sotto la guida del letterato Sidonio Apollinare e del suo cognato Ecdicio Avito.[79] Mentre la Gallia era devastata dai Visigoti, Ricimero decise di detronizzare Antemio e di collocare sul trono d'Occidente Olibrio, il candidato di Genserico; alla testa di armate barbare, tra cui spiccavano gli Eruli di Odoacre, Ricimero costrinse Antemio a ripararsi a Roma, dove fu assediato; durante l'assedio, gli Ostrogoti di Vidimero tentarono di intervenire in sostegno di Antemio, ma in uno scontro nei pressi di Roma furono sconfitti dall'armata di Ricimero e i superstiti passarono dalla parte di Ricimero.[80] Nel luglio del 472 Roma fu espugnata e sottoposta a sacco da Ricimero, che giustiziò Antemio e collocò sul trono imperiale Olibrio. Sia Olibrio che Ricimero perirono entro pochi mesi e il titolo di generalissimo dell'Impero d'Occidente spettò al burgundo Gundobado, che impose come Imperatore d'Occidente Glicerio. Glicerio non fu però riconosciuto dall'Impero d'Oriente che inviò un'armata in Italia per imporre sul trono d'Occidente il proprio candidato, Giulio Nepote. Glicerio fu sconfitto e condannato all'esilio, mentre Gundobado lasciò la carica per diventare re dei Burgundi. Mentre l'Impero d'Occidente era impegnato in questi conflitti interni, i Visigoti di Eurico ne approfittarono per conquistare nel 473 le ultime città romane nella provincia ispanica di Tarraconense e tentarono successivamente persino di invadere l'Italia, venendo però sconfitti dalle armate romane. Giulio Nepote, nel tentativo di salvare dalla conquista visigota le città romane a est del Rodano, tra cui Marsiglia e Arelate, nel 475 inviò il vescovo di Pavia Epifanio che trattò con i Visigoti, firmando con essi un trattato con cui veniva ceduta ai Visigoti la città di Clermont e riconosciute le loro conquiste, in cambio della pace e dell'alleanza con l'Impero.[81] L'anno successivo, tuttavia, i Visigoti violarono il trattato espugnando Arelate e Marsiglia. Persa anche la Gallia in seguito alle conquiste del re visigoto Eurico, l'Impero si era ridotto quasi esclusivamente all'Italia.

I regni romano-barbarici dopo il 476

L'esercito romano d'Italia era però ormai quasi esclusivamente costituito da truppe di mercenari Sciri, Rugi, Eruli e Turcilingi: quando essi pretesero dallo stato romano un terzo delle terre dell'Italia, e ricevettero il rifiuto dal generale Oreste, che governava l'Impero per conto del figlio e Imperatore nominale Romolo Augusto, essi si rivoltarono, elessero come capo uno di costoro, Odoacre, e marciarono verso Ravenna. Deposto Romolo Augusto, Odoacre decise di non nominare più un Imperatore d'Occidente, anche perché sarebbe stato solo un suo imperatore fantoccio, per cui l'Impero aveva ormai perso ogni ragione di esistere. Inviò, invece, un'ambasceria presso Zenone, Imperatore d'Oriente. L'ambasceria del senato romano, presentatosi di fronte a Zenone, gli comunicò che non erano più necessari due imperatori ma che ora ne era sufficiente soltanto uno, quello di Costantinopoli, e chiese a Zenone di riconoscere ad Odoacre il titolo di patrizio: quest'ultimo, in cambio avrebbe governato l'Italia come funzionario dell'Impero d'Oriente. Così cadde l'Impero d'Occidente, a causa di una rivolta interna dell'esercito romano ormai imbarbaritosi al punto da portare l'Impero sotto il controllo dei barbari.

Età bizantina[modifica | modifica sorgente]

Una ulteriore variazione di significato del termine foederati avvenne nel VI secolo, in età giustinianea. Ai tempi di Giustiniano, i foederati che servivano nell'esercito romano d'Oriente non erano più bande irregolari di barbari sotto il comando dei loro capi tribali che inviavano contingenti militari in sostegno dell'esercito romano in cambio di denaro o dello stanziamento in un territorio, ma erano diventati parte integrante dell'esercito bizantino: nelle fonti, sono spesso citati come soldati regolari, ed erano sottoposti al comando di un generale bizantino (comes foederatum). Le tribù alleate dell'Impero che fornivano ad esso contingenti militari in cambio di denaro o dello stanziamento in un territorio, ovvero i foederati nell'accezione del IV secolo, avevano cambiato denominazione in socii o symmachoi, ovvero alleati. Mentre i foederati del VI secolo erano diventate truppe affidabili e ben integrate nell'esercito, non era altrettanto vero per i symmachoi (alleati), spesso accusati dalle fonti di inaffidabilità e di tradimento: Procopio di Cesarea, in particolare, accusa Giustiniano di comprare delle inconcludenti alleanze con queste popolazioni barbariche, spesso controproducenti in quanto le loro sempre più esorbitanti richieste di denaro aumentavano di pari passo con le concessioni ottenute, e spesso a ciò non corrispondeva ad un aumento delle prestazioni.[82] Procopio addirittura narra che gli Unni, dopo aver ricevuto immensi donativi da Giustiniano che pensava così di farseli alleati, avrebbero smaniato di impadronirsi delle ricchezze dell'Impero saccheggiandolo, e avrebbero sobillato altre genti barbare a invaderlo anch'esse, informandoli delle enormi ricchezze dello stato bizantino. Da ciò sarebbe nato un circolo vizioso di sempre più popolazioni che intendevano impadronirsi delle ricchezze dell'Impero «ricevendo sostanze dall'Imperatore o saccheggiando l'Impero romano o esigendo il riscatto dei prigionieri di guerra e vendendo le tregue». Procopio, nella Storia segreta, accusa addirittura Giustiniano di impedire ai suoi soldati di attaccare gli incursori barbari mentre si ritiravano con il bottino, in quanto sperava che, non attaccandoli, se li sarebbe fatti alleati; in un'occasione, addirittura, l'Imperatore avrebbe punito dei contadini che avevano osato, contrariamente alle sue disposizioni, autodifendersi dalle incursioni attaccando i barbari e riuscendo a recuperare parte del bottino (che poi, per ordine di Giustiniano, sarebbe stato addirittura restituito ai saccheggiatori dell'Impero). Non va dimenticato, certo, che in taluni casi (come quello dei Ghassanidi) queste alleanze con le popolazioni barbariche confinanti potessero rivelarsi addirittura utili allo stato bizantino, ma nella maggioranza dei casi provocavano più danni che benefici. Talvolta i barbari alleati diventavano ostili all'Impero, violando i trattati e saccheggiando lo stesso territorio imperiale che essi in teoria dovevano concorrere a difendere, e Giustiniano era costretto a lanciare spedizioni punitive contro di essi; altre volte l'Imperatore usava la diplomazia per dividere i nemici, mettendoli uno contro l'altro.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pietro Barinetti, cit., pp. 25-45.
  2. ^ William Smith, cit., pp. 345-346.
  3. ^ a b Zecchini, p. 129.
  4. ^ Ravegnani 2012, pp. 23-26.
  5. ^ a b Zosimo, IV,30.
  6. ^ Zosimo, IV,25.
  7. ^ Zosimo, IV,31.
  8. ^ Zosimo, IV,33.
  9. ^ Heather 2005, p. 232.
  10. ^ Heather 2005, pp. 233-237.
  11. ^ a b c d Zosimo, IV,40.
  12. ^ a b c Zosimo, IV,56.
  13. ^ Zosimo, IV,45.
  14. ^ Zosimo, IV,49.
  15. ^ Zosimo, IV,58.
  16. ^ a b c Zosimo, V,5.
  17. ^ Secondo Burns, Rufino, privato di gran parte delle truppe orientali, che erano partite con Teodosio I per combattere in Occidente l'usurpatore Eugenio e che in quel momento erano sotto il controllo di Stilicone, avendo timore dell'avanzata di Stilicone, avrebbe raggiunto un accordo con Alarico, promettendogli le cariche militari ambite nel caso fosse riuscito ad arrestare la marcia di Stilicone su Costantinopoli (Burns, p. 153). Stilicone aveva infatti utilizzato la rivolta di Alarico come pretesto per marciare in Grecia, ufficialmente per combattere Alarico, ma in realtà per rovesciare Rufino e diventare reggente anche di Arcadio, diventando così il padrone incontrastato di entrambe le parti dell'Impero romano; Stilicone ambiva inoltre anche a costringere la parte orientale a cedere all'Occidente romano la prefettura del pretorio dell'Illirico, prefettura storicamente appartenente all'Impero d'Occidente, ma ceduta alla parte orientale sotto Teodosio I. Quindi, secondo Burns, Rufino avrebbe affidato ad Alarico la difesa della Grecia contro gli attacchi di Stilicone (Burns, p. 158).
  18. ^ Secondo Burns la mancata resistenza all'occupazione della zona da parte dei Goti implicherebbe che Alarico avesse già raggiunto un accordo con il governo romano-orientale, e sarebbe diventato governatore militare di quelle province a patto che si opponesse in qualunque modo alla marcia di Stilicone su Costantinopoli (Burns, p. 159). Secondo Burns, i saccheggi di Alarico narrati da Zosimo non sembrerebbero trovare conferma da evidenze archeologiche, anzi Alarico si sarebbe limitato a difendere la Grecia dall'invasione di Stilicone; secondo Burns, l'Impero d'Oriente, avendo timore delle insidie di Stilicone, avrebbe affidato ad Alarico il compito di difendere la Grecia dagli attacchi di Stilicone; secondo Burns, sarebbe stato Stilicone, e non Alarico, a devastare la Grecia, nel tentativo di ricondurre l'intera prefettura del pretorio dell'Illirico sotto il controllo della parte occidentale: ciò sembrerebbe trovare conferma dai frammenti di Eunapio (Burns, p. 158).
  19. ^ Zosimo, V,13.
  20. ^ Zosimo, V,14.
  21. ^ Zosimo, V,17.
  22. ^ Zosimo, V,18.
  23. ^ a b Zosimo, V,19.
  24. ^ Zosimo, V,20.
  25. ^ a b c Zosimo, V,21.
  26. ^ a b c Zosimo, V,29.
  27. ^ a b c Zosimo, V,31.
  28. ^ a b c d e Zosimo, V,32.
  29. ^ a b Zosimo, V,34.
  30. ^ a b c Zosimo, V,35.
  31. ^ a b c Zosimo, V,36.
  32. ^ a b Zosimo, V,42.
  33. ^ a b Zosimo, IV,45.
  34. ^ Zosimo, V,46.
  35. ^ a b c d Zosimo, V,48.
  36. ^ Zosimo, V,49.
  37. ^ Zosimo, V,50.
  38. ^ Zosimo, V,51.
  39. ^ Zosimo, VI,6.
  40. ^ a b c d e f g h Sozomeno, IX,8.
  41. ^ a b c d e f g Zosimo, VI,7.
  42. ^ Zosimo, VI,8.
  43. ^ a b Zosimo, VI,9.
  44. ^ a b Zosimo, VI,12.
  45. ^ Olimpiodoro, frammento 5.
  46. ^ Sozomeno, IX,9.
  47. ^ Zosimo, VI,13.
  48. ^ Orosio, VII,43.
  49. ^ Filostorgio, XII,4.
  50. ^ Olimpiodoro, frammento 15.
  51. ^ Heather 2005, pp. 298-299.
  52. ^ Ravegnani 2012, p. 90.
  53. ^ a b c d e f Heather 2005, p. 307.
  54. ^ Zosimo, VI,2.
  55. ^ a b Orosio, VII,40.
  56. ^ a b Sozomeno, IX,12.
  57. ^ a b Zosimo, VI,5.
  58. ^ a b c Gregorio di Tours, Historia Francorum, II,7.
  59. ^ Orosio, VII,42.
  60. ^ Heather, p. 322.
  61. ^ Heather, pp. 362-363.
  62. ^ Filostorgio, XII,14.
  63. ^ Heather 2005, pp. 350-351.
  64. ^ Salviano, De gubernatione Dei, VII, 9.
  65. ^ Heather, p. 350.
  66. ^ Ravegnani 2012, pp. 107-108.
  67. ^ Ravegnani 2012, p. 109.
  68. ^ Giordane, 191.
  69. ^ Ravegnani 2012, p. 137.
  70. ^ Ravegnani 2012, p. 138.
  71. ^ Ravegnani 2012, p. 139.
  72. ^ Ravegnani 2012, p. 140.
  73. ^ Ravegnani 2012, p. 143.
  74. ^ Ravegnani 2012, p. 144.
  75. ^ Ravegnani 2012, p. 145.
  76. ^ Ravegnani 2012, p. 146.
  77. ^ Ravegnani 2012, p. 147.
  78. ^ Ravegnani 2012, p. 149.
  79. ^ Ravegnani 2012, p. 150.
  80. ^ Ravegnani 2012, p. 151.
  81. ^ Ravegnani 2012, p. 152.
  82. ^ Ravegnani 2009, p. 100.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pietro Barinetti, Introduzione allo studio del diritto romano, Tipografia dei fratelli Fusi, Pavia, 1860.
  • (EN) Sir William Smith, A smaller dictionary of Greek and Roman antiquities, Londra, 1865.
  • Burns, Thomas Samuel, Barbarians Within the Gates of Rome, Indiana University Press, 1994, ISBN 0-253-31288-4
  • Giuseppe Zecchini, Il federalismo nel mondo antico, Milano, 2005. ISBN 88-343-1163-9
  • Peter Heather, La caduta dell'Impero romano: una nuova storia, Garzanti, 2006.
  • Guy Halsall, Barbarian migrations and the Roman West, Cambridge Press, 2007.
  • Giorgio Ravegnani, Soldati e guerre a Bisanzio, Il Mulino, Bologna, 2009.
  • Giorgio Ravegnani, La caduta dell'Impero romano, Il Mulino, Bologna, 2012. ISBN 978-88-15-23940-2

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]